Cultura / Sardegna / Spettacolo

“L’arbitro” di Zucca finisce in fuorigioco: come un bel corto sardo è diventato un normale film italiano

 

Per chi, come me, fosse uscito dalla visione de “L’arbitro” con un qual certo sentimento di insoddisfazione tutto da decifrare, consiglio fortemente la visione dell’omonimo e tanto giustamente acclamato corto che ha dato origine al film, in questi giorni nei cinema. Così è stato per me. Corroso dalla curiosità di non averlo ancora visto, l’ho guardato oggi (e invito anche voi a farlo). Perché solo in questo modo ho potuto capire in che modo il regista Paolo Zucca ha trasformato un bel corto sardo in un normale film italiano.

Per carità, non la stiamo buttando a tutti i costi in politica. Però nell’opera originaria la Sardegna c’era, eccome se c’era, e dava senso e valore al film: soprattutto con i suoi volti e la sua lingua, in un racconto coerente e ben calibrato che si nutriva delle esagerazioni e delle bizzarrie che ovunque accompagnano il mondo del calcio amatoriale. Una storia locale diventava così universale.

Nel corto la cifra estetica scelta dal regista non si “mangiava” la storia, ma la assecondava intelligentemente, esaltando volti e voci vere che nel film purtroppo sono state trasformate quasi sempre in voci e volti di semplici comparse, costrette a recitare una parte laddove, nell’opera breve, dovevano solamente essere se stesse. E infatti il corto funziona mentre il film ha un respiro più breve.

L’operazione di trasformare “L’arbitro” in film, mantenendo nella nuova opera tutte le qualità della prima, dunque non è riuscita. Perché?

Forse molto semplicemente perché non c’era il tanto per trasformare l’opera originaria in un lungometraggio. L’operazione di creare una storia che sostenesse il sorprendente finale ha infatti generato più che personaggi dei caratteri, cioè figure monodimensionali incapaci di volare alto e di sorprenderci.

I protagonisti sono sempre uguali a se stessi, nulla (o troppo poco) cambia nel loro scontato percorso drammaturgico, né poteva essere altrimenti visto che il finale era già stato scritto.

Questo costringe gli attori comici che Zucca ha chiamato (come Benito Urgu, Geppi Cucciari e Jacopo Cullin) a comprimere le loro potenzialità, ad assecondare il copione anziché farlo decollare. Per loro serviva un canovaccio, non un copione da rispettare come se fosse la Bibbia. Certo, il rischio era quello poi di trovarsi un finale diverso. Ma anche il film lo sarebbe stato.

Date queste premesse, “L’arbitro” non poteva che essere ciò che alla fine è: un gioco tutto cinematografico di inquadrature, citazioni (Benigni, Fellini, Leone) talvolta inutili (Matzutzi sull’albero di Amarcord: perché?), tentazioni autoriali (come nell’incomprensibile inizio, troppo serioso per un film che vuole essere brillante), suggestioni estetizzanti, spesso fini a se stesse, talvolta noiose, e raramente al servizio di una storia condannata fin dal principio ad essere esile. E in questo il regista Paolo Zucca mostra una abilità e una padronanza dei mezzi del cinema veramente sorprendente per un lungometraggio di esordio. Il dato più positivo del film è questo: la Sardegna ha un nuovo, vero regista, che però aspettiamo alle prese con una storia più solida.

Il film è anche divertente ma meno di quello che sarebbe potuto essere se la storia fosse stata libera di volare senza i vincoli di un finale già scritto. La Sardegna diventa una innocua sequenza di stereotipi, una specie di isola western del terzo millennio. Vent’anni fa ci saremmo incazzati per una cosa del genere, adesso per fortuna sappiamo anche ridere di noi stessi. E meno male.

Benito Urgu è bravo (ma in questo film non è stato messo nelle condizioni di dimostrarlo appieno, l’idea di fargli recitare la parte di un allenatore cieco non è altro che una trovata che alla lunga non paga) e lo stesso si può dire di Jacopo Cullin (bravissimo nella sua interpretazione ma la caratterizzazione argentina lo penalizza, se il bomber Matzutzi fosse rimasto sardo avremmo riso certamente di più).

Geppi Cucciari si trova a suo agio con il personaggio effettivamente meglio disegnato, quello una bella ragazza sarda volubile e scontrosa come solo le ragazze del nostro entroterra  sanno esserlo; Accorsi recita il suo film (ma la sequenza del balletto in albergo era forzata), supportato da un bravo Marco Messeri. Cartellino rosso invece per il personaggio di Francesco Pannofino: sbracato, sopra le righe, eccessivo e parodistico, sembrava uscito da Boris o da qualsiasi cinepanettone Vanzina style. Ma forse i produttori italiani del film volevano proprio questo.

 

24 Commenti

  1. A me è piaciuto. Ovvio che la diegesi non potesse essere la medesima in quanto lungometraggio. Spesso mi sono lamentato di commedie leggere, noiose storie di sentimenti che poi finiscono bene, attori considerati tali solo perchè con occhi azzurri, cinepanettoni, stereotipi. Sono andato al cinema per vedere qualcosa di diverso ed è successo. Bravo Cullin !

  2. Visto ieri, non mi ha entusiasmato, forse me ne hanno parlato tutti troppo bene e le mie aspettative erano troppo alte. Non so ancora cosa non mi ha colpito, lo rivedrò tanto, ne sono certo. Ma ho apprezzato una cosa: finalmente si iniziano a vedere commedie, per di più autoironiche, e non i soliti film seri (e a volte noiosissimamente pretenziosi) da parte dei registi sardi. Era ora… quando poi inizierò a vedere fondi regionali non dati solo per il jazz o la musica etnica, allora davvero griderò al miracolo. A parte quest’ultima disgressione, Vito, secondo me la citazione dell’albero è, a monte, calviniana. Anche nel film di Fellini ci vedo un chiaro riferimento al Barone Rampante… che ne dici? Un abbraccio. Stefano

  3. anonimo says:

    E se fosse un film italiano? Ebbe’? Mi interessa esclusivamente se è un bel film oppure no.

  4. sergiok says:

    Probabilmente l’intenzione era quella di rendere un film più commerciale e accessibile a un sicuro numero di persone consistente. Il regista ha ceduto a questa scelta semplicemente per farsi conoscere. Probabilmente ci è riuscito. Ma è stato un bene o un male? Ad ogni modo spero per lui che sia stato un bene.

  5. SARDONICO says:

    Con tutto il rispetto per il “gritico zinematografico” devo dire che “L’ARBITRO” è un film ben diretto,ben sceneggiato,ben interpretato.
    Un lungometraggio è un altro paio di maniche rispetto a un corto,e Zucca va lodato per aver avuto buttones,affrontando una prova che ha brillantemente superato:il bianco e nero da documentario sulle bonifiche anni ’50,l’agreste asprezza dei personaggi,niente cadute di tensione,a volte persino passaggi quasi noir.
    La dolcezza e la femminilità della Cucciari,vera ficodindia di Sardegna,lo strepitoso Jacopo che sa fare il sudamericano,il finale con Accorsi che forse ha trovato un posto in cui vale la pena vivere,Pannofino che E’ Moreno(come diceva il comico Masia in una parodia “3 litri di veleno”);e per ultimo il grande Benito Urgu,che qualcuno vede piccolo perchè non conosce la grandezza degli umili:in Giappone sarebbe stato considerato un patrimonio vivente e come tale tutelato.Osservare la sua recitazione e imparare.
    Ho visto per caso un altro film???

    P.S. :
    Non sono il produttore,solo un semplice spettatore di Ghilarza.

  6. Anonimo says:

    O Vito ma la che non ses bonu a criticare film!

  7. riccardo says:

    a mei m’at a praxi a biri unu film de fantascienza, poliziesco o avventura in sardu! no mi praxit candu su sardu s’imperat po fai biri su pastori coddendi una brebei o cosa di aici…

  8. Quando leggo queste recensioni penso sempre al grande Moretti in Caro Diario http://youtu.be/ruv2MJQ66MU

  9. La storia raccontata da Zucca si basa su valori universali, e la citazione di S. Agostino non fa che palesarlo. Talmente universale che anche calata in altri contesti fuori dalla Sardegna avrebbe funzionato a meraviglia. Questo grazie alla maturità espressiva del regista, non ci sono dubbi, e alla sua capacità di sviluppare un film corale dove anche le “star” non hanno più spazio rispetto ai personaggi dal volto ignoto al grande pubblico.
    Zucca si è approcciato al lungometraggio forte di una storia e di una tecnica narrativa che già col corto aveva funzionato bene, ed ha utilizzato richiami e rimandi ai grandi della storia del cinema e del teatro senza paura e in maniera scanzonata.
    Ne viene fuori un film grottesco, surreale, coinvolgente e godibilissimo, dove la Sardegna è finalmente libera di essere se stessa, slegata dalle logiche liriche dell’arcadia del pastoralismo e del banditismo che tanto piacciono ai registi didascalici e pallosissimi citati negli altri commenti.
    Per questi motivi, caro Vito, non lo definirei un film “italiano”, ma meglio un film “universale”, Di quelli farei vedere agli amici “stranieri”, italiani e non, sicuro che si immedesimerebbero senza problemi nella storia a prescindere da muretti a secco, pecore, imperfetto al posto del congiuntivo.
    Unica cosa su cui concordo con la tua analisi: Pannofino. Un vero calcio nelle palle, come se davvero la sua presenza fosse un’imposizione della produzione.

  10. Ho visto il film ma non il corto, quindi non posso fare paragoni, ma solo dire che a me il film nel complesso è piaciuto. Anch’io ho trovato qualche idea copiata (o citazione che dir si voglia), in particolare la scena dei calciatori che si muovono a passo di danza che nel film di C. Serreau del 1996 “Il Pianeta Verde” era proprio esilarante. E cmq anche qui funziona.
    Sono d’accordo con Vito sulle qualità del regista, ma a me è piaciuto anche il plot, oltre al cast di attori e, a dire il vero, non mi sarebbe dispiaciuto qualche dettaglio del paesaggio in più (perché se lo fa W. Allen con Manhattan ecc. va bene e se lo fa un regista sardo no?). Per scongiurare il timore di dipingere un paesaggio sardo oleografico forse il regista ha eliminato fin troppo l’elemento paesaggistico, p.es la piazza di Seneghe con la bella fontana e il frontone della chiesa avrebbe meritato anche un campo più largo… o no?

  11. francu says:

    Non ho visto il film, ma parto da quello che dice vito. Il film è brutto perché é un film italiano e non sardo. Come se il primo fosse sinonimo di poca qualità e il secondo Si. Mi pare quello che succede tutti i giorni al mercato. “Signora prenda le ciliegie che già sono buone che son sarde”. Le prendi e fanno cagare. Poi un giorno per disperazione e dopo aver mangiato ciliegie di merda sarde provi quelle di verona e non solo sono buone, ma scopri che hanno una grande e ottima produzione (attru chi burcei).
    A me interessa mangiare cibo buono e vedere bei film. Se sono sardi meglio altrimenti chi se ne fotte. Io pesi leggeri l’ho visto. Pogarirari! Dinai fuliau. Meglio a rocky 5! Bolis ponni

  12. Guglielmo says:

    Dobbiamo sempre smontare quello che di bello si produce ! Finalmente un film divertente ben congegnato nel narrare anche alcuni aspetti drammatici della nostra sardita’ un film tecnicamente perfetto nella sua realizzazione scenica e nelle scelte attoriali , Forse Biolchini preferisce vedere scene di una Sardegna che non esiste più’ pastori che sodomizzano pecore , banditi che sequestrano, giovanette che in piazza Repubblica si prostituiscono e ogni forma di degrado che ci riguardi ! L’arbitro e’ un bel film che fa riflettere mentre ridi e quando esci dalla sala non ti pervade nessun senso di angoscia ,bravo Paolo Zucca la miglior critica sta nei volti delle persone che escono dalle sale di tutta Italia sorridenti e rilassati .

  13. Gianna says:

    Visto, poco interessante. Sketch a non finire e richiami cinematografici che non stanno dietro alle intenzioni del film.

  14. Il Medievista says:

    Non so, a me il film interessa proprio per tutte quelle cose che a Vito non sono piaciute. Voglio dire, infilare la Sardegna in tutte le cose che fai e che dici solo perché sei sardo.
    Sam Raimi non parla strettamente del Michigan nei suoi film, né Rohmer raccontava di Thulle, e così via.
    Io aspetto sempre che nel mondo si parli di un sardo non tanto o non solo per il fatto che sia sardo, ma per il valore oggettivo di quanto propone, a prescindere dal dover sempre fare i conti con questo ingombrante e castrante senso dell’identità.
    Che ci siano in generale artisti e autori “identitari” o comunque molto legati alla loro provenienza a me sta bene, anzi, lo ritengo un valore aggiunto, perché in un mondo sempre più globalizzato nella sua accezione negativa, è bello e importante metterci il proprio colore, la propria tonalità distintiva. Ma da qui a cercare Sardegna ovunque…
    E poi questo film mi piace perché vedo una recitazione vera, da cinema e non da etnografi, inquadrature, tagli, fotografia e tutto quello che per me è cinema narrativo.
    A me sinceramente non sono mai piaciuti i vari Mereu, Cabiddu, ecc. Li rispetto, questo si ma vederli per me è stato piuttosto noioso, quindi ben venga un prodotto di questo genere, che non uccide la sardità ma cerca altre vie. Per essere un’opera prima ce n’è d’avanzo.

    • Luca S says:

      Non ho ancora visto il film, ma concordo con la tua analisi. Anche a me non sono mai piaciuti tanto i registi sardi e, se devo dirla tutta, in taluni casi mi son parsi davvero sopravvalutati. La rappresentazione identitaria nell’arte, così nel cinema come in letteratura, spesso rischia d’essere noiosa o innestata in malo modo. Detto questo ho come il sentore che il film sia un grande clippone che guarda nel linguaggio al Sorrentino più iperbolico che adesso va tanto di moda. Magari mi sbaglio…vedremo.

  15. Mio caro amico Vito, forse la tua analisi è un po’ troppo ingenerosa, ho visto il corto e devo dire che la storia originale è stata ben incastonata dal nuovo contorno.
    La tua critica ” la Sardegna diventa una innocua sequenza di stereotipi, una specie di isola western del terzo millennio” devo dire che non tiene conto di realtà oggi, purtroppo, ancora assai reali nella nostra isola per quanto non troppo diffuse, non credo mi sarei incazzato 20 anni fa come non mi succederà oggi.
    L’arbitro che fa il balletto nella stanza di albergo non è una forzatura, nella mia trentennale carriera di arbitro vero so bene cosa si prova quando ricevo notizie che possono determinare una svolta della tua carrier, così come conosco l’ipocrisia e la malafede di certi dirigenti arbitrali bravi ad illuderti ed esserti amici per poi rinnegare tutto al primo stormir di foglie, soprattutto quando pesti i piedi di qualcuno. Anche il protagonismo scenico dell’arbitro del corto e del film appartiene ad una certa categoria di esaltati di cui si trova qualche rara traccia nei campetti di periferia, così come giocatori e pubblico esaltati e disposti a tutto per una gara di infima categoria o un derby tra “bidde” poco distanti.
    Auguri a Paolo Zucca, a Geppy, a Jacopo Cullin e tutto il cast. Ad majora!
    Alfio

  16. Ma tu sei di origini sarde?

    • No: io sono sardo.

    • Rosella Soliani says:

      L’origine è un concetto relativo.
      “L’identità etnica” dell’antropologo Ugo Fabietti. (Il passo fa riferimento al concetto di identità etnica così come è comunemente inteso, per poi evidenziare brevemente, per contrasto, a quali risultati è giunta la ricerca antropologica negli ultimi decenni nell’opera di decostruzione dei concetti legati all’ “etnicità”. Il suo discorso generale può essere applicato anche ai concetti di nazione e di identità nazionale, che a quello di etnia sono strettamente collegati.)[……..] La nozione di etnia e le altre ad essa correlate sono il risultato di operazioni intellettuali antiche come il genere umano ma che si inscrivono di volta in volta, e in presenza di determinate convinzioni, in un rapporto di forza e dominazione esercitato da alcuni gruppi nei confronti di altri. […] Più che essere il rispecchiamento, nella lingua, di realtà “naturali”, l’etnia e l’etnicità sono delle vere e proprie costruzioni simboliche, il prodotto di circostanze storiche, sociali e politiche determinate. La prova di ciò consiste nel fatto che, contrariamente a quanto spesso si crede, queste nozioni non indicano delle realtà statiche, date una volta per tutte. […]La nozione di etnia e quelle ad esse correlate sono, abbiamo infatti detto, costrutti culturali mediante i quali un gruppo produce una definizione del sé e/o dell’altro collettivi. Si tratta di definizioni mediante cui questo gruppo si autoattribuisce una omogeneità interna e -contemporaneamente – una diversità rispetto ad altri. con queste ultime. […] [Tuttavia,] l’identità etnica non è frutto di pura immaginazione. Una volta “immaginate”, le etnie assumono una consistenza molto concreta per coloro che vi si riconoscono […]. Ma anziché corrispondere a realtà “eterne”, queste etnie, queste identità sono […] il risultato di processi di etnicizzazione voluti o favoriti dall’esterno oppure dagli stessi gruppi che competono, in determinate circostanze sempre circoscrivibili sul piano storico, per l’accesso a determinate risorse, materiali o simboliche. L’identità etnica o nazionale diviene allora un fattore strategico per la rivendicazione – pacifica o violenta a seconda dei casi – del diritto di accedere a determinate risorse, e ciò in nome di un diritto alla propria identità che fa riferimento ad una idea di “autenticità” culturale. […] [Il senso di identità così costruito] si fonda spesso sulla rimozione della realtà storica. Le etnie […] pretendono di essere delle realtà eterne, naturali, mentre non sono altro che il prodotto di una rappresentazione contingente, che spesso ha poco a che vedere con la storia e con i processi sociali che hanno portato alla loro formazione. D’altra parte questo punto era stato colto già nell’Ottocento dal grande orientalista Ernest Renan il quale, parlando della nazione […] aveva scritto: “L’oblio, e dirò persino l’errore storico, costituiscono un fattore essenziale nella creazione di una nazione”.

      • “Ma anziché corrispondere a realtà “eterne”, queste etnie, queste identità sono […] il risultato di processi di etnicizzazione voluti o favoriti dall’esterno oppure dagli stessi gruppi che competono, in determinate circostanze sempre circoscrivibili sul piano storico, per l’accesso a determinate risorse, materiali o simboliche. L’identità etnica o nazionale diviene allora un fattore strategico per la rivendicazione – pacifica o violenta a seconda dei casi – del diritto di accedere a determinate risorse, e ciò in nome di un diritto alla propria identità che fa riferimento ad una idea di “autenticità” culturale.”

        Est aici, Rosella, paisana stimada. Nosu sardus seus oindii in custu abisòngiu, apu a nai in custa “netzessidadi”. Giai chi su stadu italianu no s’at donau mai su chi si spetàt, giai chi is esigèntzias nostas no funt is pròpias (antzis po medas cosas funt in cuncurrèntzia e in oponidura) de is italianas, e giai chi cun sa scola e is mèdius de comunicazioni su stadu at circau de si-ndi srexinai sa cultura e sa stòria nosta (chi, a dolu mannu de s’Itàlia, esistint, e funt fortis puru!), est ora chi totu is sardus arribint a cumprendi ca est lòmpiu su momentu de afirmai s’etnitzidadi nosta. E finsas su cìnema podit donai s’agiudu suu… e sa classi intellettuali, chi intamis in custu sètiu mi parit abandidendi (“latitante”)!

      • Qualcuno dovrebbe spiegare alla gentile sig.ra Rosella Soliani O’Hara che ” l’oblio e persino l’errore storico” rispetto le proprie carriere politiche hanno costituito “fattori essenziali” anche nella creazione dell’anacronistico movimento diretto da quello strano duo di neo-sovranisti post-tutto Manichedda&Sedda per il quale anche lei credo simpatizzi.
        Come il nostro Biolchini, purtroppo, visto che li cita spesso e volentieri.
        Oblio ed errori storici di gente in grado di dimenticare quello che diceva a gran voce l’altroieri o di fare, oggi, l’esatto contrario delle cose che ha fatto appena ieri.
        Per gente che dimentica in fretta come loro ( e forse anche lei) ogni domani sembra sempre un altro giorno…
        Per noi che ricordiamo tutto invece No. E speriamo che i domani siano giorni migliori nei quali alcuni scompariranno nello stesso oblio, della ragione e della memoria, da cui sono apparsi.

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