Politica / Sardegna

“Il principio di autodeterminazione non è secessione, non è leghista e non è contro la Costituzione”, di Pierluigi Marotto

Sardinia

Sardegna, Musei Vaticani (Olliera fecit) 

Il dibattito aperto dal post di Vito Biolchini “Sardegna Possibile, dove sei?”, la recente assemblea del Partito dei Sardi, la riflessione di autorevoli esponenti sardi di SEL, del presidente di Rossomori e l’assemblea di Sardegna Possibile a Serrenti, riaprono (dopo il passaggio elettorale regionale e il lungo silenzio del terzo blocco competitore da un lato e dall’altro, una scarsa incisività del cd fronte sovranista nelle politiche regionali di governo) una discussione che ritengo non solo utile ma anche necessaria ed urgente per i Sardi e per la Sardegna.

Per ragioni di tempo ne richiamo solo due, tra le tante, quella di Frantziscu Sanna Carta apparsa sul blog di Biolchini e quella espressa da Paolo Maninchedda nell’ultima assemblea nazionale del suo partito, perché rappresentano la prima il punto di vista autonomo e distinto dai blocchi politici e di governo attuali e la seconda perché pur in presenza di una funzione di governo e di presenza in maggioranza, delinea e rivendica con nettezza la terzietà, “l’essere una cosa altra” rispetto al campo sia dal centrodestra che dal centrosinistra.

Entrambe pongono due questioni preliminari dalle quali dipende, a mio avviso, larga parte delle possibilità concrete di costruire da un lato un blocco nazionale di governo, politico e culturale sardo, e dall’altro un nuovo soggetto politico strutturato che abbia cuore, testa e radicamento in terra di Sardegna. Non è questa la sede per analizzare quanta e quale coerenza i rispettivi comportamenti politico-elettorali hanno generato e generano nel senso dell’obiettivo comune (la Nazione e/o lo Stato sardo) e, come l’una o l’altra abbiano concorso e/o concorrano nell’attuale fase politica e sociale alla dichiarata mission comune.

Quello che occorre definire come base-line riconosciuta e riconoscibile tra i soggetti politici strutturati, tra le associazioni e i movimenti le singole competenze soggettive, le istanze parziali e monotematiche animate dai cittadini nei territori, perché riguarda una questione di fondo, è quella del come a Costituzione vigente, avendo presente la riscrittura in atto, si possa e si debba mettere l’obiettivo comune dichiarato in positiva concordanza tra essa, lo Statuto Sardo e il principio di autodeterminazione e quest’insieme, con il sentire diffuso della maggioranza dei cittadini sardi senza connotare in negativo la questione del precipitato politico-giuridico al quale tale obiettivo porta e che attiene al suo compimento ossia la secessione dallo Stato.

Occorre cioè sottrarre tale concetto dalla negativa influenza dell’egida leghista, che come si è visto lavora per allargare la sua sfera d’influenza al Mezzogiorno e al Sud alimentando paure, populismo, xenofobie e anti europeismo. La connotazione negativa crea preoccupazione e permea ancora strati popolari diffusi e parti significative di ceto e classe dirigente sarda, che tuttavia sono potenzialmente pronti a concorrere alla costruzione di nuova stagione politica che traghetti la Sardegna dalla stagione dell’Autonomia a quella dell’autodeterminazione e affermi un nuovo modello di sviluppo e una nuova soggettività nazionale della Sardegna in Europa e nel mondo.

Richiamo Scozia e in Catalogna, che seppure in maniera differente l’una dall’altra, hanno provato in nome del principio di autodeterminazione a esercitare il diritto di secedere dai rispettivi Stati nazionali in condizione di democrazia matura.

Quelle esperienze segnano storicamente la continua progressione verso forme più o meno accentuate di favore, da parte dei cittadini nei confronti dell’autonomia territoriale, dalla devolution britannica al regionalismo differenziato spagnolo, che anche come si è visto da studi e ricerche autorevoli che ci riguardano, hanno consolidato l’ispirazione e coltivare un maggior senso di indipendentismo da parte delle nostre comunità locali e delle forze che tradizionalmente provengono dal cosiddetto fronte indipendentista, ma anche identitario, autonomista di sinistra, riformatore e sovranista.

Il punto politico nuovo e che, spezzoni provenienti dall’ispirazione e cultura cattolico-popolare, dalla sinistra autonomista non indipendentista classica o dalla matrice sardista, da tempo ormai manifestano la pretesa di volere scegliere con chi vivere su un territorio sul quale si vorrebbe rivendicare ed esercitare il diritto alla propria sovranità.

Il collegamento, il ponte che tutte assieme queste culture devono costruire e al quale devono traguardare, riguarda il diritto costituzionale all’autodeterminazione, e quindi il legame tra questa e la Costituzione. Questo ponte, questa base-line comune, questa condizione, è data dal diritto dei popoli all’autodeterminazione, che consiste nel diritto collettivo del titolare della sovranità a decidere autonomamente il corso della propria vita nazionale.

Sovrapporre come fa il potere statuale costituito il concetto di secessione a quello di  autodeterminazione è un errore, genera paure diffuse e diffidenze corpose tra strati sociali, intellettuali e ceto politico che inevitabilmente frenano e tendono a collocarsi nel cosiddetto fronte “dipendentista”.

È infatti interesse del potere statuale costituito alimentare questa impropria sovrapposizione perché favorisce  la costruzione di resistenze e di subalternità politico culturali in nome dell’equivalenza autodeterminazione/secessione da un lato, e dall’ altro  non consente di sprigionare con tutta la forza giuridica e politica necessaria, un’azione nel governo regionale attraverso la trilogia sovranità-responsabilità-autodeterminazione perché (e qui sta il punto) non vi è e non vi deve essere un nesso logico tra i due concetti, sia in punto di fatto che di diritto.

Ecco perché l’esaurirsi della stagione dell’Autonomia non può e non deve portare a un nuovo neo centralismo statuale né ad un aggiustamento razionalista dell’articolazione delle regioni e per di più senza distinzioni tra Ordinarietà e Specialità, ma al contrario il superamento dell’Autonomia deve avvenire riscrivendo il nuovo Statuto di Sovranità con l’inserimento del binomio inscindibile tra sovranità-autodeterminazione come tratto costitutivo e fondante che sappia contrastare sia su scala nazionale che su scala europea il disegno neo centralista che intacca i poteri regionali e rafforza i governi nazionali a scapito della costruzione dell’Europa federale dei popoli e delle Regioni come la vicenda greca testimonia e la stessa la qualità e il modo dello svolgimento del confronto tra il Governo e la Giunta regionale, testimoniano.

Noi di Sardegna Sostenibile e Sovrana abbiamo fatto uno sforzo politico e culturale per indicare una strada, la più inclusiva possibile sul piano politico e culturale per “normalizzare” la secessione ovvero renderla comprensibile, utile e responsabilmente accettata e accettabile, proponendo di costruire  un preciso, corretto e democratico percorso di autodeterminazione, che si svolge su varie tappe ognuna delle quali ha un suo chiaro riscontro nel quadro costituzionale e che riguarda il diritto costituzionale all’autotutela che fonda e si basa sul concetto costituzionale che la sovranità risiede nel popolo e non nel governo (come affermiamo nella nostra Carta dei Valori), concetto che definisce la sovranità sotto questo profilo quale potere originario di stipulare un patto, ovvero configura il potere di modificarlo o di scioglierlo in capo al Sovrano.

D’altronde il diritto all’autodeterminazione è un concetto antico esso trae origine dalla Dichiarazione d’Indipendenza nordamericana del 1776 e si è sviluppato nel diritto internazionale attraverso la Carta Atlantica del 1941, e poi la Carta delle Nazioni Unite nel 1945, la Risoluzione ONU n.1514 del 1960, i patti internazionali sui Diritti dell’Uomo, l’Atto di Helsinki nel 1975 e la Dichiarazione di Algeri del 1976. Per questo l’Autodeterminazione costituisce il legame positivo e di mediazione tra Costituzione e secessione; esso infatti costituisce il diritto collettivo del popolo a decidere autonomamente il corso della propria vita nazionale.

La Scozia e la Catalogna sono entrambe testimonial della costituzionalizzazione del principio di autodeterminazione dei popoli. La prima anche in assenza di una Costituzione formale scritta ha prodotto una decisione, anche se sfavorevole, ma comunque una decisione del popolo sovrano che si autodetermina; la seconda pur in presenza di una Costituzione scritta, ha evidenziato in moda plastico come lo Stato centrale abbia marginalizzato i principi del costituzionalismo per paura della volontà sovrana del popolo catalano negando cosi alla radice la fonte del potere.

Il dato curioso è che entrambi gli Stati sono retti da monarchie costituzionali eppur tuttavia la risposta è stata opposta, confermando, con l’avviso contrario dello Stato centrale spagnolo ad un legittimo deliberato del Parlamento regionale Catalano, la volontà  di piegare il potere sovrano non con scelta giuridica di fatto o in diritto, ma essenzialmente ed eminentemente politica.

La Corte Suprema del Canada nel 1998 nel caso Quebec, a sostegno della teoria democratica della secessione affermò che “la Costituzione non è una camicia di forza”, affermando in tal modo la legittimità di una secessione negoziata con gli altri soggetti costituzionali attraverso condizioni procedurali e sostanziali.

Da ultimo in ordine al diritto di autodeterminazione è utile richiamare la sentenza della Corte costituzionale n. 334 de 2004 che ha affermato che l’onerosità del procedimento strutturato della norma di legge si risolve nella frustrazione del diritto di autodeterminazione dell’autonomia locale, la cui affermazione e garanzia risulta invece tendenzialmente accentuata dalla riforma del 2001.

Sul nodo forma partito e contenuti programmatici e su quello delle regole dello stare assieme, nel futuro blocco nazionale, si discuterà e ci confronteremo, ma il punto è la convergenza sul principio di autodeterminazione che costituisce soglia e discrimine dell’intero processo e che innegabilmente e per coerenza con l’assunto principale dovrà vedere applicazione anche nella costruzione di un modello organizzativo e strutturato che non potrà richiamare suggestioni greche e/o spagnole o richiami al modello-partito del ‘900, proprio perché negherebbe alla radice l’essenza del principio di autodeterminazione che oltre che per la Nazione Sarda dovrebbe valere per il nuovo soggetto politico unitario e plurale, chiamato a dare corpo e rappresentanza sociale ed istituzionale.

Dobbiamo ora adesso costruire ponti e non erigere steccati o riserve indiane, numerose soggettività singole o associate ormai richiamano con forza l’apertura del processo costituente e l’avvio del cammino, tutti dico tutti dobbiamo fare un passo indietro per farne molti in avanti e per portare i Sardi e la Sardegna al traguardo.

È giunto il tempo perché si inizi con pari dignità il viaggio verso la costruzione della Nazione dei Sardi. Ogni viaggio inizia sempre con il primo passo. Noi ci siamo con idee, valori e competenze che mettiamo a disposizione dell’idea e dell’obiettivo comune perché nei tempi dovuti ma certi diventi il comune obiettivo.

Pierluigi Marotto
Presidente associazione Sardegna Sostenibile e Sovrana

 

4 Commenti

  1. Francesco says:

    Domani,11 Marzo diversi Comuni Sardi saranno sotto i portici Regionali a protestare per un motivo molto semplice : Non rubateci pure l’acqua. Il parlamento Sardo ,il consiglio Regionale
    dei Sardi , ha recepito una folle direttiva nazionale che impone l’ente Unico di gestione . Non vi è stato alcun tentativo di portare avanti la specificità delle acque potabili in Sardegna ,delle sane tradizioni delle nostre Comunità Comunali ,le quali , con grandi sacrifici e impegno costante garantirono ai cittadini il bene essenziale assoluto. Noi abbiamo rispetto atavico per l’acqua fin dal periodo pre nuragico. Un’ente infame ,costruito da politici incapaci e disonesti , (invocano per giustificarsi la normativa Europea, la quale però dice ben altre cose) si è impadronito dell’acqua imponendo le sue regole scellerate,peggiorando il servizio idrico ,finanziandossi con mettodi illegali . Una SpA che per compiere le nefandezze a cui assistiamo inermi e senza una efficace protesta .Si copre dello scudo pubblico per delinquere , non fornisce acqua ma estorce quantità enormi di soldi per alimentare un carrozzone essenzialmente elettorale. Solo la chiesa a preso posizione in difesa dei Sardi invitandoli a non accettare supinamente questa vergogna. Che centra ? -osserverete voi a questo punto. Il fatto è che noi Sardi siamo servi dentro .Accetiamo che una delle terre più belle dell’universo sia anche la più inquinata da impianti industriali che nessuno a voluto.
    Accettiamo supinamente che le nostre coste vengano messe a sacco da avventurieri e speculatori di ogni genere. Capisco il dubbio del Signor Gianni campus . Noi non siamo capaci di gestire il nostro destino .

    • Francesco, non avevo mai visto ritenere la sconcertante gestione dell’acqua pre Abbanoa come esempio delle “sane tradizioni delle nostre Comunità Comunali”.

  2. Il punto è come ci stiamo -in questo momento storico- integrazione presuppone ruolo e visione e capacità di commisurare all’interesse esclusivo del popolo sardo il rapporto con l’Italia e con L’UE.

    Io sono sicuro che il non uso dei poteri autonomistici ha generato una parte dei problemi con grandi responsabilità delle classi dirigenti sia sul piano del modello di sviluppo interno sia sul piano dei rapporti con le case madri, a dx come a sx.

    Io sto con il concetto GLOCAL, pensare locale agire globale. Questo vale per i rapporti tra Regione e Comuni sardi, tra Regione e governo nazionale, tra Regione e Regioni d’Europa, tra Regione e paesi africani confinanti nel Mediterraneo:

  3. Gianni Campus says:

    Con molta semplicità (forse troppa): possiamo permetterci – in questo momento storico – una minore integrazione con l’insieme delle attività che, strutturalmente, riguardano il Paese Italia?
    Siamo veramente sicuri che una parte dei nostri problemi non derive da come abbiamo usato (rinunciandovi, di fatto, in gran parte) alla nostra autonomia costituzionale?
    E’ questo il momento delle maggiori autonomie locali, o quello delle “maggiori coerenze”, nazionali e/o sovranazionali?
    Non sono domande retoriche: semplicemente, sono domande che pongo, per primo, a me stesso.
    Non ho risposte…

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