
Quando nel marzo del 2009 chiudeva Eurallumina, la fabbrica di Portovesme era già di proprietà della multinazionale russa Rusal, leader mondiale dell’alluminio, da quasi un anno e mezzo.
La guerra in Ucraina, con il conseguente blocco dei beni russi nell’Unione europea, c’entrano dunque molto poco nella crisi che oggi è riesplosa e che ha portato quattro operai a barricarsi su un silo a 45 metri di altezza. Il polo dell’alluminio non esiste più da tempo e la notizia, quella vera, è che nessuno ha il coraggio di firmare il certificato di morte dell’insediamento industriale sulcitano.
Non bisogna infatti dimenticare che dopo la russa Eurallumina nel 2014 ha chiuso anche la statunitense Alcoa (inutili poi i tentativi di rianimarla a partire dal febbraio del 2018 da parte di Sider Alloys) e, come se non bastasse, anche la Portovesme Srl a fine 2024 ha deciso di chiudere la sua linea principale di produzione.
Il fallimento del polo della metallurgia pesante nel Sulcis è dunque completo, evidente e totale. Ma tutta la politica sarda, insieme ai sindacati e a Confindustria, continua a far finta di nulla e a parlare per conto del morto. Da anni sbandierano Piani Sulcis e Just Transition Fund come se fossero la salvezza di chissà che cosa, quando in realtà sono solo un modo per continuare a non fare i conti con la realtà.
Neanche la giunta Todde si è sottratta a quest’opera di mistificazione: a fronte di uno sfacelo decennale, in una situazione internazionale che tra guerre e dazi ha reso ancora più inverosimile l’idea che il polo dell’alluminio potesse mai ripartire, esecutivo e maggioranza di centrosinistra hanno spinto perché con il Dpcm Energia il metano (che era una fonte di transizione mezzo secolo fa: oggi inquina e basta) arrivasse nel Sulcis.
Ma per quali fabbriche? Per quali produzioni? Con quale sconvolgente impatto ambientale? Ancora fanghi rossi e discariche di ogni tipo?
Neanche Silvio Berlusconi, che nel 2009 in piena campagna elettorale per le Regionali chiamò il suo amico Vladimir Putin, riuscì nel miracolo di far riaprire Eurallumina. Le elezioni poi le vinse Ugo Cappellacci e a Portovesme nei suoi cinque anni di governo la situazione precipitò.
Nel 2014 il professor Francesco Pigliaru sulla Nuova Sardegna scrisse un importante editoriale in cui affermava che gli operai del Sulcis “hanno diritto ad un lavoro, non a quel lavoro”. Diventato presidente della Regione, non fece nulla per prendere atto della fine dell’esperienza della metallurgia pesante a Portovesme e dare avvio ad una transizione tanto epocale quanto necessaria.
Da quasi vent’anni il Sulcis tiene in ostaggio tutta la Sardegna. Perché con la sua carica di interessi incrociati e di retorica vetero industriale impedisce all’isola di fare i conti con la realtà e di aprirsi ad un nuovo modello di sviluppo, più sostenibile e meno inquinante. E invece siamo ancora inchiodati nel Novecento, con centrodestra, centrosinistra, Cinquestelle, Confindustria e sindacati tutti sulla stessa inverosimile linea di difesa dell’indifendibile.
Fino a quando continuerà la farsa degli incontri al ministero, dei tavoli, delle cabine di regia?
Solidarietà ai lavoratori sul silos. Ma hanno diritto a un lavoro, non a quel lavoro. È una frase di oltre dieci anni fa. Dieci anni persi.




L’errore che si continua a commettere è pensare che questo sia un problema regionale, mentre in realtà è un problema nazionale. Un Paese come l’Italia non può permettersi di rinunciare all’industria di base, quale quella metallurgica del Sulcis. Abbiamo già visto cosa è successo rinunciando alla chimica di base, alla siderurgia, all’automotive, il Paese muore. È sbagliato il modello industriale, non la metallurgia in sé, in questo caso. Ma è un problema nazionale, la Sardegna, come la Puglia con l’Ilva, da sola non lo potrà risolvere. Mai
L’Italia è il terzo stato al mondo per volumi di riciclo dell’alluminio, e dunque a livello nazionale il problema di ulteriore produzione neanche si pone. Resta dunque solitaria la Regione che preso atto di come i capitali totalmente stranieri siano poco coercizzabili resta a distanza di sicurezza trattando il problema come si tratta una sostanza pericolosa. Tutto il resto è noia, anche per i sindacati che pur inermi devono fare i conti con il loro mandato sociale.
A tutto questo si aggiunge che neanche l’Università di Cagliari che forse avrebbe, o probabilmente sarebbe meglio dire, aveva qualche competenza per spendersi e prospettare strade alternative