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Un’idea di sinistra per la Sardegna? Chiudere le fabbriche del polo industriale di Portovesme

L’area industriale di Portovesme, con in primo piano il bacino dei fanghi rossi (l’immagine è stata tratta da Sardinia Post)

Si svolge questo pomeriggio a Cagliari con inizio alle 16.00 all’Hostel Marina (Scalette di S. Sepolcro) l’incontro “100 piazze per un programma” la prima assemblea in Sardegna, promossa dal manifesto sardo, per una alleanza popolare per la democrazia e l’eguaglianza. L’intento degli organizzatori è quello di “costruire un programma della sinistra sarda per un soggetto politico delle differenze, ecologista, femminista e antiliberista”. All’incontro, che sarà coordinato da Roberto Loddo, hanno già dato la loro adesione Marco Ligas, Lorena Cordeddu, Massimo Dadea, Claudia Zuncheddu, Franco Uda, Roberto Mirasola, Poullette Stefano, Marta Ecca, Ottavio Olita, Antonio Muscas e Salvatore Lai. Io non potrò essere presente ma ho inviato agli organizzatori questo intervento.

***

Cari amici,

le idee sono niente senza il coraggio della verità. E allora consentitemi di proporre a questo dibattito, con la massima semplicità possibile, una mia idea per il futuro della Sardegna.

Sardegna e non Italia, perché se ogni idea di sviluppo deve partire dal basso non possiamo continuare ad ostinarci a ritenere che ogni ricetta economica e sociale che prescinde dalla nostra identità e dalla nostra specificità, possa essere applicata con qualche ragionevole speranza di successo.

Ecco, la mia idea è molto semplice: la sinistra sarda deve da subito impegnarsi perché le fabbriche di Portovesme vengano chiuse e il sito bonificato. Così come da anni combattiamo le servitù militari, dobbiamo infatti contrastare con la medesima determinazione anche quelle industriali.

Portovesme Srl, Alcoa, Eurallumina sono tre fabbriche figlie di un periodo storico e di un modello di sviluppo ormai passato, un modello oggi del tutto incompatibile con il diritto alla salute e all’ambiente, e ad un lavoro realmente sostenibile e che non scarichi sulla collettività il peso tremendo delle sue insanabili contraddizioni.

Il prezzo che queste tre fabbriche fanno pagare da tempo al Sulcis e all’intera Sardegna è ormai insostenibile. Eppure tutta la politica sarda continua in maniera miope a combattere una battaglia assurda perché queste fabbriche restino ancora aperte.

Invece dovrebbero essere chiuse, ed anche in tempi ragionevoli; e la politica dovrebbe con intelligenza gestire una transizione che è ormai nei fatti. Perché da nove anni Eurallumina è chiusa ed è evidente a tutti che il polo dell’alluminio è economicamente insostenibile. Mentre la Portovesme srl esige continuamente un tributo di inquinamento che non è più tollerabile.

Se essere di sinistra significa pensare al futuro, come possiamo immaginare di riempire il Sulcis di discariche di rifiuti tossici solo per tenere in piedi queste tre fabbriche che non hanno un domani? Quale eredità lasceremo ai nostri figli ai nostri nipoti? Una sinistra responsabile pensa soprattutto alle generazioni che verranno: la sinistra sarda questo non lo fa.

Tutta la sinistra sarda e la Cgil continuano invece a difendere e a battersi, al pari di Forza Italia e di Confindustria, per questo industrialismo già fallito nei fatti; un modello economico senza speranza, senza futuro, a cui ci si aggrappa per miopia e per convenienze personali. Tenere aperte queste fabbriche è da irresponsabili.

Quelli di Portovesme sono posti di lavoro malati, esattamente come lo sono quelli derivanti dalle servitù militari, e una sinistra degna di questo nome non può continuare a difenderli; perché per difendere una piccola minoranza di lavoratori sta condannando la Sardegna a subire un modello di sviluppo esiziale.

Il polo industriale di Portovesme, così come è oggi, va smantellato. Programmare la chiusura definitiva della Portovesme Srl, dell’Alcoa e dell’Eurallumina è dunque l’unica cosa ragionevole da fare ed è una idea politica che, se attuata aprirebbe, un nuovo scenario economico, politico e sociale. E gestire una transizione di cinque o anche di dieci anni consentirebbe paradossalmente di salvare quei posti di lavoro che altrimenti verranno naturalmente spazzati via.

Sono stanco dell’ipocrisia e della retorica sui posti di lavoro. I lavoratori della Portovesme srl, dell’Alcoa e dell’Eurallumina hanno diritto come tutti ad un lavoro, non a “quel posto lavoro”. A quel posto di lavoro quei lavoratori non hanno alcun diritto.

A questo punto del dibattito c’è sempre qualcuno che mi accusa di fare queste proposte perché evidentemente io, come amano dire i sindacalisti, “io ho il culo al caldo”, perché non rischio nulla, perché ho un posto di lavoro sicuro. Allora, io sfido simpaticamente tutti coloro che provano a zittirmi affermando che chi chiede il superamento del modello industriale pesante nel Sulcis è in realtà un privilegiato; li sfido a mettere pubblicamente la loro dichiarazione dei redditi degli ultimi cinque anni affianco alla mia. Per capire chi sono realmente i privilegiati in questa situazione: chi critica o chi continua a lavorare per tenere in vita fabbriche morte e senza futuro. Io di sicuro non ho mai preso una cassa integrazione da 1600 euro al mese.

La sinistra sarda se vuole recuperare un po’ di credibilità in tema di lavoro e occupazione non può più assecondare la follia Portovesme.

Per questo non voterò e non sosterrò nessun partito o formazione politica che non metta esplicitamente nel suo programma il superamento di quel modello industriale.

La sinistra sarda ritrovi il coraggio dell’utopia possibile: basta con queste fabbriche a Portovesme. Basta: che prima chiudono, meglio è per tutti: lavoratori compresi. Sinistra sarda compresa.

Grazie e buon proseguimento dei lavori.

Vito Biolchini
Presidente associazione Sardegna Sostenibile e Sovrana

 

15 Commenti

  1. Per Antonello Lai, guarda che la produzione di alluminio non è eccessivamente inquinante se non dal punto di vista dell’impatto estetico. Non c’è paragone con i danni che provoca la produzione di piombo e zinco o il trattamento di fumi di acciaieria. Il problema rimane il conto economico. Nessuna analisi finanziaria pone l’alluminio, da qui a 20anni, quale commodities strategica per qualsiasi speculatore che opera su quei mercati, compresa Sider Alloys. Se Sideralloys decide di acquistare è perché riceve soldi statali così come ArcelorMittal li ha avuti per acquistare Ilva. Dopo che il governo ci aveva messo un miliardo di euro hanno detto ok, salvo poi dichiarare che c’erano 7000 esuberi.

    • Antonello Lai says:

      Grazie ancora. Dimostro, probabilmente confondendo la produzione di alluminio con quella dell’acciaio, e credo di non essere l’unico, di quanto sia importante il contributo di chi, come Enea, è più informato per far crescere il livello di comprensione di dinamiche che sono, credo, alla base di ogni ragionamento serio sul futuro di questa terra. O lo sviluppo è sostenibile o non è. E vale peri indipendentisti, sovranisti, centralisti o monarchici.

  2. Per Antonello Lai nel modo più semplice. Lo stabilimento di Massena sul fiume San Lorenzo al confine tra USA e Canada produce alluminio primario con energia idroelettrica al 100%. Il prezzo netto alla banchina del porto per tonnellata, nell’aprile dell’anno scorso era di 1490 dollari, questo mese di ottobre 2017 per gli ordini con consegna gennaio 2018 è 2145 dollari.
    Lo stabilimento di Massena ha 20 anni di vita mentre quello di Portovesme ne ha 45 e produrre energia a Portovesme con un mix eolico-carbone costerebbe al netto di tutto non meno di 25-27 dollari per MW. Supposto un aiuto di stato del 10% si andrebbe a 21-22 euro per MW. Questo vuol dire che se il costo dell’alluminio per il 78% è dovuto al costo dell’energia, il costo netto di una tonnellata di alluminio prodotto a Portovesme è appena sotto i 2000 dollari per tonnellata consegnato sul piazzale dello stabilimento. Se la consegna gennaio 2018 registra un massimo di 2145 degli ultimi 5 anni è normale pensare che il punto di Pivot nei prossimi due tre anni sarà al di sotto dei 2000 e non al di sopra. Ora se l’alluminio Italia nel corso degli ultimi 20 anni ha ricevuto compensazioni e incentivi pari a circa 1000 miliardi delle vecchie lire, a questi prezzi è lampante che la situazione non è cambiata di una virgola. E dunque? Ha senso insistere per produrre un manufatto privo di ogni qualsivoglia prospettiva economica neanche in un arco temporale di lunghissimo termine? È esattamente quello che è successo col carbone: 30 anni di cazzate, prima con la desolforazione e poi con la gasificazione. Non è pensabile che l’alluminio riprenda prezzo se il concorrente dispone di risorse idroelettriche ai livelli di quelle che fornisce il fiume San Lorenzo allo stabilimento di Massena. Non ce la fanno i cinesi col costo del lavoro a 1,75 dollari all’ora.

    • Antonello Lai says:

      Grazie Enea.
      Credo che bisognerebbe insistere sia sulla dannosità di queste fabbriche per la salute di persone e territorio, che sulla loro inconsistenza economica. Capisco che produrre alluminio possa in qualche modo essere strategico, ma non si può fare in perdita.

  3. Michele says:

    Basterebbe la foto del bacino di fanghi rossi in apertura e il commento di Enea per muovere le coscienze verso la fine delle fabbriche di Alluminio nel Sulcis. Ma, per curiosità Vito, i commenti al tuo intervento quali sono stati? e gli operai cosa pensano attualmente della possibilità di totale chiusura? Grazie

  4. Antonello Lai says:

    Sarebbe interessante se Enea ci spiegasse meglio il calcolo, una spiegazione non per addetti ai lavori, più semplice possibile. Grazie.
    Antonello (contrario in ogni caso alla permanenza di quelle fabbriche sul territorio)

  5. Caro Vito, l’alluminio ha quotato ieri 2157 dollari per tonnellata risalendo il prezzo del 2013 dopo un minimo di circa 1400 toccato nel settembre 2015. Ora, qualcuno mi deve spiegare come possa lo smelter di Portovesme produrre se il costo energia scontato a 22 euro per KW/ora è di 1975 dollari per tonnellata. Ma ci si vuole rendere conto che stiamo parlando di un differenziale del 20%? Non è del 2%, per cui potrebbe essere plausibile un aiuto di stato. Si mettano il cuore in pace gli ex lavoratori di Eurallumina e Alcoa e comincino a smontare gli impianti, c’è lavoro per almeno 6-7 anni.

  6. Roberto says:

    Bravo Vito, aspettavo da tempo un tuo intervento e co divido tutto al 100%
    Roberto Nei

  7. condivido ogni parola!|

  8. dino peddio says:

    bla bla bla.. nel consesso vedo nomi di ex amministratori regionali e provinciali..
    folgorati nella via di Damasco, o solo caduti dalla poltrona… bla bla bla…

  9. Giorgio says:

    Ah, perché invece la sinistra non sarda pensa alle generazioni future? Con il jobs act? Con la Fornero? O i voucher e cancellando i diritti dei lavoratori? Sveglia, Biolchini!!!

  10. francu says:

    Se proprio dobbiamo sovvenzionare il sulcis facciamolo così per beneficenza gratuita, senza condizioni. Non lavorate, non producete, non inquinate, non toccate nulla.

  11. Maria Ignazia Massa says:

    Sono perfettamente d’accordo. Non solo non c’è futuro: secondo me manca la percezione del presente. I danni ambientali stanno distruggendo l’economia del territorio insieme alla salute delle persone. Non aspetteremo il futuro per desertificare le terre sarde. E questo per responsabilita politica: chi è eletto a fare gli interessi di tutti si ricordi del compito che si è assunto e non assecondi i potenti quando le loro richieste vanno contro l’interesse collettivo.

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