Politica / Sardegna

Giunta Pigliaru, così non va. E i sovranisti? Serve sempre un nuovo partito che riunisca le forze e guardi al futuro

Con il passare delle settimane, le voci critiche nei confronti della giunta Pigliaru diventano sempre più dure. “France’, perché non torni in facoltà?” ha scritto Andrea Pubusa sul sito Democrazia Oggi, denunciando l’inconsistenza della riforma della Regione approvata dall’esecutivo su iniziativa dell’assessore Gianmario Demuro. Per Pubusa (che, per chi non lo sapesse, insegna Diritto amministrativo all’Università di Cagliari)

“siamo in presenza non di una riforma ma di modifiche di dettagli… Minutaglie… E allora perché parlare di riforma? Perché fare una conferenza stampa? Per strappare un titolo o una foto sui giornali? Suvvia! Questi son sotterfugi da politicanti non da uomini di scienza prestati alla politica, a cui compete un dovere di verità”.

Umberto Cocco è il sindaco di Sedilo ed è stato capo ufficio stampa della Regione negli anni di Soru presidente. Su Sardegna Soprattutto sta mettendo in luce le contraddizioni del piano renziano e regionale di ristrutturazione degli edifici scolastici. Le sue parole sono durissime. Nel post “Attenti a Pigliaru, attenti a Paci” denuncia la volontà dell’attuale amministrazione di smontare con leggerezza un bando costruito da Cappellacci, mentre

“non è che Pigliaru e la sua giunta di accademici abbia smontato il finanziamento di 220 milioni all’edilizia universitaria di Cagliari e Sassari impostato da Cappellacci. Anzi, lo ha confermato, vantandosi della continuità, in questo caso”.

Ancora più duro, se possibile, il giudizio espresso nel post “A uso dei difensori d’ufficio di Renzi”, nel quale Cocco ribadisce le critiche a Renzi e aggiunge:

“E’ che se il presidente del consiglio tira a fregare, facendosi propaganda nel nome della scuola, e viene tollerato, persino difeso, da chi deve programmare una politica per la scuola in Sardegna, allora che speranza c’è?
E si tratta ancora solo di edilizia scolastica. Figurarsi quando si mette mano ai grandi temi della didattica, allo stato degli insegnanti, alla formazione professionale che continua a drenare risorse, alla condizione delle università sarde che hanno avuto soldi e fanno edilizia ma non sembrano attrarre studenti…”.

Nel rapporto con la Stato questo esecutivo e questa maggioranza si giocano il loro futuro e la possibilità di segnare una esperienza originale della politica sarda. I segnali che arrivano però sono di tutt’altro segno. Era il 29 maggio quando, al termine di un incontro a Roma, Pigliaru e l’assessore Paci annunciarono che entro dieci giorni il governo Renzi avrebbe definito la cifra aggiuntiva da girare alla Regione per ovviare alla limitazione della spesa imposta dal patto di stabilità, nonostante l’aumento delle tasse riscosse nell’isola.

Dall’ultimo giorno utile sono passati già 35 giorni. La Sardegna, che può vantare un credito di 1200 milioni ma che si vuole limitare a chiederne 600, alla fine ne otterrà 400. Niente di nuovo sotto il sole, dunque: le ragioni degli altri prevalgono sempre.

Questo esecutivo non ha ancora capito che, volente o nolente, perché la Sardegna entri in una nuova fase di sviluppo, deve giocoforza accettare l’idea di uno scontro frontale con lo Stato. Sotto questo aspetto, le forze sovraniste che sostengono la giunta Pigliaru non riescono ad esercitare quella funzione critica riequilibrartice che ci si aspettava, e anzi a volte sembrano essere eccessivamente appiattite sullo posizioni del presidente. È vero, l’assessore Maninchedda sul suo blog ogni tanto cerca di spronare l’esecutivo, ma il problema politico è più ampio e attiene allo strapotere del Pd e alla necessità di creare una alternativa in grado di dare una prospettiva alla politica in Sardegna.

L’idea di far nascere un nuovo soggetto in grado di riunire le forze sovraniste e indipendentiste sembra già essere sparita dall’agenda politica. Eppure in campagna elettorale i responsabili di Irs, Partito dei Sardi e dei Rossomori erano stati chiari su questo punto.

Non solo: quella tensione etica che aveva portato i sovranisti ad opporsi alla candidatura di esponenti del Pd alla guida della Regione perché sotto inchiesta, è svanita davanti ad altre situazioni ugualmente clamorose (ma nessuno, proprio nessuno, si è accorto che la neo consigliera della Fondazione Banco di Sardegna, Simonetta Sanna, indicata dall’Università di Sassari, è la stessa Simonetta Sanna ex consigliera regionale sotto inchiesta per lo scandalo dei fondi ai gruppi?).

Salvare l’autonomia speciale è pressoché inutile se non ci sarà un nuovo soggetto politico in grado di contrapporsi al Pd e al suo tentativo di sterilizzare ogni contrasto con lo stato italiano. Il Pd in Sardegna non sarà mai un “Pd sardo”, così come è inutile far conto su Sel e sulla sinistra per dar vita ad un nuovo soggetto politico nazionale sardo. Le forze su cui fare affidamento sono altre.

L’unica speranza è far nascere qualcosa coinvolgendo nello stesso progetto tante sigle che ora stanno sparpagliate in tre o quattro schieramenti. Trovandosi insieme nella stessa maggioranza, Partito dei Sardi, Irs e Rossomori devono fare il primo passo, per poi allargare lo sguardo alle altre forze presenti sulla scena, da coinvolgere in un progetto a media scadenza. Ma anche le altre sigle hanno il dovere di combattere la frammentazione

Senza un progetto politico alto, in grado di immaginare una alternativa al Pd e a Forza Italia, i sovranisti che sostengono la giunta Pigliaru saranno destinati alla lunga a difendere l’indifendibile (e dunque a pagare prezzi enormi), e gli indipendentisti che non sono entrati in Consiglio probabilmente a perdere quel consenso che pure hanno avuto alle ultime regionali.

Come ho spiegato in una intervista che mi ha fatto il sito controlacrisi, al momento questo progetto non esiste, ma sarebbe il caso di riproporlo con forza all’attenzione dei sardi. L’idea che la frammentazione del mondo indipendentista e sovranista paghi è stata sconfitta dagli eventi. Pensare ad un fronte unico è al momento utopistico, ma l’idea di riunificare il più possibile le forze in campo è l’unica in grado di dare una prospettiva politica a soggetti oggi troppo deboli per poter cambiare i rapporti di forza in atto.

Servono lungimiranza, spirito di sacrificio e generosità. Soprattutto generosità.

 

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