Giornalismo / Sardegna

Radio Press è morta, viva Radio Press. Il tribunale dichiara fallita l’emittente cagliaritana

Radio Press è morta, viva Radio Press. Decretando il fallimento dell’emittente cagliaritana, il tribunale ha solamente staccato la spina e messo fine all’agonia, perché la radio era ormai in coma irreversibile da mesi. Il necrologio firmato dall’Associazione della Stampa Sarda la ricorda come una radio importante , il cui “fallimento, in particolare, crea un vuoto informativo. L’emittente si era segnalata, infatti, per una proposta di format innovativi e per un impegno non comune. Oltre alle edizioni quotidiane del radiogiornale si ricordano le ‘dirette’ su eventi straordinari per la città di Cagliari e per la Regione, le trasmissioni in sardo, i programmi a più voci con la Corsica, il programma del mattino ‘Buongiorno Cagliari’, il cui successo continua in un’altra emittente”.

Quel 3 gennaio del 1996, quando andò in onda il primo notiziario in diretta, io c’ero. A lavorare per la radio mi aveva chiamato uno dei due fondatori dell’emittente, il giornalista della Nuova Sardegna Roberto Paracchini (l’altro editore era un suo collega, Mauro Lissia): ero iscritto all’Ordine dei Giornalisti già da tre anni e lavoravo per la sua casa editrice, la Demos.

L’avventura fu da subito dura ed esaltante: dai primi studi di Monserrato (perché la radio prese le frequenze di Radio Dandy, ve la ricordate?), ci trasferimmo nella sede di via Garibaldi 105. Agli ordini del direttore Angelo Porru (un giornalista con tanta esperienza sulle spalle in qualità di programmista regista della Rai, e lo stile da servizio pubblico da lui impresso è rimasto fino alla fine quale cifra precisa dell’emittente), una bella squadra di professionisti dell’informazione: Gianni Solinas, Stefano Lai, Dafne Turillazzi, Jacopo Norfo, Cristiano Cadoni e il sottoscritto.

L’impostazione data all’emittente era assolutamente nuova per il panorama locale delle radio private perché l’informazione diventava un elemento centrale e non di contorno nella programmazione. Qualcosa di simile l’avevano fatta prima di noi Radio Alter, Radio Flash e Radio 24, ma in altri tempi e in altri contesti. Tutte esperienze finite negli anni ’80. Ora toccava a noi. E così iniziammo.

I primi anni furono durissimi ma anche molto belli. La radio era viva, sperimentava nuovi programmi, offriva trasmissioni straordinariamente curate e ricche (mi ricordo ad esempio, “Estate Giorno e Notte”, una trasmissione sugli eventi di spettacolo del fine settimana, con agende e interviste realizzate con uno standard realmente da servizio pubblico).

Poi nacque Mediterradio, la bellissima trasmissione con la Corsica che ora prosegue alla Rai (perché così hanno voluto la scorsa estate i partner francesi, resisi conto della situazione critica nella quale già versava Radio Press; loro, da radio pubblica quale sono, dovevano far proseguire la trasmissione senza correre il rischio di brutte sorprese, che poi come volevasi dimostrare sono arrivate. Per questo motivo la trasmissione è passata alla Rai, anche se qualche malelingua professionista si diverte a spargere veleno). Iniziarono i notiziari in sardo, che sono rimasti a lungo nella nostra programmazione, e tante trasmissioni musicali di qualità.

Nel 2000 lasciai l’emittente (di cui nel frattempo avevo acquisito una quota societaria di minoranza) per andare a lavorare prima a Tiscali, poi a Sardegna Uno, infine alla Regione. Tornai nel 2005, in pieno marasma, perché la radio era praticamente allo sbando e si avviava alla chiusura. In redazione trovai Paola Pilia e Alberto Urgu, dall’esperienza del giornale on line di spettacolo Godotnews (ve lo ricordate?) che io dirigevo vennero Cristiano Bandini e, più avanti, un giovanissimo Nicola Muscas. Una mia amica, Georgia Randazzo, si offrì di darmi una mano nell’amministrazione. Per fare cosa? Per cercare di salvare il salvabile.

Mi misi alla ricerca di qualcuno che comprasse la radio, e lo trovai. Così nel 2006 iniziò una nuova vita di Radio Press. Io lasciai il mio posto da consulente alla Regione (dove sarei potuto stare tranquillamente per altri tre anni) e divenni direttore dell’emittente.

Sono stati anni fantastici, perché siamo stati liberi di fare i giornalisti liberi quali eravamo e quali sempre saremo. Nel luglio del 2006 è nata Buongiorno Cagliari, una trasmissione che secondo me ha segnato la nascita di un modo nuovo di fare informazione in città. Me lo dico immodestamente da solo perché né l’Unione Sarda, né la Nuova Sardegna, né la Rai né Videolina hanno mai parlato né di questa trasmissione né di Radio Press in generale. Mai. Quando fra cento anni gli studiosi cercheranno di ricostruire la storia di Cagliari dalle colonne dei nostri maggiori quotidiani, non troveranno praticamente nessuna traccia di Radio Press. Ecco perché vi racconto queste cose: per lasciare una traccia e rendere omaggio al nostro lavoro.

Nessuno parlava di noi, eppure ci sono stati anni in cui avevamo in palinsesto fino a venticinque (ripeto: venticinque) trasmissioni settimanali e il gruppo di Radio Press era composto da cinquanta persone tra giornalisti, tecnici, collaboratori e programmisti. Ci sono stati anni in cui al nostro numero di sms sono arrivati la bellezza di 60 mila messaggi, mentre la nostra pagina Facebook era in assoluto la più seguita tra quelle delle testate sarde.

Facevamo undici edizioni di notiziario in diretta e abbiamo seguito i maggiori eventi: le nostre dirette sono rimaste nella memoria di tutti: da quelle elettorali a quella degli scontri al porto canale, da quella che ha raccontato la visita del Papa fino a quella tragica del giorno dell’alluvione di Sestu e Capoterra. Mentre nelle tv locali andavano in onda le televendite e nelle radio commerciali cazzeggiavano gli speaker, noi siamo andati in diretta no stop per quattordici ore, dando preziosissime informazioni di servizio ai cittadini delle località disastrate.

Questa è stata Radio Press: una radio libera fatta di giornalisti liberi che dava un’informazione pulita e credibile, con una redazione fatta di giornalisti giovani che arrivavano laddove le grandi firme dei grandi giornali e delle grandi tv non arrivavano o non volevano arrivare.

In tanti sono passati a Radio Press, e non provo neanche a ricordare i loro nomi perché rischierei di fare un torto a coloro che dimenticherei. In tanti si sono sperimentati nel giornalismo, hanno cercato di capire se questa strada era la loro strada: per alcuni è andata proprio così.

Perché Radio Press è morta? Perché, fatte salve le evidenti responsabilità personali di un editore che da un certo punto in poi ha taciuto irresponsabilmente ai dipendenti le difficoltà in cui versava l’emittente (e giustamente l’Assostampa rimarca come “non è stata la sola crisi economica a determinare il fallimento della società, chiesto dall’Istituto di previdenza dei giornalisti al quale non sono stati corrisposti i contributi di legge. Vi è stata anche una carenza imprenditoriale che il sindacato aveva messo inutilmente in evidenza”), la qualità non è stata premiata.

Negli anni in cui Radio Press è stata quanto di meglio il giornalismo sardo stava producendo, il frutto dei sacrifici straordinari di una redazione e di un imprenditore, non è stato possibile attivare nessuno strumento che consolidasse la nostra posizione. Perché la legge per l’editoria prima è stata svuotata dalla Giunta Soru, poi perché quella Cappellacci ha iniziato a foraggiare solo le testate amiche. Così è andata, amici miei. Perché nonostante Radio Press avesse ascolti pazzeschi, nessun imprenditore (tranne il nostro editore) ha avuto il coraggio e la lungimiranza di puntare su di noi. Neanche con una campagna pubblicitaria minima. Niente. Perché gli imprenditori sardi preferiscono sponsorizzare una squadra di calcio di terza categoria piuttosto che metter soldi in una testata che informi la comunità.

E a Cagliari chi sostiene una testata che ha la pretesa di dire le cose come stanno corre il rischio di farsi molti nemici e dunque di uscire dai giri che contano. Lo so io quali erano le reazioni di certi ambienti dopo alcune puntate di Buongiorno Cagliari ritenute troppo a favore del giovane candidato sindaco, Massimo Zedda.

Per fare una buona informazione servono tre ingredienti: giornalisti bravi e liberi, imprenditori coraggiosi e una opinione pubblica e una politica consapevoli dell’importanza dell’esistenza di una informazione di qualità e pronti a premiarla e a sostenerla. Finché ha avuto i primi due fattori a favore Radio Press è andata avanti, poi sono rimasti solo i giornalisti.

Io sono contento e orgoglioso di avere dato il mio contributo per una informazione migliore a Cagliari e in Sardegna, dentro Radio Press ci ho messo tutto il mio impegno e tutta la mia determinazione. Anche tutti i miei sbagli (e chiedo scusa per chi ha dovuto subirli). Radio Press ha fatto nascere nuovi giornalisti che ora lavorano in tante realtà, ma soprattutto ha creato nuovi ascoltatori: più preparati, più critici, più consapevoli del ruolo dell’informazione all’interno della società.

Radio Press è morta, come tutte le cose della vita e del mondo. Speriamo solo non sia morta invano. Perché la situazione dell’informazione in Sardegna è tragica e in costante peggioramento. E quello che successo a Radio Press potrebbe purtroppo succedere anche ad altre testate.

 

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