Politica / Sardegna / Servitù militari

“La farsa di Quirra: perché dal segreto militare si passerà a quello industriale”, di Gino Melchiorre

Perdasdefogu

Una esercitazione a Perdasdefogu

Leggo con qualche ritardo l’intervento di Vito Biolchini dell’10 agosto su “Basi e poligoni in Sardegna: ma il presidente Pigliaru fa il gioco dei militari?” in cui si dice che parola chiave dell’intera vicenda è “mitigazione”. Forse.

Ci sono ragioni per ritenere che invece la chiave sia “dual technology”. Si trova in un ambizioso progetto, a quanto pare in avanzata fase di realizzazione, che si chiama Dass Sardegna. Che cosa è? La sigla significa “Distretto Aerospaziale Sardegna”.

Nel cosiddetto “Cluster tecnologico nazionale aerospaziale” (che comprende Piemonte, Lombardia, Lazio, Puglia e Campania) c’è anche il Dass sardo che è un consorzio pubblico/privato.

Il progetto ha avuto una lunga e complessa gestazione, ma nasce ufficialmente il 15 ottobre 2013 e viene presentato il 20 novembre 2013 a Roma, al quarto incontro su centri e reti regionali aerospaziali, presso l’Asi (Agenzia Spaziale Italiana) dal vice presidente Dass, ing. Matta. All’incontro partecipano tutti i distretti regionali che si occupano del settore (e hanno protocolli d’intesa con Asi) e i rappresentati della aziende collegate.

Ad aprile 2014, con delibera del presidente del Distretto Giacomo Cao, entrano Alenia Aermacchi, Nemea Sistemi, Nurjana Technologies, e Piaggio Aero Industries.

La brochure di presentazione riporta la dichiarazione del presiedente Cao e dice che: “Si tratta di un importante passo in avanti verso il consolidamento del Distretto aerospaziale della Sardegna”.

Tra le linee progettuali da perseguire c’è un po’ di tutto: protezione civile e ambientale; piattaforma di test a pilotaggio remoto; materiali e tecnologie per l’astronomia e l’aerospazio, sorveglianza, tracciamento e predizione delle rotte di oggetti orbitanti intorno alla Terra. Messo in mezzo come fosse niente e senza ulteriori particolari, c’è anche “l’esplorazione della Luna e di Marte”.

E siamo tutti contenti (a parte i cassintegrati forse) che la Sardegna cerchi, trovi e impegni ingenti risorse per esplorare la Luna e Marte.

Quale tipo di tecnologia si ricercherà, sperimenterà e si userà? La “tecnologia duale”. Che è quella che definisce ogni uso civile-militare.

Tutto ciò significa che:

– il Distretto è in fase di “consolidamento”;

– si occuperà di ricerca e sperimentazione di tecnologia e prodotti “dual use”;

– lo farà con un pool di aziende in cui figura tra gli altri Vitrociset Spa con una quota azionaria notevole (11% rispetto a 8% di CNR, UniCa e UniSa).

Di che si occupa Vitrociset Spa? Di:

– forniture per il Ministero della Difesa di prodotti e servizi realizzati per soddisfare le peculiari esigenze di carattere tecnico-operativo, logistico ed amministrativo di tutte le Forze Armate;

– fornitura di attività manutentive e logistiche per sistemi d’arma (aerei, missili, radar, ecc.), sistemi di telecomunicazione e sistemi informatici, fino al completo supporto nella gestione di sistemi complessi di tipo “mission critical”, anche con modalità “outsourcing di processo”;

– realizzazione del Sistema informativo Logistico dell’Aeronautica Militare, per i Sistemi di Difesa complessi, quali velivoli (Eurofighter, Tornado, AMX, ecc.), radar ed elicotteri;

– comprensione dei fenomeni meteorologici per il supporto alla navigazione aerea e alla sicurezza  dell’attività di volo;

– fornitura di carrelli innovativi necessari per l’alimentazione del velivolo F-35, che forniscono energia elettrica e aria condizionata con caratteristiche ad altissime prestazioni;

– fornitura di apparati RFCT necessari per le prove a terra dei cavi a Radio Frequenza del velivolo F-35;

– gestione della stazione di tracking di Redu dell’ESA;

– realizzazione di componenti essenziali del Segmento Utente della missione HELIOS, di SICRAL e Centri di Controllo e Simulatori di ESA.

Che vuol dire tutto ciò? Beh, come diceva Andreotti “a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”. E chi è più legittimato a fare peccato è il giornalista. Che non è un poliziotto, certo. Ma ha il compito di diffondere notizie su temi e problemi di pubblico interesse, anche se queste notizie sono apparentemente scollegate. E più le informazioni su tali temi sono parziali e vaghe, tanto più ha il diritto di porre domande.

Ora le domande sono:

– il progetto DASS è il modo per arginare (“mitigare” come dice Pigliaru) la oggettiva insopportabilità della pubblica opinione isolana sulla questione “basi militari e poligoni di esercitazione”? Oppure sono il modo per riciclarli in “basi tecnologiche e poligoni di sperimentazione duale”?

– È il modo per “superare il concetto di “base militare”?

– Quali sono le ricadute “civili” del progetto?

A proposito della prima domanda, la logica duale è risibile perché va segnalato che non esiste al mondo una impresa di tecnologia avanzata che sperimenti o produca strumenti e attrezzature belliche che non possano teoricamente avere anche una ricaduta civile. Perfino uno spot pubblicitario per materassi dice: “sono concepiti con tecnologia usata dalla Nasa!”. Ma sarebbe interessante verificare l’incidenza di tutte queste ricadute.

È difficile poi dare una risposta all’ultima domanda perché non è reperibile un piano economico ufficiale. Se esiste è inaccessibile.

Ciò che è certo è che riguardo alle attuali basi e poligoni le ricadute economiche sono tutte da calcolare, considerato che:

– non esiste una distinzione netta e ufficiale tra basi Usa e basi Nato.

– Ogni anno gli italiani versano in media 400 milioni di euro per mantenere ufficiali e soldati dell’esercito Usa di stanza nel nostro territorio in base al documento del 2001 “Report on Allied Contributions to the Common Defense”.

– In questo documento, a pag. 6 della sezione I, si legge che “Italia e Germania pagano, rispettivamente, il 37 (l’Italia) e il 27% dei costi di stazionamento di forze armate USA”.

– Nel 1999, il tributo da Roma a Washington è stato pari a 530 milioni di dollari, mentre nel 2002 i contribuenti italiani hanno partecipato alle spese militari statunitensi per un ammontare di 326 milioni di dollari.

– Molti pagamenti nascono da “bilateral agreements” tra Italia e Stati Uniti, il resto viene dalla suddivisione delle spese in ambito Nato.

– Il metodo di prelievo si chiama “burden-sharing” (“condivisione del peso”).

– nel rapporto “Defense Infrastructure”, del luglio 2004 si legge che “nel bilancio 2001, Germania e Italia hanno dato i maggiori contributi, valutati rispettivamente in 862 e in 324 milioni di dollari”. Si tratta, spiega il rapporto, di contributi diretti e indiretti “aggiuntivi rispetto a quelli della Nato”.

– In forza di patti tra Roma e Washington (“Returned Property – Residual Value”) i pagamenti di denaro italiano agli Stati Uniti non finirebbero nemmeno in caso di chiusura di basi e installazioni Usa. Esiste infatti una sorta di risarcimento per le “migliorie” apportate dalle forze armate Usa a territori che “avevano in origine un valore inferiore”.

– Gli accordi con l’Italia sono descritti (pag. 17) nelle “osservazioni preliminari” del rapporto che l’Ufficio della Casa Bianca per la trasparenza (il Goa-2004) e dicono che: se il Governo italiano riutilizza le proprietà restituite, gli Stati Uniti possono riaprire le trattative per il valore residuale”.

– E’ vero che esiste una clausola secondo la quale gli Usa devono pagare al Paese ospitante eventuali danni ambientali. Ma in un rapporto della Commissione governativa per le basi militari all’estero (9 maggio 2005) si legge che finora questi costi sono risultati “limitati”.

E siamo all’aspetto strettamente politico dell’intera faccenda.

1 – Ogni caduta di foglia sulla questione basi militari in Sardegna è legata ad accordi Usa-Italia (o Nato) e questi accordi sono remoti nel tempo e estremamente “riservati”.

2 – A fronte di una oggettiva e crescente protesta sociale, Il Progetto Dass – proposto come occasione di sviluppo – sembra essere più un modo per lasciare tutto così come è, cambiando nome alle basi (ora “distretti aerospaziali”), conservando funzioni militari (“duali”), subalternità territoriale, e oneri economici a fronte di ricadute molto problematiche.

3 – Nel progetto si parla sempre di sicurezza aerospaziale, ma non di dispositivi di sicurezza per addetti e popolazioni.

4 – Nel migliore dei casi (riconversione delle basi) cesserebbe il segreto militare ma subentrerebbe il segreto industriale (cambierebbero solo i cartelli di divieto di accesso).

5 – Resterebbe invece la indisponibilità di fatto del territorio. E la relativa sovranità va a farsi benedire.

6 – In tutto ciò la Regione non potrà fare molto (e diverso da quello che sta facendo). Perché ricerca e prodotti dual-use (materiali e immateriali) sono considerati prodotti “strategici”. E esportazione, trasferimento, intermediazione e transito di prodotti a duplice uso sono soggetti a varie autorizzazioni (specifica individuale, globale individuale, generale nazionale, generale comunitaria) secondo il regolamento (CE) n. 428 /2009.

Perciò la faccenda è molto più oscura e ambigua di quanto generalmente si sa o si crede. Per esempio: chi fornirà informazioni e curerà i controlli (ambientali e tecnici)?  Un team interno al Dass? Un comitato scelto dal governo regionale? Da quello nazionale? Dall’ASI?

Gino Melchiorre

3 Commenti

  1. giulia says:

    Anche io ho apprezzato i’articolo, ma mi è venuta la tristezza. E’ sempre peggio….

  2. Ottimo articolo, questo sito fornisce sempre ottimi spunti.

  3. Valentina says:

    Voglio ringraziare l’autore di questo articolo per le preziose informazioni che ha portato alla ns. attenzione e complimentarmi per la chiarezza dell’esposizione. Rilevo con amarezza che non ci sono altri commenti…

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