Cultura / Lingua sarda / Sardegna

Shakespeare in sardo non piace al Corriere della Sera? In poche righe, la pochezza dell’élite culturale italiana

Inserto laLettura del Corriere della Sera di domenica 3 settembre 2017

“Poi ci sarà Macbettu in sardo. Non vedo l’ora di non vederlo”. Questa settimana, nell’inserto laLettura del Corriere della Sera, annunciando le stagioni del Piccolo di Milano e del Teatro Argentina di Roma, il critico Franco Cordelli stronca platealmente l’opera del regista Alessandro Serra. Il motivo? “Il dialetto è così necessario?”. Come giustamente scrive su Facebook il sociologo Nicolò Migheli, in effetti la versione originale del capolavoro di Shakespeare dovrebbe bastare e avanzare: perché tradurlo dall’inglese in italiano e in tutte le altre lingue del mondo? Perché in italiano sì e in sardo no?

Così come Cordelli non ha visto “Bestie di scena” di Emma Dante, e nonostante questo scrive “lo spettacolo, lo sappiamo, non è piaciuto a nessuno”, io non ho visto Macbettu ma so (perché tutti quelli che lo hanno visto me lo hanno detto) che è un capolavoro di rigore scenico e registico, in cui l’uso della lingua sarda ridà forza al testo scespiriano, grazie ad una compagnia di attori eccezionali. Uno spettacolo straordinario, splendidamente recensito in tutta Italia (ma questo Cordelli non lo sa, o finge ipocritamente di non saperlo).

Che il critico del Corriere della Sera abbia detto una cretinata è lampante, posto che la storia del teatro italiano è stata fatta da spettacoli e autori che l’italiano non lo hanno usato: da Dario Fo ad Emma Dante, senza dimenticare la gigantesca tradizione napoletana.

E se vogliamo andare in Europa, per quanti spettatori l’idioma polacco è stato una barriera per la comprensione dei capolavori di Kantor “La classe morta” o “Oggi è il mio compleanno” (che abbiamo visto perfino a Cagliari, qualcuno lo dica a Cordelli che forse ci immagina ancora con la sveglia al collo)?

E non dimentico la commovente forza espressiva di Jean-Louis Trintignant che leggeva in francese (lingua che non conosco) le poesie di Aragon, uno spettacolo meraviglioso visto a Nora una ventina d’anni fa.

D’altra parte, Macbettu non è stato il primo spettacolo in lingua sarda né sarà l’ultimo: nel 1986 la critica italiana acclamò “Cinixiu” di Antonino Medas, dagli anni 90 Pierpaolo Piludu porta in giro con successo per tutta Italia “Sos laribiancos” di Francesco Masala, quattro anni fa al Fringe di Madrid LucidoSottile convinse la critica spagnola con “In su chelu siat”.

Nel teatro contemporaneo non è dunque la lingua l’elemento che connota le produzioni e questo Cordelli lo sa perfettamente. Il punto è che il critico del Corriere della Sera (che non si può dire che ce l’abbia con Serra perché nel 2009, recensendo il suo “Trattato dei manichini”, scrisse del regista: “Finalmente una vera sorpresa nel panorama desolante italiano”), evidentemente non ritiene il sardo una lingua sufficientemente nobile da poter essere usata per tradurre Shakespeare.

Il punto è dunque solo quello: la lingua sarda.

Tralasciando l’ignoranza sulla distinzione tra lingua e dialetto, in poche battute Cordelli ha evidenziato uno dei mali del nostro paese, cioè la sua incapacità a cogliere e a valorizzare le sue stesse differenze.

Se un italiano non capisce il senso di un Macbeth in sardo (lingua minoritaria tutelata da anni da una legge dello stato italiano), come potrà mai capire le culture che oggi in maniera così traumatica e problematica si confrontano con la nostra? Chi si chiude alla comprensione delle culture diverse che ha già in casa, come potrà mai capire quelle che arrivano da altri continenti?

Il dramma è che questa chiusura provinciale e antistorica non riguarda solo, banalmente, gli spettatori dei programmi di Barbara D’Urso ma (come insegna Gramsci) è propria anche di una parte consistente delle élite culturali del nostro paese.

E con le sue poche sprezzanti, isteriche e ignoranti righe, Franco Cordelli ce lo ha ricordato benissimo.

 

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14 Commenti

  1. Donatella says:

    L’interpretazione in sardo è fenomenale, proprio per via del fatto che si tratta di una lingua incomprensibile alla maggior parte delle persone. I dialoghi si trasformano in suoni, aspri e taglienti, e finiscono per diventare scenografia sonora. C’è bisogno di capire il parlato? Non si tratta forse di un classico la cui trama è nota e a maggior ragione dev’essere nota ad un critico teatrale?
    Neanche io capisco quella variante di sardo, molto lontana dal campidanese. Ma conosco la storia di Machbet.

    • Alessandro says:

      “C’è bisogno di capire il parlato?”. Diciamo che è consigliabile, altrimenti raccomando pure la versione in islandese…

  2. Cordelli è sempre stato un intellettuale autoreferenziale, ma ormai è talmente scollato dalla realtà che al Corriere dovrebbe sensatamente pensare a qualche firma più sensata

  3. Gli doveva piacere per forza!

  4. A Cordè ma tu sei romano de Roma che vai cojonanno, te pensi Roma senza er romanesco! Quanto sei feccioso! Valla a ccapì sta cazzata c’hai scritto, co la smaniaccia d’abbuscà ll’evviva.
    E impara un pochetto de storia pastorale. Pijja er traghetto che la Sardegna nun è mica male. Er monno è grande Cordè c’è pure la Barbagia, nun ce sta solo Roma. Tene a caro, l ‘amatriciana se fa cor pecorino.
    A Cordè magari all’urtimo Macbettu te piace. Me spiace chi nun l’ho tradotto in romanesco, ma io so sardo.
    Aricorda , un pastorello co la fionna fece cascà giù er gigante Golia.
    Statte bene Cordè e nun fare er galoppino.
    Giovanni Carroni
    (traduttore in lingua sarda del Macbeth, )
    p.s. Magari leggi qualcosa di Pier Paolo Pasolini , che qualcosina di meglio sul Corriere l’ha scritta. Pensa ha scritto persino in friulano, romanesco, calabrese, abruzzese..)
    Ti aspetto al Teatro Vascello di Roma, il 2 ottobre 2017, o all’Argentina il 4,5,6 maggio 2018.

  5. imonni says:

    Se non fosse che è stato pubblicato sul Corriere, sarebbe da derubricare alla voce critiche agostane contro i sardi che escono su Facebook.
    Desolante.
    Chiamarle “élite de burricus” non mi sembra fuori luogo

  6. Gualtiero Marchetti says:

    Sono esterefatto.io l’ho visto due volte, lo rivedrò ancora perché è uno spettacolo unico, rivoluzionario che niente toglie anzi amplifica e aggiunge alla tragedia in lingua originale.

  7. francu says:

    Ti sei dimenticato heman in salsa cagliaritana, con l’inarrivabile minchiamalaghi miiinchiaaa!

  8. GPiero Murgia says:

    mi chiedo per quale motivo un cinese dovrebbe aver piacere di assistere al MacBeth in inglese o in italiano e a un italiano dovrebbe fregargli qualcosa di vederlo in sardo. Sarà pure un grande critico ma è di un ignoranza abissale. Se ne resti pure a casa, i sardi (e il resto del mondo) capiranno.

  9. Massimo Congia says:

    Ho visto lo spettacolo a milano con i sottotitoli. Il teatro (quasi tutto esaurito) si è spellato le mani per gli applausi. Tengo a precisare che i sardi erano una netta minoranza.
    Messa in scena di grande impatto e forza emotiva. Poetico e musicale.
    Povero Cordelli che critica senza avere visto e povero Corriere che pubblica Cordelli.

  10. Nicola says:

    … Ma meravigliosamente promosso da un titolone a due pagine.. Magia della comunicazione.. (e dei titolisti)

  11. Ospitone says:

    Questo fa il critico letterario e teatrale,il saggista ,scrive…….tanta cultura ….e poi pubblica articoli come questo : Sembra più un illetterato con pochissima saggezza e tanta ignoranza.

  12. Claudia says:

    Solo un cretino può stroncare uno spettacolo teatrale prima ancora di averlo visto. Io ho visto Macbettu (due volte, tanto mi è piaciuto) e lo trovo uno spettacolo magnifico, splendidamente recitato e messo in scena, al quale la lingua sarda non toglie certo potenza espressiva, anzi! Vai a vederlo appena possibile,Vito, vedrai che ti affascinerà! E al critico del Corriere diciamo in coro un bel “mai in sa vida” !

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