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“La nuova legge sul sardo a scuola? Inutile, dannosa e sbagliata. E vi spiego il perché”, di Giuseppe Corongiu

Letzionis

 

La proposta di legge 167 sull’insegnamento della lingua a scuola, recentemente presentata in Consiglio regionale (ecco il testo integrale), è inutile, dannosa, tecnicamente discutibile e culturalmente sbagliata. Il giudizio politico, per chi compete, non potrà che essere conseguente per avviare un confronto di cui sicuramente si sente il bisogno in occasione di atti legislativi di questa portata.

L’atto normativo, primo firmatario il sovranista Paolo Zedda, sarebbe inutile, se approvato, in quanto la legge statale che regola e limita l’insegnamento del sardo a scuola esiste già ed è la n° 482 del 1999, già applicata e conosciuta. La Corte Costituzionale (a torto o a ragione) ha più volte ribadito che le Regioni (anche a statuto speciale) che non hanno la competenza sulle minoranze linguistiche in statuto, non possono legiferare sull’insegnamento in quanto andrebbero a ledere il principio dell’autonomia scolastica e la competenza statale esclusiva sulla materia.

Perché legiferare quindi? Ciò che la Regione può fare è semplicemente (nel rispetto dell’art. 4 della legge 482) occuparsi di dettagli secondari e mettere a disposizione delle risorse (che lo Stato ipocrita non investe) affinché le scuole, senza che nessuno le obblighi, possano insegnare il sardo a scuola nell’orario curricolare, ovvero l’orario ufficiale mattutino.

In realtà la Regione a questo aveva provveduto con una smilza norma all’interno della omnibus 3 del 2009 che aveva messo progressivamente delle somme a disposizione partendo da 50 mila euro nello stesso anno fino a 450 mila euro nel 2013. Circa 500 mila euro previsti per il 2014-15 sono stati cassati dalla Giunta Pigliaru interrompendo una sperimentazione positiva (che era invece da rafforzare) che andava avanti nel plauso generale.

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Se da un lato dunque si taglia e si ferma la positiva attività didattica che andava avanti da quattro anni, quindi, perché brigare poi per approvare una legge pletorica i cui contenuti potevano essere rimandati (in quanto dettagli applicativi) agli atti amministrativi interni della Regione evitando così il pericolo di impugnative e sentenze tombali da parte dello Stato padrone? Perché la voglia di visibilità, la volontà di mettersi in mostra, le necessità “politiche” (legittime intendiamoci) di alcuni consiglieri regionali hanno sempre la meglio sulle soluzioni più rapide e indolori. Ma più efficaci.

Il danno più grosso che può scaturire da questa iniziativa è proprio l’interessamento del Governo e della Corte costituzionale che, in assenza di interventi sullo statuto o norme di attuazione, può con qualche sentenza “caina”mettere in seria difficoltà l’autonomia sarda nello svolgimento di un diritto sacrosanto. E negarlo anche per il futuro (è già successo negli anni Ottanta e Novanta).

Lo Stato autoritario ed ipocrita invece va combattuto con le sue stesse armi e con la furbizia amministrativa e giuridica, così come si è fatto finora. Magari lavorando nel frattempo a modifiche statutarie. A meno che non si punti sui tempi lunghi delle sentenze della Consulta in modo da guadagnare tempo, coprire l’immobilismo politico sulla lingua e spostare l’attenzione sulle colpe degli altri. Visto l’atteggiamento dimostrato finora dalla Giunta e da settori della maggioranza sulla questione lingua il dubbio è legittimo.

Ci sono però alcune intenzioni non rivelate (che i più esperti colgono sottotraccia) che hanno spinto i promotori della legge a questo atto e che restano le motivazioni più forti per far approvare un provvedimento del genere. Esse sono la sterilizzazione della lingua standard ufficiale Limba Sarda Comuna (voluta da Renato Soru e garantita da Cappellacci), la sua dialettizzazione in “varianti” locali, il recupero degli accademici che non sanno parlare la lingua che dovrebbero indirizzare, il sostegno finanziario agli amici del folclore, la creazione di organismi per sistemare esperti fedeli alla linea. Insomma, un passo indietro di dieci anni. Dispiace che molti consiglieri regionali, in buona fede, abbiano regalato la propria firma (per buon vicinato) a un testo di questo tipo.

Va ricordato, per dovere di cronaca, che il primo firmatario, esperto di espressioni poetiche orali, è autore, insieme all’accademico Blasco Ferrer, di una proposta, ratificata inopinatamente dalla provincia di Cagliari (anche se non ha nessun valore legale), di separazione del sardo ufficiale in due tronconi: campidanese e logudorese. La proposta è stata alla base di una ideologia linguistica in nome della quale, negli ultimi anni, è stata combattuta una battaglia intollerante e radicale contro i sostenitori dell’unitarietà del sistema linguistico sardo rendendo loro la vita impossibile (e danneggiando la causa complessiva della lingua) con polemiche accese, calunnie e offese sul piano personale.

Mentre una parte del movimento linguistico lavorava, gli altri si dedicavano a far crescere il conflitto. Una frattura impossibile da sanare allo stato attuale. Posizione – questa della doppia lingua – legittima, in democrazia, ma curiosa se sostenuta da un politico sovranista che dovrebbe avere a cuore l’unità nazionale e della lingua stessa. Ancora più originale se causa di un conflitto permanente pernicioso per la questione linguistica e della sovranità.

Il combinato disposto di questo brodo culturale polemico con, a mio avviso, non verificate competenze tecniche, ha dato vita a un testo completamente da rivedere e da riscrivere per evitare che un’iniziativa propagandistica e con secondi fini arrechi danni irreparabili alla politica linguistica dei prossimi decenni.

Il primo errore tecnico, a mio modesto avviso, è proprio quello di intervenire sul cadavere della legge regionale 26 del 1997, un provvedimento storico, ma profondamente “culturalista e patrimonialista”, non adatto alla promozione linguistica. Tutti hanno detto per dieci anni che era superato e oggi invece si cerca di rianimarlo. La 26 infatti è il prodotto della cultura accademica antisarda (più arretrato rispetto alla legge statale) che propugna un modello identitario basato sulla “cultura sarda” veicolata in italiano, molto vicino al folclore e agli studi accademici non pragmatici.

Si è verificato infatti in questi decenni che il nemico della lingua “normale” non è la cultura globale e internazionale, ma questo passatismo regionale nel quale il sardo ha un ruolo solo “nomenclatorio”, “decorativo” e comunque marginale.

Le nuove norme, entrando in questo intreccio, non collimano, ma anzi stridono e producono contraddizione giuridica creando difficoltà interpretative e doppie applicazioni tra lingua e cultura che renderanno difficile il conseguimento degli obiettivi nel caso di una approvazione.

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In questa prospettiva così delineata gli articoli 1, 2 e 4 (il comma 2 è copiato da una delibera di proposte di norme di attuazione di Cappellacci) della proposta sono assolutamente pleonastici, non tolgono né aggiungono nulla alla legislazione in materia e sono parte tipica della insostenibile leggerezza di questa legge inutile.

All’articolo 3, invece, cominciano i problemi di natura tecnico-giuridica. Si parla infatti dell’Osservatorio, organismo collegiale fin qui dei più evanescenti della storia dell’Autonomia, al quale si danno compiti di monitoraggio (già presenti nella 26 sic) e di “supervisione”. Che cosa significhi questo concetto nell’ordinamento amministrativo regionale è un mistero. Posto che la responsabilità degli atti è dirigenziale e il controllo di questi non può essere certo affidato a un organismo di consulenti o esperti. Oltre tutto il controllo è affidato alla parte politica ovvero l’assessore e il consiglio regionale. Immaginarsi esperti di lingua sarda che “supervisionano” (?!) gli atti amministrativi o politici (o le attività) è pura fantascienza burocratica, roba da dilettanti allo sbaraglio.

Ma non ci si ferma qui. L’Osservatorio non solo dovrebbe supervisionare, ma non si dovrebbe, secondo i novelli legislatori, limitare alla Regione. Il comma uno parla infatti di “supervisione e di monitoraggio dell’attività svolta dalle diverse istituzioni nell’attuazione della presente legge”; cioè si lascerebbe intendere che un organismo regionale (peraltro composto da tecnici di nomina politica) potrebbe dire la sua in merito a ciò che fanno o non fanno, o come lo fanno, le autonomie scolastiche o la Direzione Scolastica del ministero in Sardegna o l’Università. Immagino già come reagiranno i funzionari censori (che purtroppo conosco bene) del Dipartimento Affari Regionali a Roma.

Con l’articolo 5 si entra nel vivo della formazione. Dopo un piccolo refuso formale (il comma 1 è ripetuto due volte), i primi due commi rilanciano sostanzialmente ciò che è già presente nell’ordinamento. Il terzo comma invece dipinge un tortuoso e contradditorio sostegno della Regione a progetti formativi di “lingua e cultura sarda”, che dovrebbero essere finalizzati all’insegnamento veicolare e curricolare (secondo la legge 3/2009 che già lo consente), ma limitato alle obsolete materie della legge 26, con l’aggiunta di “la poesia di tradizione orale e l’improvvisazione poetica”.

Quindi, se non si capisce male, la formazione (o e l’insegnamento?) per docenti ed esperti della scuola materna o elementare (la legge è riservata a loro in prima applicazione) dovrebbe riguardare le vecchie materie “culturali” della 26 come diritto o storia dell’arte o tradizione orale, appunto. Per prassi giuridico-amministrativa, pare di capire che le materie non elencate siano escluse come per esempio didattica, linguistica e grammatica, informatica o religione o altre. Tutte materie che fanno parte del curricolo e non si capisce perché vengano escluse.

L’assurdo è che, dando seguito a questa elencazione, la formazione (o si voleva dire l’insegnamento?) della e sulla lingua sarda, che è l’oggetto della legge, non si potrebbe fare, in quanto è prevista nell’elenco escludente solo la “letteratura sarda” (che non si sa se è quella in sardo o in italiano).

L’inserimento poi di una dicitura così stringente sulla poesia improvvisata va evitata in un testo di legge generale ed è una caduta di stile per aiutare gli amici del folclore. È inutile poi elencare le materie nella legge: bastava scrivere “materie del curricolo” e poi dettagliarle negli atti di programmazione (ma in questo modo ovviamente non si poteva rimarcare sulla poesia orale).

Il comma 4 riferisce fedelmente della previsione della 482 sull’opzione dei genitori e introduce la disposizione che “L’opzione espressa è valida per la durata dell’intero ciclo scolastico”. Norma non prevista dalla legge statale e quindi fuga in avanti che rischia di essere cassata dalla Consulta.

Il comma 5 è nuovamente ridondante e riporta la distinzione tra risorse umane interne e esterne che normalmente si utilizzano dal 2009 nell’insegnamento del sardo grazie alla legge 3. Ma purtroppo definisce gli esperti esterni “docenti”, definizione che potrebbe essere a rischio in quanto non esiste la classe di concorso per l’insegnamento del sardo. Essi per la legislazione sono semplicemente “esperti esterni” che per operare in aula infatti hanno bisogno della presenza del docente di ruolo della materia curricolare in oggetto. E possono operare solo con la presenza in aula del titolare. Stessa problematica a rischio impugnativa per il registro di questi “docenti-esperti”.

Con il comma 6 si propone che “l’insegnamento orale della lingua sarda è svolto a partire dalla parlata della comunità di appartenenza” ed è una delle parti più controverse. Intanto, perché è l’istituzione scolastica, nella sua autonomia, che dovrebbe decidere il metodo e la qualità dell’insegnamento e non credo che la Regione (qualunque sia l’indirizzo) possa essere impositiva su questo.

In secondo luogo, non si capisce perché precisare una cosa scontata (vista la situazione sociolinguistica della Sardegna) se non con l’obiettivo di rimarcare con furbizia dei limiti alla diffusione dello standard linguistico ufficiale regionale. Peraltro, questo articolo, se approvato, implicherebbe difficoltà di selezione degli esperti i quali dovrebbero tutti essere del luogo di appartenenza nel quale si insegna.

Inoltre, nel caso gli alunni non parlassero nessuna forma di sardo, si dovrebbe partire comunque dalla “parlata” della comunità di appartenenza? E chi definisce la parlata di appartenenza? E in caso di centri urbani nei quali i genitori vengono da diverse provenienze e con diverse e parlate?

Si tratta di un’assurdità “orientalista” che discende dalla scarsa conoscenza in materia di minoranze linguistiche. Questa è la posizione, che io non condivido affatto nonostante lisci il pelo al senso comune, degli intellettuali che confondono la dialettologia con la pianificazione e l’antropologia con la politica linguistica. Un indirizzo legislativo di questo genere invece conferirebbe al sardo uno stigma normativo di “dialetto”, di campanilismo e di divisione folclorica di fatto e di diritto. Tale situazione ne indebolirebbe il prestigio, renderebbe la didattica impossibile e porterebbe a un fallimento totale e a una presenza solo nominale e folcloristica del sardo a scuola. Non sarebbe una lingua normale, come le altre, e quindi gli alunni recepirebbero questo messaggio in negativo.

Per questo stesso identico motivo è dannosissima la reintroduzione al comma 7 dei laboratori extra orario curricolare con particolare rilievo all’aspetto “ludico e creativo”. In passato è stata una forma di intervento che è degenerata nel folclore e in attività tradizionali e manuali. La lingua insegnata fuori dal curricolo e dalla normalità delle altre lingue viene percepita immediatamente come accessoria e inferiore. La legge 3 non consentiva il finanziamento di queste attività richiestissime da genitori, docenti e dirigenti scolastici per ovvi motivi, ma dannose per l’insegnamento e i prestigio della lingua. Reintrodurle è un passo indietro verso la concezione del sardo come lingua di serie B. Meglio rimandare a quando la curricolarizzazione del sardo avrà dato i suoi risultati.

Mentre il comma 8 si occupa di testi didattici (attività già realizzata dalla Regione e già normata), il comma 9 rivela come l’intero impianto della legge sia anche uno sforzo surrettizio per rallentare, frenare e impedire la standardizzazione unitaria del sardo. Dice infatti che “la Regione promuove la standardizzazione grafica e linguistica per la produzione dei testi scritti destinati alle scuole”. La scelta dei termini non è casuale.

L’aggettivo “unitaria” è evitato e la standardizzazione è richiamata come processo non definito dalla reductio ad unum. Pertanto questo articolo consente (come ammesso anche dai promotori nella conferenza stampa di presentazione del 16 gennaio scorso e riportato dai giornali) l’uso di più standard per un numero illimitato da due a 377.

L’articolo 6 introduce la figura del “Tutor della lingua sarda”, una novità che si può anche considerare positiva. Ho i miei dubbi però che questa figura professionale possa rispondere alla Consulta regionale ed essere selezionata direttamente dalla Regione e non invece dalle singole autonomie scolastiche in assenze di specifiche leggi, norme di attuazione o intese. Sostanzialmente nel sistema attuale, la volontà della Regione (ammesso poi che la burocrazia dell’assessorato sia motivata per metterla in pratica) di attuare un coordinamento efficace stride con le norme dell’autonomia scolastica. Il fatto che il comma 4 dica che “I tutor scolastici per la lingua sarda operano in un’area territorialmente definita in base a criteri che considerano l’omogeneità linguistica…”, riporta a un pregiudizio dialettizzante per cui la lingua non è considerata un continuum, ma una separazione di aree. Concetto sbagliato se si vuole affermare l’unitarietà e il prestigio della lingua.

La figura del Tutor, nelle intenzioni di chi propone la legge, dovrebbe riassorbire la categoria dei titolari degli uffici della lingua sarda nella convinzione – errata – che gli sforzi si debbano concentrare solo nella scuola. Invece, la politica linguistica va progettata nel suo complesso e l’attività nelle pubbliche amministrazioni (cosi come sui media e in altri settori) è centrale in ogni minoranza linguistica europea.

Ma l’orientamento culturalista che sta alla base di questa legge è propenso a considerare il sardo più una materia scolastica folcloristico-dialettale di serie B piuttosto che una lingua adatta all’ufficialità.

In ogni caso l’attivazione di questa nuova figura richiederà tempi medio lunghi e un rodaggio difficile. Resta il dubbio poi che queste figure le possa selezionare la Regione come previsto dal comma 5.

L’articolo 7 si occupa dei criteri di finanziamento che a mio avviso si potrebbero lasciare agli atti amministrativi interni della Giunta per garantire una maggiore flessibilità a seconda delle diverse situazioni che si dovessero presentare nelle diverse annualità. Limitare le spese alle sole docenze non è saggio perché gli istituti scolastici devono normalmente sostenere anche altri oneri. Piuttosto gli uffici dovranno vigilare che i dirigenti scolastici non usino le risorse per fare altro come spesso capitava in passato. La mancanza dell’uso dello standard regionale quale premialità o esclusività per accedere al finanziamento rivela l’ostilità dell’impianto complessivo della legge alla standardizzazione unitaria.

L’articolo 8 propone la costituzione di un organismo gemello dell’Osservatorio chiamato Consulta. Inutile, perché non si tratta di un organo operativo didattico o di un’agenzia, ma di un consesso di esperti pagati a gettone, quindi semplicemente un luogo nel quale chiacchierare e scrivere bei programmi. Non potrà mai inoltre essere “impositivo” nei confronti delle scuole che sono libere, nella loro autonomia, di scegliere i testi che vogliono e di impostare l’insegnamento come vogliono. Almeno così è nel vigente ordinamento.

Dopo un superfluo articolo 9 sulla formazione (ma non se ne era già parlato all’articolo 5?) che riporta peraltro il contenuto di leggi già vigenti, l’articolo 10 si occupa del registro dei cosiddetti docenti che presenta molte lacune e rischi di censure, di cui si è già detto, anche in merito alla valutazione della competenza linguistica e della certificazione che in assenza di una lingua standard è un’operazione talmente approssimativa da essere una pratica dilettantistica e poco seria.

Sorridendo si può affermare che anche ai componenti della Consulta sarebbe meglio chiedere il livello C1 della conoscenza linguistica. Per evitare il paradosso che accademici che non sanno parlare il sardo, o lo parlano così così, possano certificare la conoscenza a gente che invece lo sa benissimo. E comunque la certificazione non si può lasciare in poche mani, troppo pericoloso. E la legge non chiarisce questo aspetto.

La proposta, per la copertura finanziaria, leva 3 milioni di euro ai fondi per l’occupazione (cosa che non piacerà molto ai sindacati) e indica una UPB di stanziamento che non è tra le più adatte per il funzionamento del bilancio regionale a favore delle istituzioni scolastiche. A mio avviso è sbagliato investire una somma così alta di colpo, meglio investire in maniera progressiva partendo da quello che è già stato messo a disposizione. Bisogna infatti far crescere a poco a poco gli esperti e le scuole disponibili per evitare sprechi e aspettative non conformi. Pena la confusione, il fallimento, l’uso delle risorse per altri scopi o con personale non all’altezza. In ogni caso, nella proposta di Finanziaria 2015 della Giunta questa somma non è stata prevista.

Proposte alternative?

Intervenire sullo Statuto, al più presto.

Riprendere il cammino interrotto nel 2012 delle norme di attuazione.

Garantire livelli di finanziamento sufficienti alla legge 3 in attesa che una nuova vada a regime.

Legiferare complessivamente per tutti i settori e non a compartimenti stagni.

Istituire un’agenzia indipendente dalle accademie (senza aggravio di spesa riconvertendo enti già esistenti).

Rafforzare la standardizzazione e la LSC.

Per evitare tutti i danni che produrrebbe questo testo di legge qualora fosse approvato, si auspica che i consiglieri firmatari rivedano alcune loro posizioni, si presentino emendamenti sostanziali o nuove proposte di legge meglio calibrate culturalmente e politicamente. Ma soprattutto ispirate a una tecnica seria (verificata a livello internazionale) di intervento sulla politica linguistica e non al folclore, all’antropologia, alla etnomusicologia, alla dialettizzazione e allo smembramento “orientalista” della più grande risorsa immateriale del popolo sardo.

Giuseppe Corongiu
Coordinamentu Sardu Ufitziale

 

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