Coronavirus / Giornalismo / Sardegna

Contro le minch**ate dei giornali italiani servirebbe un giornalismo sardo autorevole: che non c’è

La Repubblica, domenica 23 agosto 2020

C’è una campagna di stampa orchestrata contro la Sardegna? C’è qualcuno che, temendo le performance turistiche della nostra isola strombazzate dal presidente della Regione Solinas (che parla di “sette milioni di presenze”, chiaramente tutte da verificare, giacché i dati o sono pubblici o non sono e Solinas non ha fornito alla stampa alcuno straccio di riscontro) la vuole affossare per favorire altre regioni? 

La questione è tutta qui: c’è un piano contro di noi oppure siamo banalmente vittime di un giornalismo superficiale, che si è manifestato prima con la presunta indiscrezione pubblicata dal Corriere della Sera (ma subito smentita dalla politica) secondo cui il governo Conte stava pensando di “chiudere” la Sardegna, poi con il nefasto titolo di apertura di Repubblica di ieri (“Virus, la Sardegna spaventa”)?

Il Corriere e Repubblica non sono due giornali qualunque, e le reazioni a questi due atti di giornalismo sono stati duri e diffusi. Non circoscritti alla  élite politica, per intenderci: in Sardegna hanno fatto incazzare proprio tutti, senza distinzione di appartenenza.

Quindi, dove sta la verità?

Per quel “tribunale dell’opinione” che è Facebook (ma anche secondo alcuni stimati osservatori, come Anthony Muroni, di cui segnalo il suo “Il turismo in Sardegna va, dà fastidio a qualcuno?”) la bilancia sembrerebbe pendere sul piatto della prima ipotesi, con la Sardegna che potrebbe essere vittima di un piano predisposto per danneggiarla.

Non ho prove per smentire, ma sinceramente neanche per confermare questa ipotesi che mi sembra più suggestiva che altro. Ciò che invece ho più volte toccato con mano nel corso della mia quasi trentennale carriera giornalistica è che i miei colleghi “continentali” (che però stavolta vorrei chiamare proprio “italiani”) della Sardegna non conoscono nulla e, quindi, dell’isola nulla o poco capiscono.

Certo, può capitare (ed è capitato) che un occhio esterno, disinteressato, fosse in grado di cogliere e raccontare ciò che il giornalismo isolano (che, ricordiamolo, prima di scrivere qualcosa di pesante chiede quasi sempre il permesso alla politica) non sapesse e non volesse fare. Ricordo, ad esempio, gli straordinari pezzi dell’inviato del Sole 24 Ore Mariano Maugeri, che hanno raccontato per anni le contraddizioni della politica sarda, senza fare realmente sconti a nessuno, nemmeno alla scalcagnata genia degli imprenditori isolani.

Ma ricordo anche un interessantissimo approfondimento di Rai Tre firmato da Giorgio Galleano e dedicato ai tesori archeologici della Sardegna. Faccio questi esempi per dire che il giornalismo non è una questione di carta di identità, ma semplicemente di metodo, capacità e preparazione. Che ad esempio, ritrovo nel nostro Nicola Pinna quando scrive di Sardegna (e non solo) su La Stampa.

Ed è per questo che lasciano senza parole tutti i i luoghi comuni riguardanti la Sardegna che spesso ritroviamo nelle grandi testate italiane. Quante notizie offerte senza contestualizzazione! E soprattutto, quanti “buchi” presi, e cioè quante notizie che partendo dalla Sardegna avrebbero realmente potuto interessare una platea più ampia e che invece vengono continuamente e clamorosamente ignorate, in barba a qualunque tipo di regola giornalistica che dovrebbe valere a qualunque latitudine del globo terracqueo!

Perché avviene tutto ciò? Perché, ed è ovviamente la mia personalissima opinione, per il giornalismo italiano che si muove lungo l’asse Roma-Milano, la Sardegna, banalmente, non esiste. 

Non esistono i suoi problemi, non è compresa la sua complicata vicenda storica e perfino politica spicciola viene ignorata (come spiegare il Psd’Az, i Riformatori, la galassia indipendentista a un giornalista che vuole applicare alla Sardegna gli schemi di interpretazione in auge in Italia?).

Per costoro la Sardegna è solo un posto lontano, dove non succede mai nulla di rilevante. E se succede qualcosa, in realtà è la replica di fatti già avvenuti (meravigliosi in tal senso i pezzi sulla “nuova” latitanza di Graziano Mesina).

E quando pure la Sardegna dimostra di esistere, talvolta assume sui giornali italiani la forma di notizia dai contorni curiosi, frutto di bizzarri giochi di specchi, di interpretazioni tutte politiche o culturali che crollano come castelli di carta quanto un collega (e mi sono trovato spesso in questa situazione) con calma riporta fatti, ricostruisce geografie, squaderna biografie, totalmente in contrasto con ciò che a Milano o a Roma si pensava di quello o di quell’altro (“Ma come? Ma veramente? Pensa che invece qui **** gode di un grande credibilità!”).

Non voglio dire per quali testate italiane negli anni ho scritto, non voglio raccontare episodi di vita vissuta. Conosco la fatica del collaboratore che si sforza di far passare una notizia che a Milano o a Roma quasi mai capiscono.

Dico solo che la Sardegna continua a rimanere afona nelle redazioni che contano. Perché è difficile far capire ai capiservizio cosa succede in un’isola di cui normalmente non si occupano mai e di cui ignorano gli elementi più banali. 

 E infatti oggi il più grande giornalista sardo è Beppe Severgnini. È lui che si è assunto l’onore di fare da mediatore tra la realtà sarda e quella italiana. Lo fa chiaramente a modo suo, cioè da italiano e non da sardo. Ma colma un vuoto, esprime una esigenza (ed è già tanto che la senta).

Domanda: la Sardegna è l’unica regione italiana a ricevere questo trattamento? Quante notizie avete letto nell’ultimo anno riguardanti realtà periferiche come la nostra? Ecco, appunto.

Quindi, come se ne esce? In un solo modo: migliorando la qualità del giornalismo sardo. Raccontando di più e meglio ciò che avviene nella nostra isola. Favorendo il pluralismo per limitare i condizionamenti, facendo parlare le notizie e le persone e non solamente la politica (che in Sardegna decide novanta volte su cento se una notizia è tale oppure no).

È giusto stigmatizzare le minchiate come quelle che abbiamo letto, ma che le grandi testate italiane non capiscano nulla della Sardegna lo sappiamo da tempo e non c’è grande speranza che si ravvedano. 

Quello che mi chiedo è invece perché il giornalismo sardo stenti a fare quel salto di qualità di cui tutti (professionisti dell’informazione e lettori) sentiamo la necessità.

E invece non si muove nulla. Anche per questo motivo un titolo nefasto di Repubblica ci offende cosi tanto e scatena in tanti vera e proprie crisi isteriche: perché non abbiamo armi per difenderci.

Contro le nefandezze dei giornali italiani servirebbe un giornalismo sardo forte e autorevole: che però non c’è.

Attrezziamoci.

Tags: , , , , , , ,

19 Comments

  1. Riccardo says:

    La sardegna non ha voci indipendenti. Quando senti, con disperazione, i servizi del TG regionale ti metti le mani nei capelli. Una sequela di banalità, notizie addomesticate, esiste sola Cagliari (giustamente per certi aspetti, ma insomma…) Ormai la Nuova è illegibile, asservita come tutta l’informazione stampata. Mai una voce che critica la più che mediocre (trattandola bene) classe politica isolana, mai una inchiesta giornalistica che scavi sulle decine e decine di episodi di malaffare (in questo aiutata anche dalla tribunali sardi, campioni nel gioco delle tre scimmie). Insomma un assordante silenzio. Un asservimento assoluto. La politica regionale nelle mani della banda grassotti e mai una domanda scomoda. Più che di giornalismo si tratta della “fiera della velina”. Della Regione, dei comuni, delle Questure, dei Tribunali. Mai una voce di dissenso, di critica. D’altra parte un popolo che esprime questa classe dirigente dovrebbe fermarsi e riflettere. E magari capire che sarebbe importante votare non chi promette contributi a pioggia, ma chi magari ha un progetto politico che non è solo quello di cementificare le coste e dare contributi sia che piova e sia che ci sia il sole.

  2. Il Medievista says:

    Caro Vito, il giornlismo sardo non c’è e non potrà avere voce perché, come diceva uno dei protagonisti di “Ghostbusters”, “la stampa è morta”, specialmente in Sardegna
    Oggi si è tutti blogger di amenità e i “giornalisti” che vediamo e riconosciamo pubblicamente sono solamente speaker, o “poseur”, o personaggi entrati nei due giornali nostrani e nel TG delle mogli perlopiù perché amici degli amici. Magari ce ne sarà qualcuno anche bravo, ma certo starà bene attento a come si muove per non avere seccature e curare bene la sua carriera personale. Naturalmente i giornalisti veri, queli che lavorano con il metodo dei giornalisti e non hanno paura di esporsi, ci sono anche da noi e tu a mio parere ne sei un esempio, ma non hanno accesso ai canali di diffusione massiccia delle notizie: o te li vai a cercare o semplicemente è come se non esistessero…

  3. Caro Vito, credo di essere stato forse il primo, e in ogni caso uno dei pochi giornalisti sardi a denunciare, insieme al sardo acquisito Beppe Severgnini, le stranezze dei titoli allarmistici del Corriere della Sera e di Repubblica sulla mia modesta pagina di Fb. Troppe stranezze soprattutto in relazione a quanto era stato scritto fino a pochi giorni prima sulla “Sardegna covid free”. Il tempo dimostrerà da che parte stia la verità, ma il danno fatto all’immagine della nostra isola è stato tremendo, come dimostrano le cancellazioni di molte delle prenotazioni già fatte negli alberghi per le vacanze di settembre. Concordo su ogni parola che hai scritto, e scrivi quotidianamente. Noi ce lo possiamo permettere, caro Vito. Gibi Puggioni

  4. I giornali si adeguano ai gusti medi dei lettori, è la stampa, bellezza. Se si vuole a pezzi e morsi si può scavare la notizia e filtrare con il proprio cervello, ci sono le testate online, c’è il fatto, ci sono i blog, c’è Twitter, non c’è solo Repubblica e corriere. I giornali in Sardegna li ho sempre conosciuti così, ho l’età di Vito, non ricordo tempi d’oro dei giornali sardi, sprazzi virtuosi si, ma anche adesso. Poi certi titoli c’è li stiamo meritando, è inutile fare gli offesi, subalterni siamo, nei fatti ora è la Sardegna che coltiva il virus, come malta Croazia e Grecia e Spagna, perché ci offendiamo, è la dura realtà, e non ci resta nulla perché i guadagni dei grandi locali della movida sarda vanno alle Cayman mica restano in Sardegna, e non è questione di giornalisti, è amara realtà

  5. Pina40 says:

    Pultroppo c è molta incompetenza di informazione… Questo nn è più giornalismo

  6. Pina40 says:

    Pultroppo pure chi dovrebbe darci informazioni utili a perso credibilità con il tempo molti giornalusri per vendere una pagina di giornale riempiono carta straccia su cose molte volte non veritiere… Sciacalli di me.. a, nn si pup spiculare informazione sopratutto su casi molto delicate nn preoccupandosi del male che possono causare o sofferenze su informazioni errate menzogne notizie false…. Ecco questo nn è più giornalismo nn e più informazione.
    .. È solo dare spazio a gente incapace che nn sa svolgere il proprio lavoro di competenza…. non si crede più a nulla oramai

  7. Caro Vito, tutti hanno diritto di parlare e scrivere di tutto. Anche della Sardegna, ovviamente. Ma mi chiedo : come mai della Sardegna non parlano i Sardi? E non me lo chiedo da oggi. Ho avuto la fortuna di frequentare la Sardinia per qualche anno e, confesso, mi é tornato difficile trovare i Sardi in Sardegna. Troppi i mediatori dei Sardi. E troppo spesso, forse, i Sardi accettano di essere mediatu dall’estero(tra virgolette). Sardinia non es Italia, ho letto tante volte sui muri. Però non è sufficiente, occorre una voce, una parola. Forse deve essere più Italia, ma Italia “in proprio” per essere più Sardegna. E dio sa quanto bisogno di autentica Sardegna c’è. Auguri caro Vito.

  8. Massimo Moi says:

    Caro Vito.
    Come sempre hai colto il centro dei fatti.
    Alla tua lucida e precisa riflessione, sulla quale concordo pienamente (tanto come giornalista tesserato, quanto come ex giornalista sul campo) mi permetto tuttavia di integrare un altro pezzo di osservazione, direi tangenziale alle cause che tu hai ben evidenziato.
    Se è vero infatti che scontiamo l’assenza di investimenti veri – culturali ed economici – nel mondo dell’informazione (editori assenti, o fin troppo presenti), è altrettanto vero che la qualità del giornalismo generalista è oggi ai minimi storici, sconfortante, a tratti degradante. E non mi riferisco soltanto ai soliti gruppi editoriali che qui in Sardegna fanno il bello e cattivo tempo da anni, dividendosi il mercato in un duopolio zoppo, oggi spezzato dalla presenza di testate online che assestano la loro linea editoriale in base a logiche di sopravvivenza. No, mi riferisco anche all’informazione pubblica, o cosiddetto servizio pubblico: quello per il quale, un tempo, si diceva “paghiamo il canone”: lo stesso servizio pubblico che con le sue declinazioni regionali offre, ormai da molti anni, il meglio del pressapochismo informativo e del gossip mascherato.
    Gli esempi sarebbero tantissimi, ma tra i tanti, e più recenti, mi viene in mente la scelta imbarazzante di inviare un giovane lettore di luoghi comuni (è troppo, perdonami, parlare di giornalismo in questi casi) in giro per tutta la Sardegna, durante i mesi del lockdown, per farci sapere come gli spazi deserti della nostra isola stessero trascorrendo le settimane di quarantena. Del tipo: “ed ora la linea al nostro inviato, per farci sapere come si trascorre il lockdown nei mari dell’Ogliastra”. O ancora: “e adesso il servizio del nostro inviato che ci racconta una bella giornata di sole dalla spiaggia di Berchida in tempi di Covid”.
    Tutto questo accadeva a marzo, aprile, maggio, ovvero quando in quei posti lì non c’era praticamente nessuno, e le uniche cose che il giovane interprete poteva dirci erano frasi come: “oggi mare calmo, nonostante i numeri di contagi sia in aumento”. Oppure, “il Covid non arresta a bloccarsi ma qui da S’Architu tutto bene e un bel venticello primaverile, a voi la linea”. Un racconto sul nulla durato praticamente tre mesi. Ogni giorno un paese e una spiaggia diversa. Ovvero: tre mesi dove, noi utenti, abbiamo pagato il periplo della Sardegna per sostenere questo imbarazzante “no sense” scelto chissà da chi.
    Ora, mi chiedo, è davvero questo lo scenario mentale che un telegiornale pubblico regionale può avere sulla Sardegna? È davvero questo lo sforzo che ci possiamo attendere dall’informazione pubblica, da chi la porta avanti, da chi la dirige? Un’informazione del pressapoco, fatta di voci invertebrate, scalette di notizie senza aderenza con quanto davvero accade nella realtà. Dico: questo è tutto ciò che il servizio pubblico ci deve continuare a riversare?
    Non un’inchiesta. Non un linguaggio adeguato. Non uno studio dei territori (soprattutto da parte di tanti giornalisti che arrivano qui in Sardegna da fuori, e che dunque, come minimo, dovrebbero avere un po’ di curiosità per i luoghi che stanno raccontando). Non un approfondimento. Niente, o poco di niente.
    Ribadisco allora, è questa l’informazione che meritiamo? Ovvero, i soliti servizi che per logica di poteri devono mettere in bocca il microfono senza domanda ai noti rappresentanti del Consiglio Regionale? O che, per logica di gossip, debbono dedicare venti servizi alla settimana sul sole in Sardegna o sul costo dei lettini in spiaggia? Secondo me possiamo e dobbiamo attenderci altro.
    La mia è un’indignazione ormai stratificata nel tempo, eppure mai sopita. Soprattutto perché ci si attende, talvolta, che l’Ordine dei Giornalisti prenda una posizione netta su certi temi, o sappia monitorare quanto accade quotidianamente nelle redazioni, nelle paghe improponibili, nei trattamenti di lavoro, nella qualità del giornalismo. Detto altrimenti: un Ordine presente, attivo, che sia qualcosa in più di un semplice ufficio per quote annuali.
    La ferita che hai messo in luce, caro Vito, descrive un paesaggio arido, senza troppi orizzonti. Eccetto che per il giornalismo indipendente, come il tuo ad esempio, che ancora una volta ci mostra cosa significhi scrivere e tradurre il senso dei fatti. Saperli raccontare. Saperli scavare.
    Tu dici che occorrerebbero imprenditori illuminati, o comunità capaci di autodeterminarsi nel costruire una stampa di qualità. Io dico che hai perfettamente ragione, ma servirebbe anche una scuola nuova di giornalismo, perché il livello dell’approssimazione a cui stiamo assistendo ci sta ormai soffocando al punto da far estinguere in troppe persone il bisogno di una buona informazione, o un’informazione viva, talvolta scomoda, ma mai superficiale.
    Quanto sta accadendo ne è uno specchio chiarissimo.

    Ancora grazie per lo spazio, caro Vito.
    Ti leggo sempre con piacere.

  9. Alessandro says:

    Esiste un problema di pregiudizi che da sempre fa da sfondo a molto giornalismo. Non c’è bisogno d’un complotto, basta darli per scontati per abitudine o per pigrizia. Bisogna guardare che tipo di relazioni sociali giustificano e rendono normali.

  10. Grazia Pintore says:

    Il Corriere della sera e Repubblica,sono diventati dei giornalacci nel vero senso della parola,purtroppo tanti giornalisti sono al soldo dei potenti che comprano i vari giornali,sono disgustata.Ha perfettamente ragione molti giornalisti italiani non conoscono la Sardegna che,a sua volta,vota persone indegne per guidarla.AIUTOOOO!

  11. Caro Vito, bell’articolo!
    Solo ti chiedo: materialmente, operativamente, come si fa a migliorare il livello del giornalismo sardo. È davvero possibile? Possiamo aspirare ad avere articoli pubblicati su testate di rilevanza che approfondiscano, che vadano oltre? La mia personalissima opinione è che no, è molto difficile. Non so cosa servirebbe, non sono un giornalista e non conosco i meccanismi, ma da lettore che vorrebbe leggerle veramente le notizie, sento che c’è un vuoto immenso e che questo sia incolmabile. Chiamami pessimista, ma non vedo alternative costruibili. Pensi sinceramente sia fattibile il contrario?

    • Caro Diego, il problema è complicato. Mancano imprenditori che vogliano investire nel settore dell’informazione. Anche poco, ma che lo facciano. E questi imprenditori devono avere le spalle larghe, in grado di non essere troppo dipendenti economicamente dalla Regione, che comunque esercita un potere di pressione/ricatto fortissimo. Senza le risorse non si va da nessuna parte. E’ possibile pensare di superare questo ostacolo chiedendo direttamente ai cittadini di quotarsi? Idea suggestiva, che però qui non è mai partita.

      • E provarci, a chiedere ai cittadini di quotarsi?
        Altre iniziative del genere hanno avuto successo, come la raccolta di fondi del GRIG per acquistare aree in pericolo.
        Occorre tener presente che ormai la necessità di un’informazione di qualità viene ritenuta impellente da una quantità di persone sempre più numerose, quindi perchè non provare?

  12. Maria Ignazia Massa says:

    Non spaventa solo l’assenza di un giornalismo sardo di qualità quanto la capacità di adattamento dei giornalisti in genere. Dare le informazioni correttamente, senza solleticare reazioni viscerali, dovrebbe essere il primo impegno di un giornalista. Ognuno ha diritto a presentare le proprie interpretazioni dei fatti, a patto che siano misurate prima di tutto sulla verità.
    Nel caso in questione, se è vero che giova a qualche regione insinuare dubbi, trovare colpevoli in una situazione molto problematica, è anche vero che mettere una Regione contro altre allontana di molto l’idea di un’Italia unita. E noi non siamo uno Stato federale.

  13. Gentilissimo Vito Biolchini quello che Lei racconta e tremendamente vero ed è la ragione per cui da anni ho smesso di comprare i quotidiani, sardi e non. Le opportunità di informazioni oggi viaggiano per altri canali. Dove peraltro la censura colpisce quando l’informazione non è gradita. Uno degli esempi che mi viene in mente riguarda il bellissimo documento filmato della giornalista regista Lisa Camillo intitolato Balentes. Cordialmente Paolo Cardu

  14. stefano says:

    ahi ahi parole sante

Rispondi a Paolo Annulla risposta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.