Cagliari / Sardegna

Razzismo nelle curve: perché lo stadio non è Disneyland ma lo specchio della società in cui viviamo

Cagliari-Juventus dal mio personale punto di vista. E voi dve eravate?

Ora, cercando di entrare subito nell’argomento, visto che dei fatti di ieri alla Sardegna Arena sono pieni i giornali, e posto che io ieri in Curva Nord c’ero (e sempre lì praticamente e ininterrottamente vado dal 1976, Cagliari-Milan prima partita di cui ho personale memoria), vorrei porre a me e a tutti voi questa domanda: ma perché ci scandalizziamo così tanto se uno sparuto gruppo di persone (sparuto significa “che è in numero esiguo, quantitativamente irrilevante”, nel nostro caso rispetto ad un totale che ieri era di oltre 15 mila spettatori) rivolge ululati razzisti ad un giocatore di colore?

Fossimo stati in Norvegia, in Finlandia, in paesi che noi consideriamo civili, la cosa avrebbe fatto notizia. Ma nell’Italia di oggi, dove il razzismo ormai dilaga a tutti i livelli (da quello istituzionale dei respingimenti a quello volgare delle pagine Facebook), perché invece riteniamo che uno stadio dovrebbe essere immune da queste degenerazioni? Perché non accettiamo più l’idea che la curva di uno stadio sia a suo modo lo specchio della società?

Rispetto al razzismo che oggi si manifesta in maniera organica e strutturata nella società italiana, gli ululati di ieri ne sono stata una epifania paradossalmente marginale. Frutto di singoli, non di gruppi organizzati. Allora perché tutto questo clamore?

Da una parte questo clamore è positivo: sono episodi che vanno stigmatizzati anche se arrivano da poche e isolate persone. Nello specifico, la Digos sta indagando e mi auguro che arrivi ad identificare chi si è reso protagonista di questo atto di razzismo. Io sono stanco di questa imbecillità. A tutti i livelli.

Dall’altra però mi chiedo: perché non accettiamo più l’idea che la curva di uno stadio sia a suo modo lo specchio della società e che ne rifletta dunque anche le distorsioni? 

Questo approccio è stato accettato a lungo, e in effetti la sociologia ha anche indagato il mondo delle curve (richiamo solo il lavoro di Alessandro Dal Lago “Descrizione di una battaglia. I rituali del calcio”, edito da Il Mulino nel 1991).

Non a caso, e curve sono stati a lungo dei laboratori sociali, dove il mondo giovanile si esprimeva con caratteristiche originali che in qualche modo mettevano in evidenza le tendenze sociali in atto in contesti più ampi.

Tutto è cambiato da quando nel calcio ha fatto irruzione la tv. La partita oggi è infatti uno spettacolo essenzialmente televisivo. Chi va allo stadio ad incitare la propria squadra,  recita solo il ruolo di comparsa (anche se paradossalmente, a differenza delle comparse dei film, deve pagare e non viene pagato per il lavoro che svolge).

Il fatto che una partita sia scrutata da dieci telecamere a beneficio di centinaia di migliaia di spettatori, e non banalmente da due occhi in uno stadio che può contenere poche migliaia di persone, fa sì che episodi che per chi è allo stadio risultano marginali (come gli ululati di ieri, di cui io ad esempio non mi sono neanche accorto), per lo spettatore tv sono fondamentali.

La tv, considerando una partita uno spettacolo e non un evento sportivo o un fatto di cronaca, ha quindi così imposto altre regole di fruizione dello sport. Lo stadio è divenuto dunque luogo di consumo, e quindi in quanto tale deve essere rassicurante.

Il modello a cui guardano le società di calcio è chiaramente quello dei videogiochi, dove i tifosi incitano educatamente la loro squadra, nessuno contesta o offende nessuno, non ci sono cori “Presidente pezzo di merda!”, non ci sono fumogeni, non ci sono striscioni sconvenienti. Tutto è sotto controllo.

allo stesso modo, nelle nostre tv il copione del racconto calcistico è quindi già scritto, a prescindere dall’andamento della gara e da ciò che accede sugli spalti o fuori dal campo. Le telecamere che riprendono le comparse/spettatori sugli spalti indugiano su figure rassicuranti (donne, bambini, famiglie). I messaggi sono essere sempre positivi. Gli ultrà non vengono mai ripresi. 

Se per caso arriva dallo stadio un messaggio disturbante (striscioni polemici, cori maleducati) o che esce dallo schema, questi vengono semplicemente censurati, di sicuro minimizzati. I racconti televisivi non seguono più la logica della cronaca giornalistica ma quelli della narrazione. La differenza che passa tra i radiocronisti di “Tutto il calcio minuto per minuto” e Fabio Caressa penso sia chiara a tutti. I primi descrivono, il secondo crea mondi emotivi spesso slegati dalla realtà delle cose.

Lo stadio, da luogo ribollente delle contraddizioni sociali e delle pulsioni giovanili, da specchio della società in cui è inserito, è stato così trasformato in una sorta di Disneyland, un luogo idilliaco e perfetto. Perfetto per il consumo, chiaramente. Tutto nella nostra società oggi non deve essere disturbante. Qualunque conflitto di qualunque natura oggi non ha più diritto di cittadinanza nella nostra società.

E così anche lo stadio è diventato un luogo tranquillo. Io in Curva Nord ci vado con mia figlia di undici anni (ma viene con me da quando ne aveva sei) e so che non rischia nulla. Perché rispetto a venti o trent’anni fa, quando la curva del Sant’Elia era un luogo dove puntualmente ogni domenica si scatenavano delle risse, la Nord è diventata un luogo per famiglie.

Un luogo come un altro, dove si ritrovano persone di ogni estrazione sociale, età e provenienza che vogliono tifare il Cagliari e che amano ritrovarsi a parlare con degli sconosciuti, financo abbracciarli in caso di gioia improvvisa e incontenibile. 

E se in cinquanta su quattromila si lasciano andare a disdicevoli manifestazioni razziste, mi indigno e dico: ecco, lo stadio non è Disneyland ma lo specchio della società in cui viviamo.

E poi mi chiedo: ma le contraddizioni e le tensioni sociali dove si dovrebbero manifestare senza scandalizzare nessuno? Qualcuno può darmi una risposta?

Tags: , , , ,

10 Comments

  1. Gino Melchiorre says:

    Caro Vito,
    è interessante il tuo articolo su Razzismo allo Stadio. Anche perché mi ha consentito di ricercare cose che a malapena ricordavo di aver scritto (Repubblica; Fenomenologia dell’Arbitro; 02/1978; Violenza allo Stadio; 03/1978 – l’Unità: Heysel -05/1985 ).

    Un articolo, il tuo, suggestivamente problematico. In cui alcune cose sono corrette. Altre un po’ meno. Per esempio il rinvio a Dal Lago. Il suo testo non risponde alle tue domande. Perché, parlando di Rito, fornisce uno sguardo tutto “interno” al calcio, mentre le uniche risposte possibili sono fuori dal recinto di gioco. Del resto è un lavoro del 1991. E da allora il gioco è molto cambiato. Ed è anche azzardato affermare, come fai tu, che: “tutto cambia con l’arrivo della tv”.
    In realtà il cambiamento più significativo avviene con il ddl 485 del 20 settembre 1996 che prevede la quotazione in Borsa dei club calcistici.
    In Italia il primo club ad essere ammesso alle quotazioni è la S.s Lazio S.p.A. nel maggio 1998. Due anni dopo, maggio 2000, nasce la A.s. Roma S.p.A . Seguono a ruota tutti gli altri Club.
    Cosa cambia? Bè, cambia il fatto che, da allora, una semplice voce sulla crisi sentimentale del centrattacco X, o sul disagio finanziario del presidente Y, può condizionare l’andamento del titolo di Borsa legato al Club. Come se la squadra subisse una serie di pesanti sconfitte sul campo. In un paese normale, il responsabile di una voce del genere potrebbe anche essere accusato di turbativa del mercato azionario
    Così, dal 1988, il vero Campo di gioco si sposta. Il Gioco del Calcio diventa anche Gioco di Borsa. E le azioni atletiche del primo valgono un po’ meno delle azioni cartacee del secondo. (Cfr.: Calcio&Finanza; 2016)
    Ma il cambiamento procede in fretta. E altrettanto velocemente si allarga il Campo.
    Il Presidente/Finanziere scopre che vendere e comprare giocatori può essere vantaggioso anche senza impegnarsi troppo nel Campionato. E scopre che un forte ”consenso” intorno al Brand ha il suo peso sul business. E’ ovvio che scopre l’acqua calda, visto che del ruolo eminentemente “politico” dei circenses era già discusso da secoli.
    La novità però è che il nuovo imprenditore sportivo sposta risorse, assolda manager, testimonial, anchor-men & anchor-women. E finanzia e organizza tifoserie fedeli e rumorose, sia per sostenere il proprio club, sia per denigrare quelli avversari.
    Siamo ancora dentro lo Stadio, o nei paraggi, ma quello spazio è troppo angusto per le nuove strategie di sviluppo. Così qualche presidente decide di rompere gli indugi e diventare lui stesso “politico” e di “scendere ufficialmente in campo”.
    Per inciso è lo stesso periodo in cui una analoga decisione viene presa da arbitri, ex calciatori, guardalinee o medici federali, ma anche da geometri, chirurghi, impiegati al catasto, cantanti e casalinghe inquiete.
    Cosa cambia per le tifoserie? Le tifoserie organizzate si riorganizzano per diversificare il servizio e rispondere alla diversificazione della domanda.
    Ora, è vero che lo Sport è sempre stato il luogo della “sublimazione del conflitto”, da Olimpia fino a l’altro ieri (Cfr.: F. Alberoni; Repubblica, 1985). Ma non è stato mai lo “specchio della Società”. Semmai solo un parziale e sbiadito riflesso del sistema di valori dominante “in un certo periodo storico”. Con tutte le differenze (di dimensioni e di incisività sociale) che i diversi periodi hanno promosso o consentito.
    Oggi lo Sport sembra voler fare il passo decisivo e – dopo essere passato da una visione ludica a quella politico-finanziaria – rivela la sua vocazione ideologica.
    Al momento, visione del mondo e sistema di valori sono quelli che sono. Ed è normale che lo Stadio li rifletta. Del resto non è solo lo Stadio a farlo. In molti altri settori e luoghi emergono analoghi sintomi, da Sant’Elia a San Siro, da Montecitorio a Torre Maura, dalla nazionalità dei giocatori alla italianità delle canzoni di San Remo. E se per un avvocato più indizi fanno una prova, per un sociologo più sintomi dovrebbero evidenziare un trend.
    Ma non sembra che sia così per dal Lago che infatti scrive:
    “L’etica degli ultra è integrale. La fedeltà ai colori è il principale loro valore e il contrassegno della loro identità. Mentre un “amatore” o un “appassionato” può fischiare un giocatore della propria squadra o inveire contro di lui, un ultra non può accettare quello che ritiene un tradimento della bandiera. Ciò costituisce un momento di conflitto tra curva e tribune (A.Dal Lago: op.cit. Cap. III; La cultura delle “curve”).
    L’obiettivo attuale non è sostenere la propria squadra. E’ quello di creare insicurezza ovunque si riuniscano consistenti gruppi di persone da spaventare o da convincere. Le tifoserie che un tempo erano reclutate per incoraggiare i giocatori in campo, oggi vengono arruolate per intimidire chiunque sia (o appaia) “fuori campo”. L’etica integrale descritta da Dal Lago si è trasformata in integralismo ideologico.
    Il Nemico da additare agli altri non è più l’Arbitro o il capitano avversario. Il Nemico è il diverso, il negro, il mangiatore di banane. Non importa se della propria squadra. Perché la squadra non è più quella indicata dai colori della maglia. E’ quella indicata dal colore della pelle. E’ questa la direttiva (esplicita o implicita) del “committente”. E la tifoseria organizzata è chiamata a operare ovunque si giochi la nuova partita: nei giorni feriali nelle periferie degradate o nei campi Rom, e la domenica allo Stadio. Dalla squadra si passa allo squadrismo.
    Non c’entra Disneyland. Forse c’entra qualcosa la Tv. E non perché rappresenta la società come Disneyland. Ma perché, al contrario, mediante una accorta selezione del “notiziabile” contribuisce, in modo più o meno consapevole e interessato, alla diffusione del messaggio oggi ideologicamente maggioritario: a) c’è insicurezza; b) viene da fuori; c) è necessario l’Uomo forte per ripristinare i valori più autentici: Dio, Patria, Famiglia. Ma questo già lo sai, visto che sai come funziona il sistema dei media.
    Sulla base di quanto fin qui detto, torno alla tua domanda: perché non accettiamo l’idea che la curva di uno stadio sia a suo modo lo specchio della società?
    Risposta: se (e sottolineo Se) non accettiamo l’idea, probabilmente dipende dal fatto che, andando allo Stadio, uno si aspetta di trovare l’atmosfera di Olimpia (quando la Guerra veniva sospesa per celebrare i Giochi). O almeno si aspetta di vedere un pallido riflesso di quello Spettacolo. E invece si trova in un altro film. Si trova nelle strade di Berlino, di Vienna, di Sofia o di Cracovia con “sparuti” gruppi di facinorosi che ulunano, sollevano mani tese o disegnano croci uncinate su muri e vetrine dei quartieri circostanti. Sono in pochi? Forse. Ma erano pochi anche nel 1922/26. Poi si è visto come è andato a finire il film.

    P.S. A proposito di sport e sociologia dei media: nel 1991 Dal Lago non riesce ad “uscire” dal campo di gioco, ma va detto che Alberoni nel 1985 almeno ci prova. Però, nel suo articolo, cita e commenta la tragedia dell’Heysel e ignora l’incipiente deriva del giornalismo moderno. Nel 1985, lui crede ancora che i giornali facciano carte false per uno scoop (come nei film americani) e dare un “buco” alla concorrenza. Nel caso Heysel avvenne il contrario. Perché quella notte io assistetti alla tragedia, chiamai il caposervizio al telefono e dopo un’ora gli mandai un articolo sulla follia di giocare con i morti a bordo campo. Ma quell’articolo la mattina successiva non uscì. Uscì il giorno seguente. Il responsabile di pagina, che chiamai per avere informazioni, mi disse che “il pezzo gli era sembrato un po’ forte”: E aveva ritenuto utile aspettare un giorno “per vedere cosa avrebbero detto gli altri giornali sportivi”. I quali infatti uscirono tutti stigmatizzzando e deprecando in coro.
    Fu allora che decisi di cambiare professione.
    Un caro saluto,
    Gino Melchiorre

  2. leggo su LA STAMPA: “Buu e ululati razzisti verso Moise Kean, la clip incastra i presenti allo stadio di Cagliari”…. però il video che mostrano a me non sembra tanto far sentire versi “razzisti” in senso stretto, a parte che dura pochissimo, … comunque si sente bene uno spettatore che dice “bastardi, pezzi di m….”

    https://www.lastampa.it/2019/04/03/sport/la-polizia-indaga-sugli-insulti-a-kean-e-bonucci-corregge-il-tiro-no-al-razzismo-7tXSadhjhDkOfRwonQv9AO/pagina.html

  3. Luca M says:

    Il razzismo della società odierna è molto diverso da quello delle origini, quando si credeva genuinamente che i neri fossero una razza inferiore, più vicina all’animale che all’uomo, adatta solo ad essere sfruttata in schiavitù ma indegna di godere dei diritti e della dignità dei bianchi. Il razzismo oggi, a parte alcune frange estremiste ideologizzate di stampo neofascista-neonazista, per la maggior parte della gente, è un fastidio percepito verso quello che viene identificato grossolanamente come un gruppo di fastidiosi questuanti, parassiti, spacciatori e stupratori, similmente a come si pensa che i rom siano tutti sporchi e ladri e così via. Purtroppo la nebulosità delle argomentazioni non sminuisce il fenomeno e lo stadio, vera zona franca della ragione e della convivenza civile, è il luogo migliore per far emergere questi umori maleodoranti. Secondo me l’insulto razzista va punito a prescindere dal retropensiero in quanto risulta comunque umiliante e offensivo per chi lo subisce. Così, quando anche la motivazione fosse “solo” la volontà di dare più fastidio al giocatore di colore nell’insultarlo, il danno per la vittima resterebbe identico, per cui identica dev’essere la nostra riprovazione. Sono d’accordo su chi dice che la colpa è individuale, per cui meglio se i colpevoli son pochi, ma, tanti o pochi che siano andrebbero presi e puniti individualmente, per lo meno col Daspo, utilizzando la tecnologia già disponibile. Io non faccio di tutta l’erba un fascio perchè frequento lo stadio da anni, ultimamente nei distinti, ma prima anche in curva sud, e posso assicurare che sono molti di più i pompieri dei piromani, al primo accenno di lite sono decine le persone che intervengono per riportare la calma e ben poche quelle che ricorrerebbero mai ai buu. Poi sullo stadio Disneyland e, in generale, su ció che la televisione decide che debba essere rassicurante piuttosto che angosciante ci sarebbe tantissimo da dire, ma mi dilungherei troppo.

  4. Antonello says:

    Bello il pezzo Vito, io che non vado allo stadio da molti anni ormai, ricordo con tristezza e rabbia i cori contro i napoletani.
    Forse io già da allora ero innamorato della narrazione e non della realtà, forse avrei voluto una netta presa di posizione da parte della maggioranza presente allo stadio, che in qualche modo zittisse la minoranza rumorosa e maleducata, forse razzista, sicuramente stupida.
    Ma io ero parte della maggioranza e non ho fatto nulla.
    Probabilmente avrei avuto il coraggio, che non ho avuto, se le istituzioni mi avessero aiutato in qualche modo.
    Ad esempio, gli inglesi avevano un grosso problema con gli hooligans e hanno deciso autonomamente, nessuno li ha cacciati, di non partecipare alle coppe europee per, mi pare, cinque anni. Magari questo è un esempio eccessivo, quello era un problema enorme.
    Allora cito il caso recente dei due tifosi del Southampton che mimano un aereo, chiaro il riferimento al deceduto Emiliano Sala, e vengono portati via dagli stewart. Risultato? Banditi dallo stadio per tre anni. Potrei fare altri esempi, ma mi fermo qui.
    Intendo dire che tutti dovremmo reagire a situazioni sbagliate, ma chi ha il potere coercitivo dovrebbe sanzionare in modo rapido e netto chi non rispetta le regole.

    Antonello

    • Francu says:

      Bravo Antonello. È proprio di quel coraggio di cui parlo. A volte ci sentiamo soli pur essendo, come dici tu, maggioranza. Ma quando in curva nord gli steward nemmeno provano a recuperare i palloni che arrivano, mentre sono molto solerti in tutti gli altri settori, capisci molte cose. Non dimentichiamoci nemmeno del vigliacco silenzio nella questione Storari. Degradato da capitano e poi ceduto per volontà degli Sconvolts.

  5. allora il verso razzista di stampo inglese era “uuuh, uuuh, uuuh” basso e profondo, fatto da un numero consistente di persone (giovani, anziani, famiglie) in maniera sistematica appena il giocatore nero entrava in possesso di palla… cito da Among the Thugs/i Furiosi della domenica (Buford)… chiedo a Biolchini, che era presente, se questo tipo di comportamento si sia verificato in Cagliari-Juventus da inizio partita nei confronti dei giocatori di origine africana della Juventus… insomma Kean è stato “bersagliato” da inizio partita o no? Dagli ultras, da altri o da nessuno? Cinquanta su quattromila hanno iniziato dopo il secondo gol a “ululare” o lo facevano da prima. Grazie.

    e comunque un venti anni fa un po’ di clima “razzista” (magari per moda) si respirava in curva nord anche nei confronti dei nostri “neri”…. così come le mascherine per i napoletani… ma era una specie di emulazione importata forse….

    cioè intervista magari s’Arrepadori e facciamoci raccontare dal di dentro la situazione dei gruppi organizzati di quegli anni, razzismo o pseudo razzismo compreso.

  6. Francu says:

    Manca solo una cosa alla tua analisi. Il nome e cognome dei 4 scalmanati (che purtroppo sono di più) in questione. Sono gli Sconvolts e la loro mentalità ultras di merda. Nessun presidente, calciatore, opinionista, giornalista ha il coraggio solo di nominarli.quando con una spedizione punitiva andarono ad asseminello il capitano Conti li giustificó e indosso la fascia di capitano con il loro logo. Cossu è uno di loro. Infatti entrambi hanno posti di responsabilità in società. Stanno tutti zitti per paura. Comprensibile, come si aveva paura ai tempi delle BR. Io aspetto un Guido Rossa coraggioso

  7. Efisio says:

    Ha fatto bene Kean (come Balotelli, Seedorf, Koulybaly in passato) con un gesto plateale e provocatorio a sottolineare la volgarità di pochi e l’indifferenza di molti.
    Ma ancor meglio farebbe e farebbero tutti quanti se si fermassero quando gli ululati razzisti arrivano dai propri tifosi all’indirizzo dei loro fratelli avversari.
    Allora sì che il gesto avrebbe senso, non potrebbe essere strumentalizzato, eleverebbe la riflessione al di sopra dei comportamenti istintivi e delle tensioni sociali, altrimenti quello fatto da Kean resta un gesto sporadico (magari sempre più frequente) di protesta all’indirizzo della tifoseria avversaria.
    Se si rivoltassero contro i loro stessi tifosi, farebbero capire che il razzismo è davvero altra cosa dalla società in cui viviamo,
    Ma il razzismo è connaturato con l’istinto umano, diventa arma di sfogo e provocazione, un ululato di chi teme il diverso e vuole provocarlo, impaurirlo e allontanarlo.
    Assomiglia tanto al tifo che ormai non è più sostegno alla propria squadra
    .
    Assomiglia per niente allo Sport che è competizione sì ma per superare i limiti della natura umana, competizione nello sforzo comune, in altre parole fratellanza.

    Cosa che nel calcio è sparita come ci ricordano gli insulti ad Astori o a Scirea…

  8. Gianni Campus says:

    Ricordo che nella bandiera sarda ci sono quattro mori, che nessuno fischia.
    Nella bandiera del Cagliari ricordo: Gallardo, Nene’, Uribe, Mboma, Suazo, Ibarbo… e altri.
    Amatissimi tutti, direi.
    Se uno è razzista, lo è comunque, se no è solo un tifoso, magari frustrato e poco sportivo. Ma, gli altri, dov’erano?
    Forse basta sovrastare i booo con degli applausi, per far capire a tutti cosa sia lo sport.
    Gianni Campus

  9. Roby Spiga. says:

    Non siamo una tifoseria razzista, altrimenti in curva Nord, non potrebbero (entrare) dei ragazzi di colore con la sciarpa del Cagliari , come ieri o in altre occasioni.i 40/50 che hanno fatto i buuu, hanno reagito così alla provocazione del giocatore della Juventus, perché vorrei ricordare che in questo campionato sono venuti a CAGLIARI, altri giocatori di colore, hanno segnato,ma non hanno provocato come kean, e nessuno li ha offesi .

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.