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Originale, poetico, bellissimo “Adiosu” di Martino Pinna: viaggio senza stereotipi in una Sardegna abbandonata

 

La Sardegna è un’isola bagnata dal mare di vecchi e nuovi stereotipi, delle banalità e delle convenzioni artistiche. Per questo è difficile sorprendersi veramente per un’opera che parla di noi. Eppure io non perdo mai la speranza di potermi emozionare ancora. Aspettavo da tempo di poter restare senza parole, e finalmente quel momento è arrivato.

“Adiosu” è un bellissimo film di Martino Pinna, frutto della campagna “Sardegna abbandonata”.

Conoscevo il progetto fin dalle sue origini e confesso che, soprattutto dopo le due pagine che gli aveva dedicato La Nuova Sardegna, temevo avrebbe avuto un esito convenzionale, insomma la solita lagna pseudogiornalistica e pseudoletteraria sulle miniere abbandonate. Invece no.

“Adiosu” è una sorprendente opera d’arte sul senso del fluire della vita, sul rapporti tra gli uomini e la natura, sul tempo che scorre, sulla dimensione onirica della nostra esistenza.

L’abbandono dei luoghi e la loro conseguente morte sono nel film elementi del ciclo della vita. E allo spettatore restano solo domande, le domande sul senso dell’esistenza e dell’apocalisse quotidiana e di quella finale che verrà. Le stesse domande che si pone la voce fuori campo di un uomo (voce purtroppo poco educata, registicamente non guidata), evidentemente arrivato nell’isola da un futuro lontano.

Una capra dentro una piscina abbandonata, una lumaca che si impossessa di una bambola, un uomo che naviga in un lago, dei palloncini rinchiusi dentro una valigia e poi lasciati liberi sono solo alcune delle immagini che alla fine rimangono impresse indelebilmente nella memoria dello spettatore.

Scegliendo la strada di un rigore formale (con una fotografia sorprendente, una musica minimale ma incisiva e un testo ben collocato nel gioco delle immagini e dei silenzi), Martino Pinna ha dato respiro al suo film, a cui ora non sarà difficile trovare attenzione anche in contesti nazionali e internazionali.

Grazie alla piattaforma Produzioni dal Basso, Adiosu è un progetto che è stato sostenuto da oltre 150 tra persone e associazioni che hanno contribuito alla produzione dell’opera, e questa è una notizia nella notizia. Perché segna un modo nuovo di produrre arte e cultura nella nostra isola.

Su www.sardegnaabbandonata.it trovate le schede di decine di insediamenti abbandonati e tanti materiali sul progetto e i nomi di colori che hanno firmato il film (insieme al regista Martino Pinna, l’operatore Alessandro Violi, Davide Lombardi al montaggio, Gabriele Pibiri alla voce e il compositore E. Ruggeri).

Sul sito i promotori spiegano anche il perché di questa operazione cinematografica: “Principalmente perché ci piacciono le rovine, i fantasmi, le cose dimenticate. Non siamo fotografi, non siamo artisti”. “Adiosu” dice esattamente il contrario.

 

 

10 Commenti

  1. Scusatemi come sempre in ritardo……complimenti,non ho parole

  2. Francu says:

    Ascù ho vito basta registi sardi. Ho visto all’albitlo e fiara una cagara. Pesi leggeri faira schifu e sonetaula de prusu. Basta! Le ho dato pure troppe possibilità al cinema sardo. Crasi vado a vedere ai puffi 2!

  3. Massimo Moi says:

    Caro Vito, sono ancora fermo di fronte allo schermo.
    Perdona se lascio a questo commento alcuni resti della mia reazione. Perdona lo spazio che occupo.
    Ma mi piacerebbe che queste parole giungano come ringraziamento al regista, per la bellezza di questa opera che ci ha regalato.
    Sto solo provando a rientrare dentro il mio habitat domestico, quotidiano, fatto di lavoro, inciampi, rapida mobilità, immediatezza, e memorie. E non è semplice dopo la visione di Adiosu.
    Dietro di me, infatti, avverto come la presenza di un altro mondo, altre vite, tracce di un’esistenza ferma, emulsionata in segni che parlano di noi, di una modernità alla quale abbiamo affidato ogni destino, consegnando all’oggetto (inteso nella sua accezione marxista, come bene di consumo quindi, come primato del prodotto), una delega di divinità che ancora non ha prodotto il risultato che in molti ancora attendono: la salvezza.
    Eppure, quella modernità, è tramontata, finita. Ci ha lasciati soli. O forse siamo noi ad essercene disfatti, sostituendola con un’altra modernità. In un continuo e ininterrotto alternarsi di promesse moderne. Visibili negli occhi di quelle bambole di plastica, nei resti di quei capannoni sporchi di solitudine materiale, nelle serre invase dalla furia della natura.
    Modernità inadeguate, e mai all’altezza per fare nostro quel sogno di salvezza che mai smetteremo di rincorrere. Che non è una salvezza extra-terrena, né sociale. Bensì, un’aspettativa individuale, che corrisponde ad un bisogno di felicità proprio, non da condividere: forse, un’ansia di felicità, per riscattare la dimensione del vuoto con cui l’uomo ha smesso di voler convivere. Rinunciando alla vertigine della perdita e dello smarrimento.
    E in questo travaglio irrisolto, nel quale ci siamo infilati quasi senza capirlo, la natura ci guarda indifferente, come quelle capre (simbolo di una meravigliosa anarchia animale) che passeggiano e si nutrono in quei deserti materiali, o quel filo d’erba che spunta dalle croste di un asfalto abbandonato, come sinonimo di resistenza.
    In realtà, Vito, in quella fissità espressiva dei tanti manichini sparsi come rovine di un sottoproletariato di plastica, post-moderno, apolitico e asociale, c’è una buona fetta dell’umanità degli ultimi sessant’anni. Forse, ci siamo noi. Che abbiamo scelto di indebolire la nostra ricerca esistenziale, identitaria, o rinunciare al nostro percorso spirituale e culturale, impauriti dalla condivisione di appartenenze, dallo scambio, disposti solo a negoziare, e aderire, alla promessa mercantile di un’immediata felicità individuale, e individualistica. C’è la miseria dell’uomo. C’è il fallimento di quel contratto sociale che da patto politico di convivenza civica, è diventato, piuttosto, la sottoscrizione e la subordinazione a dei modelli, a dei miti, a nuove forme di Divinità.
    Mi interrogo su un aspetto Vito: se l’esigenza è quella di riprovarci, dunque ripartire da queste rovine, per “riqualificare” noi stessi, il nostro territorio, la nostra società, i nostri progetti, alla fine dovremmo forse disfarci di questi disastri, di questi fantasmi che raccontano di noi, rinnegarli?
    O forse è davvero questo il segno del tempo che stiamo lasciando al futuro? E come tale, al pari di qualsiasi archeologia dell’antichità, va dunque accettato, rispettato, salvaguardato, raccontato (così come del resto ha fatto Matteo Pinna)?
    Mi chiedo ancora (ma qui Vito c’è una passione tutta mia per il tema): perché in Sardegna, non si inizia a pensare questi spazi come presidi della nostra cultura? Lasciandoli intatti nella loro decadenza. Non con fasulli inganni di ristrutturazione che ne modificano il significato. Come ad esempio si vorrebbe fare per la Manifattura Tabacchi. Ma assumendosi il coraggio di lasciare tutto com’è (l’ex caseficio di Berchidda ne è un esempio chiaro).
    Insomma: perché la letteratura, la musica, il teatro, le arti non entrano negli habitat reali della nostra modernità? Perché non si racconta la Cultura del non Luogo” (che poi, infondo, è di per se luogo), come coraggiosamente ha fatto Pinna? Senza filtri.
    Perché scegliere sempre la comodità di cliché borghesi come quelle incantante riserve urbanistiche, architettoniche, storiche e paesaggistiche che la nostra Isola offre? Perché non accettare che occorre ripensare la Sardegna, la nostra cultura, accettando e ripartendo dalla decadenza che questa opera fotografa con talento.
    Occorrerebbe aprire un dibattito su questa tema Vito. Riflettere sugli spazi della cultura in termini di frontiere della decadenza, non luoghi. A Cagliari e dintorni ne esistono tantissimi. Si potrebbe pensare anche a un tour itinerante.
    Se la nostra lingua, le nostre idee, i nostri progetti, uscissero fuori dai salotti e parlassero da queste periferie forse avrebbero ancora più forza.
    Pensiamoci.
    Grazie ancora per lo spazio. Un caro saluto.

    • fausto says:

      A me era sembrato “semplicemente” bello e suggestivo ma il commento filosofico di Massimo Moi mi fa riflettere e mi fa venire voglia di rivederlo. Io nel finale ci vedo una certa speranza… anche se il titolo dell’opera fa pensare proprio al contrario. Chissa’!

  4. petru mari / corsica says:

    U to scrittu he’ esteticu prubbabilmente quant’e’ u filmu. Bravu Vitu. Quandu a critica he’ una opera in ella stessu, l arte he’ nant’a’ a cresta di l onda.

  5. molto bravi tutti 🙂

  6. Supresidenti says:

    si, m’esti praxiu.. bravusu..

  7. Molto bello, davvero.

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