Politica / Sardegna

Il referendum lo certifica: l’esperimento politico della giunta sarda di centrosinistra e sovranista è fallito

giunta

Dopo aver evidenziato l’opportunismo della sinistra governativa sarda, comunque vada a finire questo referendum un altro risultato lo ha già ottenuto: farci capire una volta per tutte che l’esperienza politica della giunta Pigliaru, frutto di una innovativa unione tra partiti italiani e partiti sardi, è arrivata al capolinea. Questo non significa che il presidente o i singoli assessori su singole questioni non possano anche fare bene: significa che l’idea di mettere assieme il centrosinistra classico con il mondo dell’autodeterminazione, in una prospettiva di più ampio respiro, è fallita, e questo per due motivi.

Il primo. Si pensava che il presidente Pigliaru potesse esercitare un ruolo di garante di entrambe le posizioni, invece nel tempo si è progressivamente e sfacciatamente appiattito sul pensiero renziano. Da presidente della Sardegna è diventato (come ebbi modo di scrivere mesi fa), il rappresentante del potere italiano in Sardegna.

La visita di Renzi è stata l’apoteosi di questa subalternità che è innanzitutto culturale. Pigliaru sarà anche attratto (come Massimo Zedda, peraltro) dall’idea di diventare senatore per diritto divino, ma nel suo caso la questione è più complessa: per il presidente della Regione lo sviluppo della Sardegna passa attraverso lo sviluppo dell’Italia. Per Pigliaru l’isola si salva se è omogenea al potere italiano e attira grandi investimenti multinazionali (e anche questo ebbi modo di scriverlo già svariati mesi fa). Un modello di sviluppo dall’alto che più in alto non si può. Esattamente il contrario di quello che sostiene il fronte dell’autodeterminazione.

Anche sul tema dell’autonomia Pigliaru ha mostrato il volto di chi ritiene che la Sardegna debba genuflettersi davanti al potere statale italiano e chiedere quasi scusa per come ha utilizzato in questi sessant’anni le prerogative della sua specialità.

Questa posizione è emersa soprattutto nel confronto con il presidente corso Gilles Simeoni. Simeoni chiede più poteri per la Corsica in nome di una originalità storica, geografica e culturale della sua isola; Pigliaru invece subordina l’autonomia al rispetto da parte dei sardi delle regole imposte dallo Stato italiano. Per il nostro presidente l’autonomia è quindi una concessione che può essere revocata se i sardi non si dovessero mostrare all’altezza, quando invece è una conquista nata dal riconoscimento di una specifica originalità culturale, storica e geografica che non dovrebbe essere messa in discussione (ma Pigliaru figlio lo fa).

Per Pigliaru quindi si esce dalla crisi esercitando bene i poteri che abbiamo e poi eventualmente estenderli, chiedendo ovviamente prima il permesso allo Stato italiano; per il fronte dell’autodeterminazione invece la Sardegna si risolleva solo se ha da subito esercita più poteri indipendentemente dallo Stato italiano, grazie ad un nuovo statuto di sovranità e a una classe dirigente che lavora soprattutto per la Sardegna e non per finire in parlamento a Roma (magari senza neanche passare per il voto popolare).

La campagna referendaria ha dunque fatto emergere non solo due posizioni distinte ma due contrapposte idee di Sardegna, non conciliabili fra loro. E se nell’isola dovesse vincere nettamente il No, Pigliaru e la sua giunta ne dovrebbero prendere atto. Non certo con le dimissioni ma con un cambio di rotta evidente, che temo però non possa più arrivare.

Ma l’esperienza politica della giunta Pigliaru è fallita anche per responsabilità dei partiti dell’autodeterminazione che, invece che unirsi, si sono divisi. Rossomori, Partito dei Sardi e Irs avevano promesso che avrebbero fatto un gruppo unico in Consiglio regionale, con l’ipotesi in seguito di iniziare il processo di costituzione di un nuovo soggetto politico unitario: così non è stato.

Di chi è la colpa? Di Muledda? Di Maninchedda? Di Sale? Di sicuro le forze dell’autodeterminazione presenti in giunta dovevano costituire un soggetto più coeso, in grado di condizionare maggiormente l’azione dell’esecutivo. Vista la strada presa da Pigliaru, evidentemente non lo hanno saputo o voluto fare.

Ora dunque i partiti dell’autodeterminazione che sostengono Pigliaru rischiano di trovarsi in un vicolo cieco perché la campagna referendaria ha segnato un confine netto tra le loro posizioni e quelle del presidente e di altri autorevoli assessori: due idee antitetiche di Sardegna. Fingere di non vedere questa frattura ormai insanabile non è possibile.

Il punto è che la deriva renziana del Pd sardo impedirà la riproposizione alle prossime regionali di questo schema centrosinistra-indipendentisti/sovranisti, a meno che qualcuno non voglia recitare la parte della classica “ruota di scorta” del partito egemone.

Né ci si può aspettare che i partiti dell’autodeterminazione escano dalla giunta dall’oggi al domani (sarebbe inverosimile che ci dicessero che adesso tutto va male quando per due anni e mezzo hanno magnificato l’azione politica di questa giunta).

Dunque che si fa? Si è perso molto tempo, ma molto altro ce n’è davanti.

Per effetto della deriva renziana del Pd sardo, sarà impossibile provare a riproporre questo schema e dunque bisogna trovarne un altro. Ci vuole molta generosità e molta lungimiranza, senza porre veti e aprendosi al confronto con coloro che sono politicamente più vicini per provare a battere quelli politicamente più lontani.

Tutti assieme, con grande generosità, mettendo da parte le piccole e piccolissime rendite di posizione, le diatribe personali e i progetti senza grande respiro portati avanti chi è già stato bocciato sonoramente dai suoi elettori e che adesso prova anche a fare la voce grossa in tavoli che hanno mostrato già in altre occasioni tutta la loro carica di velleitarismo.

Altrimenti alle prossime regionali questo fronte (così ricco di potenzialità ma anche così litigioso, frammentato e spesso anche inconcludente), verrà giustamente spazzato via.

 

20 Commenti

  1. Ci.So. says:

    Diciamocela tutta: gli autodefiniti “indipendentisti” come Maninchedda e Sedda non hanno nulla a che vedere con l’indipendentismo e pertanto hanno danneggiato seriamente l’immagine – peraltro annebbiata e nebulosa – che si ha del pensiero di autodeterminazione sarda.
    Alcuni esempi pratici a conforto della mia tesi:
    1) Sanità: In pubblico hanno gridato allo scandalo ma in privato (in Giunta) ne hanno accettato qualsiasi decisione.
    2) Agenzia Sarda Entrate: un sistema da milioni di euro perfettamente inutile, un duplicato di uno degli uffici della Programmazione RAS, che viene sbandierato come grande successo (altro che fiocco verde).
    3) Portualità: un’occasione persa per cercare di prendere (sarebbe stato un fatto epocale) la gestione della portualità commerciale e diportistica, ma evidentemente la cultura di base degli attori principali è entroterra-centrica.
    4) La conflittualità con Cagliari: anziché darle valore con la spinta politica propagabile poi in tutta la Sardegna, questi hanno contribuito a togliere a Cagliari la funzione di città principale, in base ad un modo mediocre e tutto sardo di vedere le cose dal proprio paesello, ovvero cercando di farla odiare ulteriormente e depotenziarla senza avere delle alternative valide.
    5) Da altri partiti sono confluiti nella sigla autodefinitasi “indipendentista” molte persone (soprattutto ex DC, PSI, FI): non certo perché indipendentisti (chiedeteglielo!) bensì perché alla ricerca dell’amicizia con l’assessorato importantissimo per portare avanti alcuni programmi e progetti.
    6) L’espressione per le intenzioni di voto al referendum: poco convinti, fra gli ultimi ad esprimersi, probabilmente per non urtare la suscettibilità del Presidente della Giunta.
    7) Entrambi Maninchedda e Sedda sono docenti in ruolo al MIUR, nello stesso Ateneo, nella stessa Facoltà. Come diceva Andy Luotto: No Buono!
    Avrei altri argomenti (vogliamo parlare del mancato coinvolgimento della base o delle autoproclamazioni?) ma ritengo di avere detto abbastanza.

    • Fedemuzzu says:

      Per quanto riguarda i punti 3 e 4: Cagliari ha avuto anche troppo da questa giunta. Ci fosse stato davvero un po’ di sano “entroterra-centrismo” la situazione non sarebbe così tragica, ma avremmo un po’ più di equilibrio. Basti vedere quanto sono state ignorate le necessità del Nuorese e dintorni, con la regione che si è cercata di prendere perfino il controllo dei musei e delle biblioteche dell’Atene Sarda estromettendo il comune dalla gestione che gli spettava di diritto. O (anche se questo non è entroterra) cosa è stato fatto succedere ad Alghero, distruggendo un’industria turistica che dava lavoro a migliaia di persone per spostare i voli di Ryanair a Cagliari. Il Cagliaricentrismo è il problema della Sardegna, non il contrario.

      • Infatti:
        Pigliaru;
        Ganau;
        Arru;
        Morandi;
        Maninchedda;
        Erriu;
        Spano;
        Firino
        sono tutti cagliaritani (e chiedo scusa per quelli che ho dimenticato).

        • Fedemuzzu says:

          Ma magari la provenienza c’entrasse qualcosa con gli interessi portati avanti, Pigliaru sarebbe finalmente un presidente dei sardi!

          E comunque, per togliere i dubbi a tutti: a nessuno interessa dare fuoco a Cagliari, se è questo che preoccupa i cagliaritani quando sentono i “cabilli” incazzati per queste storie. A parte le battute gagge dei sassaresi questo odio non c’è mai stato. Anzi.
          Semplicemente non vogliamo assolutamente che nessun servizio venga spostato lì da altre zone della Sardegna, come è stato per la sede della Soprintendenza (anche se qui c’entra il ministero), i già citati musei, i voli, quei fondi europei che probabilmente andranno solo nell’unica “città metropolitana” dell’isola (non che Sassari fosse definibile tale, eh, ma manco Cagliari), etc. Devono tornare dove stavano di diritto. Tutto qui. Il dibattito sul Cagliaricentrismo nasce da quello. Perché il rischio del “depotenziamento” per ora di certo non c’è mai stato, se non per il resto della Sardegna.

        • Beh, su Pigliaru avrei dei dubbi a riguardo della sua “sassaresità”, ma Maninchedda a parte comunque parliamo di partiti italiani, non è che si possano definire come portatori di interessi sardi di alcun genere.

          Non ho capito comunque quando mai Cagliari sarebbe stata penalizzata maggiormente rispetto al resto della Sardegna in questi anni, come dice Ci.So. Se parlare di “cagliaricentrismo” della giunta è esagerato (qualche tempo fa la situazione sembrava peggiore, poi qualche ente grazie al cielo è stato lasciato anche agli altri), decisamente lo sarebbe anche considerarla “entroterra-centrica”.

          Per gli aeroporti, ad esempio, bisognerà approfondire la questione. È vero che lo scopo principale di Deiana è stato favorire Alitalia, ma non si capisce come mai Ryanair abbia trovato impossibile restare ad Alghero ma non a Cagliari. Così come andranno visti gli effetti a lungo termine della nuova città metropolitana sul resto dell’isola.

          Sulla questione dei musei, invece, in effetti si potrebbe più parlare di uno scontro politico che territoriale (PD contro Soddu). Semplicemente qualcuno ha rosicato parecchio dopo la sconfitta schiacciante di chi aveva governato per vent’anni.

        • Fourthciucciu says:

          Per una volta devo dare ragione a Biolchini, un esempio per tutti la scelta della Asl unica a Sassari.
          Sulla questione Ryanair la scelta è stata di un soggetto privato, mi sembra del tutto normale che una compagnia aerea privilegi Cagliari rispetto ad Alghero.

          • Non è normale affatto, ed infatti Ryanair ha sempre continuato ad investire su Alghero, come è giusto che facesse, fino a che la regione non ha buttato l’aeroporto di Fertilia nel caos.

      • Ci.So. says:

        Di cosa parla? La invito a replicare seriamente con argomenti concreti, altrimenti rischia di venire considerato il tipico individuo invidioso che sa solo sparare vigliaccamente da dietro i muretti a secco. Non le chiedo le sue generalità: le chiedo di fornire argomenti.

  2. Paolo Bozzetti says:

    Questa eterna, ammirabile, degna di umana compassione (e penosa, in quanto ricca di tormenti e frustrazioni) ricerca della formula magica per arrivare all’autodeterminazione, oramai sembra ancora più tormentata e impossibile di quella che ha come oggetto il famoso Santo Graal.
    Questo forze del Bene le hanno tentate tutte e le tentano tutte, ma alla fine, comunque, e per diverse ragioni, falliscono.
    La cruna dell’ago dove dovrebbero passare è quella dell’unità, ma, abbandonandosi ai famosi stereotipi sui sardi, sappiamo bene che, insieme al gene della lunga vita, ne abbiamo altri che gestiscono le capacità di integrarsi e cooperare, in forme affascinanti, ma, purtroppo, tese all’individualismo.
    La strada su questo versante non solo è chiusa ma è, addirittura, franata, inesistente (e chissà da quando).
    Allora ragionerei sul tema delle due “idee” di Sardegnal
    Antitetiche, divergenti, ma comunque mai realizzate, nè quella italiana, nè quella autodeterminata.
    Insostenibili, anche, per motivi differenti ma tutte e due comunque insostenibili.
    Se abbandonassimo tutto ciò che non ha fondamento nel requisito della sostenibilità sia culturale, che economica e sociale, credo che la strada per trovare obiettivi comuni sarebbe estremamente più agevole.
    Del resto, quanti di noi, pur sentendosi sardi, vogliono rinnegare l’appartenenza italiana?
    Trovare gli elementi di unione permetterà di declinare il sistema degli obiettivi “sostenibili”, definendo progetti politici calati nella realtà, depurati da quegli elementi “ideologici” disgregatori e, perciò, maggiormente condivisibili da tutti.
    Solo così si potrà arrivare a raggiungere il valore dell’unità.

  3. Luca Carta Escana says:

    Perché parlare di ”innovativa unione tra partiti italiani e partiti sardi”? Abbiamo assistito all’ennesimo caso di ”assimilazionismo politico”. Per farsi ”trattare come simili”, i partiti di cui sopra hanno violentato la loro stessa storia, gli esponenti – cosa ancor più grave – le loro stesse idee.
    A questo giro, ancor prima di giurare lealtà alla costituzione italiana, costoro si impegnarono pubblicamente per una nuova legge elettorale più giusta, equa, fondamentalmente democratica. Finora hanno ottenuto niente: ecco come si lotta per la Causa! Glissiamo poi sui propositi di copiare le ricette renziane (”il partito della nazione sarda”)… al sol pensiero mi nc’intrat su frius.
    Inoltre, perché dire che ”la campagna referendaria ha dunque fatto emergere non solo due posizioni distinte ma due contrapposte idee di Sardegna”? A me pare la solita campagna che tutto travolge, lasciando la forte sensazione che oramai occuparsi di cose sarde – elaborare, condividere, dibattere su visioni in cui noi Sardi siamo il centro – sia divenuto poco più che un passatempo. Stranieri in casa nostra.
    Perché sarebbe bene dirselo: ora come ora non c’è ”generosità” che tenga. Viviamo in una splendida isola contraddistinta da uno scenario politico complesso – probabilmente più di quello italiano odierno – in cui, nel quadro attuale, si ha a che fare con una notevole, notevolissima scarsità… di potere. Il resto vien da se, illusioni incluse.

  4. Emanuele says:

    La Sardegna è grande, tanti sono i popoli e le culture che vi albergano abbastanza disomogenei e inconciliabili. L’idea di una Sardegna fatta di un unico popolo autodetrerminato è bellissima, ma appartiene ai sogni da appuntare nei diari dell’innocenza.

    • Ospitone says:

      Dai sogni nascono le idee: gli ideali:sono stati il motore, che ha rivoluzionato il mondo.
      Chi smette di sognare smette di pensare con la propria testa,ripetendo a memoria le solite lagne e luoghi comuni sui Sardi..
      Tutto può cambiare perché fortunatamente non c’è niente di definitivo,cambieremo anche noi, forse già lo stiamo facendo (e con molto poca innocenza, dopo secoli di prese per il culo).

    • L’Italia unita è ancora più complessa e disomogenea, seguendo questa logica l’esistenza dello stato italiano (e, sopratutto, della già grande Sardegna al suo interno) dovrebbe essere un idea ancora più ingenua, al punto da essere totalmente assurda ed impossibile. Perché mai allora si applica un doppio standard?

    • Marcus says:

      Una grossa fesseria, ma facciamo che sia come dice lei. Tutti quei popoli che abitano la Sardegna sempre sardi sono e certamente non sono italiani.

      • Emanuele says:

        In realtà storicamente la Sardegna è culturalmente Italiana ( leggi Piemontese) ) ben prima di Sicilia Campania e Lazio regioni dove si respira chiarmente e forte la non completa italianita. Ognuna di queste tre regioni ha un vero e proprio altro Stato al suo interno. Mi chiedo quale cultura, se non quella italiana condividano Cagliari Sassari e Nuoro

        • Il Lazio meno italiano di altre regioni? L’unica regione più culturalmente “italiana” del Lazio oggi sarebbe la Toscana. Lasciando da parte, appunto, il Piemonte. La Sardegna è al capo opposto della classifica, insieme a posti come il Sud Tirolo.

          Avere un re straniero non cambia magicamente la cultura di un posto, per cui noi piemontesi non lo siamo mai stati. Politica e cultura non sono la stessa cosa, dalle nostre parti la corte a malapena ci è passata, tranne quando ha dovuto darsela a gambe per paura dei francesi.

          Cagliari, Sassari e Nuoro condividono da sempre la cultura sarda, ovviamente. Come la nostra storia, la letteratura in lingua sarda e perfino la cultura popolare dimostrano.

        • Ospitone says:

          Dimentica i 400 anni di Aragona e Spagna,l’età Nuragica,quella Giudicale,i Fenici,i Punici,Pisa,Genova,Romani,Arabi,Bizantini,
          Catalani,Austriaci…………..: Piemonte 1720-1861…..
          dovremo sentirci “piemontesi” e “italiani” per cosi poco?
          Per carità, si legga un bel po di libri sulla Storia Sarda.
          Meno giornaletti e più Libri.

  5. Biolchini offre sempre analisi lucidissime e non cronaca. Grazie.

  6. Dott. Biolchini, la sua analisi risponde drammaticamente alla realtà. Purtroppo.

  7. Con il si al referendum di Pigliaru, c’è il tanto perché i sovranisti escano dalla giunta subito.

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