Politica / Sardegna

Insularità, ecco perché lo stop al referendum può essere salutare: per tutti

Referendum sull’insularità, la presentazione delle firme a Cagliari

Questo articolo è stato scritto per la Fondazione Sardinia (di cui faccio parte), e di cui vi invito a leggere il ricchissimo sito. Buona domenica.

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Con il passare delle settimane, inizio a pensare che, al di la delle polemiche, lo stop al referendum regionale che chiedeva l’introduzione del principio di insularità nella Costituzione sia stato un bene: sia per i proponenti che per gli oppositori.

Per i primi (un variegato comitato inizialmente animato da esponenti dei Riformatori, poi allargatosi anche al Pd, alla sinistra, e a numerosi giuristi ed intellettuali), perché ora li costringe a trovare una maggiore coesione al loro interno e a allontanare dall’opinione pubblica l’idea che dietro l’iniziativa ci fossero soprattutto intenzioni dal sapore elettoralistico. Troppe infatti sono state le prese di posizione discordanti (ad esempio, sulla necessità di intervenire sullo statuto di autonomia), troppe le contraddizioni (con dichiarazioni divise tra la necessità di una maggiore autocoscienza dei sardi e un mero rivendicazionismo, come se il problema della Sardegna fosse quello di essere “poco italiana”) e troppe le adesioni evidentemente dettate più dall’opportunismo che non dalla convinzione, con l’obiettivo di resuscitare un autonomismo di maniera già superato dai fatti e dalla storia.

E così, sull’onda dell’entusiasmante raccolta di firme, al Comitato la strada appariva già in discesa. Tutto troppo facile, tutto troppo veloce. Lo stop imposto dall’Ufficio del Referendum ora invece lo costringe ad una pausa che può rivelarsi salutare, consentendogli di mettere a punto una proposta politicamente e culturalmente più articolata, e non necessariamente legata all’introduzione nella Costituzione del principio di insularità, che a dire il vero è sempre sembrato più uno specchietto per le allodole che non un risultato realmente a portata di mano.

Spazzato via il pretesto (e ovviamente in attesa dell’esito dell’annunciato ricorso al Tar che potrebbe rimettere tutto in discussione) ciò che resta è la sostanza del problema, cioè le disparità tra le opportunità date alla Sardegna e al resto degli italiani (e degli europei), peraltro già certificata dalla giunta Pigliaru i costi dell’insularità li ha pure calcolati. Come colmare allora questo gap? Quale azione politica mettere in campo per sanare questa discriminazione?

Per questo motivo, lo stop deve servire anche a coloro che si sono opposti al referendum.

Agli indipendentisti, che ora (tramontata la consultazione) non possono comunque evitare il confronto con un movimento che ha mobilitato così tante persone.

Ma lo stop può servire a chi da sinistra contestando lo strumento referendario, ha anche evitato di prendere in considerazione le concrete ragioni che hanno portato alla firma della richiesta della consultazione quasi centomila sardi. Ma la sinistra sarda si sa, non appena qualcuno osa toccare i sacri confini dell’Autonomia lancia subito i suoi anatemi, allergica com’è a prendere atto nella sostanza che lo statuto di specialità in settant’anni non ha ridotto così come doveva le disparità tra la Sardegna e il resto dell’Italia e nemmeno dato dignità alla nostra cultura e alla nostra storia nazionali.

Perché alla fine se il referendum può non essere lo strumento più adatto per affrontare i temi dell’insularità, questi in ogni caso esistono e attendono di essere affrontati da tutte le forze politiche, nessuna esclusa.

Ecco perché lo stop al referendum ora è una occasione che può rivelarsi favorevole alla ripresa del confronto tra chi finora si è trovato su posizioni opposte: per comprendere che, introduzione del principio in Costituzione o meno, le tante questioni sollevate intorno al tema dell’insularità (che ora deve configurarsi come una vera piattaforma culturale se non vuole perdersi nel labirinto delle interpretazioni giuridiche) attendono di essere affrontate in maniera concreta.

Da tutti: senza opportunismi elettoralistici o paranoie che nascondono la paura di prendere atto della realtà: la Sardegna vive una condizione di disparità. E se centomila sardi ne hanno preso atto è un risultato che non può essere disconosciuto.

 

Un Commento

  1. Antonello says:

    Se la firma di ognuno dei centomila fosse stata una firma consapevole, magari con diverse sfumature di pensiero, sarebbe un ottimo punto di partenza. Non ne sono così convinto però. Vediamo ora cosa succederà, non sono ottimista.

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