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Cultura in Sardegna: senza critica nei giornali, ci restano il marketing e il reading. E l’ “abuso di posizione dominante” di Michela Murgia e Marcello Fois

Ho fatto una domanda, ho avuto una risposta.

Penso che questo dovrebbe succedere più spesso in Sardegna, dove siamo malati di silenzio e di retropensieri, dove ogni confronto degenera in scontro e poi in faida, e dove ogni critica deve nascondere per forza il virus dell’invidia. Peccato però che dall’accusa di invidia non ci si possa praticamente difendere. E infatti non mi difenderò e la lascerò scorrere insieme a tante insinuazioni e insulti. Se questo è il prezzo da pagare per avere un dibattito serio su un tema per me cruciale come quello dell’informazione in Sardegna, lo pago volentieri. Ho scelto io di complicarmi la vita affrontando pubblicamente, da giornalista, questioni che rischiano di trasformare gli amici in nemici. Ma io voglio confrontarmi su temi veri con le persone che stimo e che penso che valgano qualcosa. E per me Marcello Fois e Michela Murgia valgono molto.

Apprezzo quello che fanno e anche il ruolo intellettuale che hanno voluto assumersi oggi in Sardegna. Questo non significa che su singole questioni non siano criticabili, anche duramente. Mi sono già scontrato in passato con loro, pubblicamente e privatamente, senza per questo aver pregiudicato, credo, un rapporto di stima reciproca e, nel caso di Michela, di amicizia. Ritengo che questo faccia parte del gioco. Per innalzare, si spera, il livello del dibattito, non certo per immiserirlo.

Certo, poi c’è chi fa uno sforzo per capire e chi invece non vuole proprio farlo e stravolge il tuo pensiero anche quando è chiaro. Ma io solo ai primi mi rivolgo.

***

Dunque Michela Murgia mi ha risposto, e mi ha detto: “Sì, non solo trovo corretto, ma anche lodevole e necessario che il giornale più letto nel nord Sardegna abbia messo a fuoco con tanta chiarezza l’importanza della notizia costituita dall’associazione di sei operatori dello stesso settore in un consorzio”.

E no, le cose non stanno così! Diciamo le cose come stanno: la notizia non era quella della costituzione del consorzio, perché altrimenti sarebbe finita nelle pagine di economia e non in quelle di cultura. La notizia era il reading di Fois e Murgia che veicolava la costituzione del consorzio. È stata la presenza dei due scrittori a dirottare la notizia sulle pagine della cultura. e che notizia: trattata con ben tre pagine in quattro giorni: un record.

In ogni caso, per Michela Murgia tutte queste attenzioni erano la necessaria copertura per un evento del genere.

Da questa affermazione possono discendere le seguenti considerazioni:

a: il reading e la nascita di questo consorzio sono stati degli eventi veramente straordinari, la cui importanza non è stata da me compresa. Ma vorrei conoscere un altro giornalista in Sardegna (non direttamente interessato da questa vicenda) pronto a dire pubblicamente che è stato giornalisticamente corretto dedicare tre pagine in quattro giorni a “Storie di Vite”. Lo voglio conoscere. Vi sfido.

b: Michela Murgia e La Nuova Sardegna hanno una concezione di notizia (e dunque di giornalismo) diversa dalla mia.

c: Michela Murgia sopravvaluta questa sua iniziativa per il semplice motivo che non conosce il panorama delle produzioni culturali e di spettacolo che ogni giorno in Sardegna si contendono (al netto delle Giorgapalmas, dei Marcocarta e delle Isole dei Famosi che anche sulla Nuova non mancano mai) i pochi spazi a disposizione sui giornali.

A, b o c: la questione potrebbe concludersi qui. Ma in realtà il punto è un altro. Perché io devo darmi una spiegazione più profonda sul perché realmente Michela Murgia ritenga che la bellezza di tre pagine in quattro giorni per un semplice reading (benché suo) fossero “corrette, lodevoli e necessarie”.

 ***

Da tempo non si parla più di arte ma di artisti. Le leggi del marketing culturale hanno infatti spostato l’attenzione dal prodotto (un film, uno spettacolo, un romanzo) all’autore. È una mossa che l’industria culturale ha ritenuto necessaria per vendere quanti più prodotti senza star troppo a riflettere sulla qualità. Infatti le pagine culturali dei giornali sono sempre lì, strapiene di interviste e presentazioni, ma senza più quelle critiche o recensioni che una volta ne erano il cuore. La critica militante (cioè in grado di inserire ogni opera creativa in un giusto contesto di valutazione critica) praticamente non esiste più.

Ma in realtà non esiste più proprio la critica! Spesso sono gli autori a recensire i loro colleghi, meglio se della stessa casa editrice; oppure con recensioni incrociate (“io parlo di te, tu parli di me”). Guardate, questo giochetto degli autori che fanno cordata è tollerato ai massimi vertici editoriali italiani, da La Repubblica in giù, lo fanno praticamente tutti: se ne può dare la valutazione che si vuole, ma è un andazzo ormai condiviso e con cui bisogna fare i conti.

Gli autori dunque non sono più, per motivi di marketing, umili servitori nella vigna dell’arte ma delle aspiranti superstar con l’obiettivo di catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica sui temi più svariati. Questo meccanismo è utile a tutti: ai giornali perché gli autori sono firme e qualunque cosa dicano va bene; agli autori perché sono sempre sui giornali e questo garantisce loro una visibilità enorme, necessaria per vendere il loro prodotto.

Il patto tra autori e mezzi di informazione è dunque raffinato: i giornali fanno diventare gli autori superstar, li trasformano in tuttologi, in cambio danno visibilità e il silenzio della critica. Un piano perfetto. Perfetto, ma terribile.

Perché le pagine culturali dei giornali si sono trasformate in orrendi marchettifici. Perché straordinarie intelligenze, invece che assecondare la loro arte, sono costrette dal mercato a sfornare in continuazione prodotti editoriali di qualunque genere. Se partono come giornalisti diventano sceneggiatori cinematografici, autori di fiction, attori dei loro testi. Se scrivono un romanzo, poi inevitabilmente passeranno al teatro, ai reading, anche loro inizieranno a recitare. I risultati talvolta saranno tragici, ma che importa? Dov’è la critica? Non c’è! Da firme, gli autori si sono dunque trasformati in brand, in marchi. Ogni autore è oggi un marchio, il suo nome è il nome del prodotto.

E i prodotti, per essere venduti, vanno pubblicizzati. Ed ecco dunque torme di autori affannarsi per finire in tv, in qualunque contesto (dal più nobile al più squallido) perché alla fine è la visibilità che conta.

A questo punto il gioco, è fatto. Al centro dell’attenzione non c’è più il prodotto artistico ma solo gli autori. La loro vita, la loro stessa esistenza, è un’opera d’arte. Qualunque cosa facciano e dicano, questa è ritenuta un’opera d’arte. Infatti, gli autori contemporanei non si possono criticare ma solo adorare. E non si può più distinguere tra ciò che fanno perché tutto ciò che producono è ricondotto fittiziamente ad una unità: un grande romanzo, un mediocre spettacolo, un commento qualunque su un fatto di cronaca qualunque, una pessima ospitata televisiva non sono prodotti diversi ma epifania di un’unica grande opera d’arte: l’artista stesso.

Ecco perché se, per esempio, Saviano dice una cazzata (anche lui le dirà, mischino) non si può dire apertamente, pena l’accusa di essere collusi con i Casalesi. Perché il contesto in cui ormai lo scrittore opera è tale che la sua arte coincide con la vita stessa. E la critica, in questa situazione, non può che essere destinata ad andare a farsi fottere: le singole esistenze non si possono giudicare. Per questo che oggi stroncare un romanzo equivale a stroncare l’autore: un gioco perverso che bisognerebbe interrompere, tornando a distinguere l’artista dal suo prodotto.

Ma così non è. I poveri autori sono costretti dal mercato ad una vita frenetica alla ricerca della visibilità. Una volta gli scrittori avevano un mestiere, un impiego: quasi sempre la scrittura non era per loro un lavoro da cui campare. Ora questo è un lusso che nessuno si può più permettere: perché o fai il colpaccio, oppure devi stare alle regole del mercato che ti impone di scrivere la qualunque se vuoi pubblicare un romanzo (cioè convincere la casa editrice a farlo in virtù della visibilità che ti sei guadagnato).

Regole spietate ma tremendamente seduttive: perché gli autori fanno notizia con la loro stessa presenza. Sono uomini e donne “notizia”: qualunque cosa facciano, qualunque cosa dicano. Basta la loro stessa presenza a trasformare un momento in un “evento”. Queste regole valgono per tutti: autori validi, validissimi, che hanno molto da dire oppure no, mediocri e senza speranza. Per tutti, dai migliori ai peggiori.

Ma questa inevitabile dinamica, propria del panorama nazionale, quando si cala in una dimensione locale crea effetti ancora più distorsivi e devastanti. Fois e Murgia (con tutto il peso del loro meritato successo amplificato dalla poderosa macchina editoriale che li sostiene) sono fuori scala per il limitato panorama culturale isolano. La loro credibilità nazionale qui si trasforma in egemonia. Se a livello nazionale il loro potere (perché di potere si tratta) è limitato da altri poteri, qui invece è senza limiti. Ma loro non se ne rendono conto. Ed è per questo che non provano nessun imbarazzo se “il giornale del nord Sardegna” (in realtà oggi molto vicino ad essere il più venduto dell’isola) dedica tre pagine in quattro giorni non al loro ultimo romanzo ma ad un semplice reading commissionato da un consorzio di produttori di vino. Il loro è un vero e proprio “abuso di posizione dominante”.

“Ma se La Nuova dà loro tanto spazio, cosa ci possono fare?”, potrebbe chiedermi un ingenuo. Niente, risponderei io. Che infatti ai due scrittori mi limito a chiedere di rendersi conto che tutto questo non è normale.

Altrimenti lo vadano a dire a quelle decine e decine di gruppi, di associazioni, di compagnie isolane che intanto combattono una battaglia persa in partenza per avere non solo un minimo di visibilità, ma anche un riconoscimento da parte dell’opinione pubblica. Perché per la gente normale, se uno non finisce sul giornale, il suo lavoro non vale nulla.

Ma nei giornali dei piccoli gruppi (piccoli poi per modo di dire) se ne fottono. Perché soprattutto La Nuova Sardegna è rimasta abbagliata, a partire dagli anni di Soru, dalla sciagurata logica delle “eccellenze”: professionalità riconosciute e di successo nazionale o internazionale, legittimate ad avere la massima visibilità possibile su ogni questione. E tutti gli altri? Inutili o invisibili. Come se la cultura non fosse in realtà una rete, una trama, un sistema di relazioni in cui tutti, grandi e piccoli, interagiscono.

Le logica delle eccellenze ha impoverito la cultura sarda, ha innalzato pochi per deprimere tutti gli altri. Perché due sono le alternative: o si è dei geni riconosciuti o non si vale nulla. Ma l’attività culturale in Sardegna è fatta di migliaia di persone che con grande passione e fatica scrivono, immaginano, organizzano ogni giorno una miriade di eventi culturali e di spettacolo. Un sottobosco fitto da cui ogni tanto si spera cresca una quercia. Ma se il sottobosco non viene curato o peggio, viene distrutto, cosa succede? Se le persone non vengono aiutate a crescere perché nessuno parla mai di loro, perché le colonne dei giornali sono egemonizzate dai soliti noti che non si accontentano di mezza pagina ma ne vogliono addirittura tre per ogni piccola cosa che fanno.

Succede che, paradossalmente, secondo questa logica perversa, la cultura sarda in sé non esiste ma subordina il riconoscimento delle sue qualità a fattori esterni ad essa. È l’Italia che ci dice che cos’è la cultura sarda. Perché noi da soli non siamo in grado di dire cosa è valido e cosa no, non abbiamo gli strumenti critici per farlo. Ci deve essere un premio o un critico nazionale o internazionale a darci la patente di artisti sardi “eccellenti”. Oggi se non hai una pagina su Repubblica, non sei nessuno. E come cazzo faccio a farmi fare una recensione da Repubblica se sono fuori dal giro o non ci voglio entrare?

E poi: la nostra cultura isolana non era diversa, non rifiutava l’omologazione? Ripeto: la mistica delle eccellenze omologa la nostra produzione artistica, perché gli dà valore solo in base ai criteri fissati dalla grande industria nazionale culturale. Per invertire la rotta bisognerebbe che le università sarde formassero i critici e i giornali riprendessero a pubblicare recensioni. Perché in Sardegna non manca l’arte, ma la critica.

***

Michela Murgia risponde ad una mia domanda ma, a sua volta, me ne rivolge una: “La domanda la rivolgo quindi io a te, caro Vito: oltre a denunciare i furbi e i malandrini di ogni camarilla, in che modo gli intellettuali e quanti come te detengono spazi pubblici di narrazione possono sostenere attivamente gli esempi nobili di cittadinanza, le forme intelligenti di economia e tutti quei casi virtuosi (singoli o collettivi) che possono attivare buone prassi sul territorio? Te lo chiedo con la convinzione che la possibilità di essere considerati rilevanti ogni tanto possa passare anche da quella risposta”.

Ecco la mia risposta: io faccio il giornalista e in quanto tale cerco di dare correttamente le notizie che mi sembrano meritevoli di essere diffuse. Questo è il mio contributo pubblico che tutti possono giudicare.

Poi sono anche un autore teatrale e in quanto tale (perdonatemi la volgarità) non me ne fotte nulla di sostenere attivamente gli esempi nobili di cittadinanza, le forme intelligenti di economia e tutti quei casi virtuosi (singoli o collettivi) che possono attivare buone prassi sul territorio. Quando scrivo i miei spettacoli, do risposta alle mie domande più profonde, non a quelle degli altri. Scrivo perché ne ho bisogno, perché ho un’urgente bisogno di darmi delle risposte. Se le mie urgenze coincidono con quelle del pubblico, lo spettacolo ha successo. In caso contrario, no.

Certo, ogni tanto mi hanno chiesto di mettere la mia scrittura teatrale al servizio di qualche nobile causa economica o sociale per la quale, di mia spontanea volontà, non avrei mai scritto una riga: ma l’ho fatto nella maniera più onesta possibile, ho preso i soldi (mai fatto una marchetta gratis, cari Michela e Marcello; solo per gli spettacoli a cui tenevo di più mi è capitato di non prendere una lira) e ho ringraziato. E a chi mi chiedeva cosa stessi scrivendo, rispondevo: “Sto facendo una marchetta per…”. Ma io posso permettermi di dirlo senza sentire la mia arte offesa da questa ammissione. Qualcun altro, evidentemente, no.

***

Scatterà la faida, adesso? Non penso. Non mi interessa, non la voglio, non serve a nessuno, faremmo davvero una brutta figura. Voglio continuare a considerare Michela Murgia una mia amica. Poi certo, lei può essere libera di pensare che abbia fatto tutto questo casino solo per un puro pretesto, per invidia o chissaché. Il suo post scriptum è molto velenoso e poco onorevole. Ma io agli amici consento questo ed altro.

52 Commenti

  1. simone falanca says:

    Concordo pienamente con Biolchini.

  2. Gabriele Verdinelli says:

    Gentile Vito, sono uno dei diretti responsabili del reading Storie di Vite, protagonista indiretto di questa discussione. Sono l’autore delle musiche dello spettacolo in questione nonché uno degli ideatori della sua formula particolare. Non si trattava infatti di un “semplice reading” per varie ragioni, sia produttive, già abbondantemente rilevate, che strettamente artistiche. Innanzi tutto i testi (ce n’erano altri sette di tre autori diversi oltre ai due citati) erano tutti originali e commissionati per l’occasione; in secondo luogo le musiche comprendevano anche delle canzoni con liriche scritte per l’occasione da Michela Murgia e da Marcello Fois. Tutto il lavoro inoltre tendeva a creare un’integrazione tra parte musicale e letteraria che avrebbe voluto variare, non so se con successo, il solito schema di lettura interpretata con più o meno gradevole musichetta di sottofondo. Detto ciò è evidente che la domanda retorica se tre pagine di un importante quotidiano dedicate alla cosa siano troppe, forse andava posta anche al sottoscritto oltre che alla Murgia che, come Fois, ha partecipato con generosità e perché convinta evidentemente della bontà del progetto, senza alcun ruolo promozionale o esecutivo, oltre che a titolo gratuito. E ora dovrei dire che la Nuova (ma anche, miracolo, Rai3, Videolina, Sardegna1 ecc.) ci ha dedicato troppo spazio? E che dire dell’evaporazione di una vera critica sulla stampa locale, per non dire di quella nazionale? E che dire dei Sardi che non sanno accettare le critiche? E si possono approvare le connivenze editoriali? E’ tutta vera gloria lo scrittorume che imperversa a tutti i livelli? E’ giusto che le pagine dei giornali non diano spazio a tante belle produzioni oscurate dai soliti Noti? E che dire della sciagurata politica dei Grandi Eventi? E non sarebbe meglio se gli autori tornassero a fare solo il loro mestiere? Basta col fantuttismo! Si sfondano un po’ troppe porte aperte, specialmente con gente come me abituato come quasi tutti a lottare per uno spazietto almeno informativo sulla stampa. Ma, siamo sinceri: è un po’ paraculo mischiare in modo approssimativo tanti, troppi temi a diversi livelli con valutazioni supposte su cui siamo tutti d’accordo, con affermazioni e insinuazioni perlomeno discutibili. Non voglio ripetere cose già dette qui e nel blog di Michela, dove ci sono già state tante risposte alle sue domande e non voglio dire le solite due scemenze di circostanza su argomenti che meriterebbero ben altro approfondimento. Però lei si lamenta dell’assenza della vera critica? Chi le ha impedito, a lei che è giornalista, attore, regista, scrittore, conduttore, opinionista, proprietario di mezzi d’informazione, di andare a Nuoro il 28 aprile ed esercitare il diritto-dovere di critica? Avrebbe potuto analizzare e magari demolire con cognizione di causa le mie musiche, i testi degli autori, l’esecuzione, l’organizzazione dello spettacolo, l’operazione in se stessa e, soprattutto, avrebbe dato un buon contributo operativo alla mancanza di una critica puntuale, consapevole e pluralista sui nostri mezzi d’informazione. Ma evidentemente il nostro spettacolo in se non costituiva un motivo d’interesse o è più facile lamentarsi dell’assenza o dell’asservimento della critica piuttosto che praticarla. Tra l’altro se dalle famose tre pagine della Nuova togliamo lo spazio, a mio parere più che legittimo, dato alla pubblicazione dei due scritti inediti, si scopre facilmente che il rimanente consiste semplicemente in una presentazione del progetto e in una recensione che, una volta tanto, tocca tutti gli aspetti di uno spettacolo-concerto e della sua realizzazione, esercizio cui, glielo riconosco, siamo completamente disabituati.
    Finisco apprezzando la sua sincerità a proposito di marchette, intendendo per ciò prestazione a pagamento (non si possono fare marchette gratuite, suvvia!) in lavori cui non si crede. Personalmente partecipo solo a progetti di cui sono convinto: fortunatamente ho la possibilità di scegliere. O non mi danno abbastanza soldi per quelli di cui non sono convinto… E a maggior ragione penso abbiano la possibilità di scegliere Marcello Fois e Michela Murgia.
    La saluto cordialmente.

    • E che dire? Evidentemente la pensiamo in maniera diversa. Però mi consenta almeno una precisazione: non sono proprietario di alcun mezzo di informazione. A meno che lei non si riferisse a questo blog (ma allora la sua definizione mi sembra un po’ eccessiva).
      Grazie per il suo intervento.

      • Beppe C. says:

        Forse il sig. Verdinelli si riferiva a Radio Press quando parlava di Biolchini proprietario di mezzi di informazione. Onestamente non so se Biolchini fa parte della proprieta’ di Radio Press. Il modo di condurre le sue trasmissioni potrebbe indurre a pensarlo. Ma forse mi sbaglio e nel caso me ne scuso anticipatamente.

  3. Stefano reloaded says:

    Non vorrei sbagliare, ma quanto hai detto in questo e nell’articolo precedente, lo avevi già scritto, in maniera meno dettagliata (ma la sostanza c’era già tutta), qui: http://vitobiolchini.wordpress.com/2011/03/20/no-l%e2%80%99assordante-silenzio-degli-intellettuali-sardi-non-esiste-michela-murgia-e-la-censura-nelle-pagine-culturali-dei-giornali-isolani/.
    E lo avevi fatto prendendo spunto proprio da uno scritto di Michela Murgia, contenuto nel volume «Il soldino dell’anima», pubblicato anche dalla Nuova.
    Forse quel tuo articolo sarà passato inosservato ai più o forse gli intellettuali citati allora erano in parte diversi da quelli citati ora, fatto sta che non riesco a capire come mai, solo adesso, sia scoppiata una specie di guerra mondiale per una critica al modo di fare informazione culturale nei giornali, che era già stata chiaramente espressa.

  4. Ma la Murgia ha cancellato la sua “risposta” sul suo blog o mi sbaglio?

  5. Neo Anderthal says:

    Ma approposito -appro- del Reading Pagliaccio, citato da Art The Malle nei giorni scorsi, e restando nel campo della nutrizione ma deviando verso l’arte culinaria -no pun intended, man!- vi ricordate il Grandissimo?

    Lo ammiro sconfinatamente.

  6. Fa male prendersi troppo sul serio, soprattutto quando ci si crede artisti… se poi anche i giornali locali stanno al gioco allora ci viene da pensar male…da chi sono supportati? la solita questione della modernità: l’artista puro che puro non è e l’artista venduto, meglio se dichiarato, oppure un semplice prodotto del mercato da cui nessuno si sottrae. in sardegna è pieno di artisti, soprattutto scrittori e attori, che si ‘credono’ troppo..ma i secondi hanno meno successo dei primi…

  7. Carlo Asili says:

    PS: quanto al pur bravo Saviano, qualche volta dovrebbe tacere anziché dire idiozie, perdendo il senso del ridicolo: come ha fatto un mese e mezzo fa, a proposito del licenziamento di Riotta – da lui presentato come vittima – da parte del Sole 24 Ore: “…In Italia fare il giornalista è un mestiere pericoloso se si vuole essere liberi e senza condizionamenti. La libertà dei giornalisti è sgradita al potere politico”, vedi qua:

    http://www.camilloblog.it/archivio/2011/03/15/saviano-su-riotta/

  8. Carlo Asili says:

    Ciao Vito, posto qui per correttezza il commento che ho poco fa lasciato nel blog di Michela Murgia:

    Salve, senza voler essere salomonico per forza o buonismo, ché anzi ho in genere l’abitudine di schierarmi senza “se” e senza “ma” quando in buona fede ritengo che una parte, tra due in polemica, abbia ragione: al di là dell’importanza e del valore o meno dell’operato della Murgia e di Fois (che non mi permetto di giudicare, non conoscendo i testi da loro scritti per l’occasione), in questo caso non sarebbe stato più opportuno da parte della “Nuova” applicare l’antica, buona regola oraziana dell'”in medio stat virtus”? Ovvero concedere sì ai due scrittori in parola uno spazio adeguato, ma non ben tre giorni? Certo, con la frase “A chi giova e invece chi danneggia…” Vito c’è andato giù molto duro, però, Michela e Vito, siete entrambe persone in gamba, chiaritevi, anche duramente, ma non finite per replicare il nostrano, inveterato “mal unidos” che da sempre ci affligge qui in Sardegna. Un caro saluto.

    PS: ho detto “in medio stat virtus”, non “Vitus”, eh…. 🙂

  9. Alessandro Mongili says:

    Grazie per questa discussione. La produzione culturale in Sardegna è così sconfortante, nonostante la quantità di spettacoli/romanzi/saggi ecc. che un po’ è come sparare sulla Croce Rossa. Ma è importante farlo. Forse bisognerebbe cercare di capire la cosa uscendo dalla necessità di prendere posizione e occorrerebbe capire come mai siamo a questo punto in cui si produce tanto ma (quasi) niente di qualità o importante sul piano prima di tutto culturale.
    Mi è capitato da poco di leggere un libro sulle letterature nelle aree italiane in cui esiste una minoranza linguistica, un lavoro comparativo prefato da Tullio De Mauro, che ho recensito, ma il quotidiano al quale l’avevo mandato non l’ha pubblicato. Chissà perché, mi viene da pensare. Se Wytold “Savonarola” Biolkinov non è contro mi permetto di linkarlo. A mio parere aiuta a ragionare della nostra situazione perché spinge a porsi una serie di problemi, fra cui a mio parere giganteggia il rapporto con la diversità linguistica, con i diversi status e il diverso prestigio delle lingue presenti in Sardegna (con la disuguaglianza), e con la creazione ormai più che secolare di un “esotismo” colonialistoide all’interno del quale (solamente) gli scrittori sardi riescono ad avere successo. Come esponenti del “tipico”, di questo particolare “esotico” sardignolo, nel quale noi siamo obbligati a dar forma alla nostra supposta identità sarda.
    http://alessandromongili.blog.tiscali.it/2011/05/04/letterature-tagliate-ditalia/
    Credo che occorra distinguere fra 1) la qualità letteraria 2) lo sviluppo in Sardegna del mestiere dello scrittore in senso “industriale” che questi scrittori rappresentano 3) il carattere del tutto assistito di gran parte della produzione letteraria (e culturale) in Sardegna e 4) un rapporto autoritario e/o indifferente con i lettori (e gli spettatori) sardi. Il risultato di 2), 3) e 4) mi sembra una pessima 1).

  10. Maria Cristina says:

    Il l 12 novembre 2009, quando uscì “Emmaus” di Alessandro Baricco, il critico Massimiliano Parente scrisse un incipit memorabile nella sua recensione al libro: “Se uno non avesse mai letto niente, se nessuno avesse mai scritto niente, Baricco sarebbe uno scrittore, perché oggettivamente scrive”. Era una critica feroce ad un testo mediocre, pubblicato da Feltrinelli dopo la parentesi di Baricco con la neonata Fandango, poi lasciata. Una pubblicazione lanciata con un grande investimento di marketing, ma che non resterà comunque nei libri di letteratura. Ma quella recensione era soprattutto un duro attacco all’autore che diventa icona, tuttologo, assurto al rango di profeta. Vito ha ripreso e descritto perfettamente i meccanismi dell’editoria moderna, dei favori scambiati tra autori (meglio se appartenenti alle stesse case editrici, oppure a case editrici amiche). Marchette, anche se in amicizia. Della sua analisi, la parte più importante è quella finale, quando ammette di averle fatte e di averle, però, chiamate col loro nome. Per questo lui resta oggi una persona seria, laddove altri che si ergono ad insegnanti hanno deciso da tempo di abdicare.

    • Elisabetta says:

      Ottimo e finalmente pertinente commento. E grazie Maria Cristina anche perchè porti l’attenzione sul soggetto “editore”, che Vito secondo me lascia troppo – direi quasi completamente, se non mi è sfuggito qualcosa alla lettura del lungo post – nell’ombra. Editori forti, deboli, “emergenti”, fortissimi, giganteschi… da una parte e dall’altra (nel sistema libri-prodotti editoriali-quotidiani e riviste). Il benemerito gruppo L’Espresso (benemerito dico per molti altre cose), nel sistemone delle marchette trionfa, e la Nuova non se ne sottrae.
      Per il resto, tristezza a leggere come la parola “invidia” sia ancora una volta da noi la più usata per stroncare alla buona (o alla cattiva, meglio) il senso critico e la voglia di guardare alla realtà con occhi limpidi.

      • Neo Anderthal says:

        Vero, anche troppo vero. In molti c’è la tendenza a insinuare il sospetto o il dubbio sulle motivazioni di chi in un dibattito prende una data posizione (invidia, interessi personali più o meno evidenti o altre basse e segrete intenzioni), invece di verificare o controbattere gli argomenti. Lo trovo irritante.
        Particolarmente significativo questa frase di un commento su questo post:

        “sembra quasi invidia la tua perchè nessuno ti sta cagando ultimamente.”

        Meno male che la conclusione è attenuata da un cauto “sembra”, sennò si poteva pensare male.

  11. Maurizio says:

    L’essenza del problema sollevato da Biolchini è se sia legittimo pretendere che Michela Murgia e Marcello Fois diano una risposta a una questione che si pone inevitabilmente nel momento in cui si riscontra uno squilibrio negli spazi mediatici aperti ai diversi operatori culturali. Badate bene che, al di là dei modi forse discutibili, Biolchini non ha posto la questione a un opinionista della domenica, bensì ai due intellettuali di punta del panorama sardo. E’ legittimo aspettarsi che un intellettuale guardi anche al di là del graspo d’uva e si ponga il problema delle dinamiche attuali che lo coinvolgono come operatore culturale? E’ legittimo pretendere che i due intellettuali che attualmente hanno maggiore visibilità ci mostrino di essere consapevoli di sé, della propria funzione, in una prospettiva che sia la più ampia e profonda possibile, cioè rispetto alle modalità della “macchina culturale” di cui fanno parte integrante? Secondo me la risposta è sì, dobbiamo pretenderlo, aspettandoci una risposta che sia completa ed esauriente, non piccata, sarcastica o elusiva come quelle che Fois e la Murgia hanno fornito. Per un motivo fondamentale: perché non lo devono a Biolchini ma a noi che in un modo o nell’altro, con fiducia o sospetto, comunque seguiamo la loro produzione. Perché fa parte degli oneri che l’essere intellettuali di punta pone rispetto ai fruitori della produzione intellettuale, cioè i cittadini. Non si diventa cittadini sardi solo bevendo il buon vino rosso, tanto per essere chiari. Credo che rispettando questi obblighi morali, se ne sono capaci, i due chiamati giustamente in causa darebbero il doveroso contributo alla crescita culturale della Sardegna e dei suoi cittadini. Altrimenti continueremo a rimpiangere Sergio Atzeni, uno che con tutta probabilità alla domanda di Biolchini avrebbe risposto con tutta la sua intelligenza, consapevolezza di sé, rigore e onestà intellettuale.

  12. Beppe C. says:

    Vorrei esporre il mio parere, per quel che puo’ valere, sulla questione utilizzando un paragone che spero non sia troppo fuori luogo.
    Si rimprovera alla Murgia di essere un’artista gia’ abbastanza famosa che ha ricevuto un’attenzione spopositata dalla Nuova Sardegna in occasione dell’iniziativa del MAN di Nuoro. Avrebbe invece dovuto dissociarsi/pentirsi e dire che l’iniziativa era “non” corretta, “non” lodevole e “non” necessaria.
    Immaginiamo ora una persona, meno abbiente di Biolchini, che gli rimproveri di fare meno beneficenza di lui. Biolchini dovrebbe per questo fare pubblica ammenda? Riconoscere quindi che la sua modesta propensione alla beneficenza, rapportata a quella di chi ha avanzato la critica, non e’ corretta, lodevole o altro?
    Credo che la polemica di Biolchini in realtà non andrebbe rivolta alla Murgia, alla Nuova Sardegna o al MAN quanto alla politica e ai tagli continui alla cultura che non consente opportunita’ agli artisti, sopratutto quelli meno noti. Invece Biolchini, come spesso gli capita per la sua ossessione, me lo conceda, di apparire equidistante ed equilibrato il cannone anzichè puntarlo sull’elefante, preferisce puntarlo sulla formica.
    A mio modesto parere la sua non e’ invidia, come qualcuno ingiustamente insinua, quanto piuttosto difficoltà, capita alle volte, di selezionare i temi nella sua attività giornalistica.
    Avercene comunque di giornalisti come lui, in Sardegna.

  13. Soviet says:

    Osservo che su Murgia – Fois al momento siamo a tre pagine in quattro giorni sulla Nuova e due post in due giorni sul blog di Vito… Abuso di posizione dominante anche sul blog!

  14. La notorietà logora chi non ce l’ha .

  15. medardo di terralba says:

    uff!

  16. Francesco says:

    Vito onestamente a me sembra che questa volta la stai facendo fuori dal vaso….
    Potrei girare il tuo post a qualche enologo e chiedergli se è giusto che un evento in cui si degusta vino finisca tra le pagine di economia o in quelle della cultura???
    Io dico la seconda, perchè la cultura non si fa solo a tuvixeddu e all’anfiteatro, di cui tanto ti piace parlare, da dimenticare tutto il resto, ma si fa cultura ovunque.
    Quindi se la nuova dedica molto spazio a michela murgia e marcello fois sbaglia, se tu dedichi 40 post a tuvixeddu e anfiteatro no???

    sembra quasi invidia la tua perchè nessuno ti sta cagando ultimamente.

    • …scusate ma l’evete letto il pezzo della Murgia sui vini? Un collage di luoghi comuni spacciati come argomenti originali in un clima autoreferenziale al massimo. E questa è cultura?

      • Daniele Pinna says:

        Sì, lo è.

      • Daniele Addis says:

        Ah, ok, è questo il problema. Facciamo la gara a stabilire cosa è cultura e cosa non lo è? Oppure lo decidiamo in base a quello che piace o non piace a mario? Potrebbe essere un’idea, stili pure il suo indice personale, così chi non risponde ai requisiti da Lei stabiliti sarà estromesso dall’ambito culturale mariano.

        • Diciamo che un pezzo completamente autoreferenziale che racconta le avventure di una persona quando era piccola, NON è cultura, oltretutto inglobato in un’evento come quello. Le avventure di una persona, ancorché vincitrice di un premio letterario, di quando a tavola catalizza l’attenzione aprendo bottiglie di vino e anusandone – per motivi tutti suoi e che nasconde abilmente agli ospiti – i tappi, NON sono cultura.
          Un evento di quel calibro meritava ben altri interventi, non il solito refrain del “ah una volta era tutto più buono e più bello, soprattutto in casa Murgia, in cui ancora oggi si ammaliano i commensali annusando tappi di bottiglia e dando l’ok sulla bontà di questo o quel vino, facendo fare a tutti un bel sospiro di sollievo”.
          Ma ajooo. E’ un pezzo, quello della Murgia, in cui ogni due righe c’è il pronome “io”, e quando di “io” ce ne sono troppi uno vicino all’altro… allora sì che aveva davvero ragione mia nonna.
          Se per caso io vincessi il Nobel per la letteratura o il Pulitzer, le mie avventure di quando ero piccolo e andavo a raccogliere le patate con mia zia resteranno sempre una cosa personale e non culturale, inoltre non pretenderei nemmeno che lo fossero.
          Quindi se è vero che molte voci autorevoli tacciono, è altrettanto vero che altre parlano non sempre a proposito.

        • Daniele Addis says:

          Ah, ecco, allora attendiamo fiduciosi che il detentore della cultura vinca il premi Nobel per darci il suo sfolgorante esempio… pro caridade, a che livello siamo arrivati.

        • Daniele Addis says:

          Altro fulgido esempio di piero-pensiero 🙂

        • Daniele Pinna says:

          Non si preoccupi, non avendo lei idea di cosa sia la Letteratura non corre nessun rischio di vincere il Nobel, quindi non si ponga il problema.

        • Soviet says:

          Come cantava Jarabe de Palo, “Depende”…
          “Ed ecco, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d’un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzo di «maddalena». Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l’amore, colmandomi d’un’essenza preziosa: o meglio quest’essenza non era in me. era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Donde m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch’era legata al sapore del tè e della focaccia, ma la sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla?”
          E certo, si può sempre dire chi se ne fotte di Proust e delle sue madeleine…
          Che Fois e la Murgia non siano Proust non conta: dipende da chi racconta le sue memorie (anche da annusatore di tappi), da come le racconta e infine, da come tutto ciò è valutato dagli ascoltatori…

    • Soviet says:

      Non direi…mi sembra invece che Vito con l’operazione che sta portando avanti col suo blog stia alimentando diversi dibattiti interessanti, compreso questo. Poi non è che lui sia il padreterno col dono dell’infallibilità, fa quello che deve fare un giornalista: presenta i fatti e poi dà la sua interpretazione, su cui si può essere o non essere d’accordo. Dal momento che il blog è suo e noi siamo suoi ospiti, credo che possa tranquillamente postare gli argomenti che stanno a cuore a lui e quindi anche 100 post a Tuvixeddu e 100 all’Anfiteatro. Credo che la differenza tra un quotidiano ed un blog sia chiara a tutti.
      Io non credo che ci sia invidia, semplicemente Vito è uno che quando c’è qualcosa che non gli va bene (non va bene a lui, ma può andare bene a me e a te) lo dice e argomenta.
      Se proprio vogliamo, è un po’ permalosetto… 🙂

  17. Ammiro il coraggio dimostrato nello scrivere questo intervento su una questione che nessuno sembra voler affrontare. La posizione dominante di taluni scrittori sostituisce quella che invece dovrebbe avere la cultura. Se qualcuno di questi dice ad esempio che l’elenco telefonico deve essere oggetto di testo teatrale, è obbligatorio condividere la loro opinione, pena il linciaggio.
    Condivido anche il giudizio sintetico ma efficace su “Accabadora”.
    L’associazione culturale di cui faccio parte non riesce ad avere spazio sui quotidiani, nonostante le numerosissime attività che svolge e gli eventi che organizza (con notevole sforzo, anche economico). Sarà forse che non coinvolgiamo la Murgia (la quale se si sente contraddetta si inalbera e non poco), ma pazienza.
    Un’ultima considerazione, sempre in tema di cultura e di libri. La Murgia è stata insegnante di religione e si è schierata a favore di un libro in cui viene passata in rassegna una serie di episodi nettamente contrari alla nostra religione (e anche a quella che lei ha insegnato nelle scuole), orbene – e lungi da me ogni velleità censoria giacché i libri devono godere di libera circolazione (non imposizione) – mi chiedo ma allora quindi vero che tutto è relativo, tutto è in vendita e tutto si trasforma in tema di ideali e di filosofia di vita?
    Ovunque si sono letti post che inneggiavano NON a ciò che diceva l’autrice del libro (tantomeno a ciò che dicevano altre persone) “incriminato”, bensì a ciò che diceva la Murgia in persona, la quale è riuscita addirittura ad associare il suo “pensiero” a quello relativo ai libri “antiberlusconiani” con un articolo sulla Stampa.
    E allora, anche io ho scritto e letto un pezzo innovativo e a suo modo provocatore (intitolato “Terroni”) sull’Unità d’Italia, presso la libreria Koiné a Porto Torres, anche io l’ho pubblicato sul mio blog, ma non sono riuscito a farlo pubblicare su alcun quotidiano, sarà che forse non era (o non ero, io) “abbastanza”.
    Bravo Biolchini per avere scritto questo articolo prezioso sul prezzemolismo autoriale.
    Mario.

    • Soviet says:

      Però può anche essere che la posizione dominante sia dovuta al fatto che siano più bravi di altri e più conosciuti…l’intervento della Murgia e dui Fois fanno certo più notizia di un mio intervento perché sono ormai scrittori di livello nazionale. La Murgia addirittura ha un libro da cui è stato tratto un film di successo e un premio letterario nazionale importante vinto. La Nuova non è una rivista letteraria, ma un quotidiano e trovo logico che dia spazio a Fois e Murgia, più che a Mario o Marcello.
      Il termine “abuso di posizione dominante” attribuito a Fois e Murgia non credo sia esatto. Per la Treccani l’abuso è il “cattivo uso, uso eccessivo, smodato, illegittimo di una cosa, di un’autorità”. Magari c’è un abuso (nel senso di uso smodato) della Nuova nei confronti di Fois e Murgia.
      Se il tema è lo spazio della cultura sui mass media e di come è trattata (la riduzione dell’opera alla personalità dell’autore è un tema interessante, ma di ciamo che accade almeno da quando si è avuta consapevolezza che non erano le Muse a ispirare o dettare le opere…).
      Se il tema è Murgia e Fois sono bravi o no, Accabadora è un buon romanzo o no, mi proclamo fieramente benaltrista!

  18. docpretta says:

    quindi la soluzione sarebbe la Murgia o Fois che quando vengono invitati da qualche parte chiamino la Nuova per dire: “non fate un articolo su di noi, fatelo su altri autori meritevoli di visibilità” . un pò demagogico e un pò stucchevole come ragionamento. Ci si lamenta che non ci siano eccellenze, poi quando ci sono gli si dice: “occupate troppo spazio, fatevi da parte”. Cosa dovrebbero fare gli autori per lasciare spazio agli altri, fammi capire.

    • La soluzione è leggere bene quello che ho scritto:
      ““Ma se La Nuova dà loro tanto spazio, cosa ci possono fare?”, potrebbe chiedermi un ingenuo. Niente, risponderei io. Che infatti ai due scrittori mi limito a chiedere di rendersi conto che tutto questo non è normale”.

      • docpretta says:

        ah beh allora tutto il senso di questa polemica è? scusa se te lo chiedo da ingenuo

        • Ipazia says:

          Per me il senso del dibattito e non della polemica e’ quello della consapevolezza e del confronto ma se ci si difende significa che la presa di coscienza e’ lontana e si percepisce qualsiasi “critica” solo come attacco invidioso. 

      • Daniele Addis says:

        Non possono fare niente, però il loro è “abuso di posizione dominante”. Mah, detto così sembra che il vero problema sia che non dicono “Si Vito, hai pienamente ragione”. Si parla anche di una mai scritta accusa di invidia che probabilmente alcuni leggono tra le righe. Vogliamo giocare a leggere tra le righe ognuno a proprio comodo o ci atteniamo a quanto scritto? Perché se la Murgia scrive “fastidio” si deve leggere “invidia”? Non è forse vero che le dà fastidio il comportamento della Nuova e l’eccessiva presenza dei due sulle sue pagine culturali?

  19. L’operazione mi sembra troppo furbesca per essere del tutto credibile.

    Gran parte delle considerazioni esposte da Vito Biolchini sono condivisibili e meritano senz’altro un approfondimento meditato. La personalizzazione operata dal circuito mediatico in campo artistico e letterario, la banalizzazione di tutti i contenuti in funzione del marketing, il pessimo servizio reso dai mass media (in generale, ma con qualche eccezione) alla diffusione del gusto e del senso critico, il nepotismo e il familismo amorale come sistema di selezione e promozione dei talenti (o di chi talento ne ha poco, spesso), l’assenza di una vera critica e la sua sostituzione (almeno sui giornali e in tv) con altro genere di operazioni, prevalentemente commerciali e/o corporative, ecc.

    Il problema ai miei occhi è che sembrano un po’ attaccate a sputo a una situazione contingente e a due persone-obiettivo che c’entrano poco.

    Nel senso che dentro la logica del ragionamento generale proposto, non credo proprio che il problema possano essere Michela Murgia e Marcello Fois.

    Mi interrogherei piuttosto sulla latitanza in Sardegna di altre voci “autorevoli”, o comunque note al grande pubblico, su temi civici e in contesti dove si può spendere la propria visibilità a favore di qualcosa che non sia un proprio vantaggio personale.

    Se Michela Murgia e Marcello Fois interpretano il ruolo di intellettuali in termini gramsciani (o almeno sulla scia di quell’accezione di intellettuale), altri si limitano a fare marchette pure e semplici o a fare i pesci in barile alla perenne ricerca del consenso del potere di turno. È preferibile questo secondo modello? Io non credo.

    E la qualità artistica dei due autori qui c’entra poco o nulla.

    Il conformismo e la mediocrità dei mass media mainstream sardi, poi, sono una faccenda che richiederebbe uno o più dibattiti a parte. Così come l’egemonia del sistema dei “grandi eventi” in alternativa a una promozione culturale diffusa e ad ampio spettro.

    Non si poteva suscitare il dibattito su questi temi prendendo spunto dalle tante evenienze che li richiamano, senza scadere nell’attacco personale, tra l’altro abbastanza fuori luogo e contro i bersagli sbagliati?

    • Fammi capire, ma sei Omar Onnis di Progres?

      • Sì. Ma lo sai da te, dato che puoi vedere gli IP, l’indirizzo email, ecc.
        Perché me lo chiedi? Non mi pare che c’entri molto, in questa discussione, in cui entro da semplice lettore, a mero titolo personale. A meno che non sia un problema essere iscritti a ProgReS.

  20. Daniele Pinna says:

    Vito permettimi di avere un dubbio in merito alla spazio concesso da giornali isolani alla cultura. Mi sbaglierò, ma mi pare che buona parte dello spazio che viene sottratto ad iniziative lodevoli venga dato (al netto dei marcocarta e così via) alle produzioni letterarie senza valore e mi riferisco alla cosidetta editoria a pagamento o plurisovenzionata contro cui da anni ci battiamo. Va poi aggiunto che ognuno pensa che solo la propria si una iniziativa lodevole, ma a parecchi sfugge il numero di eventi ed il numero di pubblicazioni che ogni giorno vedono la luce. Nei giornali manca un coordinamento che permetta una valutazione complessiva della situazione.
    Credo che sia contro queste dinamiche che occorra lottare e non contro una egemonia che mi pare più di facciata.

    Stendo poi un velo pietoso su certi commenti, dai quali se fossi in te prenderei come minimo le distanze.

    Daniele Pinna

  21. Muttly says:

    Non c’è nulla da aggiungere, c’è tutto quello che quasi sempre non viene detto e per una volta ha preso colore sulla pagina di un blog.

  22. Dorian says:

    Per coerenza e per non essere un marchio mi sembra adesso fondamentale cambiare l’indirizzo del blog. Non lo si può certo identificare con una persona altrimenti sarebbe, appunto, un marchio. Si trovi un titolo confacente agli argomenti di cui si occupa.

  23. Dorotea says:

    Chapeau.

  24. E’ molto democristiano dire che, al di la’ di qualche eccessivo tono polemico, Vito ha generato un dibattito importante? Che poi questo serva ad invitare ciascuno a riprendersi solo e soltanto il suo ruolo, beh, mi pare difficile. Comunque, l’intenzione resta lodevole e il risultato ottimo. Soprattutto la considerazione secondo cui non sono le opere ma i loro autori l’oggetto-soggetto del mercato. Che fa il paio con quanto accade nella politica: non le idee e i programmi al centro ma la retorica caricaturale dei leader. A si biri. C.

  25. Daniele Addis says:

    La Murgia scrive:
    “Altrimenti mi toccherebbe leggere tutto quello che hai scritto alla luce dell’unica frase che farebbe sembrare il tuo discorso un puro pretesto per ben altro fastidio”

    Biolchini risponde: “l’ “abuso di posizione dominante” di Michela Murgia e Marcello Fois”

    Più chiaro di così? Nel senso che la Murgia mica ha parlato di invidia, ma di fastidio. Un fastidio che evidentemente c’è. Bastava essere chiari sin dall’inizio, visto che l’altro post era impostato in maniera un tantino diversa.

  26. Ipazia says:

    Ho letto tutto d’un fiato: condivido dalla prima all’ultima riga. Un post rigoroso, tragico e reale. Non ho molti commenti da fare perche’ tutto quello che pensavo sei riuscito a scriverlo in maniera eccellente; avrei solo usato un tono più mite, più sereno. Il fastidio che provo, l’ho già scritto in qualche post, e’ che, una volta famosi, si entri talmente tanto nel personaggio che gli altri ci hanno cucito addosso e che ci piace tanto, che perdiamo le coordinate del nostro essere: non più persone ma dei e come tali non sottoponibili alla critica e al dissenso. Mi chiedo allora qual’e’ il senso del pensiero di quegli  intellettuali, autori e artisti che sono stati riconosciuti grandi solo dopo la morte, che hanno lottato per far sopravvivere le idee, i loro scritti, le loro opere, che addirittura sono morti per tutto questo e in nome della libertà senza mai imporre ma solo proporre il loro pensiero… La critica richiede ascolto empatico: anche la più inopportuna e la piu’ insensata, se elaborata e’ comunque fonte di ricchezza ma la società, oggi, ci porta a credere il contrario e a usare la difesa come risposta alternativa all’ascolto.

  27. Magnifico intervento!
    Io non sono di certo un amico di Michela Murgia, ma tutt’altro che un suo nemico, soprattutto politicamente, e mi fa molto piacere veder scritte da un suo amico, e scritte in un altro modo, le cose che io ho detto sul suo romanzo “Acabbadora”: una “cagata pazzesca”, benché scritta in modo superbo. E un’operazione commerciale spudorata, costruita con i luoghi comuni sui Sardi “assetati di sangue”.
    Michela è stata al gioco dell’Einaudi, ma spera ancora di essersi salvata l’anima.
    Adesso anche i suoi amici cominciano ad avvertirla.
    Speriamo che capisca.

  28. zionsiva says:

    Grazie Vito, leggere riflessioni come questa mi fa sperare in un futuro possibile per la cultura in Italia e in Sardegna. Condivido la tua riflessione, ma non sottovaluterei un altro aspetto; dati provenienti da più parti (e in particolare dagli studi di Tullio De Mauro, nel suo libro “La Cultura degli Italiani” ma anche in pezzi non recenti come questo http://tinyurl.com/6ylqk9p) raccontano che l’analfabetismo funzionale in Italia è all’80%. Sono cifre micidiali che danno il senso di quanto il mercato della cultura possa essere castrato alla nascita da questo handicap.

    Quando sento che la gente non compra i quotidiani e non legge libri, mi chiedo se il problema vero non sia che la gente non sa leggere. L’analfabetismo funzionale è più insidioso di quello “completo”, perché chi è in quelle condizioni può leggere e funzionare in situazioni base, e le motivazioni per andare oltre nel quotidiano sono poche, soprattutto se il problema si diffonde a questi livelli.

    In questo scenario l’autore diventa l’arte perché la sua vita, o quella che racconta, è più semplice da comprendere di quello che scrive (o canta, suona, dipinge, narra in poesia). Nel seguire le sue storie il fruitore si può sentire “acculturato” per essersi associato ad un nome incluso nel pantheon della “cultura ufficiale”. E allo stesso tempo non deve fare nessuno sforzo per informarsi realmente, per farsi una propia opinione. Legge opinioni già pronte. E in più si mette in mezzo lo stesso meccanismo dietro ai reality show. È la seduzione dietro alla vita reale di persone che si presentano come eccezionali ma agiscono in maniera perfettamente normale, diventando così familiari e semplici da seguire. È un meccanismo normale che in un paese con un livello decente di alfabetizzazione non sarebbe così preoccupante. Nel nostro caso il rischio è che le biblioteche prima o poi decidano di sostituire tutti i testi con dei Bignami.

    Visto questo, guardare alla mancanza della critica mi sembra doveroso, ma mi preoccupo di più della mancanza di arte, di creazioni originali, di voci personali. E ho paura che questo sia un problema legato in primo luogo al fallimento del nostro sistema educativo e culturale in tutta la storia del nostro paese. Forse l’era della rete ci permette solo di vederlo con più lucidità. Senza arte, senza qualcosa di concreto e sostanzioso di cui parlare, la critica non ha senso.

    Cercando “analfebetismo funzionale in Sardegna” trovo link vaghi. Sarebbe interessante saperne di più, perché vorrei capire davvero la portata del pubblico potenziale per qualcosa che vada oltre le narrative più banali.

    Saluti,

    Emilio

  29. Massimo M says:

    Eh! Vito, direi proprio la risposta b. E aggiungerei anche una traboccante considerazione di se stessi. Oddio, però se vuoi, se ci tieni, anche la risposta “a”. Sronto ad alzare la mano e sostenere tutto quello che vuoi, o non vuoi, basta che mi paghi la marchetta! 🙂
    Che poi, non dico un cùnne……ma almeno un ironico baccagai finale non ci stava male…

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