Politica / Sardegna

Io, Maninchedda, l’Unione Sarda e Dadea: errata corrige

errata

“Ciò che è misterioso, ciò che chiede di essere spiegato, non sono gli scacchi della comunicazione, ma i suoi successi”
Dan Sperber e Deirdre Wilson

“A volte su Twitter si esagera, capita a tutti, oggi è capitato a me, sorry”.
Francesca Barracciu

Ho la piena consapevolezza che ogni atto comunicativo porta sempre con sé l’implicita certezza (e non solo il rischio) di poter essere frainteso. Per questo ringrazio tutti coloro (e non sono stati pochi) che hanno pienamente compreso il tono sarcastico e antifrastico (come ha scritto qualche lettore più “studiato”) del mio “Maninchedda, dimissioni subito! Prima però…”.

“Complimenti, il post di oggi è un capolavoro di arte retorica” mi ha scritto un amico: grazie.

Allo stesso tempo però devo scusarmi con coloro i quali ho indotto in errore e le persone che involontariamente e in buona fede posso aver danneggiato.

Diciamo che chi mi conosce di più, chi mi ascolta da anni a Buongiorno Cagliari, chi legge il blog con regolarità o chi ha visto i miei spettacoli, non ha mai avuto il minimo dubbio che nel post tutto si dicesse tranne che chiedere veramente le dimissioni dell’assessore Maninchedda: semmai il contrario.

Visto però che qualcuno in buona fede non ha capito (e qualcuno in malafede cerca invece di colpirmi approfittando della cagnara sollevata da alcune interessate cattive interpretazioni) allora è meglio mettere le cose in chiaro, partendo da un articolo (questo sì, dai contenuti inequivocabili) scritto da Massimo Dadea e pubblicato stamattina dall’Unione Sarda con il titolo “Il timore reverenziale e i leader della cattiva politica”.

Ora, io penso che ci voglia molta fantasia (o molta malafede, fate voi) a ritenere che il problema principale della politica sarda sia incarnato nella persona dall’assessore Maninchedda. È quanto afferma Dadea, ed è quanto prima di lui ha iniziato a dire l’Unione Sarda, aprendo una violentissima campagna i cui toni (senza offesa per nessuno) ricordano quelli che videro contrapposti Antonangelo Liori a Federico Palomba. Quegli anni me li ricordo, li ho vissuti, so cosa dico.

Ritenere come fanno l’Unione e Dadea che Maninchedda sia il male assoluto della politica sarda non solo è discutibile (come tutte le cose, per carità) ma è soprattutto fuorviante. Perché è ridicolo ritenere che Maninchedda (che non è il presidente della Regione ma un assessore su dodici, esponente di un partito che ha due consiglieri regionali su sessanta) eserciti su Pigliaru e su tutta la maggioranza un “timore reverenziale”, un “condizionamento psicologico” che impedisca a questo esecutivo di “assumere decisioni tempestive”, di governare la sanità fuori da “logiche feudali”, di governare insomma come tutti ci saremmo aspettati.

Dadea ha vecchie ruggini con Maninchedda? Se le risolva senza travestirle da questioni politiche e soprattutto senza provare a sobillare l’opinione pubblica sarda, che di tutto ha bisogno tranne che di immaginari capri espiatori. L’Unione dice di non volere le dimissioni di Maninchedda? Bene, neanche io. Ma a leggere da un mese il primo quotidiano dell’isola non si può che dire il contrario.

Se Maninchedda è un “leader della cattiva politica” come affermano Dadea e l’Unione Sarda, io mi auguro non solo che l’assessore resti al suo posto ma pure che la cattiva politica di cui è portatore abbia sempre più spazio. Perché è evidente a tutti che stiamo parlando di uno dei pochissimi assessori di questa giunta che ha una visione politica, che è preparato, che studia e che ha affrontato con coraggio e trasparenza situazioni difficili, come quelle riguardanti Abbanoa o la vertenza con l’Anas. Questo non vuol dire che tutto quello che sta facendo sia condivisibile. Ma le critiche devono stare sul piano politico e non scendere su quello personale come fanno l’Unione (che tira la pietra e nasconde la mano) e Dadea che in maniera sprezzante lo inserisce addirittura nella lista degli “acrobati-saltimbanchi”, “strani personaggi della cattiva politica”.

Da ex consigliere ed assessore regionale che percepisce un vitalizio mensile netto di 3.825 euro (ma questo non ditelo al direttore dell’Unione Sarda, che della battaglia contro lo scandalo dei vitalizi ha fatto un giusto punto d’onore, sennò Dadea in quel quotidiano non ci scrive più) ci si dovrebbe attendere una maggiore prudenza e sobrietà di linguaggio.

Anche perché Maninchedda è uno dei pochissimi usciti indenni dall’inchiesta sui fondi ai gruppi, benché oggi qualcuno voglia trascinarcelo per i capelli; e questa sua onestà è una garanzia per i sardi, che hanno come assessore ai lavori pubblici (uno dei settori più interessati da scandali e oscenità) un politico senza macchia. Poi certamente tutto è possibile, le sorprese sono dietro l’angolo: perfino che Dadea ci dica come si usavano i fondi ai gruppi quando lui era consigliere regionale.

Maninchedda è un “saltimbanco”? Alcune sue scelte di campo le ho criticate anche io, pubblicamente. Ma di sicuro Maninchedda si è sempre presentato alle elezioni e le ha vinte. Certo, accusare oggi l’assessore ai Lavori pubblici di trasformismo quando tutta la classe dirigente del Pd sardo è diventata nel giro di una notte (e solo per motivi di potere) renziana, fa sorridere.

Ancora: Maninchedda guida un partito personale? Di sicuro guida un partito che si è presentato alle elezioni, a differenza del gruppo Unione Sarda che spesso e volentieri si è mosso come un partito, e infatti nella scorsa legislatura ha espresso nella giunta di centrodestra guidata da Ugo Cappellacci ben due assessori: agli affari generali Ketty Corona (la desaparecida, ancora incredibilmente alla guida di Sardegna Ricerche, ma questa non è una notizia che interessa né il giornale né Dadea) e la giornalista Simona De Francisci nientemeno che alla sanità. Ma di cosa stiamo parlando?

Il principale problema politico della Sardegna non è certo rappresentato da Paolo Maninchedda (che ha pure le sue responsabilità, ci mancherebbe altro) ma da un presidente che non ha ancora una visione chiara del futuro della Sardegna, e in questo non è certo aiutato da un Pd ormai ridotto a bande, guidato nell’isola da un segretario sotto processo per evasione fiscale e rappresentato al governo Renzi da una “sattasegretaria” (copyright Buongiorno Cagliari) che, inchiesta sui fondi ai gruppi a parte, passa il suo tempo su Twitter. Ma il problema della Sardegna è costituito anche dall’intreccio banche-partiti e da una classe imprenditoriale parassitaria che ha fatto le sue fortune grazie alle complicità della politica. E questo Maninchedda lo ha capito e spiegato fin troppo bene.

Post scriptum
Su Facebook ho letto cose poco gradevoli sui mei confronti. Gavino Ricci (lo cito così potete leggere i suoi articoli, interessantissimi) mi attaccava già dai tempi di Renato Soru presidente, di cui era uno dei più imbarazzanti laudatores. Io chi è Soru l’ho capito in due-settimane-due, a Ricci non sono bastati dodici anni. Non ho altro da aggiungere, non mi piace vincere facile.
Ad un altro protagonista della stagione soriana, l’ex assessore Antonio Dessì, vorrei dire questo. Caro Antonio, ho sempre apprezzato la tua preparazione e ti ho sempre difeso quando per giustificare le tue dimissioni da assessore della giunta Soru avevano iniziato a far girare ad arte delle ignobili voci sul tuo conto. Ora mi attacchi e non posso risponderti nel merito: perché mi sono dato come regola di non polemizzare con chi pontifica di politica e giornalismo potendo disporre di uno stipendio pubblico (quindi pagato anche da me) che prevede perfino la sedicesima mensilità (a meno che l’Antonio Dessì di cui parlava venti giorni fa l’Unione Sarda nel pezzo “I magnifici 14 del Consiglio” non sei tu e allora ti chiedo scusa). Su Facebook un servitore dello Stato dovrebbe utilizzare un linguaggio più sobrio: il tuo non lo è.

 

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