Elezioni regionali 2019 / Politica / Sardegna

Solinas vince, tutti gli altri perdono. E il centrodestra va subito all’assalto delle coste: chi farà opposizione?

Il neo presidente della Regione Sardegna Christian Solinas (foto La Nuova Sardegna)

 

Alle elezioni regionali sarde vince Christian Solinas, tutti gli altri perdono. Non c’è un’altra analisi possibile.

Perde il centrosinistra e perde Massimo Zedda. Quindici punti percentuali e oltre centomila voti di distacco dal centrodestra sono un abisso difficile da giustificare per chi, a pochi giorni dalle elezioni, diceva pubblicamente e privatamente di essere “a mezzo punto da Solinas”. Le profezie non sempre si auto avverano e con le bugie e i finti sondaggi non si va molto lontano. E infatti il sindaco si è fermato lontanissimo dalla meta. Il modello Cagliari non è mai esistito, e infatti perfino nella sua città Zedda ha ottenuto una risicata vittoria. Però a sinistra sono bravissimi ad evitare ogni analisi del voto, ce la faranno anche stavolta. Poi ci penseranno i professionisti della narrazione a trasformare questa disfatta in una onorevole sconfitta e un leader perdente in “una risorsa per l’Italia”.

Perdono i 5 Stelle, tutti. Il dato è drammaticamente più basso di qualsiasi peggiore previsione. Chi ha sbagliato? Sconfitte di questa portata hanno tanti padri e perfino tante madri. L’importante ora distinguere bene le responsabilità e comprendere i meccanismi che hanno portato a questo risultato. Urge un autentico momento di verità, anche perché i 5 Stelle nel prossimo consiglio regionale saranno l’unica vera forza di opposizione. L’occasione non va sprecata.

Perdono i partiti dell’autodeterminazione, tutti. Partito dei Sardi, Sardi Liberi e Autodeterminatzione non hanno convinto gli elettori, dilapidando in appena cinque anni un patrimonio di voti e consenso importante. Ora il fronte dell’autodeterminazione può ripartire solo grazie ad un nuovo soggetto politico unitario e plurale. Con una nuova classe dirigente, con molto coraggio e molta umiltà. Sarà un percorso difficile, perché troppo tempo è stato già perso e gli errori antichi e recenti pesano come macigni.

Perde anche Sinistra Sarda. Un progetto politico nato in poche settimane, ma il cui futuro, alla luce dei risultati, appare già incerto.

Di sicuro queste elezioni ci regalano diversi spunti interessanti.

Il primo è che l’esito del voto certifica l’inesistenza di una originalità del sistema politico isolano: le dinamiche nazionali sono più forti di quelle locali. La Sardegna si è comportata come le altre regioni che sono andate recentemente al voto. Ha vinto la voglia di cambiamento, incarnata dallo schieramento che aveva al suo interno meno contraddizioni.

Sotto questo aspetto, sarà interessante vedere come la Lega innoverà lo stantio centrodestra sardo, con quali programmi e con quale classe dirigente. Salvini lo si batte affrontandolo a viso aperto: vediamo come risponderà alla fiducia che i sardi gli hanno dato. Non ha molto tempo a disposizione, ormai le legislature si bruciano nei primi due anni.

Di sicuro le prime dichiarazioni del presidente Solinas, al netto della questione sanitaria (dove la Lega vorrà certamente favorire il comparto privato), sono nel segno della continuità con la giunta Pigliaru. Soprattutto sul fronte dell’urbanistica, dove il neo presidente ha parlato praticamente con la voce dell’assessore Erriu, prefigurando una riforma urbanistica che ricalca in tutto e per tutto quella che il centrosinistra ha cercato di far approvare nella legislatura che si è appena conclusa, e improntata su un sostanziale attacco ai valori ambientali e alla fascia dei 300 metri.

È per questa evidente sovrapponibilità per larghi tratti dei programmi di Solinas e di Zedda, divisi solo dalla discriminante Lega sulla questione dei migranti, che la prossima legislatura rischia di essere quella del grande inciucio su tanti temi, urbanistica, energia e industria in primis.

Per cui è finito il tempo delle cazzatine, delle finte lauree, delle polemiche senza respiro. È venuto il momento di studiare, di combattere, di raccontare la realtà per quella che è, di affrontare l’avversario a viso aperto. In poche parole, di fare politica: ognuno con gli strumenti che si è scelto.

Perché con le bugie e le ambiguità, come abbiamo visto, non si va molto lontano.

 

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