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Migranti in Sardegna, perché l’emergenza non finisce mai? Intanto in provincia di Asti…

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Cagliari, 21 marzo 2016: il sorriso della primavera è quello di questi bambini appena sbarcata dalla nave che ha portato in città 667 migranti (la foto è di Alessandra Bertocchi)

Arrivano a Cagliari 667 migranti, la macchina della prima accoglienza funziona alla perfezione ma il risultato è che dallo stato di emergenza ancora si fatica ad uscire. Prefetto e vescovo dicono senza mezzi termini che i posti letto a disposizione non bastano più e sinceramente non si capisce perché questo appello sia stato lanciato solo ora. Inoltre il problema non è solo quello di dare un tetto alle persone salvate da morte sicura in mezzo al Mediterraneo ma anche di garantire loro anche una tutela legale e la possibilità di imparare l’italiano, così come prevede la legge.

Insomma, i mesi passano ma dalla logica dell’emergenza si fatica ad uscire: perché? Forse perché il sistema è stato concepito proprio per evitare di tracciare una strada certa che porti all’integrazione di chi arriva in Italia, altrimenti il sistema Sprar (che prevede per ciascun rifugiato e richiedente asilo un preciso progetto di inserimento socio-economico) sarebbe privilegiato rispetto a quello prefettizio fatto di capannoni spacciati per suites e alberghi in mezzo al nulla dal quale poi i migranti, giustamente, vogliono scappare. Dopodiché, in un clima di continua emergenza, non si può escludere che qualcosa sfugga al controllo delle istituzioni e allora scoppiano gli scandali. No, non ci siamo.

E non pensiate che tutto questo riguardi solo la Sardegna: sabato scorso ho coordinato a Milano, nell’ambito della Fiera “Fa’ la cosa giusta”, un interessante dibattito dal tema “Oltre l’emergenza: la seconda vita dei rifugiati” a cui hanno partecipato Fanny Gerli, volontaria dello sportello legale e membro del direttivo del Naga, una delle sigle storiche milanesi in tema di diritti negati ai migranti, Carolina Grespi dell’associazione Refugees Welcome Italia, e Davide Colleone della cooperative sociale Crescere Insieme e tra gli animatori del progetto Maramao.

Ebbene, la situazione è tristemente uniforme in tutto questo scalcagnato paese e non ci sono segnali che facciano sperare in una svolta. Tuttavia non dobbiamo perdere la speranza.

Ricordate il dibattito che tempo fa si era sviluppato in Sardegna riguardo l’opportunità di dare ai migranti le terre incolte? È esattamente quello che ha fatto in provincia di Asti la cooperativa sociale Crescere Insieme con il suo progetto Maramao. L’esperienza è molto interessante e sarebbe anche replicabile qui da noi. Ai migranti ora sono state offerte altre terre da coltivare, due di loro verranno assunti stabilmente dalla cooperativa e il progetto è quello di attivare un percorso di formazione per i ragazzi che arrivano, guidati ovviamente dallo Sprar.

E anche per quanto riguarda l’accoglienza dei migranti il dibattito milanese ha dato interessanti indicazioni su quello che potrebbe essere il futuro che ci attende. Perché demandare solamente a prefetture e Caritas l’onere dell’accoglienza? Perché non aiutali a casa nostra? Refugees Welcome Italia propone un sistema in grado di consentire anche ai privati di mettere a disposizione una stanza della propria abitazione.

Insomma, in attesa che la politica ci regali tempi migliori in tema di politiche per l’integrazione, resta sempre valido l’impegno personale di ciascuno di noi. La mia amica Alessandra stamattina era al Porto Canale e mi ha mandato la bella foto di una bambina che finalmente ha ritrovato il sorriso.

Un’immagine che ci ridà un po’ di speranza. Buona fortuna, piccola. E benvenuta in Sardegna.

 

10 Commenti

  1. Queste persone provenienti dal “Corno d’Africa” si è capito che non si vogliono in Sardegna e mi sa che non si vorrebbero neanche ad Asti. Cioè non si vogliono loro abitando qua, nemmeno temporaneamente, se ne vorrebbero partire subito, il più presto possibile. Penso che non abbiano interesse a imparare italiano e tantomeno sardo perchè mirano a Germania e Regno Unito e almeno certi parlano inglese bene. Penso che vogliano andare in posti di fabbriche o città grandi con ristoranti e imprese di pulizie per uffici o frequentare università prestigiose magari avendone la possibilità. Stanno già facendo proteste stradali per scappare dalla Sardegna. (Si fuiri, a tipo i giornalisti giovani che consigliava Biolchini).
    Diverso altre popolazioni tipo Africa Occidentale che gli va abbastanza bene stare in Sardegna anche facendo piccolo commercio e altre attività urbane ma anche pastorizia in certi casi.

  2. Maurilio says:

    Intanto in provincia di Asti assumono due migranti. Due! Ne sono arrivati 667 in un solo giorno però la cooperativa di Asti ci dovrebbe dare speranza.

    • Maurilio, di questi 667 nel giro di poche settimane/mesi in Sardegna ne resteranno molti pochi… Il punto è, come spiegavo nel post, provare a cercare dei percorsi di integrazione. Il fatto che ci siano modelli replicabili è interessante, ma se poi si preferisce alla programmazione il casino dell’emergenza/non emergenza allora c’è veramente poco da fare.

  3. Fourthciucciu says:

    Cagliari è piena di beni militari dismessi e non utilizzati, vedi caserme, immobili che si presterebbero benissimo per l’accoglienza di questi sventurati.

    Le zone interne della Sardegna sono a rischio desertificazione per lo spopolamento continuo e inarrestabile, in meno di 30 anni decine di paesi, sopratutto quelli montani, diventeranno paesi fantasma, ettari ed ettari di terre incolte ed abbandonate possono essere riqualificate esclusivamente con il lavoro degli immigrati, visto che ai nostri giovani quel tipo di lavoro non interessa più.

    Si può fare, non è una cosa impossibile.

    • Lo spopolamento sembra inarrestabile solo perché non si vuole fare nulla a riguardo, e si preferisce far sì che ci sia meno gente in giro che vede quello che accade e che sia in grado di lamentarsi e di fare qualcosa in caso di speculazioni e disastri ambientali. Una politica decente di sostegno alle famiglie numerose e per lo sviluppo economico dell’isola sarebbe più che efficace.

      Ed il problema, per quanto riguarda l’agricoltura, non è che i giovani non vogliono fare quel lavoro, vero fino ad un certo punto, ma che tali attività sono scoraggiate dalla classe politica attuale. Basti vedere infatti quanti giovani lavorano nell’industria enologica, una delle poche che grazie al cielo rende.

      Sostituire la popolazione con migranti per lavorare le terre, in una situazione come quella attuale, funzionerebbe solo nell’ottica di far lavorare tali migranti a condizioni e salari inumani (forse proprio l’obiettivo di alcuni dei nostri governanti) e di abbassare quindi con la forza i diritti e le richieste di tutti i lavoratori.

      I migranti sono persone come tutte le altre, e l’alloggio non è quindi l’unica loro necessità, se li vogliamo mantenere qui. Abbiamo le risorse per la loro educazione, per le nuove spese sanitarie, le infrastrutture pubbliche etc? Adesso direi proprio di no.

  4. L’emergenza non finisce mai semplicemente perché sono troppi, e nient’altro. È inutile tentare di ignorare questo fatto: In Europa, e ancora di più in un’isola come la nostra, non è possibile accogliere un numero infinito di persone. Non ci sono i mezzi e la nostra società non avrebbe mai il tempo e le strutture necessari per integrarli ed evitare ghetti e scontri tra i vari gruppi etnici. Gli esempi in questo senso non mancano. Gli sbarchi vanno fermati. E dobbiamo anche smettere di chiamare “rifugiati” quelli che rifugiati non sono.

  5. Francesco Utzeri says:

    Egregio Biolchini,
    la sua domanda del perchè l’emergenza non finisce mai, appare del tutto retorica rispetto al fenomeno speculativo e lucrativo creato sulla gestione di questa migrazione di massa.
    E’palese che non si vuole risolvere la questione dei migranti, quando il prefetto afferma che quì non c’è più posto. Ma questo signor prefetto con chi si coordina ? O forse si preferisce non coordinarsi affatto in maniera preventiva e attivarsi unicamente in forma emergenziale, perchè ” conviene ” a tutti così.

  6. Il caso di Asti mette in luce il problema di fondo della gestione dei flussi migratori: la necessità di fare sì che divenga un valore aggiunto in grado di accogliere e far crescere economicamente e culturalmente un luogo. E non è un’operazione complessa anche perché gli esempi in questo senso non mancano in tutte le epoche. La Sardegna peraltro, data la sua vastità e scarsa densità di abitanti, i cui centri abitati tendono sempre più a spopolarsi, soggetta com’è all’abbandono anche dei settori agricolo e dell’allevamento, sarebbe uno dei posti più interessanti forme nuove di ricolonizzazione post industriale: magari tra qualche generazione, una volta avviato il processo, avremo meno vicesindaci indigeni accusati di furto a mano armata e più agricoltori-imprenditori.

  7. Cisco F. says:

    520 uomini,
    108 donne,
    39 bambini.
    Bambini siano benvenuti e speriamo riescano ad avere la vita migliore possibile, ma gli adulti, francamente no.
    La maggior parte degli adulti (dati ISTAT 2014) è analfabeta (75%), gli scolarizzati il 15% (tipologia primaria), i diplomati appena il 3%, i laureati lo 0.1%.
    Qualcosa non torna. E sia chiaro: non è xenofobia, è istinto di sopravvivenza.

  8. Pasqualino says:

    Io non capisco fino a che punto si vuole arrivare, è un gran casino, non c’è nessuna logica in tutto ciò, e non è retorico ciò che scrivo, infatti vorrei che ci fosse qualcuno capace di spiegarmi attraverso qualsiasi teoria, macrorelazionale, mesorelazionale, o anche mediante carte, con analisi network, insomma, spiegarmi cosa si vuole fare dell’Africa e dell’Europa, oppure l’esperimento è di tipo geologico: si vuole fare un esperimento sull’isostasia?

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