Cultura / Politica / Sardegna

Addio a Francesco Cocco, l’intellettuale organico che sapeva sorridere

 

L’attuale carenza di una “cultura disinteressata”, non deriva dal fatto che manchi in Sardegna ricchezza d’iniziativa culturale. Ci sono e non di rado vengono portate avanti con notevole sacrificio personale; manca però quell’orizzonte (non derivante dai limiti soggettivi ma dal più generale clima politico-istituzionale) capace di alimentare una complessiva e diffusa riforma civile e morale. Un’autonomia “amministrata” (per evitare fraintendimenti oggi forse sarebbe meglio dire “autonomia disamministrata”), corrosa dagli interessi di gruppo, di partito, di lobby finisce per favorire il disimpegno. Qu emerge massimamente la responsabilità della cultura politica che ha operato in Sardegna. Essa non ha saputo tradurre l’autonomia in valori ideali, in codice di comportamento, in modelli originali di gestione della cosa pubblica. I partiti, principalmente quelli con più lunghe responsabilità di governo, hanno assecondato un clima cortigiano, tanto più favorito quanto più prono al potere politico.

Così scriveva Francesco Cocco nel pezzo “Identità ed unità”, pubblicato nel primo numero della rivista “Società Sarda”, uscito nel marzo del 1996 e di cui lo stesso Cocco era direttore. Ventidue anni fa la crisi della politica e segnatamente della sinistra sarda, erano dunque già conclamate e la nascita dell’associazione Nuovo Impegno (che promuoveva il giornale) rappresentava il tentativo di un gruppo di intellettuali progressisti, soprattutto ex Pci, di riproporre il dibattito sul tema dell’identità e dell’autonomia, nella consapevolezza che senza un luogo di condivisione di idee ogni rilancio dell’azione politica era velleitario. Non a caso, nello statuto dell’associazione si richiamavano le esperienze di Ichnusa, di Rinascita Sarda, del Bogino, e di associazioni culturali quali il “Gruppo di Iniziativa” e “Dialoghi”, capaci di “creare un clima di fermento culturale, stimolante per la complessiva crescita civile della Sardegna”.

Il primo numero di Società Sarda accolse gli interventi di Giuseppe Podda (“Un impegno da lontano”), Gianni Solinas (“Sardegna: quali prospettive?”), Tonino Mameli (“Se la scuola minaccia l’identità”), Giorgio Melis (“Per un nuovo spirito pubblico”), Italo Ferrari (“Centralità mediterranea”), Mariangela Sedda (“La cultura invisibile”), Gianni Marilotti (“Politica in movimento”), Gaetano Brundu (“Dalla Sardegna guardare al mondo”), Francesco Cocco (Identità ed unità”), Salvatore Naitza (“Arte in Sardegna”), Paola Pittalis (“Letteratura in Sardegna”), Donatella Davini (“Esplorare la cultura musicale”), Sebastiano Mosso (“Le ragioni del dialogo”), Dionisio Pinna (“La forza della solidarietà”), Paola De Gioannis (“Isola di pace”), Raffaele Cossu (“Confronto e conoscenza”) ed Enrico Dessy (“L’etica della responsabilità”), insieme al documento costitutivo dell’associazione Nuovo Impegno.

Da intellettuale qual era, Francesco Cocco sapeva bene che lo studio e l’approfondimento dei temi centrali della “questione sarda” costituivano un potente strumento di cui la politica aveva assolutamente bisogno. Gli anni di Società Sarda sono infatti gli anni della giunta Palomba, che, resistendo all’ondata berlusconiana, con grande fiducia aveva ricevuto il mandato degli elettori. La fine ingloriosa di quella legislatura coincide grosso modo anche con la fine dell’esperienza di Società Sarda, il cui ultimo numero (il dodicesimo: era infatti un quadrimestrale) uscì nel dicembre del 1999: appena un mese prima Mario Floris era diventato presidente della Regione in quella dodicesima legislatura gravemente segnata da episodi di corruzione morale che, nel campo del centrosinistra, impedirono a Gian Mario Selis di mantenere l’incarico di presidente (allora ancora nominato dal Consiglio e non eletto dal popolo).

A ripensarci oggi a quasi ventidue anni di distanza, Società Sarda era un tentativo quasi disperato di non disperdere energie, idee e idealità che a sinistra con l’avvento di un nuovo modo di fare politica (quello berlusconiano) rischiavano di essere spazzate via. E così forse fu. Da giovane giornalista qual ero allora e da collaboratore della rivista (scrissi due pezzi, uno su Monumenti Aperti, l’altro su Lula) avevo la netta impressione che l’operazione fosse però ad alto coefficiente di difficoltà, perché le parole d’ordine che si imponevano anche nel campo progressista erano altre e che quegli intellettuali che la animavano erano guardati con sufficienza, se non con disprezzo, da chi a sinistra guidava i giochi: segno che la crisi attuale parte dunque da più lontano, e non si esaurisce con l’avvento e il declino di Renzi o il drammatico fallimento della presidenza Pigliaru.

In realtà, però quel nucleo di “resistenti” che ribadiva la stretta necessità del connubio tra politica e cultura ha avuto diversi meriti: il primo, di rappresentare nella Cagliari governata dalla destra del sindaco Delogu un presidio dei valori democratici; il secondo, di mantenere viva in anni difficili come quelli del berlusconismo trionfante, un’idea alta di autonomia, custodendo valori e idee guida a cui, solo pochi anni più tardi, Renato Soru attingerà a piene mani per vincere le regionali del 2004.

Di questa dinamica Francesco Cocco è stato una figura autorevole e un instancabile animatore. La sua apprezzata esperienza amministrativa (era stato infatti assessore regionale alla cultura a metà anni 80 nella giunta guidata da Mario Melis, oltre che consigliere comunale a Cagliari negli anni settanta e per due legislature consigliere regionale) aumentava, se pure ce ne fosse stato il bisogno, la sua credibilità.

Ma a renderlo veramente autorevole era il tratto umano. Come tutti i compagni veri, Francesco era una persona straordinariamente sensibile, che quando ti chiedeva “Come stai?” voleva realmente sapere come stavi.

Da vero cagliaritano (anche se era nato a Guspini), era capace poi di incitare costantemente alla lotta senza perdere mai l’ironia. Ogni giudizio politico (anche severo) era seguito da un sorriso, come a ricordarci che in politica e nella vita esistono avversari e non nemici. Sarà banale dirlo ma Francesco Cocco è stato una persona speciale e un politico speciale che lascia a chi lo ha conosciuto il rimpianto di un addio improvviso il giorno di Natale ma anche tanti insegnamenti.

Studiare, approfondire, impegnarsi, dialogare con tutti, praticare con disinteresse l’azione culturale, non fare sconti a nessuno (e i suoi articoli pubblicati in questi anni su Democrazia Oggi lo dimostrano), credere nei giovani e soprattutto non dimenticare di regalare agli amici un limone colto dalla sua casa di Villanova. Francesco Cocco ci mancherà. Ma ancor di più mancheranno in futuro alla Sardegna persone, politici e intellettuali come lui. Rigorosi ma dolci: come il suo sorriso.

 

2 Commenti

  1. Luisa Sassu says:

    Ieri, al suo funerale laico, ero troppo commossa per prendere la parola. Pochi giorni fa abbiamo festeggiato insieme l’anniversario della vittoria al referendum costituzionale e tra un canto e una fetta di panettone ci siamo scambiati reciprocamente la promessa di organizzare un’iniziativa dedicata a Gramsci. Ed era una promessa seria. Aveva ancora tante cose da fare, Francesco. E, ascoltandolo, tutto avrei potuto immaginare tranne che ci avrebbe lasciati. Perciò ho appreso la notizia con incredulità e sgomento, sapendo che di militanti come lui avremmo ancora tanto bisogno, in questo panorama politico povero di passione, di sobrietà e di competenze, popolato da “governanti” che non conoscono la grammatica, neppure quella del rispetto e dell’umanità. Porterò il ricordo della sua accogliente, seria e al contempo allegra proposta di lavorare insieme per un mondo migliore: più giovane di tanti giovani, Francesco ci credeva ancora.

  2. Un addio a Francesco Cocco, conosciuto quando giovanissima mi iscrissi alla figc e poco dopo sposai il suo amico e poeta Florio Frau.

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