
Ognuno di noi, talvolta, si crede qualcosa che non è. Io, ad esempio, pensavo di essere un buon conoscitore della storia della mia città. E invece quando qualche settimana fa ho letto sull’Unione Sarda un articolo che rievocava i moti cagliaritani del 1906 e ho scoperto che nei pressi della stazione erano morti due ragazzini, uccisi dall’esercito regio, insieme alla commozione è salita anche l’incredulità: sì, sapevo qualcosa, ma com’è possibile che non mi fossi mai immedesimato in quegli uomini, in quelle donne e in quei ragazzi che sfidarono il governo?
In realtà, quei moti ancora oggi sono sostanzialmente sconosciuti a gran parte dei cagliaritani. Cos’è successo? cosa abbiamo rimosso? Cosa non ha funzionato nella trasmissione generazionale di fatti così importanti?
Non è mai troppo tardi per ricordare. La città, ad esempio, a partire dagli anni 90 è riuscita a salvare dall’oblio il dramma dei bombardamenti. E sempre negli anni 90, grazie al teatro, ha recuperato la memoria i moti rivoluzionari del 1793. E da qualche mese, una pietra d’inciampo ricorda in viale Sant’Avendrace il giovane Giovanni Pani, morto nel campo di concentramento di Bergen-Belsen.
Da ieri, per merito del giornalista scrittore Francesco Abate e del comune di Cagliari, una targa in via Roma, a ridosso della stazione, ricorda le vite spezzate di Giovanni Casula (muratore, 16 anni) e Adolfo Caulino, noto Cardia (fruttivendolo, 18 anni), mentre le scalette tra viale Regina Margherita e la darsena sono state dedicate alle sigaraie della manifattura che di quei moti furono protagoniste.
I moti popolari del 1906, per quanto conosciuti e approfonditi (e segnalo per la ricostruzione storica e la bibliografia un importante articolo di Marco Sini su il manifesto sardo) sono stati rimossi dalla memoria collettiva. Ora riprendono vita, perché riprendono vita le storie di chi in quei giorni scese in piazza: in settecento furono arrestati, e la città allora contava poco più di cinquantamila abitanti.
Cagliari è una città che ha millenni di storia e forse proprio per questo gioca a dimenticare e a dimenticarsi. Oppure dove la destra da trent’anni usa l’arma della toponomastica per provare a prendersi delle rivincite imbarazzanti e, sostanzialmente, impossibili. Ma c’è una minera di vicende ancora da raccontare, per creare una comunità più coesa e dunque, migliore.
Cagliari è indietro, è una città che ignora se stessa.
La necropoli di Tuvixeddu è un buco nero, un luogo straordinario che ancora però è fuori da qualunque racconto condiviso. Anche l’anfiteatro romano è un luogo incredibile, abbandonato da troppi anni al suo destino.
Ma ci sono anche storie che grazie a interessanti campagne di comunicazione stanno diventando un patrimonio di tutti, come quella del tempio punico sul colle Sant’Elia.
Le città sono quei luoghi dove i fili si possono riannodare anche a distanza di secoli. Il ricordo dei moti del 1906 lo dimostra. “Memoria attiva” la chiamano, e non è un esercizio sterile ma un atto di democrazia. Per impedire che la città (e vale per tutte le città) diventi un luogo qualunque. E dunque, una merce che si può trasformare per essere venduta e comprata. Come se niente fosse.




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