Politica / Sardegna

Fra un mese le elezioni ma la sfida del futuro è un’altra: sovranisti e indipendentisti uniti in un nuovo grande soggetto politico, democratico e plurale

I semi della pace di Pinuccio Sciola (da www.pinucciosciola.it)

Con la presentazione in tribunale dei candidati alla presidenza e dei loro programmi, oggi è iniziata ufficialmente la campagna elettorale. Esattamente tra un mese, il 16 febbraio, un milione e 400 mila sardi saranno chiamati a scegliere il prossimo presidente della Regione tra l’uscente Ugo Cappellacci (centrodestra), Pierfranco Devias (Fronte Unidu Indipendentista), Michela Murgia (coalizione Sardegna Possibile), Francesco Pigliaru per il centrosinistra, Mauro Pili (coalizione Unidos), e Gigi Sanna (Movimento Zona Franca).

La Sardegna arriva stremata a queste elezioni. Alla crisi che da anni colpisce i paesi dell’Europa (e in particolar modo l’Italia), si aggiungono da noi i terrificanti effetti del crollo del sistema industriale (frutto di modello di sviluppo ormai superato), i rapporti non più leali (sempre che lo siano mai stati) con lo Stato centrale, la debolezza del sistema infrastrutturale materiale e immateriale che determina la scarsa competitività delle nostre imprese e del nostro sistema educativo, l’incapacità di organizzare in maniera coerente il sistema delle autonomie locali, e senza dimenticare l’emergenza causata dalla recente terribile alluvione e il disastro della politica, ben rappresentato dall’inchiesta sui fondi ai gruppi consiliari che ha toccato tutti i partiti e che oggi (ad un mese dalle elezioni) costringe agli arresti tre consiglieri regionali (tutti di centrodestra, va detto) ed altre decine alla riprovazione dei cittadini.

In un clima di scoramento e di sconcerto, i sardi da oggi cercheranno di capire a chi affidare il proprio futuro. In tanti prevedono che l’affluenza alle urne sarà la più bassa di sempre.

Il sistema politico sardo sembra inadeguato ad affrontare le terribili sfide che appaiono all’orizzonte. I partiti maggiori, semplici emanazioni di sigle nazionali, quasi marchi in franchising contesi senza esclusione di colpi da vecchi e nuovi gruppi di potere incapaci di produrre idee ma sempre pronti a cambiare continuamente posizione nello scacchiere del potere e questo con l’unico obiettivo di esercitare un nefasto potere di intermediazione tra l’Italia e la Sardegna, di fatto hanno già esaurito la loro storica funzione di rappresentanti di interessi reali e collettivi e sperano solamente nel voto popolare per poter sopravvivere, in attesa di trasformarsi per l’ennesima volta in qualcosa di “nuovo”.

Ma anche chi è realmente nuovo si è mostrato ugualmente inadeguato. Il caso della mancata presentazione alle elezioni del Movimento Cinque Stelle è emblematico della fragilità di quei settori della società che anche in Sardegna nella maniera più eclatante (ma anche più scomposta) hanno attaccato il sistema dei partiti. L’assenza dei grillini è il terribile segnale della perdurante inadeguatezza al ruolo delle classi dirigenti isolane e priva la Sardegna di quella speranza politica che invece altrove ha introdotto elementi di innovazione e di ricambio necessari al rinnovamento della politica.

Anche altri però hanno mancato l’appuntamento storico. In tanti hanno fatto osservare il moltiplicarsi di sigle che a questa tornata elettorale rappresenteranno le ragioni del sovranismo e dell’indipendentismo. È un vero e proprio boom, frutto non soltanto del tradizionale furore scissionista di questa parte politica ma di una consapevolezza che è cresciuta nella società sarda. Le ragioni dell’autogoverno, della sovranità, le ragioni di chi pensa che la Sardegna sia una nazione e che come tale debba essere governata, ormai sono largamente diffuse nella società. E per la prima volta le sigle indipendentiste e sovraniste si presentano agli elettori con l’ambizione di essere forza di governo.

Queste elezioni potevano esser un momento di unione fra tutti questi movimenti e partiti, in uno sforzo nuovo di apertura reciproca e di costruzione di un nuovo soggetto politico vasto e plurale, democratico e autenticamente sardo. Ma la scommessa è stata persa.

Alla fine hanno prevalso le miopie, i personalismi, i tatticismi. È mancata sostanzialmente la fiducia reciproca tra leader vecchi e nuovi. E così fra un mese le forze sovraniste e indipendentiste saranno spaccate in cinque schieramenti: uno col centrosinistra, uno col centrodestra, uno rappresentato da Sardegna Possibile, il quarto raggruppato intorno ad Unidos, senza dimenticare il Fronte Unidu Indipendentista che correrà da solo e Sardigna Natzione che neanche si presenterà agli elettori.

Se si fosse trovato un mimino di convergenza sui programmi e sulle modalità di scelta della leadership, uno schieramento di questo genere avrebbe potuto correre per la vittoria.

Ma il fatto che la scommessa sia stata persa non vuol dire che non la si debba rigiocare già da subito, dal giorno dopo le elezioni. Il futuro della politica sarda passa necessariamente attraverso la nascita di un nuovo soggetto plurale in grado di interpretare le ragioni della nostra aspirazione all’autogoverno e che dovrà vedere protagonisti forze e leader che oggi si affrontano in schieramenti diversi.

Non c’è alternativa a questo progetto. Non c’è.

Ci attende un mese di contrapposizioni anche strumentali perché questo richiede la campagna elettorale. Ma che da forze come quelle che si sono riconosciute intorno al progetto di Sardegna Possibile, al Partito dei Sardi, ad Irs, al Partito Sardo d’Azione, ai Rossomori, al Fronte Unidu Indipendentista, ai tanti movimenti e associazioni che in maniera feconda (e da sinistra) stanno portando il loro contributo al dibattito sovranista, e perfino alle tante sigle della coalizione Unidos, è un fatto incontrovertibile che intorno a queste ed altre forze possa nascere il perno della politica sarda del futuro.

Anche la sinistra sarda è chiamata a questa sfida, perché ormai le sigle storiche che la rappresentano sembrano destinate alla marginalità, se non all’irrilevanza. La sinistra sarda ha bisogno di un nuovo grande progetto in cui credere ed essere protagonista.

Questo progetto avrà bisogno di nuovi leader, più aperti e più generosi di quelli ora in campo: molti hanno già fatto il loro tempo e dovranno farsi da parte, ma anche coloro che (benché giovani) sono animato da pulsioni narcisistiche saranno invitati a cambiare atteggiamento. Perché ci si dovrà confrontare senza porre barriere preventive per cercare punti di contatto per poi trovare il massimo dell’unità possibile.

La sfida del futuro è già davanti a noi, le elezioni del 16 febbraio sono solo un passaggio obbligato, superato il quale bisognerà lavorare subito ad un progetto unitario, grande e ambizioso per la nascita di un nuovo grande soggetto politico dei sardi, democratico e plurale. Per far sì che quelle del 2014 siano un giorno ricordate essere ricordate come le ultime elezioni regionali in cui il fronte sovranista e indipendentista si è presentato così inutilmente frantumato.

 

14 Commenti

  1. Sardusòe says:

    Per trovare soluzioni alla grave crisi sociale ed economica susseguita alla prima guerra mondiale nacque in Sardegna un progetto politico ambizioso, autonomista e sovranista incarnato dai reduci che si associarono nel Partito dei Combattenti subito divenuto Partito Sardo d’Azione. Il fascismo e la seconda guerra mondiale interruppero quel progetto che riprese nel dopoguerra con il nome di Rinascita. Oggi che un’altra crisi economica e sociale frutto di altro tipo di guerre, investe di nuovo l’isola, la storia sembra ripetersi. Nuovi progetti di sovranità e indipendenza. Voglia di fare da soli. Ben vengano, purché delle esperienze passate si faccia tesoro. UNIONE non DIVISIONE è quello che ci serve. Finche non avremo imparato questo, saranno solo parole al vento.
    Condivido caro Vito, la tua analisi.
    che gli dei ci siano propizi…..

  2. Su Brigungiosu says:

    Ancora con questa solfa del “frazionamento del mondo indipendentista”?
    E che palle Vito, scusa ma davvero che palle!

    Possibile che con tutte le cose positive e negative che si possono pescare nel mondo indipendentista si stia ancora a rimestare su questo falso problema? In alcuni casi si chiama personalismo, in altri chiama pluralismo. E vabbuò, facciamocene una ragione.
    Altrove è accettato e normale, ma in chi osserva (da fuori, sia chiaro) il mondo indipendentista chissà perché questo fatto deve creare sempre un moto di vergogna, di immaturità.

    Gli arcipelaghi di cui sono composti gli schieramenti di dx e sx in tutta l’Italia costituiscono frazionamento o pluralismo? L’uno e l’altro, però esistono.
    Sembra che un indipendentista dovrà sempre sentirsi in imbarazzo per il numero mai abbastanza esiguo di sigle esistenti.

    In fondo è solo un modo come un altro per continuare a fissare il dito di chi vorrebbe indicare la luna.

    • Sì, si continua a rimestare perché il rischio è che a fronte di una presenza evidente nella società, il risultato elettorale delle varie forze in campo sia elettoralmente modesto. Destra e sinistra sono composte da tante forze che poi al momento giusto sanno ritrovare l’unità (senza perdere la peraltro loro specifica identità). Gli indipendentisti sardi no: perché? Perché non fare come in Corsica dove le tante sigle nazionali si riuniscono alle elezioni in una “cuncolta”?

  3. Andrea caboni says:

    Bravissimo Vito. Questa volta condivido la tua dolorosae realistica analisi.

  4. Paolo Bozzetti says:

    Se non sbaglio (ma anche se fosse un altro, è lo stesso) era Carlos V che affermò il famoso “Poco, locos y mal unidos”, riferendosi al popolo sardo.
    Un giudizio che è diventato una vera e propria maledizione, perché, ancora oggi, siamo costretti a riconoscere che l’aveva azzeccata.
    Unico dubbio mi sembra possa essere il “locos”.
    Sicuramente oggi non siamo “pazzi”, anzi siamo, probabilmente, uno dei popoli più saggi e responsabili del Mediterraneo, salvo quando si parla dei rapporti con i nostri conterranei, siano essi sociali, economici, politici e, molte volte, umani.
    Dobbiamo accettare e riconoscere che le parole “unione”, “cooperazione”, “sinergia”, “sistema” e, per certi versi, anche “complicità”, in Sardegna non si declinano o non si concretizzano (eccezioni che confermano la regola, sono la comunità olianese e quella seuese).
    Per gli altri, evidentemente, non sono nel DNA.
    Parallelamente, è curioso notare come, appena si varca il mare, questo enorme limite genetico, tende a sparire o a limitarsi di molto, permettendo alle nostre intelligenze e capacità di operare senza ostacoli legati all’invidia e all’individualismo.
    Quindi è chiaro come anche i vari “ismi” (indipendentisti, sovranisti …) hanno perso questa bella occasione.
    E anche la prossima (credo, ma non spero, ovviamente).
    Siamo deboli perché siamo “mal unidos” e, così, permettiamo a tutti, senza costi eccessivi, di farci sfruttare, colonizzare, espropriare e quant’altro vogliano fare nella nostra bella terra (bella anche perché siamo “pocos”).
    Con tutto il rispetto, non siamo stati capaci, dopo il sacco della Maddalena e il furto del G8, di rovesciare un Tir di letame davanti a Villa Certosa (probabilmente abbiamo dei testicoli a sensibilità differenziata che ci avvertono quando il vicino di tancato ha spostato una pietra del muretto a secco ma, nel caso, che un continentale ci stupri la dignità e la terra, siamo molto ospitali e accomodanti).
    Il senso di queste amene banalità è che se il governo centrale ne ha fatte di cotte e di crude, la colpa principale è nostra (sovranisti e non, partiti italiani e indipendentisti) che abbiamo lasciato fare.
    Quindi, cari amici, per me il problema non è la lingua (che è comunque fondamentale) ma è qualcosa che attiene, metaforicamente, al sistema testicolare … dovremmo diventare adulti.
    Chissà se ne avremo il tempo …

  5. Ciao Vito; circa l’ sms di stamattina no, non avevo ancora letto il tuo blog (altrimenti non ci sarebbe stato bisogno delle spiegazioni richieste); direi che hai centrato il punto… personalismi, ed egoismo …ma anche immaturità politica ed impreparazione impediscono a tutt’oggi la nascita di un polo unitario. Peccato.

    Legolas 82

  6. Gentile Biolchini, in questi giorni disperati per la democrazia non si legge altro sui giornali e alla tv della frammentazione del mondo indipendentista. Molto comodo sinceramente questo modo di analizzare la politica sarda, molto comodo sopratutto per chi appieno si attiene ai giochi di questa politica coloniale che cerca di sceditare il lavoro fatto sin’ora dagli indipendentisti. Abbiate il coraggio, o perlomeno l’onestà intellettuale di parlare come si deve dell’indipendentismo. Oggi esso non è frazionato, diviso come dite voi, non capisco perchè ci si ostini a parlarne in questo modo piuttosto che farne uscire i contenuti, seri e reali, che esso propone, non capisco perchè non si riconosce pienamente il fallimento della politica italiana importata in Sardegna, mi chiedo come si possano definire indipendentisti questi stessi schieramenti che hanno portato la nostra isola ad essere la periferia della produttività e della cultura italiana. Mai il colonialismo si era spinto a tanto, sin’ora si imboniva il popolo appropriandosi di battaglie già pronte ma che poi nei fatti non hanno portato a niente di concreto, ora invece ci si appropria di sinonimi dell’indipendentismo che rimangono vani e aleatori. Nessuno vuole una unione totale, nessuno vuole una “real politik” del mondo indipendentista, tutti vogliamo che si crei una pluralità e questo sta avvenendo, in modo da porre in discussione realmente le politiche coloniali dell’italia. Avete mai chiesto a PD e PDL come mai fossero divisi e non uniti? Bene fatevi la stessa domanda per il mondo indipendentista ed iniziate ad analizzare seriamente!

    • Andrea caboni says:

      Si certo Ines, come non darti ragione… però resta il fatto che dispiace che alcuni fra i movimenti pro indipendentismo non facciano il massimo per riuscire a convergere in una basilare e condivisa tavola programmatica per uscire in un blocco unico più credibile ed efficace per tutti quelli che vorrebbero avvallare la causa.

  7. Concordo in pieno ma rimane il fatto che il PD sardo per l’incapacità di risolvere i problemi suoi interni si è dovuto rivolgere al nazionale mentre il Capp ha dovuto chiedere ancora l’imprimatur al CAV. Ho la sensazione che è meglio Kelledda. Poi le donne a governare hanno una marcia in più, molte grandi imprese USA sono in mano a donne che le guidano con rigore e barra dritta. Se non sbaglio sono anche più oneste e questo non guasta.

  8. Giuseppe Corongiu says:

    Cando s’at a fàghere bi so

    • francesco meloni ( Gianfranco) says:

      Su prozetu de liberazione natzionale de sa Sardinna tenet bisonzu de tottus sos movimentos e partitos indipendentistas e no lu depimus mai irmenticare. So semper de s’idea chi amus a depper aunire totu pro dare vorza a custu ideale. Su bellu est chi sos programmas s’assimizan totus e sos urtimos chi son crompitos a custa idea corazosa an paschitu in su pasculu de sos chi an semenatu prima de issos. su chi naro est custu: chi bi cheret volontate e umiltate dai parte de totus e gana de si sacrificare po sichire in su sonnu de un’arveschita chi nos vidat indipendentes e democraticos.

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