Cultura / Sardegna

Sì, ma poi alla fine perché i giovani sardi non fanno più figli? “Perché non sanno diventare adulti!”. Ecco l’analisi della sociologa Anna Oppo

Sì, ma poi alla fine perché i sardi non fanno più figli? Non tutto il male viene per nuocere e forse anche la fesseria televisiva di Paolo Villaggio ci può spingere ad affrontare uno dei temi più spinosi che riguardano la nostra isola. Lo ricordava oggi sulla Nuova Sardegna Eugenia Tognotti. Sta di fatto che da anni ormai la Sardegna è la prima regione in Italia in quanto a bassa natalità, e l’Italia è lo stato europeo dove la natalità è più bassa. Insomma, abbiamo questo record e non riusciamo neanche a spiegarcelo.

La domanda dunque riguarda tutti noi. Perché non facciamo figli? Perché “non ne vogliamo”? Perché siamo poveri? Perché abbiamo paura del futuro?

La sociologa dell’Università di Cagliari Anna Oppo, in un articolo dal titolo “Donne senza figli, perché cosi tante in Sardegna?”, pubblicato nel 2007 sul sito insardegna.eu, propone una serie di dati e fornisce un quadro interpretativo interessante. Non conosco altri studi né ho trovato sulla rete analisi più recenti, ma quello della Oppo mi sembra un ottimo punto di partenza (i dati analizzati sono ormai vecchi di otto anni, ma dal 2004 al 2011 la situazione non è per niente cambiata).

Cosa dice la professoressa? Il mio consiglio è quello di leggervi tutto l’articolo (molto comprensibile) ma dovendo sintetizzare vi propongo questi passaggi.

Le ragazze (ma anche le giovani coppie) sarde hanno un calendario di transizione alla vita adulta in qualche misura più rigido delle loro coetanee delle altre circoscrizioni territoriali del paese. Esse, cioè, si attengono con più rigore a quelle scansioni che, poste in successione, hanno contrassegnato l’ingresso nella vita adulta, delle giovani donne dagli anni Settanta in poi: fine della scuola, formazione della coppia mentre si tenta l’ingresso nel mercato del lavoro, il raggiungimento di un’occupazione, il matrimonio, i figli.

Capito? Andiamo avanti.

Se questo è il “modello” che hanno in mente innumerevoli ragazze sarde – negli anni Settanta le sociologhe lo avevano denominato il modello della “doppia presenza”, nel mercato e in famiglia – le difficoltà a realizzarlo incominciano a delinearsi all’uscita della scuola ( diploma o laurea, prevalentemente) quando, invece che un’occupazione esse e i loro partner si trovano di fronte a una sfilza di “lavoretti”, che non promettono, se non raramente, di guardare con ottimismo al compimento delle ulteriori transizioni.

In altre parole, sorgono le prime difficoltà, la vita non va come dovrebbe, e la coppia si arena. E qui arriva il bello, perché

Si insiste in questi lavoretti, così come vi insistono i loro partner, per mancanza di meglio ma anche perché il denaro che così si guadagna può essere utilizzato negli irrinunciabili svaghi e consumi giovanili. Così trascorrono molti anni – i “fidanzamenti” durano talvolta più di dieci anni – proprio quegli anni che i vecchi demografi definivano “ i più favorevoli alla generazione”.

Insomma, dovendo brutalmente sintetizzare giornalisticamente questo studio, diciamo che i giovani sardi non vogliono diventare adulti! E i loro genitori in questa folle aspirazione inconsciamente li sostengono! Non ci credete?

Si può aggiungere che questo modello è condiviso da genitori e parenti, oltre che dal clima culturale prevalente che, pur in presenza di coordinate sociali assai diverse, continuano tenacemente a ritenere che per fare famiglia gli sposi devono avere i loro modi di sostentamento indipendenti, magari una bella e costosa festa di nozze e, possibilmente un’abitazione in proprietà (con il loro sollecito aiuto, naturalmente).

Insomma, tra i venticinque e i trentacinque anni i giovani sardi stanno si autoconfinano in una sorta di limbo, in una terra di nessuno. Lavori saltuari, fidanzati eterni, nessuna progettualità perché tutto quello che si vorrebbe dalla vita è troppo difficile da ottenere. Così passa il tempo e il figlio (unico) arriva quasi fuori tempo massimo. Un disastro.

Certo, poi manca il sostegno alle donne lavoratrici, non ci sono gli asili. Ma sono fattori che si riscontrano anche in altre regioni italiane. Insomma, qui si tratta di prendere il tema di petto. C’è qualcosa che spinge i giovani sardi a non fare figli. Ecco, una politica consapevole del suo ruolo un bello studio su questo tema dovrebbe commissionarlo a tamburo battente.

44 Commenti

  1. Roberto says:

    Forse perchè le ragazze sarde (soprattutto del sud e zona cagliari) se la tirano terribilmente e sono delle grandi mammone? ci sono tantissime ragazze sarde single per scelta..che non sentono nemmeno lo stimolo di avere un uomo accanto..e stiamo parlando di ragazze mature dai 20 anni ai 30 anni in su
    non so il motivo, anche se si possono fare varie ipotesi:
    – complessi
    – paura di perdere le amiche fidanzandosi
    – lavaggio del cervello da parte della mammina
    – ricerca di un ragazzo impossibile fuori dalla loro portata
    – fesserie e finti sogni imparati guardando i programmi spazzatura di canale 5
    ???
    So solo che una volta non erano così,ho 30 anni e sono di Cagliari e posso garantirvi che negli anni 90 non tirava di certo quest’aria.

    Ora pare sia più importante calzare le hogan, bere e farsi una striscia piuttosto che fare una sana uscita a 2 e star bene con poco.

    PS.
    Vi do una dritta.. questo periodo le ragazze cagliaritane hanno la fissa dei ragazzi con la barba e delle comitive..
    in parole povere:
    -puoi essere un cesso e antipatico ma se hai la barba (come gli esempi di canale 5) e hai una comitiva mista e numerosa, rimorchi !!!
    -se hai solo amici maschi e non fai parte di una comitiva mista, puoi esser bello e simpatico quanto vuoi, che non ti si filano proprio…
    questa è la superficialità e il cervello di gallina delle nostre amate cagliaritane e privinciali.

    Concludendo faccio presente che:
    – i ragazzi sardi spesso sono: indipendenti, palestrati, snelli, hanno un bel viso e non se la tirano
    – le ragazze sarde spesso sono:mammone, col sedere enorme, basse, tarchiate e se la tirano

    Morale della favola? ci vuole poco a capire che è meglio cercare fuori come tanti già fanno e lasciare queste associali zitelle croniche a bollire nel loro brodo

  2. Anonimo says:

    Posso raccontare la mia esperienza di padre a 38 anni…… DEVASTANTE !!! I figli sono una meschina invenzione delle donne per rendere noi poveri uomini SCHIAVI delle loro ansie riproduttive cari ragazzi Sardi e non, NON cadete nella trappola procreativa. Fare figli significa rinunciare a se stessi, al poco tempo libero che resta, ti tolgono sonno, tranquillità, tempo, soldi e pane di bocca, ci si riduce a fare una vita da SCHIAVI di pappe, cacche, culi, pannolini ecc. ecc.
    Questa vita è già tanto breve, non ve la rovinate con un peso ed una palla al piede come un figlio/a.
    La popolazione decresce E CHI SE NE FREGA ? Non è un problema è un falso problema sollevato da chi vi vuole SCHIAVI perché con un figlio tra le p***le non potete più interessarvi alle vostre cose alla politica non avrete più tempo per fare niente di niente per voi stessi, CREDETEMI NON CADETE NELLA TRAPPOLA restate liberi da questa demagogia natalista.
    Ai posteri (che spero non ci saranno) la sentenza.

  3. muttly: io non sono una demografa, o una sociologa, o un’analista che sa esattamente ed ha alla mano tutti i dati sulla popolazione umana MONDIALE nonchè LOCALE, su quanto cibo consuma, su quanto ne abbisogna, sulla diseguale distribuzione delle risorse ecc.

    Ma nemmeno TU sei tutto questo. E nemmeno tu hai i dati alla mano. Sicuro di ciò che dici?

    In ogni caso, ammesso che ciò sia vero RIGUARDO la sola Sardegna, l’AUMENTO della popolazione MONDIALE, che oggi raggiunge i 7 miliardi, crea disastri, problemi a non finire, e una vita per noi caotica, si vive male nei posti affollati. Che poi ad oggi ci siano dei posticini con poca gente, o che in Sardegna si viva bene, vorrei dirti che presto spariranno se la popolazione aumenta ancora, e questi posticini NON esisteranno più, così come stanno scomparendo i paradisi terrestri.
    Non condivido il ragionamento del “i Sardi sono solo un un milione e seicento mila e vivono nella regione con estensione maggiore e potrebbero pure vivere con quello che viene coltivato in Sardegna esattamente come hanno fatto per secoli, non hanno problemi di risorse”: oggi non si può ragionare più così, guardare solo a casa propria, occorre una coscienza globale, mondiale. Che senso ha se uno “scappa” ad esempio lì in Sardegna perchè si vive bene (io non lo so) e c’è poco caos, arriva lì luogo ideale per farsi una famiglia, e si riproduce? Che senso ha scappare dalla città alla campagna per riprodursi? Così riempiremo TUTTO, sparirà la campagna, spariranno i posti con le casette, ecc. ti rendi conto?
    Addio natura, calma, paradisi.
    D’altronde, il problema della sovrappopolazione mondiale è reale.

  4. Non si fanno PIU’ figli? cioè non nasce più nessuno?fine? Fra 30 anni tutti saremo morti? Non mi pare, magari non si fanno più 8/12 figli a coppia, ma ben venga.
    In Italia siamo 60 milioni, la SOVRAPPOPOLAZIONE è il VERO problema che ha conseguenze pessime: inquinamento (non è colpa delle automobili cattive; anche supponendo di avere, ad esempio, automobili ad idrogno, che non inquinano, comunque inquiniamo peril solo fatto che emettiamo anidride carbonica, senza contare tutta la spazzatura fatta di vestiti,scatole ecc. che ognuno di noi produce. Pensate solo al primo ANNO di vita del bimbo: quanta monnezza? Lo sapevate che smaltire 1 SOLO PANNOLINO servono 200 ANNI????),
    caos, traffico
    caos, tantissima gente in giro, noi che viviamo in posti affollati, siamo sempre più nervosi perchè stanchi mentalmente da tutto questo caos, questa confuzione

    ecc.

    ed è un problema il calo demografico? che poi calo vuol dire che non si fanno più TANTI figli, perchè le nascite ci sono comunque. Se anche fosse vero che stiamo DIMINUENDO (cosa che NON credo affatto), sarebbe un BENE, non un problema! 60 milioni di persone in un Paese che per vivere bene con le SUE risorse ne potrebbe avere magari 10 milioni, e auspicare che aumentiamo fino a 100 milioni e oltre, mi sembra un augurarsi un suicidio.
    Che futuro garantite ai vostri bebè?
    Ben venga che si facciano pochi figli.

    L’altro tema, cioè che si fanno meno figli per l’irresponsabilità……..mah, credo che ognuno abbia i suoi motivi, tra cui (che si accetti una volta per tutte!!!) che può NON interessare e che si può essere SUPER-FELICI, REALIZZATI anche senza figli!!!!

    evviva!!

    Condivido l’Alessandra che scrive che:

    Non fare figli in questo momento e in questo posto, in uno Stato che non ha messo in pratica politiche di sostegno alla famiglia, è una scelta veramente adulta, altro che non voler diventare adulti. Finalmente si mette fine a quelle famiglie allargate in cui si vive tutti insieme e i nonni interferiscono sull’educazione dei nipoti con cortocircuiti psicologici devastanti. Non vedo proprio perché non fare figli sia un problema, così come non è un problema rinunciare ai propri “svaghi” (sarebbe però interessante definire meglio questo concetto, se leggere ed avere una vita sociale per voi è uno svago, per me è irrinunciabile come respirare). Prima si facevano figli senza pensare se li si voleva veramente, si facevano e basta, senza nessuna consapevolezza, come fanno gli animali. Oggi si è presa l’abitudine di chiedersi se veramente lo si vuole, se si è pronti, anche perché per fortuna si possono fare tante altre cose nella vita. Insomma c’è più scelta, soprattutto per le donne che essendo più istruite hanno di fronte un’orizzonte di senso più ampio, che prevede anche il non mettere al mondo dei figli, e che male c’è, quando questa è una scelta consapevole?. Come può la maggiore possibilità di scelta essere un problema? E’ sempre un passo avanti, a meno che non pensiate che essere liberi non sia giusto.

    • muttly says:

      Laura matematicamente non sta in piedi quello che dici, tra 60 milioni di Italiani i Sardi sono solo un un milione e seicento mila e vivono nella regione con estensione maggiore e potrebbero pure vivere con quello che viene coltivato in Sardegna esattamente come hanno fatto per secoli, non hanno problemi di risorse.
      I problemi sono dovuti a scelte sbagliate su concentrazione e distribuzione di risorse (soldi, agricoltura, energia), così come si vive in posti affollati perchè le persone si concentrano in pochi posti non perchè non c’è spazio.

  5. L’INFERTILITA’ che avanza.

  6. Claudia says:

    io ho 30 anni e ho un figlio di due anni.
    avrei voluto anche prima avere un figlio.
    mi sono sempre mantenuta da sola iniziando a lavorare subito dopo il diploma.
    e ora ho delle attività in proprio con le quali difficilmente sbarco il lunario, ma con mio figlio che mi sorride sono molto più felice di tanti che si lamentano delle loro difficili vite stando comodamente a vivere dai loro genitori.

    ci sono motivi pratici per cui si tarda ad avere figli.
    – sicuramente la (o si dice il?) forma mentis di: prima lavoro, poi una casa, poi matrimonio, poi figli, è decisamente il più rilevante.
    io ho fatto tutto insieme: lavoro e figlio. il matrimonio è solo un contratto tra due persone che si amano, e se si amano non hanno bisogno di fare una gran cena per dirlo a tutti: tutti glielo leggono negli occhi.

    – cercare di avere una carriera universitaria porta donne e uomini a perdere gli anni in cui si dovrebbe fare esperienza sociale, e conoscere se stessi tanto da poter riconoscere la persona con cui poi i figli si vogliano fare.
    io non mi sono laureata, delle volte mi chiedo se abbia perso qualcosa, sì: una soddisfazione personale in più. ma di cultura, di preparazione lavorativa, ne ho molta di più di tante persone che stanno ancora sui libri a piangere per degli esami che non passano, per una preparazione che non arriva mai a compimento…
    credo sia giusto fare la propria scelta professionale, ma questa spesso comporta il non avere figli, se ne è poco consapevoli quando la si inizia e tanti vivono col desiderio di arrivarci ad una famiglia, ma la realtà è che se a 30 anni hai solamente lavorato per ottenere i tuoi obiettivi difficilmente (e credo in modo giusto a quel punto) si molla tutto per un figlio. piuttosto si aspetta ancora.

    – non ci si innamora più.
    un sociologo dovrebbe tenerne conto di questo.
    l’amore (in tutte le sue forme) è un sostegno per i sogni e per le proprie ambizioni,
    avere intorno una famiglia che ti sostiene, un compagno che ti stringe a sè non è semplicemente “romantico” è un carburante essenziale per vedere positivo, per ragionare serenamente in cerca di soluzioni. ovviamente se si ha anche un figlio (nonostante tutte le preoccupazioni che comporti la cosa) anche i suoi di sorrisi sono una spinta enorme.
    leggevo di qualcuno che ha scritto che la donna sarda se la tira… è vero, ma è anche vero che in realtà (da donna) potrei dire che è semplicemente più esigente, sa quanto vale quello che “si tira” e l’uomo dovrebbe cercare di migliorare (evidentemente) per “ottenerla” piuttosto che demordere. essere padre è una cosa seria. essere un compagno è una cosa serissima. scegliere l’uomo per un intera vita, è una cosa ancora più seria.

    – ci insegnano che i soldi siano tutto.
    beh la ovvia conseguenza è che in una crisi come quella che stiamo vivendo, siamo tutti tristi e ci sentiamo tutti falliti perchè di soldi non ne abbiamo.
    ho letto di chi dice che non fare figli ora che i soldi non ci sono sia una scelta adulta.
    io credo che sia piuttosto UNA delle scelte possibili.
    l’ALTRA sarebbe quella di farli e rimboccarsi le maniche.
    si dice sempre “dove mangiano in due si mangia in tre”. detto molto sardo oltrettutto.
    un figlio non costa davvero così tanto, dipende da come lo si educa.

    forse avevo qualche altro punto in merito, ma mi sfugge.
    ho deciso di raccontare la mia personale situazione perché non se ne può prescindere continuando solamente ad elencare quello che lo stato dà o che non dà (io non ho avuto nulla), perchè credo si più importante quando si parla di figli e di famiglia, quello che siamo disposti noi a dare o non dare.

    ho ricordato cosa volessi aggiungere: mio marito è straniero.
    arriva da un paese dove se c’è posto per tre, c’è posto anche per 10.
    questo suo modo di vedere le cose, da donna sarda che se la tira, mi ha fatto scegliere un futuro difficile, ma sono serena e felice per questo.
    (giusto per sottolineare che la cultura dalla quale si arriva conta tantissimo, ma rimane pur sempre una questione di scelte)

  7. ciao Vito,
    guarda queste foto
    https://www.facebook.com/media/set/?set=a.3127196618375.162643.1218455400&type=1
    E’ un piccolo grande successo. Lontani sono i tempi di quando i Porcelli e i Piras proclamavano, anche a nome di tutti i cagliaritani, le loro scempiaggini.
    Ne abbiamo fatta di strada. Ed è merito di tutti quelli che ci hanno creduto.
    un abbraccio

  8. alessandra says:

    Non fare figli in questo momento e in questo posto, in uno Stato che non ha messo in pratica politiche di sostegno alla famiglia, è una scelta veramente adulta, altro che non voler diventare adulti. Finalmente si mette fine a quelle famiglie allargate in cui si vive tutti insieme e i nonni interferiscono sull’educazione dei nipoti con cortocircuiti psicologici devastanti. Non vedo proprio perché non fare figli sia un problema, così come non è un problema rinunciare ai propri “svaghi” (sarebbe però interessante definire meglio questo concetto, se leggere ed avere una vita sociale per voi è uno svago, per me è irrinunciabile come respirare). Prima si facevano figli senza pensare se li si voleva veramente, si facevano e basta, senza nessuna consapevolezza, come fanno gli animali. Oggi si è presa l’abitudine di chiedersi se veramente lo si vuole, se si è pronti, anche perché per fortuna si possono fare tante altre cose nella vita. Insomma c’è più scelta, soprattutto per le donne che essendo più istruite hanno di fronte un’orizzonte di senso più ampio, che prevede anche il non mettere al mondo dei figli, e che male c’è, quando questa è una scelta consapevole?. Come può la maggiore possibilità di scelta essere un problema? E’ sempre un passo avanti, a meno che non pensiate che essere liberi non sia giusto.

  9. Bellissimo post. e poi ne è nata una discussione molto interessante.

  10. Francesco Sechi says:

    Credo che il desiderio di avere un figlio sia nettamente superiore a qualsiasi preoccupazione di poterlo mantenere per problemi economici. Si può e si deve certo aspettare il momento migliore per farlo ma il desiderio, se di questo si tratta, non penso possa essere sopraffatto da una questione economica. Semplicemente oggi manca il desiderio di avere figli perché manca la coscienza della gioia che può dare un figlio la quale, per chi ha avuto la fortuna di provarla, è superiore a tutto.

  11. Anonimo says:

    il vero malessere della societa’ sarda e che non c’e’ lavoro, e senza lavoro e quindi senza i soldi in tasca, non si fa’ e non si va’ da nessuna parte, altrimenti si ritorna come negli anni 80 quando si mettevano al mondo i figli , senza nessun scrupolo dopo di che ci pensavano i genitori a mantenere economicamente i neo genitori

  12. Neo Anderthal says:

    Un insieme inestricabile di fattori concorre alla situazione della natalità in Sardegna, alcuni di questi non sono in loro stessi da considerare negativi, ma il saldo finale sì. Quello è negativo sotto tutti i punti di vista, non solo numerici e demografici.
    Rinunciare a un diritto e -mi pare di poter dire- ad un impulso naturale e primario come la riproduzione nel suo aspetto finale ed effettivo, che sarà anche egoistica in quanto spinta alla ri-produzione, ma è certamente altruistica per la nascita di altri esseri umani a cui si dà la vita, è segno grave di perdita del senso.
    Con questo non voglio definire in negativo le scelte esistenziali che non contemplano la riproduzione, ma la rinuncia a dare vita come comportamento rilevante sul piano sociale è segno di una generale mancanza di fiducia ed entusiasmo, ed è anche segno di un affievolirsi dell’amore per la vita.
    La saggezza e l’avvedutezza di cui si parla, che credo di avere anche applicato nella mia concreta esperienza, è certamente un dato di progresso, ma è anche un fare di necessità virtù.
    O forse anche mancanza di coraggio -anche di quello di cambiare abitudini che il solco del tempo rende sempre più comode-.
    In ogni caso, se esiste qualcosa che somiglia a una società civile, il diritto di riprodursi, se e quando ci si sente di farlo, è un diritto fondamentale e inalienabile, che andrebbe garantito per chiunque ne ha la facoltà.

    • A. Mongili says:

      Scusate ma ha senso parlare di “scelta”? Non si tratta forse di una condizione? Di un modello culturale che agisce assieme a una situazione economico-sociale pesante?Peraltro, il crollo della natalità è tipico dell’Occidente, in cui si è conclusa la transizione demografica, cioè si è passati da alti tassi di natalità e mortalità a bassi tassi di entrambi. In Sardegna essa è avvenuta nel quadro di un modello culturale di formazione delle famiglie del tipo esposto dalla professoressa Oppo e da altri prima e dopo di lei, fondato sugli studi delle fonti statistiche moderne ma anche dei registri delle anime delle parrocchie.
      Un altro problema, non sardo ma italiano, è quello della mancanza totale di un supporto alle famiglie e in particolar modo a chi ha figli piccoli, che in genere vive incubi fatti di nonni ecc., del non riconoscimento delle famiglie di fatto e tante altre cosucce di cui i sardi non hanno tanta responsabilità, mi pare.
      E un altro ancora è come ognuno di noi si spiega, giustifica, legittima la sua condizione nubile, celibe o comunque infertile. Ma si tratta di discorsi che determinano solo un campo di tensione con la vita vissuta e con le sue condizioni materiali, anche se in un mondo individualista come il nostro tendiamo a leggerlo come “scelta”. Ma cali scioberu!

      • Neo Anderthal says:

        Mi pare che siamo d’accordo su un punto: non si tratta di una scelta autonoma, oppure sì ma solo fino a un certo punto, e il punto è la mancanza di molte delle condizioni che renderebbero praticabile più facilmente una scelta in favore della natalità.
        Di fatto quella che appare una serie di scelte autonome sono condizionate, per non dire forzate, dalla situazione attuale che non offre lavori stabili ai e alle giovani adulti/e e pone in carico ai genitori -e solo a loro, lo stato è assente- i compiti legati alla paternità/maternità fornendo ai genitori uno scarsissimo sostegno, se vogliamo ad eccezione delle cure mediche.
        Vista la situazione moltissimi giovani “saggiamente” decidono di non avere bambini. Una scelta che se, non è compiuta proprio con la pistola puntata direi che è comunque fatta con le spalle al muro -per usare qualche metafora-.

  13. E infatti, caro Stefano, il punto è tutto e solo qui. Che senso e che valore dare a questo dato? Il fatto che i giovani sardi facciano così pochi figli è da ritenersi negativo o positivo? Oppure, semplicemente, così va il mondo? Secondo me quest’ultima lettura va evitata, perché è evidente che siamo di fronte a dei numeri anomali. E allora io penso che questa bassissima natalità sia segnale di un enorme malessere della società sarda che merita di essere affrontato.

    • Stefano reloaded says:

      “Il fatto che i giovani sardi facciano così pochi figli è da ritenersi negativo o positivo?”
      A voler speculare troppo, ti direi che non è né positivo né negativo. È semplicemente una condizione necessitata dal “modello di formazione della famiglia” citato da Alessandro Mongili. E quindi: “così va il mondo” in Sardegna e di questi tempi. Ma restando alla sostanza della domanda ti dico che è un fatto negativo, non fosse altro perché i sardi esistono da almeno tremila anni e adesso arriviamo noi e ci portiamo all’estinzione. Non so neanche io esattamente il perché, ma il solo pensiero mi da fastidio. Al netto di quelle che possono essere scelte personali (avere/non avere figli) e dell’infertilità (anch’io nella mia cerchia di amicizie ho notato un numero, almeno a mio giudizio, spropositato di coppie infertili. Esiste qualche indagine su questo aspetto?), penso che il dato sia preoccupante e che quindi sia necessario porre rimedio.
      Però la domanda originaria era: “perché i giovani sardi non fanno più figli?”. Ed è a questa che bisogna rispondere se, dando per scontato che la bassa natalità sia un fatto negativo, si vuole invertire la rotta.
      E a questa domanda non credo che si possa rispondere dicendo che i giovani sardi non vogliano diventare adulti per continuare a cazzeggiare.
      Non credo che noi sardi siamo più “bamboccioni” (scusa la parolaccia) degli altri. Il dato, riportato nello studio, sulla permanenza in famiglia di figli adulti, che vede il primato della Sardegna, penso possa essere ricondotto sempre allo schema proposto. Certo che, poi, il prolungamento del periodo trascorso in famiglia da adulti, potrebbe indurre una irreversibile indolenza.
      Il fattore economico penso resti la causa principale e su quello si deve intervenire. Certamente non aiutano i discorsi tipo quelli di amici più grandi che ti dicono “ma sì! anch’io, quando mi sono sposato nei primi anni ’70, non è che avessi tutte quelle certezze”. Uguale uguale agli ultimi anni ‘90! Stesse opportunità! (Chissà se esiste qualche studio sul tasso di propensione dei sardi a farsi assistere dai servizi sociali.)
      Sarà che sono io stesso immerso in quel “clima culturale prevalente” di cui parla la Dott.ssa Oppo, ma a me è parso normale, e ancora mi pare, mettere su famiglia secondo il modello descritto o almeno avvicinandomici molto. Ché se anche il desiderio e la gioia di avere un figlio ci sono, poi il latte in polvere a 18 euro (la scatola da 900 g) “andara pagau!”. Non è tutto rose e mulini bianchi.

  14. Stefano reloaded says:

    In effetti ha ragione Alessandro Mongili.
    A rileggere l’articolo della Dott.ssa Oppo, mi sono reso conto che non vi sono espressi giudizi di valore sul modello descritto. Che a me piace

    • Stefano reloaded says:

      E quella di Biolchini è un’interpretazione personale dello studio, che non viene messa in bocca alla sociologa.

  15. Secondo me non è questione di essere non essere adulti. I sardi sono diventati, come tanti occidentali, più materialisti. Si domandano: ma perchè mettere al mondo un figlio ? Prima, in passato, non se lo domandavano, lo facevano e basta. Si chiedono: perchè devo rinunciare al mio tenore di vita (chi ne ha uno).

    Senza dimenticare il processo di scristianizzazione del mondo occidentale (che non è una cosa ne negativa ne positiva, è un fatto).

    E poi c’è veramente qualcuno che rimpiange le “donne coniglio”.

  16. Alessandro Mongili says:

    Ma insomma! I lavori di Anna Oppo e di tanti altri hanno messo in luce come la civiltà sarda abbia nei millenni elaborato un “modello di formazione della famiglia” che impediva la formazione di famiglie senza un adeguato sostentamento economico. Questo spiega come mai in corrispondenza delle crisi economiche e delle carestie i tassi di nubilato e di celibato fossero/siano così elevati in Sardegna rispetto ad altri posti. L’effetto della cosa è stato, storicamente, di evitare la miseria nera a tanta gente, il che non è poco. Infatti, la Sardegna sino al II dopoguerra non ha conosciuto le ondate di emigrazione che hanno conosciuto altri territori che non avevano elaborato questo modello molto civile di formazione della famiglia. Che la nostra civiltà ha elaborato nel corso dei millenni.
    Sono incredibili i commenti che, invece di scorgere la saggezza del modello, ne vedono subito i limiti in quanto “sardo”. Ridicoli e da far riflettere sulla profondità dell’autostereotipizzazione fra i frequentatori di questo blog e fra i sardi in genere. Come se la Sardegna fosse particolarmente spopolata: lo è solo in relazione alle regioni italiane sovrappopolate, mentre la densità della sua popolazione è simile a regioni dell’Europa occidentale, del Sud della Francia e della Spagna. Le solite lenti coloniali e il solito esempio tratto da un Paese di merda come è l’Italia. Che prenderlo a modello si sbaglia poi sempre.
    Il problema non è il modello di formazione della famiglia, che Oppo espone qui e altrove, e sul quale ovviamente non esprime giudizi di valore, tanto meno quelli che gli mette in bocca Vito Biolchini sin dal titolo del suo post. Il problema è magari la crisi economica e, banalmente, il fatto che non si trovino fondamenti economici su cui basare una famiglia.
    A ben pensarci, la cosa mi sembra molto “adulta”, molto più adulta dell’obbligo di mettere comunque i figli al mondo che è tipico di modelli di formazione della famiglia italiani. Il modello di formazione della famiglia dei Sardi (c.d. “tardivo”) è simile a quello scandinavo e nord-europeo in genere, ed è forse un segno della profonda civiltà e saggezza del nostro popolo.
    Infine, credo che Anna Oppo sia una delle studiose più serie che ha avuto la nostra Università di Cagliari, e forse prima di giudicare un testo scientifico occorrerebbe capire che al suo fondamento esiste un lavoro sui dati. Sciacquatevi la bocca prima di insultarla.

  17. senzasenso says:

    Direi che Enrico ha ragione, si confonde struttura e sovrastruttura, il problema di fondo è il modello economico non il modello sociale o culturale.
    Ma forse in realtà i sardi hanno capito che non vale la pena di fare figli, poi si corre il rischio che diventino sociologhi.

  18. Alessandra says:

    A parte gli studi sociologici, che non sono nessuno per contestare, vorrei che ognuno di noi facesse questo semplice ragionamento. Di quanti figli era composta la famiglia dei nostri genitori e quanti fratelli o sorelle abbiamo noi che scriviamo? trovate le sette piccole differenze.
    Ora qualcuno mi dimostri che nella Sardegna del prima e dopo guerra le condizioni economiche erano nettamente migliori delle attuali. Certo che le possibilità pratiche di mantenere figli devono essere buone prima di mettere in cantiere un bambino, ma a volte aspettiamo quelle “ideali” che ovviamente non ci saranno MAI. Aggiungerei anche, se qualcuno non lo ha già pensato, che con l’aumento dei divorzi e delle separazioni anche il progettare altri figli diventa difficile. Sinceramente non ho soluzioni per il calo demografico. Speriamo negli extracomunitari.

  19. Romina says:

    Mi sembra che si stiano dimenticando due possibili cause non indifferenti:
    – e se i sardi non volessero figli punto e basta?
    – e soprattutto, e se i sardi magari non fanno figli per motivi medici? Ho tante amiche che non riescono a rimanere incinta. Se il sardo fosse non-fertile per motivi genetici ereditari?

  20. gentarrubia says:

    Vito, per introdurre in prima battuta un po’ più di elementi al dibattito che rischia di cristallizarsi su una contrapposizione “i sardi sono mandroni e scialaquatori” “i sardi si tzaccano dalla fame”, consiglio un libro curato da un altro sociologo dell’Università di Cagliari, Meloni, decisamente antecedente allo studio della Oppo ma che da “conto, anzitutto, della varietà nel tempo e nello spazio dei sistemi di formazione della famiglia meridionale”.

    “Famiglia meridionale senza familismo”
    http://www.libreriauniversitaria.it/famiglia-meridionale-senza-familismo-strategie/libro/9788886175289

    buona lettura e buon dibattito

  21. Stefano reloaded says:

    “S’est cojada a domus de pesoni” (Si è sposata andando ad abitare in una casa in affitto). Questa frase, detta sottovoce con tono di riprovazione, l’ho sentita spesso in passato e sintetizza quello che la sociologa chiama “clima culturale prevalente”. Quello che ritiene che “che per fare famiglia gli sposi devono avere i loro modi di sostentamento indipendenti”. Che stranezza è mai questa? Come è possibile che si possa pensare di mettere su famiglia avendo di che sostentarla anziché sperare che poi tutto s’aggiusta? (“Deus nc’at a essiri!” frase che si colloca all’estremo opposto della prima)
    Perché alla sociologa sembra strano che vi possa essere “una diffusa resistenza ad accettare un possibile declassamento sociale dei propri figli”?
    Quello che stona di più, in questa analisi, è la frase “Si insiste in questi lavoretti”. Come se ci fosse una tale offerta di lavoro, remunerato in maniera decente, che risulta un capriccio o una scusa (“gli irrinunciabili svaghi”, ma dove? in Sardegna?) il continuare a fare lavori sottopagati.
    E comunque siamo in ripresa e con un saldo positivo tra il 1995 e il 2008, al contrario del resto del sud: http://noi-italia2010.istat.it/fileadmin/user_upload/allegati/S04I07F02_20091120.xls
    Forza, forza! dai ragazzi!

  22. efisio says:

    Eppure non c’e’ cosa più bella dei bimbi che si sganasciano per un niente

  23. il problema della natalità a picco è la vera emergenza, peccato che la nostra politicuccia (nazionale e regionale) non se ne renda conto, dimostrando, lei sì, la teoria del “vivo (vivacchio) oggi e chissenefrega del domani”. l’ipotesi che i giovani (quelli veri, di vent’anni? o quelli attempati?) sardi non abbiano progettualità tout court mi sembra troppo severa e non pienamente realistica, in una regione e in tempi in cui la mancanza di occupazioni decenti è davvero mancanza di prospettive e quindi di fiducia nel futuro. Secondo me una persona (uomo o donna che sia, e poi le donne sarde si comportano, sociologicamente parlando, in maniera abbastanza diversa dal resto del Centro-Sud) deve sentirsi umanamente pronto per avere un figlio, e la propria identità, credo, si costruisce anche con il lavoro e la sensazione di “esserci”, in una società che peraltro non favorisce in alcun modo la genitorialità.

  24. muttly says:

    Leggo che senza un lavoro stabile non si crea una famiglia, ma a parte la morte non mi risulta che ci sia niente di sicuro e stabile nella vita.
    Nella vita bisogna avere voglia e coraggio e purtroppo ai sardi la voglia compresa quella di lottare per i diritti la stanno facendo ormai passare in tutti i modi, poi aggiungiamoci pure i sardi a cui per vivere bene basta solo la ricarica del cellulare e le partite in tv, altri passano il tempo a grattare biglietti della lotteria, praticamente una popolazione di vorrei ma non posso. Niente a che vedere con la popolazione povera ma fiera e dignitosissima che vedeva nella cultura l’occasione di riscatto per combattere e migliorare la propria situazione come ha fatto in passato, in questo i Sardi sono diventati italiani, non conoscono la storia e sono molto miopi nel vedere il proprio futuro perchè non sanno immaginarsi nulla di diverso da quello che gli viene propinato dalle scelte di politici burattini.

  25. Anonimo says:

    la vita è di una semplicita incredibile , se poi ci sono persone di una visione illimitata come la tua, pittica sa confusioni !

  26. Questa visione è limitata oltre discretamente semplicistica

  27. Anonimo says:

    non ci vuole una sociologa per sapere il perche’, i sardi non fanno piu’ figli, in questa terra non c’e’ lavoro e, senza lavoro, non ti puoi permettere di crearti una famiglia, magari questa domanda va fatta ad un economista,lui si che ha la risposta !

  28. Gianluca 78 says:

    Condivido totalmente il pensiero di Marieddu, spiegatemi voi come si può far crescere un figlio con dei lavori precari e sottopagati, pur avendo un’istruzione elevata?

    L’analisi della Oppo, manca di qualche elemento di analisi, forse perché non sa o perché volutamente non ha fatto un’analisi economica sul potere d’acquisto dei salari,
    per chi non lo sapesse, la paga di un semplice operaio oppure di un’impiegato, gente comune, nel giro di 20 anni se svalutata del 40% in Italia.

    Considerando che ci sarà sicuramente una percentuale di persone con la sindrome di Peter Pan ma non si può fare puro qualunquismo.
    I sardi vorrebbero ma non possono fare figli, questa è la realtà.

    Lancio una proposta alla sociologa Oppo,
    perché non svolge una ricerca sul perchè lo stato italiano non ha messo in atto tutta una seria di provvedimenti a favore dell’indipendenza dei giovani ed a favore della creazione di nuove famiglie?
    Osservando i risultati analizzare ciò che questo ha comportato e comporterà sia a livello economico che sociale.

  29. michele says:

    Bhe e’ palese che ci azzecca la dottoressa che ha realizzato questo studio!!!! Da 30nne mi sento di aggiungere anche che i modelli televisivi che tutti seguiamo per circa 20 ore al giorno non sono dei migliori; solo che, non tutti sanno che, noi veniamo influenzati inconsciamente e subliminarmente da questi modelli,istituendo in noi pensieri non nostri !!! In piu’ c’e’ da prendere in considerazione che le leggi non favoriscono la famiglia ma solo la donna che non sempre lavora,esempio per cui in caso ci si lasci dovete cedere casa e parte dello stipendio a moglie figlia ed eventuale amante se c’e’!!!
    Poi c’e’ da prendere in considerazione che con l’avvento del crollo del comunismo abbiamo decine di ragazze dell’est che hanno causato non pochi problemi di divorzi in certe parti del paese ;e sopratutto essendo molto diverse delle nostre sarde per diversi motivi economici e sociali se la tirano meno delle nostre ragazze che ormai buona parte di loro (non tutte) hanno pretese assurde e son viziate !!! Un altra cosa che sta emergendo e’ che arrivati ai 30 anni e otlre buona parte di noi comincia non a guardare alle ragazze della propria eta’ ma bensi’ alle ragazze piu’ giovani entrando in quel circolo vizioso che i tempi del bunga bunga non sono poi cosi’ diversi dai nostri !!!! Le ragazze mi scuseranno dopo aver letto cio’ ma e’ meglio che comincino a tirarsela meno ed accettare questa realta’ anche perche’ William non ci viene da voi in sella al cavallo bianco dall’inghilterra!!! Spegnete la tv !!!!

  30. Il lavori “alla Oppo” guardano alla realtà con occhi vecchi, quelli che vorrebbero il mondo come una successione di fenomeni lineari regolati dalle leggi del “siccome… allora” (cioè un mondo in cui gli effetti sono grossomodo proporzionali alle cause).
    Il che non è. Il mondo – e la società umana in particolare – segue invece processi caotici (quelli in cui anche piccole cause portano a grandi effetti).
    Il caso della bassa natalità ne è un buon esempio e il lavoro di Oppo uno ottimo di come certa sociologia spicciola (non più rilevante dal buonsenso di ciascuno di noi) sia funzionale semplicemente alla propria sopravvivenza (ci sono un sacco di sociologi che vegetano beati nel mondo universitario producendo carta che giustifichi la propria esistenza).
    Per suggerire un metodo alternativo di interpretazione della realtà, suggerisco un’occhiata a “I nuovi limiti dello sviluppo” (di Meadows et Al., Mondadori; non è nuovissimo, ma è molto bello). Non si legge come le banalità di Oppo (bisogna metterci qualche neurone in più) ma suggerisce un esempio di quanto il mondo possa essere complesso. In alternativa, si possono spendere gli undici euro in un bar: sempre meglio undici tazzine di caffè che le scemenze “alla Oppo”!
    PS – Piuttosto che buttare soldi pubblici in uno studio commissionato ad un amico di turno per farmi dire che i giovani sardi sono ‘bamboccioni’ (c’è chi l’ha detto senza essere un sociologo e c’è anche morto) preferirei impiegarli in una proiezione ragionevole di quanto accadrà quando la popolazione dell’isola (salvo arrivi massicci di immigrati, quelli cui spezziamo le ginocchia) sarà costituita da vecchietti incapaci di cambiarsi il pannolone. C’è qualcuno che ha mai provato a rifletterci seriamente??

    • Ario, nel tuo commento sei stato molto duro e hai rischiato la censura. Ok, la Oppo non la stimi molto. Ma la spiegazione che dai tu qual è? Perché i giovani sardi non fanno figli? Perché altrimenti ci insultiamo e basta.

      • Un momento, prego. C’è una bella differenza tra ‘Oppo’ e ‘alla Oppo’. Non contesto la Oppo come ricercatore, bensì la scuola di chi vorrebbe il mondo fatto di regolette semplici. La risposta alla domanda “Ma la spiegazione che dai tu qual è? Perché i giovani sardi non fanno figli? Perché altrimenti ci insultiamo e basta.” è semplice (quindi complessa): non è possibile descrivere un fenomeno quale quello della bassa natalità in termini di semplice causa-effetto (se poi si vuole capirne di più, ho suggerito la lettura un saggio corposo proprio per illustrare come stanno le cose, ad esempio il ruolo potenziale dei modelli numerici per la descrizione dei processi non lineari). Se si vuole la spiegazione ‘convenzionale’ allora pagare Oppo (o chiunque altro) per scrivere in sociolese le stesse considerazioni di buonsenso che ciascuno di noi può svolgere è del tutto inutile. Cerchiamo di capire che non tutti i fenomeni che ci circondano possono essere riassunti in tre righe di ragionamento in un blog (altro buon esempio, l’economia).
        Per la durezza dell’intervento, se c’è stata, me ne scuso (però ho riletto e sinceramente non la vedo; mi preoccuperebbe maggiormente il fatto di non aver illustrato il mio pensiero, cosa che non mi pare).
        PS – La mia domanda finale era tutt’altro che una provocazione: c’è qualcuno che ha provato a fare una proiezione del rapporto giovani/anziani tra trent’anni? C’è qualcuno che ha un’idea dei ‘numeri’ (e non dei ragionamenti spiccioli, per quanto di buonsenso)?

  31. L’analisi della Oppo è profondamente veritiera. Personalmente non voglio avere figli ma questi passaggi che Vito ha riportato sono spietatamente efficaci nella descrizione di una condizione generale:

    “nessuna progettualità perché tutto quello che si vorrebbe dalla vita è troppo difficile da ottenere. Così passa il tempo […]”

    C’è da dire che la “non progettualità” è relativa, nel senso che i progetti ci sono, così come l’impegno a concretizzarli. Strada facendo, però, la voglia e l’entusiasmo rispetto ad essi viene “inaridita” dalla presa di coscienza che impegno, talento, sacrificio, doti umane e curriculum consolidato negli anni sono pressochè inutili per raggiungere certi traguardi. Lo si capisce quando si realizza che chi percorre “nei tempi” le sacre tappe “lavoro-casa-famiglia” nei tempi giusti ha, nella maggior parte dei casi, la strada spianata da una famiglia benestante, dalle conoscenze in società, dal cognome specifico…sono poche le eccezioni.
    In quel momento diventa evidente che son passati tanti anni a inseguire una chimera: l’indipendenza (che, per molti, significa anche avere dei figli). Ti svegli “nel mezzo del cammin di nostra vita” super titolato ed esperto ma meno che precario, senza casa, senza prospettive (perchè “vecchio”), un po’ complessato, un po’ invidioso degli altri, con tante domande intrise di rancore verso la società e il sospetto di averla presa in quel posto perchè, anzichè cercare lavoro subito dopo il diploma, hai inseguito quei “progetti” attraverso i quali poteva passare la tua realizzazione come individuo.
    “e depu fai unu fillu puru?”

  32. MARIEDDU says:

    Quando in una coppia, nessuno dei dei due, ha un lavoro fisso, è responsabile non mettere al mondo dei figli.

  33. Enrico says:

    Siamo troppi nel mondo, i Sardi non facendo figli stanno dando il buon esempio

    • muttly says:

      Come sempre non è questione di quantità è questione di qualità, la popolazione sarda non ha nessun legame con la popolazione cinese o indiana. I Sardi dal lavoro della sociologa preferiscono estinguersi come i dodo pur di non rinunciare a quelli che vengono definiti “svaghi”. Praticamente si accontentano di poco anzichè puntare a molto con più sacrifici, peccato che nella vita nulla e sicuro e aspettare la sicurezza significa perdere il tempo dell’ unica vita a disposizione…

      • Enrico says:

        Sacrifici per chi? per un figlio? Non è obbligatorio far figli, se uno non se la sente e preferisce non farli va benissimo. Il problema è per chi vorrebbe farne ma non ha le possibilità economiche e di tempo per poterlo fare e accudire. In questo caso l’assenza dello Stato si fa sentire.
        Io non voglio figli e non voglio rinunciare ai miei “svaghi” e come me tante altre persone, che problema c’è?

        • muttly says:

          Chiedilo alla Oppo mica a me.
          Quando le persone sono vecchie non anno avuto figli e sono in maggioranza rispetto alle persone che lavorano e i giovani in minoranza non riescono neanche ad accedere al lavoro il sistema collassa. La società deve avere il ricambio generazionale altrimenti è solo un insieme di persone che non vogliono rinunciare ai propri svaghi ma non funziona economicamente a lungo termine perchè anche pagando una valanga di tasse non si ha di che vivere una volta terminata l’età lavorativa. Ecco il problema.

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