Cultura / Sardegna / Spettacolo

Anche i sardi hanno ucciso Gesù. Lo sconcertante e potente “Su Re” di Giovanni Columbu

Alla fine di “Su Re” si resta spaesati, sbigottiti, attoniti. A cosa abbiamo assistito? Chi è l’uomo che è stato barbaramente giustiziato? E dove? E da chi? E perché? Siamo sicuri di avere visto un film sulla passione e sulla morte di Gesù oppure la storia che ci è stata proposta riguarda qualcun altro e non racconta la Palestina di duemila anni fa ma la Sardegna di oggi? E poi quel finale enigmatico, con tre bambini che ci guardano e si allontanano, che cosa significa?

La lavorazione del film “Su Re” è stata tormentata. Il regista Giovanni Columbu ha cercato a lungo e in tutti i modi le risorse per realizzare il suo progetto, per due volte bocciato dal Ministero perché ritenuto non interessante. In effetti, perché raccontare ancora la storia di Gesù, peraltro in lingua sarda? Una follia.

Così alla fine, le canoniche dieci settimane sul set sono state girate nell’arco di due anni, con numerosi stop e qualche ripensamento fondamentale: come quando il regista ha capito che l’attore che impersonava Giuda era più adatto a fare Gesù, e viceversa. E mai decisione fu più felice.

Il Gesù di Columbu è quanto di più lontano dall’iconografia classica: è un Cristo brutto, quasi deforme. E forse anche per questo la comunità si accanisce contro di lui: perché una persona così osa proclamarsi Figlio di Dio. Uno scandalo intollerabile.

La forza del film di Columbu sta soprattutto nella sceneggiatura (firmata dal regista insieme al padre, Michele) che, in un sapiente gioco di flashback e flashfoward, trasporta la cronaca delle ultime ore di Gesù in una dimensione onirica, dove i silenzi, le pause, i suoni assumono la stessa importanza delle parole, degli sguardi, dei gesti. Il resto lo fa una coraggiosa fotografia, dove i richiami alla storia dell’arte e del cinema non sono citazioni autocompiaciute ma materia viva e da plasmare esattamente come il racconto evangelico.

Dalla già essenziale narrazione di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, Columbu distilla situazioni e parole: l’agghiacciante crocifissione innanzitutto, poi l’ultima cena, il tradimento di Giuda, il processo davanti al Sinedrio, la sofferenza di Maria, la salita al Calvario, un metafisico Monte Corrasi animato da ombre e volti. Perché gli unici corpi sono quelli, martoriati, di Gesù e dei due ladroni.

Grazie a Columbu la passione di Cristo assume risvolti inaspettati, il racconto così articolato (e che eravamo sicuri di conoscere anche nei minimi particolari) ci sorprende e ci turba ancora una volta. Col risultato che a sconvolgerci più di tutto è la violenza esercitata su di un uomo mite davanti agli occhi compiaciuti e complici della comunità. Esattamente come succede ancora troppe volte nei nostri paesi, dove si uccide per futili motivi, dove si uccide per una parola di troppo, magari al termine di processi sommari simili a quello celebrato dal sinedrio. E chi sa, tace. Anche i sardi hanno ucciso Gesù.

Con “Su Re” Giovanni Columbu non solo ci regala un altro film straordinario (perché il suo “Arcipelaghi” resta l’opera cinematografica sarda meglio riuscita fra le tante firmate dai registi isolani) ma ci insegna che l’artista non deve avere paura di niente e di nessuno ma solamente perseguire il suo obiettivo, senza timori.

Per anni il tentativo di Columbu di trovare le risorse per il suo film è stato accompagnato da un sotterraneo dileggio, ogni volta che il regista si rivolgeva alla Regione e alle istituzioni chiedendo di poter avere gli strumenti per completare la sua opera c’era sempre chi, ben nascosto, sputava veleno. Eppure il film alla fine è costato appena 800 mila euro.

La vittoria di Columbu è dunque contemporaneamente anche la sconfitta di tutta la Sardegna, incapace di sostenere un suo artista già evidentemente affermato, costretto però a una questua lunga dieci anni per poter realizzare la sua opera d’arte. “Su Re” resterà come pietra miliare nella storia della cultura isolana ma è purtroppo il frutto della straordinaria tenacia del suo autore, non di un sistema che riconosce e premia il valore degli artisti e li aiuta a lavorare nelle migliori condizioni possibili.

Dopo un’opera d’arte del genere, Columbu dovrebbe poter girare subito un altro film. “Arcipelaghi” è del 2001, “Su Re” del 2013. Speriamo che per vedere il terzo lungometraggio del regista non debbano passare altri dieci anni. Perché la Sardegna ha bisogno di artisti come lui, del uno sguardo coraggioso e libero da schematismi precostituiti.

Per questo in questi giorni, se potete, andate a vedere “Su Re”.

 

52 Commenti

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  3. Io ho visto il film. E ne conosco la genesi, visto che molti degli attori son del mio paese e mi hanno raccontato le difficoltà incontrate. Un plauso a Columbu (che considero comunque un bravissimo regista) che nonostante le porte sbattute in faccia ha perseguito e realizzato il suo obiettivo. Solo per questo merita un premio. Per il resto, sinceramente, guardando il film non mi è venuta in mente nè la questione dello “stereotipo”, nè il problema del sardo si/no, nè la ricerca della sardità a tutti i costi o altro…. mi son rimaste dentro altre cose. Come il peso grave del tradimento, la condanna della comunità a un giusto (per aver fatto cosa?), il pianto. E’ chiaro che i continui flashback rendono un film non troppo “lineare” (guardate “Irreversible”.. che inizia dalla fine….e finisce all’inizio) ed è chiaro pure che l’argomento non sia divertente… E’ un film particolare, che può piacere oppure non piacere per niente. A me è piaciuto. La fotografia, i volti surreali, i luoghi… bravo Columbu.

  4. New Entry says:

    Sono d’accordo! Ognuno deve poterci mettere la faccia, naturalmente accollandosi personalmente rischi.Infatti credo che il discorso si faccia più complesso nel momento in cui si vuole fare affidamento su finanziamenti pubblici.
    Fermo restando che se si rispettano i requisiti per accedervi l’elemento importante non è chi li riceve (o non solo) ma i criteri di scelta dei requisiti (o anche più genericamente l’opportunita dei finanziamenti stessi). Le mie vogliono essere solo piccole linee di riflessione, senza allusioni a casi specifici (non sto facendo ironia sulla frase “Il suo film ci arricchisce, non certo ci impoverisce”).

    • Non ricordo dove ho letto che Columbu abbia rifiutato una generosa offerta per concludere il suo film, a patto però di cambiare alcune cose… come la condanna da parte di Pilato anzichè dei sommi sacerdoti. Ha risposto “no, grazie”. Alla fine gli stessi attori lo hanno comunque aiutato anche per compensi inferiori rispetto a quelli inizialmente prospettati. Una piccola linea di riflessione anche questa…

      • New Entry says:

        Sapere da chi arrivasse l’offerta generosa (presumo un privato, perchè con i soldi pubblici non è che si possono fare semplici “offerte”) sarebbe interessante. Grazie per l’informazione Sonia.

  5. Cuccurale says:

    Non è un bel film, anzi proprio il contrario, e lo dico con forza perchè bisogna smetterla assolutamente di sfruttare il folklorismo barbaricino per raccontare qualcosa di importante se pur si decide di partire dalla nostra isola, in tutti i commenti si è letto che il film è buono per qualche immagine ma tutti son concordi che non lo è per i contenuti, infatti non ce ne sono, ancora un’altra volta abbiamo assistito a questo triste spettacolo “FOLKLORISTICO” di cambales e donne in lutto, che purtroppo nessuno di loro si salva in buona recitazione. Già i personaggi erano brocchi in Arcipelaghi, e ora si rivedono nuovamente qui?? Ma con tutte le vite meravigliose di grandi artisti di ogni parte dell’isola, con tutta l’archeologia nuragica dalla quale poter partire, ecc bisognava per forza riproporre Gesù in mezzo ai banditi barbaricini, o a gente lontana dal nostro modo d’essere?? Quanta piattezza e noia, Columbu BASTA, lasci spazio ad altri, non ne possiamo più

    • E’ incredibile questa tendenza tutta sarda di voler ridurre gli avversari al silenzio! O Cuccureale, ma come si fa? Non ti piace Columbu? E allora? Ogni artista fa quello che gli pare e c’è spazio per tutti. Il suo film ci arricchisce, non certo ci impoverisce.

      • eleonora says:

        fa quello che gli pare? forse sarebbe opportuno proibire a certa gente di accedere ai finanziamenti pubblici della regione, per realizzare film del genere dove i sardi sono rappresentati peggio dei talebani e gli attori hanno fattezze scimmiesche. Mi sono rotto di vedere la mia gente e la mia isola rappresentata in una maniera del tutto inverosimile, con gente dall’ aspetto orripilante e storie sempre deprimenti!

  6. franco says:

    Mi ha colpito quella donna che diceva ripetutamente: “MA STANNO SCHERZANDO?!” riferita agli accusatori, che invano contrasta (unica) il coro di vituperanti.. E mi ha sorpreso che questo non sia stato notato. Noto che nei commenti che ho letto come sia costantemente presente il dibattito su arcaicità, sardità, etc, , ciò che colloca il livello del giudizio sull’opera film inutilmente ad un livello secondario. Invece si dovrebbe rispettare maggiormente gli autori!

    • Paolo Bozzetti says:

      Personalmente (dato che in questo caso ho molto parlato di “sardità, arcaicità, etc”) le posso confessare che sono rimasto a quello che lei giudica il livello secondario del commento al film, perché, purtroppo, mi era impossibile parlare di un ipotetico livello … primario.
      Per essere chiari: sceneggiatura, recitazione, struttura narrativa, contenuti e una visione dark-depressiva del Corrasi e del Supramonte non giustificano 73 minuti di pellicola.
      Alla fine della visione ti chiedi: perché un film così, perché ricostruire la passione di Cristo in Sardegna, senza introdurre elementi innovativi (a parte l’eliminazione radicale di quei moti di speranza, redenzione e grandezza,che associamo al gesto del sacrificio di Gesù) e, oltre tutto, de-contestualizzando storicamente la vicenda e riproducendo visioni stereotipate sulla società barbaricina.
      Non so se lei ha visto “Habemus papam” di Moretti un film, dove, al di là degli elementi di pre-veggenza della realtà futura, il regista introduce un particolare e originale punto di vista sulla vicenda dell’elezione del Papa, che, da solo e solo per averlo pensato, riesce a giustificare, oltre al fatidico costo del biglietto il senso della permanenza in sala come spettatore.
      “Su Re” purtroppo non riesce in questa magia.
      Al massimo (senza arrivare a disquisire sul fatto che sia stato anche finanziato) se si mette mano al montaggio (e magari si fanno cantare i tenores di Bitti con Marilyn Manson, per la colonna sonora) si potrebbe tirarne fuori una video-clip decente.

  7. giovanna says:

    ho visto il film, l ho trovato pesante, ricco di belle immagini, ma slegate fra loro, non ce, o almeno io ho trovato fosse poco convincente, la parte narrativa, è un insieme di diapositive sul supramonte, bellissimo, per carità bravissmi anche gli attori.. ma mi son chiesta, questo film per chi è? Columbu a chi si è rivolto? per un ragazzo giovane ad esempio, credo sia piuttosto astruso. insomma non capisco, mi sembra un occasione un po sprecata.

  8. Non credo che sia stato un film interessante, perchè questa parola non può identificare solo ed esclusivamente una buona fotografia e una buona scelta dei personaggi, la parola interessante è giusto consegnarla a buon diritto quando un film contiene un insieme di contenuti legati al valore dell’arte, e della storia della cinematografia, ad un film che oltre che far riflettere sulla nostra contemporaneità, riesca a restituire attimi di stupore ed emozione dati da una serie di ritmi che purtroppo in questo caso non si sono avvertiti. Detto questo andiamo ad esaminare i dettagli, prima cosa c’è una scarsa volontà di racconto, secondo, una continua e esagerata ripresa ai volti di personaggi sconosciuti, terzo, i personaggi non sanno recitare, “parlar bene il sardo non implica saper recitare”, quarto, l’ambientazione esclusivamente barbaricina con il classico tocco folcloristico ha veramente stuffato, ecc, in conclusione è difficile considerare questo film come punto di riflessione di questa età contemporanea, in quanto di quest’ultima non ne è stato reinterpretato nessun aspetto, senza parlare di Gesù che seppur giustamente anticonformista nell’aspetto, poteva suggerire qualcos’altro della semplice immagine di uomo trucidato, perchè tutti sanno che lo era anche nelle rappresentazioni precedenti. A dire il vero è stato molto più creativo il film di Simone Contu, e meriterebbe molto di più. Spero che il signor Columbu possa un giorno uscire dalla sua bene amata Barbagia per vedere il mondo, e non il contrario, prendere le cose del mondo ed incastrarle a forza per vantare la sua bene amata Barbagia.

  9. Fenicio says:

    Ho visto il film il giorno di Pasqua, è stato un caso, non sono credente.
    Il film mi è piaciuto moltissimo, come mi piacque arcipelaghi tanti anni fa.
    MAi visto un supramonte così cupo, Una fotografia azzeccatissima , un lavoro sui costumi perfetto. Una storia perfetta per raccontare la nostra terra (anche se sono di Gagliari considero il Sardistan la nostra terra), una storia di vendette, tardimenti, processi sommari, madri che piangono i figli. La forza dirompente della lingua, delle locuzioni, dei volti.
    Sono andato a vederlo con la puzza al naso, mi son dovuto ricredere. (per fortuna)

    Massimo Melis

    • Paolo Bozzetti says:

      Questo passaggio nel quale lei, pur confessando l’origine cagliaritana, considera “il Sardistan” come la nostra terra è veramente emblematico.
      Non so se il regista pensasse anche lui al suo “Sardistan”, ma credo sia innegabile come il film catalizzi, con estrema forza, e veicoli questa visione stereotipata e storicamente de-contestualizzata della Sardegna (e della Sardegna centrale, principalmente) e la usi per raccontare la sua storia della Passione.
      Parafrasando Biolchini, sono i Sardi del Sardistan che hanno ucciso Gesù.

      • fenicio says:

        Mi perdoni, ma non penso di aver afferrato in pieno il suo intervento. “Emblematico” di cosa?
        Quale visione “stereotipata” e ” storicamente de-contestualizzata” intende?
        La lingua parlata nel film identifica una zona della Sardegna abbastanza precisa, che coincide con i natali del regista.
        I luoghi sono abbastanza riconoscibili e riconducibili, la comunità che processa e giudica un individuo pure, la madre che piange il figlio morto anche.

        • Paolo Bozzetti says:

          È emblematico di una visione della Barbagia, delle sue genti e della sua storia dove prevalgono gli elementi negativi che il film rappresenta con forza (tristezza, durezza, ferocia, aggressività e perfino bruttezza).
          Un popolo triste, condannato alla tristezza e alla violenza, dove non esiste spazio alcuno per la serenità e la speranza (anche il Cristo appare assolutamente privo di una minima coscienza della reale grandezza del suo gesto di offerta).
          È questo lo stereotipo, per spiegare meglio, un pò come dire che la Sicilia, ricca di storia, letterati e opere d’arte, è solo una terra di mafiosi.
          Nel nostro caso, pare siano le Barbagie a non avere sole, gioia, risa, amore, tenerezza, ma solo tristezza e violenza.
          Non è così e non lo è mai stato.
          I luoghi sono riconoscibili (anche se vengono sapientemente metaforizzati dalla fotografia), ma le comunità sono indistinte, non sono connotate (penso ci siano delle belle differenze tra la gente, per esempio, di Oliena e quella di Orgosolo, ma è la dimensione storica che scorre fuori dal tempo (de-contestualizzando il film) dove, ancora per esempio, il tribunale si riunisce in luoghi che, probabilmente, al tempo di Cristo erano stati già abbandonati da secoli.
          PS: quel “Sardistan” è una parola veramente triste usata da un sardo, anche se dentro sente sangue fenicio.

          • Fenicio says:

            Trovo veramente interessante la sua risposta, mi permette di chiarire alcuni punti del mio intervento.
            Concordo pienamente con lei le Barbagie non sono e non sono mai state esclusivamente luoghi di tristezza o dolore, ma ANCHE luoghi di sole, gioia , cultura e felicità. l’uso del termine Sardistan per me è assolutamente affettuoso e men che mai dispregiativo, ma ironico, lo uso per sottolineare una differenza che esiste, nel modo di interpretare l’attaccamento alla Sardegna, alle tradizioni, alla terra, tra chi vive nell’interno e si ritiene (a torto) unico depositario della vera sardità, della vera tradizione, della vera cultura sarda (qualsiasi cosa questo termine significhi).
            La passione di Cristo si sarebbe potuta benissimo collocare nelle periferie urbane di Cagliari e hinterland, non sarebbe cambiato nulla, Columbu sentendosi più a suo agio nel supramonte ha scelto di collocarlo lì, ed ha fatto benissimo perchè secondo me tutto “funzionava” per raccontare nel modo scelto dal regista quella storia.
            Lo stereotipo è nell’occhio di chi guarda, non credo esista un solo Sardo che dopo aver visto il film di Columbu possa pensare seriamente che quello che vede sia lo specchio di tante meravigliose comunità della nostra amata isola.

            • Paolo Bozzetti says:

              Bene, pur con i limiti del mezzo, siamo riusciti a dipanare e chiarire meglio i nostri pensieri e trovare persino delle sintonie.
              Ultima nota: non sia così indulgente nei confronti dell’umanità (sarda e non) in riferimento al tema dello stereotipo, che stà nell’occhio di chi guarda … avevano già iniziato i Romani a mistificare sulla natura delle genti del centro sardegna.
              Comunque, è stato un piacere confrontarsi con lei.

              • Fenicio says:

                Il problema è che sulla mistificazioni, oggi io mi sento dire da miei parenti del Sardistan, che loro sono “diversi” leggasi migliori perchè ancora la menano sul fatto che da loro i romani non riuscirono ad arrivare… non so se mi spiego… Comunque è stato un piacere anche per me.

  10. Gino Demartis says:

    boh altri dieci anni per il prossimo film di Columbu?
    beh se qualcuno gli passa una storia magari fa anche altri film, è palese che scrivere non è il suo forte, il primo film era scritto dalla zia che gli ha regalato la storia, il secondo , questo qua, è stato scritto duemila anni fa. se qualcuno abile gli passa una storia, lui ne fa altri. Lanciamo un appello, in fondo è uno dei pochissimi abili a fare cinema in Sardegna. Ma sempre con soldi pubblici, non c’è nessun produttore interessato a investire in lui.
    è bravo come regista, sa dirigere bene gli attori, ma purtroppo va detto che non ha nulla da dire
    andrò a vederlo comunque e mi permetterò, come Vito, di dire che ne penso
    supportiamo comunque il cinema sardo, anche perchè è fatto con i nostri soldi (la Regione)

  11. Alessandro Mongili says:

    Secondo me il film è stupendo, soprattutto sul piano cinematografico (lo dico da profano tendenzialmente ‘gnurant). Però vorrei esprimere qualche perplessità. Infatti a mio avviso Giovanni Columbu non è riuscito ad uscire dall’esoticismo sardesco, avrebbe potuto usare il sardo (fra parentesi, il sardo usato era veramente bellissimo e curato, a mio parere, diversamente da tante altre operazioni di uso della nostra lingua) senza dover necessariamente ancora parlare di identità sarda.
    Aspetto ancora il momento in cui l’uso del sardo ci libererà dall’esigenza di guardarci ossessivamente allo specchio costruito appositamente per noi in questi ultimi secoli di dominio straniero. In cui riflettere una nostra improbabile “identità”, se non “natura” immanente. Aspetto soprattutto il momento in cui i sardi (gli artisti sardi in particolare) non parteciperanno più alla costruzione di quest specchio composto da discorsi e immagini, e diranno basta al deleddismo e a tutti i suoi epigoni, cioè gli scrittori che scrivono per un pubblico continentale in cerca di esotico, per i sardi “folli di identità”, e per gli autocolonizzati vari.
    Pasolini e Sgorlon, quando scrivevano in friulano, mica se la menavano sull’identità friulana!

    • Paolo Bozzetti says:

      Se posso, due piccole notazioni:
      – la prima, per dirle che trovo commovente come si possa accusare Columbu di “esoticismo sardesco”. Ci lamentavamo, infatti, che le ideologie sono morte, ma non è vero (e per questo mi commuovo) perché in lei solo il furore ideologico permette di tramutare 73 minuti di immagini dominate da un senso di greve tristezza (al di là del loro valore cinematografico e pittorico), in qualcosa di “esotico”;
      – la seconda, per suggerirle, cordialmente, di smettere di “guardarsi allo specchio” comunicando in italiano e iniziare a scrivere in sardo.

  12. Giagu Ledda says:

    Custu est su cummentu chi apo lassadu in su situ de sa rivista Micromega a pitzu de una retzensione de su film Su Re, de G. Columbu.
    “E poi arriva come dal nulla un film italiano….” Non è un film italiano, è un film sardo che “squarcia la banalità del cinema italiano”, è vero, ma dal di fuori. Su Re inoltre, non ” è un film strappato alle viscere di questo paese” (Italia), ma nasce dalle viscere della Sardegna.

  13. New Entry says:

    I commenti si soffermano molto sugli aspetti visivi del film, che sembrano esserne la parte più pregevole. Non riesco invece a capire quale sia la qualità dei contenuti. Il film è semplicemente sbilanciato o sono le immagini a portare i significati? E quali?

  14. A me ha deluso, sarà che Arcipelaghi mi era piaciuto molto.. Sono d’accordo con Vito che trattasi del miglior lungometraggio riconducibile al “cinema sardo”.
    La gestazione è stata talmente lunga che l’idea nel frattempo è invecchiata.. Personalmente ho apprezzato maggiormente Treulababbu, di Simone Contu. In bocca al lupo ad entrambi per il prossimo lavoro!!

  15. Sia le recensioni sia le critiche sembrano trovare tutte una loro ragion d’essere, ma questo testimonia il fatto che ci si trovi davanti ad un’opera d’arte

    . E’ molto pittorico, cinematograficamente mi ricorda la passione di Giovanna D’Arco diDreyer, perché anche i dialoghi di questo film sono dialoghi muti

  16. Pingback: “Su Re” di Columbu arriva nelle sale nazionali: ecco dove verrà proiettato - vitobiolchini

  17. Ho visto un’interessante recensione stamani su Skytg24. Spero non sia un pacco come “dimmi che destino avrò”.

  18. Occhialonero says:

    Sempre brutti, primitivi, ancora dentro i nuraghi…….. Ma basta!!!! Il film é palloso. Diciamocelo!!!!!!

    • Occhialonero .Non so tu di dove sia e di quale cultura porti le radici…ma ricorda, e la storia ci insegna,ma non credo sia il tuo caso,che quando i Nuragici avevano le fogne nel resto della Penisola Italica si abitava ancora su gli Alberi.Non OFFENDERE le etnie se poi il film non ti e’ piaciuto fai come Giuda fatti restituire i soldi del Biglietto e IMPICCATI.Sono Uno che oltre ad Essere Sardo ,Di ORUNE,ha partecipato alla realizzazione del FILM….Se dovessi avere dei dubbi dammi il tuo indirizzo cosi vengo a spiegarti la TRAMA…..Cordialmente Kikko.

      • Ettammanera! Ajò, o Kikko di Orune! Piuttosto, che parte hai fatto?

        • Vito,hai Letto bene? BRUTTI,PRIMITIVI,ANCORA DENTRO I NURAGHI…..Questo film si rifà ad avvenimenti accaduti 2000 anni fa’. non credo che a quel tempo si vestissero da Valentino,Armani o TruSARDI…..Il commento di Scherno,fatto a proposito di un popolo che ha dato 3 presidenti Della Repubblica,Aiutato L’italia per ottenere la sua Unità,con il Contributo di Sangue più alto di Tutte le FF.AA. Credo sia Inappropriato…La SARDEGNA ed I SARDI non sono una realtà vacanziera.Sono Quello con il pizzo ,uno di quelli che ha catturato Gesù e lo tiene fermo e inginocchiato davanti a Kaifa.

      • Cesare Rombi says:

        Beh forse sei stato un pò brusco con l’Occhialonero, ma hai perfettamente ragione. Come si può impunemente dire che chi abitava i nuraghi fosse un primitivo? I nuraghes sono capolavori di architettura, testimoniano una civiltà avanzatissima, anni luce dalla barbarie in cui versava il nord Europa. Il film vuole solo farci intendere che quella storia poteva accadere e forse è accaduta in ogni parte del mondo e in ogni tempo, e questo secondo me a ha che fare con il suo significato religioso, e non prettamente antropologico

        • Cesare ,Probalmente hai Ragione ma la mia irruenza,CONTROLLATA RAZIONALMENTE,Denota lo spirito Leale,essenziale e non IPOCRITA che denota noi Sardi …..Ciò non toglie che se IO dovessi ( note conditionalis tempus)Sbagliare,ma non in questo caso Verbale, In PENSIERI,PAROLE ed OPERE ne sono L’unico responsabile ovvero non si deve condannare Un popolo,Come TUTTE LE CIVILTA’ TERRACQUEE, Il quale HA dato,Da’ e Darà Culturalmente un GRANDE CONTRIBUTO alla NOSTRA NAZIONE.

  19. Marina Moncelsi says:

    Un film sconvolgente, certo. Ma bellissimo, da non perdere. Senza star qui ad elucubrare su sardità, arcaicità e quant’altro, ciò che ci deve far riflettere è la pochezza di quanti non hanno voluto sostenere questo lavoro. Columbu ci dà una lezione, con i soli strumenti della sua professionalità e della sua tenacia.

    • Ciao Marina ,brava! mi piace tuo commento ,ho visto il film a Buenos Aires e penso esattamente come te .
      un caro saluto
      Teresa
      ps domenica 14 aprile dalle 13 alle 14 Giovanni Columbu sarà mio ospite nella Trasmissione SARDEGNA NEL CUORE alla Radio Genesis di Buenos Aires

  20. Anonimo says:

    La ‘passione’ di Cristo non è esattamente quella che si definisce una storia divertente da raccontare.

  21. visto oggi!a me è piaciuto molto, la mia ragazza stavam orendo di noia..hum:O

  22. simone says:

    Ho visto il film giovedi,e’ sconcertante la qualita’ degli attori e un film che dura 1 ora e 13 titoli esclusi,non merito la menzione di FILM…..ancora una volta noi sardi non esprimiamo niente di nuovo e niente di qualitativamente eccelso per il mercato italiano o europeo….non riusciamo a posci altri obiettivi,oltre ai soliti stereotipi di una sardita’ che forse non c’e’ piu’ o vive ancora in
    parte nella nostra societa’….
    voto al film : 2

    • G. Demontis says:

      Quanto deve durare un film per essere tale? Chi esprime qualcosa attraverso il film, e devo dire di grande qualità, è Columbu, non noi sardi. Noi andiamo a vederlo.

  23. Giancarlo says:

    Il film è certamente bello, fotografia drammatica, testi essenziali e silenzi molto espressivi. È vero che è molto cupo, io lo definirei “medievale” dal punto di vista del messaggio religioso (che lo pervade, eccome se lo pervade), manca la gioia e la speranza, affidata forse soltanto ai tre ragazzini del finale. Ma questa è una scelta, devo dire anche molto in linea con il tempo presente, decisamente da “caduta dell’impero”. Insomma da vedere!

  24. ….cose risapute……..e mancu malisi chi m’asi menzionau….vedi il mio blog Free Ride su http://www.sardiniapost.it

  25. Pingback: Sardinnia kentza de sardu | Bolognesu: in sardu

  26. LUCIDA says:

    Sottoscrivo ogni singola parola.

  27. Mi sono interessata a questo film perché valutavo se fosse proponibile qua a Padova, nella sala con cui collaboro… Devo dire la verità, ho pensato che fosse un rischio troppo grosso, fuori dalla Sardegna. Spero però di vederlo presto, e farmi un’idea a ragion veduta. Grazie intanto della chiave di lettura!

    • Rischia! Non rimarranno delusi.
      In più è sottotitolato. Fidati.

    • Antioco Floris says:

      Il film, come giustamente nota Vito, ha una forte conmotazione “sarda” (su cui bisogna ritornare) che però non condiziona la lettura di chi guarda con occhi “stranieri”. Il pubblico di Padova, come quello dell’Italia e del mondo, potrà trovarci molte cose interessanti. E da un punto di vista cinematografico – il cui linguaggio è universale – il film dà tanto, anche se allo spettatore non concede un attimo di leggerezza e rilassatezza. Diciamo che non è un film per chi ama i cinepanettoni.

      • Paolo Bozzetti says:

        Non è questione di leggerezza e rilassatezza.
        Il limite più evidente del film è che la connotazione “sarda” ricalca stereotipi triti e ritriti.
        Nel film la Sardegna, così detta arcaica, ancora una volta non ha speranza, è sempre in bianco e nero, la gente è “ruvida”, “aspra”, piegata dalla sofferenza, la lingua, pur nella sintesi tagliente del tribunale, probabilmente barbaricino (questa volta ambientato in tristi reggie nuragiche), vive una rara dimensione metropolitana regionale, mischiando declinazioni campidanesi con sonorità barbaricine, declinando dialoghi, a volte surreali ma sempre scarnificati, per mostrare meglio dolore, tristezza e arroganza.
        Non esiste un contesto storico e il regista si può permettere, a volte anche con maestria, di raccontare e dipingere lo stereotipo della sardità (in cui naturalmente si esclude, a priori, tutto ciò che è legato ai concetti di serenità e armonia), utilizzando in ogni scansione (la pietraia del Corrasi, il vento, i volti, i gesti, i rumori) il pennello del dolore e della sofferenza ieratica (anche Pilato riesce a soffrire da vero sardo).
        Mi chiedo: perché?
        Perché fare un film sulla passione di Cristo ed eliminare il senso religioso della vicenda?
        Perché decontestualizzare il film, sospendendo il tempo storico, muovendosi in luoghi e spazi metaforici, estraendo personaggi senza tempo e storia?
        Perché ancora una volta sembra che si possa fare cultura solo facendo “soffrire” lo spettatore?
        Che tristezza

    • emiliano turazzi says:

      ma ci mancherebbe! è un film stupendo, come lo era arcipelaghi ( ringrazio il caso per averlo visto una decina d’anni fa) non è un film sardo è un film e basta, non c’è nessuna forma di localismo, come non ce n’è in un qualsiasi film italiano inglese o iraniano etc capace di andare oltre alle tematiche strettamente legate al luogo di origine ( pur conservando un forte legame con questo)
      mi spiace vedere che alcuni sardi lo leggano negativamente e in termini localistici mettendosi sulla difensiva come se il film volesse ritrarre la sardegna o la sardegna oggi. il fatto che sia girato in sardegna e in sardo non implica questo. se girassi io, milanese, un film sulla passione ambientato nelle valli bergamasche in dialetto bergamasco nessuno penserebbe che stessi cercando di dare una lettura locale, lombarda, della passione o, peggio, che volessi rappresentare come attuale una società arcaico/contadina non più presente nella mia regione se non in forma vestigiale ( non mi risulta che ai tempi dell’albero degli zoccoli ambientato in una bergamasca storicamente nemmeno troppo lontana si fossero scatenate polemiche sull’immagine stereotipata della lombardità)
      e non ha nulla a che fare con il neorealismo, è più vicino al cinema sperimentale – non facciamoci ingannare dai volti e dall’uso della lingua.

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