Politica / Sardegna

Il Pd e Sel come il Barone di Munchausen. Perché serve un nuovo partito per salvare il centrosinistra sardo

Finito col suo cavallo nelle sabbie mobili, il Barone di Munchausen si levò dai guai tirandosi su per il codino. Allo stesso modo il centrosinistra sardo immagina di vincere le prossime elezioni semplicemente riproponendosi agli elettori con la stessa classe dirigente che lo guida da troppi anni, se non da decenni. Evidentemente il centrosinistra sardo crede che il Barone di Munchausen sia esistito davvero (e la nomina a sottosegretario di Paolo Fadda gli dà effettivamente qualche ragione. All’unico rappresentante sardo nel governo Letta gli va riconosciuta una certa coerenza e fedeltà al partito, ma le ragioni della sua nomina attengono a dinamiche risarcitorie tutte interne al Pd e niente più).

Nel Partito Democratico il segretario regionale Silvio Lai punta a celebrare il congresso dopo le elezioni regionali. Basterà dunque una nuova segreteria attenta a garantire i soliti “nuovi equilibri” e poi via, tutti “uniti” fino al voto. Con un candidato il cui profilo verrà stabilito a giugno ma con un nome che forse si sa già: Silvio Lai.

Mario Bruno, intervistato da Sardinia Post, dice che “il Pd o cambia o muore”. Siccome segnali di cambiamento non se ne vedono, dobbiamo arguire che la seconda ipotesi sia la più accreditata. Il Pd sardo è destinato, nei fatti a morire (che non vuol dire sparire ma, più semplicemente, perdere le prossime elezioni regionali, o vincerle “alla Bersani”), perché le istanze di rinnovamento della sua classe dirigente restano clamorosamente disattese e le sue idee per la Sardegna non note ai più. E sono gli stessi consiglieri regionali e militanti del Pd ad affermarlo (basta farsi un giro su facebook che c’è da mettersi le mani nei capelli).

Dentro Sel la situazione è ancora più comica. Il gruppo dirigente che anni fa aveva lasciato Rifondazione per il nuovo partito di Vendola, adesso si candida anche a guidare la transizione verso l’ennesimo partito che dovrà ovviamente costituire “un fronte ampio”, “rinnovare la classe dirigente”, “ridare senso alla sinistra”, eccetera eccetera. Tutte cose che Sel si è ben guardata di fare in Sardegna e altrove. In ogni caso, messi in sicurezza i dirigenti più in vista, cosa importa se poi la “nuova casa della sinistra italiana” si dovesse rivelare poco più della solita baracca?

La situazione è disperante. Il centrosinistra sardo sembra non aver capito nulla della lezione delle ultime consultazioni politiche, né sembra cogliere la volontà della gente di partecipare a processi decisionali con modalità nuove e innovative. Il risultato sarà la crescita dell’astensionismo e il rischio concreto di una sconfitta che sarebbe incredibile, visto che Cappellacci si sta rivelando il peggior presidente della Regione di sempre.

E quindi che si fa? Perché la questione è molto semplice: per motivi evidenti, sia Sel che il Pd non sono in grado oggi di coagulare attorno a sé quel consenso necessario al centrosinistra per vincere le prossime elezioni regionali. Sono due partiti fortemente in crisi, non attrattivi, che hanno perso il treno del rinnovamento e che si stanno attorcigliando in questioni interne che nascondono solo la necessità di sopravvivenza dei quadri dirigenti. Niente di più, niente di meno. Cambiare i commessi o l’insegna del negozio non servirà a trovare nuovi clienti.

La soluzione è una sola ed è molto semplice: in Sardegna serve un nuovo partito che si faccia carico di guidare il centrosinistra con idee e metodi innovativi, serve un partito che recuperi i voti che mancano allo schieramento progressista per vincere le elezioni e che, mettendo paura a Sel e al Pd, costringa questi partiti a intraprendere un maniera anche minima la strada del rinnovamento. Non un generico gruppo di pressione ma un partito vero, perché ormai gli appelli degli intellettuali o della società civile non servono a nulla. La vecchia politica ha paura solamente di uscire di scena, non di perdere la faccia. Quindi competizione fra partiti per rafforzare chi nell’isola si oppone a Grillo e a Berlusconi.

Un partito nuovo (un “Partito dei Sardi” come ormai viene chiamato), non di sinistra (perché questo vorrebbe dire rimettere in gioco le vecchie nomenclature e continuare ad utilizzare una categoria che gli elettori hanno mostrato di non gradire) ma riformista, progressista e sovranista, capace di ridare dignità alla lingua sarda intesa nuovo motore di una identità agita e non solo sbandierata; un partito autonomo dai giochi di potere romani (perché i vecchi partiti continuano a infeudare l’isola, dando incarichi di rappresentanza politica a personaggi spesso di scarso valore e che si ripropongono ciclicamente senza cambiare mai).

Un partito dove tante sensibilità politiche e culturali si possano riconoscere, dove i punti di contatto contino più delle inevitabili differenze, dove la coesione e l’unità di intenti siano atteggiamenti veri e non parole vuote, dove coraggio e generosità siano i valori più praticati per garantire un effettivo ricambio della classe dirigente. Dove soprattutto valgano le capacità e le competenze. Un partito speciale e autonomo per una regione che gode di una autonomia speciale e che la deve difendere.

Alla Sardegna serve un partito così. E gli elettori pronti a votarlo già ci sono. Chi avrà però la forza e il coraggio di farlo nascere? Chi vuole assumersi il rischio? Chi vuole mettersi in gioco? Perché il momento è arrivato.

 

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