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“Nuova Democrazia Partecipativa Taroccata: i casi della Ex Manifattura Tabacchi e del sostegno alle radio sarde”, di Gino Melchiorre

ManifatturaCa

“Siamo qui appunto per parlarne assieme” (foto Olliera)

Questo post di Gino Melchiorre è il seguito de “Contro la Democrazia Partecipativa Taroccata è necessario resistere. Ma anche iniziare a mandare educatamente affanc… qualcuno”. Buona lettura.

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Nel blog di Vito Biolchini, alcuni articoli appaiono sotto differenti voci di Menù. Invece potrebbero essere accorpati tutti sotto la voce: NDPT-Nuova Democrazia Partecipativa Taroccata. Poiché ne descrivono bene fatti e misfatti.

Prendiamone due:

  • Ex Manifattura Tabacchi e Sardegna Ricerche;
  • politiche di sostegno per radio e televisioni locali.

Nel primo caso c’è un assessore che annuncia all’ExMa: “Sardegna Ricerche ha avuto un incarico provvisorio. Una via di mezzo tra amministratore di un condominio e custode di un garage. Il resto è ancora tutto da discutere”.

Lo stesso assessore, lo scorso martedì 31 maggio, convoca nell’Ex Manifattura Tabacchi le associazioni culturali in attesa della Fabbrica della Creatività e della relativa destinazione dei locali restaurati, “per discutere il resto”.

Intanto, domenica 28 maggio, Sardegna Ricerche ha già invitato aziende e stakeholder alla presentazione della Manifattura come “incubatore di piccole e medie imprese digitali”.

Forse l’assessore non lo sapeva. Né ricordava che il presidente della Regione aveva già detto: “Ci auguriamo che l’Ex Manifattura diventi in fretta luogo di nascita, incubazione e crescita di moltissime start up” (Sardegna Oggi, venerdì 8 aprile 2016).

Ignoranza? Malafede? Mancanza di coordinamento? Di logica? Ma no.

È l’applicazione del il primo assioma della NDPT che recita: “Parliamone pure. Ma solo a cose fatte”. È la stessa NDPT dei tweet di regime. Il cui secondo assioma dice ai cittadini: “Nessuno vi limita i Temi. Solo i Tempi”.

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A proposito invece di radio e politiche di sostegno, racconto, a Vito e ai suoi appassionati follower, una piccola storia che illustra bene l’interesse e l’attenzione istituzionale sull’argomento.

Dal 1995 al 1997 la Sardegna elesse, con nomina prefettizia, un membro regionale nella Commissione ministeriale per la “Riforma dell’Assetto del Sistema Radiotelevisivo Nazionale”, istituita presso il Ministero Poste e Telecomunicazioni in Roma.

Per tre anni il rappresentante va nella capitale; discute e interviene sugli aspetti giuridici che coinvolgono la Sardegna; firma, in nome e per conto del presidente della Giunta regionale, verbali di riunioni formalmente presiedute (quasi mai) da vari ministri (Tatarella, Gambino, Maccanico), e da vari sottosegretari (Marano, Frova, Vita, Lauria).

Riunioni e discussioni che vertono su sciocchezze del genere:

  • le conseguenze della chiusura del Centro di produzione radiotelevisiva regionale;
  • le disparità esistenti, rispetto ad altre regioni a statuto speciale, sulla disponibilità di spazi e tempi di trasmissione, legati a specificità linguistico-culturali;
  • i rischi delle proposte di modifica del contratto collettivo nazionale degli operatori del settore;
  • i requisiti per l’assegnazione e la redistribuzione delle frequenze;
  • la caotica situazione normativa esistente su radiofonia e tv in analogico, rispetto alla veloce evoluzione delle Ict digitali.

Naturalmente, nella conseguente legge Maccanico, tutto ciò fu tenuto in conto quanto una cacata di mosca.

A parte l’istituzione dell’Autority, rimase infatti lettera morta sia la sentenza della Corte Costituzionale (1994) riguardante il caso Retequattro, sia la realizzazione del Catasto sulle frequenze (almeno fino al 2007), sia la trasformazione dei Corerat in Corecom (istituiti nel 1997 e attuati in Sardegna nel 2008).

Le associazioni di categoria, i consorzi di radio e tv commerciali, i membri regionali della Commissione, tutti sprecarono tempo, voce per tre anni. E sprecarono anche soldi.

Tutti tranne la Regione Autonoma della Sardegna. Che, pur avendo registrato la nomina prefettizia, non aveva deliberato la copertura finanziaria per il ruolo del delegato regionale in seno alla Commissione.

Incontrato per caso il presidente Palomba, nel corso di un convegno alla Fiera, gli chiesi chiarimenti sulla curiosa faccenda. Rispose che ignorava l’esistenza della Commissione ministeriale, del rappresentante regionale e della relativa nomina.

Il che era grave ma burocraticamente possibile, considerato che la competenza specifica era della presidenza del Consiglio, avendo la presidenza della Giunta “solo” quella politica e amministrativa.

Disse che comunque si sarebbe informato. Ma non lo fece. Visto che, qualche anno dopo, il compianto Gianni Massa cercò gli atti della Commissione ma non riuscì a trovare nulla. Il motivo era semplice: la Regione non li aveva mai richiesti. Poiché ignorava l’esistenza della Commissione. E forse temeva che saltasse fuori la “dimenticanza” per la copertura finanziaria dell’incarico o che l’incaricato presentasse il conto.

Così, la Sardegna, non ha conservato traccia di una parte, piccola ma significativa, della attività istituzionale (dal ’95 al ’97) in materia di riassetto del sistema radiotelevisivo.

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Un censimento del 2002 registrava, in Sardegna, l’esistenza di 69 imprese radiofoniche (con vario e composito status giuridico). Oggi ne restano 50 (comprese quelle fuori dal Coordinamento). Ciò vuol dire che in 15 anni, invece del presumibile aumento legato alle nuove tecnologie disponibili, sono scomparse una ventina di emittenti.

In una Regione dove l’editoria su carta è alla canna del gas, la produzione televisiva è risibile, e l’utenza di entrambe è in caduta libera, potrebbe sembrare una cosa molto preoccupante

Ma non lo è. Almeno per una classe politica che ignora nomine dopo averle fatte e che moltiplica norme e leggi senza controllarne la corretta applicazione.

Anzi, da un certo punto di vista considera la situazione come favorevole.

Perché è vero – come dice il comunicato del Coordinamento – che l’ascolto radiofonico è in ripresa e in continua crescita (insieme a Internet). Ma è anche vero che i new media operano una “selezione all’ingresso”.

La loro più consistente fascia di utenza infatti va dai 15 ai 45/50 anni. E tale fascia riceve informazioni settoriali, (abbastanza) indipendenti, rapidamente confrontabili e autoverificabili. Nel senso che una “balla” di solito viene rapidamente scoperta e contestata da altri utenti (con buona pace di Umberto Eco che non la pensava così).

Questa fascia di utenti può (è in condizione di) formarsi una “pubblica opinione”. Anche a fini elettorali. Ma, per fortuna dei governi in carica, ha deciso di non andare a votare.

Chi invece ci va in modo assiduo e compatto appartiene alla fascia di età dai 45/50 in su. E fonda la sua “pubblica opinione” e il conseguente “sistema di valori e giudizi”, su informazioni elusive, interessate e eterodirette, tratte dai media tradizionali (generalisti). Soprattutto Tg1 e Canale 5. Con i risultati che tutti conoscono (descritti da Biolchini).

Ogni governo è quindi interessato al foraggiamento dei media tradizionali e al mantenimento nella precarietà dei new media. E reputa più conveniente concedere alle poche tv sopravvissute alle concentrazioni 24 volte di più di quanto concede alle molte radio disperse sul territorio.

Si potrebbe pensare che, stando così le cose, la classe politica al potere dovrebbe essere interessata a finanziare media che diffondono informazioni tali da spingere gli ascoltatori a non andare a votare. Potrebbe, ma dovrebbe essere intelligente. Invece è solo furba. O presume di esserlo. Comunque ha letto i libri. Non ci ha capito molto, ma ricorda ciò che diceva quel tale. E cioè che un pensiero inizialmente minoritario, se non gli si rende la vita precaria, alla lunga può diventare egemone.

È per questo che il secondo assioma della NDPT dice: “Nessuno vi limita i Sogni. Solo i Soldi”.

Gino Melchiorre

 

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