Politica

Cosa divide Pd e M5S? Più che i programmi, il linguaggio. Ecco perché un accordo è quasi impossibile

Caption this (foto Il Post)

Nessuno sa come finirà questa crisi di governo. Dopo aver seguito il dibattito al Senato, continuo a puntare il mio mezzo euro sulle elezioni in tempi rapidi e vado a spiegare le mie ragioni.

Ciò che divide il Pd dai 5 Stelle, chiamati a dar vita al possibile nuovo governo, non sono gli obiettivi da perseguire, perché perfino nel rapporto con l’Europa i grillini alla fine hanno dovuto deporre l’ascia di guerra e tornare a ben più miti consigli (come la vicenda della scampata infrazione ha dimostrato).

Che le due formazioni abbiano molti punti in contatto è evidente a tutti. Ciò che rischia invece di rappresentare il vero ostacolo insormontabile ad una loro alleanza è piuttosto il linguaggio.

L’intervento di Matteo Salvini al Senato è stato, per la sua pochezza e volgarità, esemplare. Semplificatorio, irridente, irrispettoso delle istituzioni, omertoso nella sua incapacità di dare risposte alle questioni politiche poste dal presidente Conte. Non l’intervento di un fascista ma, come ha fatto notare qualcuno in aula, semplicemente di un buffone. Ridicolo e patetico poi quando ha invocato la Madonna e citato San Giovanni Paolo II, con toni che neanche negli anni 50 si sono sentiti nelle aule parlamentari.

Salvini è stato semplicemente propagandistico e demagogico. Ma proprio questo suo linguaggio ha costituito (insieme alla volontà di contrapporsi alle politiche di austerità dell’Europa e all’atteggiamento duro sul fenomeno migratorio) il luogo di incontro con i 5 Stelle. Che del linguaggio per nulla politico (dal Vaffa Day in poi) hanno fatto uno dei loro marchi di fabbrica. 

Ora però i grillini hanno capito che quel linguaggio, in questa situazione, forse non serve più. E allora ecco intervenire i Morra e i Patuanelli, con i loro toni autorevoli e istituzionali, mentre non si hanno più tracce da giorni (e per fortuna) dell’improponibile Di Battista e dell’ancora più impresentabile Taverna, e tutti apprezzano Conte: duro ma misurato, mai sopra le righe. Con tuti i suoi limiti (e sono stati tanti), un uomo di governo e delle istituzioni.

Come andrà a finire, nessuno lo sa. Ma è evidente a tutti che il Movimento 5 Stelle è chiamato a fare in pochissimo tempo ciò che non ha voluto fare in questo ultimo anno e mezzo: smetterla di giocare con le parole, darsi una organizzazione seria, abbandonare al loro destino i demagoghi social che hanno fatto crollare i consensi a e puntare su profili in grado di dare fiducia all’elettorato e ai cittadini.

Perché in questo anno e mezzo di governo i 5 Stelle hanno perso la battaglia della propaganda: troppa per gli elettori che venivano da sinistra e che per questo li hanno abbandonati, troppo poca per quelli che venivano da destra e che dunque hanno preferito la Lega.

Quindi ora che succederà?

Questo governo è caduto, e forse non doveva neanche nascere. Ora le regole della democrazia parlamentare danno al primo partito di questo paese un’altra possibilità. Vediamo se riuscirà a coglierla. Ma se non accetta la sfida di un linguaggio nuovo, le urne sono dietro l’angolo. Con risultati evidenti a tutti.

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