Politica / Sardegna

“Referendum sull’insularità, cambiare tutto per non cambiare nulla” di Enrico Lobina

La fusione perfetta

Questo articolo, scritto da Enrico Lobina, è frutto dei ragionamenti sviluppati in queste settimane all’interno della Fondazione Sardinia. Il dibattito è aperto.

***

Ci sono due squadre (il governo italiano e la maggioranza della politica sarda) che, da quando hanno cominciato la partita, sono in difesa. La prima ha cominciato nel 2013, ed ha cambiato molti allenatori. La seconda nel 2014, l’allenatore è sempre la stesso, ma le difficoltà sono anche più grandi, perché gioca la partita più a contatto con le persone.

Il secondo tempo è cominciato da un bel po’, stanno subendo da diverso tempo un vero e proprio assalto, e piuttosto che perdere si accontentano anche di pareggiare.

Si trova una soluzione per buttare la palla in tribuna, rifiatare e capire cosa sta cambiando: il referendum sull’insularità.

“Volete voi che lo stato di insularità sia inserito in costituzione?”. Questo è il quesito. Chi in Sardegna potrebbe essere contrario?

Per le due squadre stanche, governo italiano e sardo, il referendum per l’insularità è un bel modo per riprendere tempo, vivificare l’autonomia e far passare anni preziosi.

Se non spieghi senso e priorità nessuno, nel presente vuoto di politica, si opporrebbe. Ma la politica è vedere ogni azione nella sua ottica temporale ed alla luce delle condizioni ambientali. Ed allora proviamo a farlo.

Le condizioni ambientali sono quelle di una ridiscussione complessiva del concetto di stato-nazione settecentesco in Europa occidentale. E della conferma agghiacciante del carattere meramente economico dell’Unione Europea.

La Catalogna ha dimostrato quanto gli aspetti culturali e linguistici siano importanti, e noi vogliamo attaccare la questione sarda, per i prossimi cinque anni, all’ottenimento di risorse per la continuità territoriale sfruttando il concetto di insularità?

La Lombardia ed il Veneto si giocano le loro carte sulla questione finanziaria, e noi non riscriviamo il nostro Statuto, bensì chiediamo di inserire nella Costituzione italiana un principio già presente nei Trattati Europei. Quel principio, che attiene all’art. 174 del TFUE (Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea), al Trattato di Amsterdam, alla dichiarazione n. 30 ad esso collegato, andrebbe semplicemente realizzato.

La Corsica, nostra sorella, sta realizzando un grande progetto di transizione energetica ed ambientale, che coinvolge ogni aspetto del vivere comune.

La Scozia arriverà ad un nuovo referendum sull’indipendenza entro il 2019, e si baserà su una visione diversa di società rispetto al conservatorismo londinese.

Viviamo un periodo storico interessante. Noi ci vogliamo fermare all’insularità?

L’autonomia, cioè la forma di relazione tra la Sardegna e l’Italia, ha storicamente mostrato di non servire alle sarde ed ai sardi. Lo Stato italiano è riuscito, con la complicità delle élite al potere in Sardegna, a depotenziare gli elementi positivi presenti nello Statuto (uno Statuto più arretrato rispetto ad altri), ed a realizzare un modello di sviluppo, relazioni di potere e relazioni culturali che hanno come unico centro Roma e, negli ultimi decenni, Bruxelles e New York.

Oggi la “meridionalizzazione d’Europa” è realtà, con la Sardegna sprofondata in un baratro economico apocalittico. All’orizzonte appare una Europa a due velocità, saldamente ordoliberista ed a guida tedesca, con una Italia che non ha la capacità di disegnare e definire una nuova costruzione europea.

In questo contesto, serve alla Sardegna essere soggetto che, con un’assemblea costituente, si riposiziona nella storia, o bastano gli spiccioli? Bisogna ripensare le relazioni di potere o no?

In realtà discutere del referendum sull’insularità (quanti referendum consultivi abbiamo fatto finora, senza alcun esito?) significa distogliere l’attenzione da un’altra necessità: ripensare complessivamente il rapporto con l’Italia e  progettare insieme la Sardegna del nostro futuro. A questo deve mirare il nostro nuovo Statuto!

Lo ripetiamo: al punto di vista istituzionale, questo significa riscrivere un nuovo statuto (o costituzione, che dir si voglia). Esattamente ciò che fece la Catalogna nel 2006, quando trattò col governo Zapatero uno statuto di autonomia, che poi venne stracciato dal governo Rajoy.

La discussione sull’insularità ferma tutto. Per esempio, mette in un angolo (anche qua Catalogna docet) tutte le questioni culturali. A quando la co-ufficialità della lingua sarda in Sardegna ed il suo insegnamento a tutti i livelli di istruzione? Al 2050, quando il sardo sarà la lingua dei bisnonni?

Anche immaginando che si raccolgano le firme e si faccia il referendum, quando si farà? Dopo le elezioni per il rinnovo del consiglio regionale del 2019? Significherebbe fermare la riforma dello Statuto anche per la prossima legislatura.

Ammesso e non concesso che  il governo e la Corte Costituzionale permettano lo svolgimento del referendum, continuiamo ad immaginare: a metà, o a fine 2019, si vota per il referendum.

Successivamente che accade? Quanto tempo ci vorrà per depositare in Parlamento una proposta di legge costituzionale di riforma? Quanti sono i disegni di legge costituzionali fermi in Parlamento?

Ma andiamo ancora oltre: immaginiamo che il disegno di legge arrivi in Parlamento, nel 2020. Nel frattempo il mondo è cambiato, ma ci saranno sempre i deputati siciliani, quelli veneti e via di seguito. Come reagiranno ad una proposta di questo tipo?

Nella migliore delle ipotesi (la più improbabile), l’insularità sarda potrebbe essere intruppata insieme a tante altre proposte di riforma costituzionale, per arrivare ad un collage piuttosto indecente, così che possa avere la maggioranza in parlamento.

In quella largamente più probabile non se ne farà nulla, ma avremo perso altri cinque anni utili per riformare lo Statuto. Ed i nostri gattopardi potranno allora chiedere con forza “riformiamo lo Statuto!”. E così via…

Non si tratta di fare una battaglia contro l’insularità. Anzi. È già stata fatta una azione per l’insularità, sulla quale impegnare tutta la Sardegna: la deliberazione della consulta permanente sardo-corsa del 4 luglio 2017 “Sul riconoscimento della condizione di insularità in attuazione dell’art. 174” elenca con precisione i riferimenti legislativi europei pertinenti.

Si tratta, al contrario, di inserire il referendum sull’insularità nella fase storica in cui viviamo, cioè una fase storica in cui il popolo chiede sovranità.

Il referendum sull’insularità ha purtroppo il sapore di una nuova fusione perfetta, mascherata dalla battaglia per un diritto. Significa ammettere il legame “a prescindere” con l’Italia. Come in una tradizione tutta italiana, cambiare tutto per non cambiare nulla.

 Enrico Lobina

 

6 Commenti

  1. Antonello says:

    Vito, mi censuri? Ho scritto un commento, magari superficiale, ma non lo hai pubblicato.

  2. Bustianu Cumpostu says:

    Eja Sandro, ma comente faghet unu curridore a binghere in sa cursa cun sas ancas ingessadas? Tue pensas chi s’Italia sia gasi scimpra de nos permitere unu isvilupu beru? Non pensas chi s’Italia apat cumpresu chi cantu prus semus indipendentes in economia cantu prus a curtzu semus a s’indipendentzia? In cantu a s’insularidade la penso che a tie, est un’impedimentu si chie guvernat at ateros interessos de defendere e non cussos de s’isula. Su referendum est un’atera leada in giru de sa natzione sarda.

  3. Antonello Lai says:

    Molto d’accordo con Sandrodemelas. Mi chiedo anche se Lobina, che apprezzo, non abbia sbagliato a non restare in maggioranza in comune a Cagliari

  4. Sandrodemelas says:

    L’arcipelago delle Hawaii ha circa le stesse superficie e popolazione della Sardegna. La durata del più breve volo con cui ogni anno otto milioni di turisti arrivano a Honolulu, attraverso quattromila chilometri di Oceano, è di cinque ore e, tanto per dire, il reddito medio è pari a 50.000 $, il 20% superiore a quello degli Stati Uniti continentali. Sono sardo, non indipendentista. Ritengo che, paradossalmente, l’insularità sia un punto di vista, e l’indipendentismo, un alibi. La Questione sarda è ancora sul piatto, non perché non siano esistiti in passato gli ostacoli allo sviluppo, ma perché non siamo mai stati capaci di superarli con le nostre forze, gravandoli, anzi, di nuovi pesi noi stessi medesimi.

  5. Il punto chiave è l’inserimento delle competenze scolastiche nell’art. 3 dello statuto sardo.

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