Politica / Sardegna

Pigliaru e Paci allo sbaraglio da Gentiloni: Sardegna, game over

Roma, 9 novembre 2017

Ciò che sconcerta di più del viaggio a Roma di Pigliaru e Paci non è tanto il fallimento in sé della trattativa con Gentiloni, quanto l’entità del disastro della spedizione, segno che l’incontro era stato preparato veramente male, senza alcuna interlocuzione preventiva in grado di non mettere a rischio l’onore dell’istituzione autonomistica, oggi veramente calpestata da una vertenza trasformata in amabile chiacchierata tra i velluti e gli arazzi di Palazzo Chigi.

Solo dei dilettanti della politica chiedono un incontro al presidente del Consiglio senza sapere prima quali a risultati positivi esso potrà ragionevolmente portare. Solo un partito inconsistente come il Pd sardo, fatto neanche di correnti (che pure hanno una loro idealità) ma di singoli intenti solo a perpetuare il loro potere (in alcuni casi ultratrentennale), poteva dimostrare in maniera così lampante la propria insignificanza, esponendo il presidente della Regione ad un fallimento di cui non si ricordano eguali. Neanche le apparenze oggi si sono salvate, niente.

Ieri a Roma si è vista tutta l’inconsistenza della politica isolana. E così Pigliaru e Paci sono stati travolti dai no senza speranza di Gentiloni; e noi con essi.

È la stessa nota stampa rilasciata dalla presidenza della giunta a definire l’entità del disastro. Scorriamola assieme, punto per punto.

Sugli accantonamenti, la “madre di tutte le vertenze”, “dopo mesi di riunioni tecniche, non è arrivata alcuna risposta netta” dice Pigliaru. “Gentiloni presenterà una proposta prima della chiusura della legge di stabilità”. Incredibile.

Agenzia sarda delle entrate: “Abbiamo ribadito la nostra forte richiesta per il ritiro del ricorso” dice Pigliaru. Ma da Gentiloni evidentemente non è giunta alcuna risposta.

Insularità: “Siamo invece soddisfatti dell’impegno assunto dal Governo di affiancarci nelle nostre richieste in tema di continuità territoriale per portarle ai massimi livelli delle istituzioni europee e sostenere il diritto della Sardegna alla mobilità”. Una rassicurazione a costo zero.

“Il Governo si è impegnato ad affiancarci anche per quanto riguarda la battaglia per l’attuazione dell’articolo 174 del trattato UE, attraverso la definizione e formalizzazione di aiuti specifici per le realtà insulari come la nostra. Prevediamo di discutere una proposta operativa entro un mese”. Cioè entro l’8 dicembre: segnatevi la data.

La Maddalena: “C’è la conferma dei 21 milioni per finanziare l’accordo tra Stato e Mita” (perché, erano pure in discussione?) e la decisione di definire entro l’anno gli altri aspetti, a partire dal commissariamento, per accelerare i lavori e la spesa dei 50 milioni già disponibili”. Entro l’anno, prendete nota.

Servitù militari: “Abbiamo chiesto conto dei ritardi e della inaccettabile incertezza con la quale vengono di volta in volta definite le compensazioni. Ci aspettiamo un approfondimento in tempi molto brevi”. No comment.

Visto il risultato dell’incontro, sarebbe stato meglio non andare a parlare dal presidente del Consiglio. Anche perché adesso, da dove si riparte?

Come pensa a questo punto Pigliaru di poter governare ancora per un anno e mezzo, dopo che il governo lo ha liquidato in maniera così brutale, trattandolo più da insignificante esponente di partito che non da rappresentante della più alta istituzione sarda?

Oggi Pigliaru, dopo tre anni e mezzo di presidenza, ha capito quanto sia difficile governare il rapporto tra la Sardegna e l’Italia. Ma il guaio è che a pagare questa sua improvvisa presa di coscienza, a cui in tanti avevano provato a prepararlo già dalla campagna elettorale, ora sono però i sardi.

Pigliaru sapeva fin dall’inizio della sua legislatura che sarebbe stato centrale riunire in un’unica vertenza tutte le questioni sul tappeto, ma è arrivato all’incontro cruciale evidentemente impreparato, senza alcun mandato politico forte (sarebbe stato meglio presentarsi a Roma potendo contare su una chiara presa di posizione del Consiglio regionale invece che da un insignificante vertice di maggioranza), ma facendo affidamento solo su non si sa bene quale arma di persuasione, visto che le sue richieste sono state brutalmente spazzate via.

Cosa succederà adesso?

Se vuole salvare la credibilità dell’istituzione autonomistica e dare un senso all’ultimo anno e mezzo di legislatura, il presidente della Regione ha davanti due strade.

La prima è quella delle dimissioni, da scagliare contro il Pd italiano nel bel mezzo di una campagna elettorale. Scelta di dignità e di chiarezza, scelta molto concreta. Perché io sono sicuro che se ieri il presidente della Regione avesse messo sul tavolo le sue dimissioni, il risultato della trattativa con Gentiloni sarebbe stato diverso. Un politico serio avrebbe fatto così.

La seconda strada è quella di un cambio di rotta radicale nel governo della Sardegna, nel segno di un conflitto aperto e senza sconti non solo con il governo ma con Stato italiano.

L’alternativa a queste due strade è la presa in giro permanente dell’opinione pubblica sarda, già sfiancata da quotidiane veline di palazzo (“La partenza in anticipo di cinque minuti del primo volo Blue Air del mattino da Alghero a Fiumicino è un segnale molto incoraggiante nonché l’inizio di una nuova fase che ci auguriamo proceda verso l’innalzamento di tutti gli standard qualitativi e di efficienza”: questo è ciò che ha avuto il coraggio di dichiarare ieri l’assessore ai Trasporti).

Il disastro è sotto i nostri occhi, chiaro come non mai. Sono stati Pigliaru e Paci a portarci a questo punto morto, a questa umiliazione dell’istituzione autonomistica; dovranno essere loro a tirarci fuori da questo pantano. Sempre che ne abbiamo il coraggio e le capacità.

Altrimenti, che si voti anche in Sardegna il più presto possibile.

 

7 Commenti

  1. Luca Carta Escana says:

    Quanto a umiliazioni inferte al popolo, pure oggi ci si è fatti mancare nulla: in via Roma ennesimo rinvio dell’approvazione della doppia preferenza di genere; ennesima maxi-richiesta di rinvio a giudizio per membri del Pd italiano in Sardegna – accusati di peculato.
    Che altro aspettarsi fuoriesca da quella struttura immonda (povero Antìne), indegna di essere definita ”parlamento sardo”? Cos’altro attendersi da un fronte unionista che vede tra le sue file oltre 100 (cento) tra indagati, imputati e giudicati per uno dei reati più odiosi di cui possa macchiarsi un rappresentante?
    Chi a cuore le donne sarde rovesci il tavolo; chi ha le mani pulite sentenzi ”Ora basta”.

  2. avete montato un casotto che volevate la fusione perfetta, portando la gente in piazza per le riforme e adesso vi lamentate? ma quali riforme aiò… è stato un errore prendetene atto. ma almeno avessimo un vicerè, anche Esposito del P.D. andrebbe bene, si starebbe senz’altro meglio di come siamo adesso con gli assistenti di Ferretti che con tutta la buona volontà cosa vuoi che possano fare.

  3. luigi camba says:

    Da Soru a Pigliaru capaci solo di calarsi le braghe ed noto che quando te le cali una volta, devi continuare. Vero Renato Soru e prof. Pigliaru? A su molenti sardu, una borta no di bastada…

  4. La seconda non la farà mai, la prima la vedo dura. Mi chiedo cosa aspettano Sedda e Maninchedda a staccare la spina. Cos’altro debba succedere per evidenziare la fine dell’esperienza?

  5. attilio piras says:

    Non pagheremo solo le colpe di Renzi ma anche quelle dei Renziani.

  6. Simone C. says:

    Questa volta sono d’accordo con Vito. Non ci sono altre interpretazioni. O il conflitto (politico, chiaramente) o la vergogna. A innantis.

  7. Massimo Calabrese says:

    Il discorso, caro Vito, è sempre il medesimo. Da una parte, l’incapacità provata di Pigliaru e di questa classe dirigente di imporre al Governo un’unica istanza contenente la “questione Sardegna” nella sua interezza e quale contenitore unico dei problemi dell’isola.
    La seconda è la totale assenza di volontà degli italiani a rispettare i patti e le leggi del loro stato (comprese quelle Costituzionali, della loro, di Costituzione, di cui fa parte lo Statuto Sardo). E aggiungerei anche un’altra considerazione: al di là della forma con cui si presenta a palazzo Chigi il presidente della regione, lo stesso, è portatore di istanze di un’isola che elettoralmente vale poco quanto a numero di votanti. Per cui il Gentiloni di turno avrà sempre dalla sua una carta del tipo: “il Sig. Presidente della Sardegna= tot mila voti? Beh…. un solo quartiere di Roma ne fa di più! Per cui, grazie della visita!”
    Una sola cosa, a mio avviso, salverà la Sardegna dal baratro. Usando un esempio di un personaggio sbagliato, è ciò che disse, nella serie Il capo dei capi Riina ai suoi: “Io me ne fotto di cosa pensano quelli. Perché noi abbiamo quello che non hanno loro: i cugliuni e a fame!”
    In Sargegna la fame non ci manca.
    In merito ai “coglioni”, invece, li abbiamo. Ma non nel senso che intendeva il personaggio del film!

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