Sardegna

Orune e dintorni, a ciascuno il suo. E io dico: basta alcol, basta armi

Orune_Piazza

Orune, sabato 23 maggio 2015: consiglio comunale in piazza

Orune è uguale a Milano? Stiamo tirando in ballo a sproposito il codice della vendetta barbaricina? Abbiamo addirittura dei pregiudizi nei confronti dei “sardi di dentro”? Di sicuro l’unica cosa vera è che sono passate quasi tre settimane e gli assassini di Gianluca Monni non si trovano, e non si trova neanche il povero Stefano Masala, scomparso nel nulla.

Possiamo parlare all’infinito, possiamo parlare dell’omertà dei giovani sardi (sempre che esista in questo specifico caso, e ho qualche dubbio) e confrontarla con quella dei ragazzi di Milano che in gita scolastica hanno visto morire un loro compagno. Possiamo dire quello che vogliamo ma la realtà è solo quella ben sintetizzata da Francesco Giorgioni nel suo post dal titolo “Hanno ucciso un ragazzo, è questo il problema”.

Il resto non conta e non ho voglia di farmi trascinare in ulteriori ragionamenti che rischiano di degenerare in polemica. Se il mio amico Andrea Pubusa pensa che Orune e Milano pari sono avrà le sue buone ragioni, se ritiene che le testimonianze di due donne del centro Sardegna a cui hanno ammazzato i loro cari non sono pertinenti lo faccia pure, ognuno può anche restare della propria opinione; ma delle tante parole che abbiamo speso su questa tragedia alla fine dobbiamo pur farci qualcosa, qualche azione concreta la dovranno pur ispirare queste nostre parole, anche perché scriviamo su internet e i nostri post il giorno dopo non sono buoni neanche ad incartare il pesce.

Quindi veniamo al dunque, e a ciascuno il suo.

Inizio a trovare abbastanza stucchevoli e irritanti gli appelli del tipo “chi sa parli”. Perché presuppongono che un’intera comunità sappia quando invece è chiaro che non è così. Se ci fossero anche delle persone di buona volontà in grado di indirizzare le indagini, dovrebbero avere non solo un alto senso di giustizia ma soprattutto una enorme fiducia nelle forze dell’ordine e nella magistratura. Sarebbe una fiducia ben riposta? Quanti sono gli omicidi irrisolti in Sardegna? E questo solo perché chi sapeva ha taciuto? Ognuno di noi dia la sua risposta a questa domanda.

Di sicuro forze dell’ordine e magistratura dispongono di strumenti validissimi per risolvere questo ed altri casi senza vedersi arrivare un bigliettino anonimo con sopra scritto “il colpevole è…”. Quindi alle forze dell’ordine e alla magistratura il compito di trovare i responsabili di questo omicidio. Non è facile, ma è un compito loro e non di altri. A ciascuno il suo.

Gli orunesi ora sono annichiliti dal dolore e schiacciati da un’enorme pressione mediatica. Troveranno il modo per uscire da questa tragedia, che non è solo loro (e per questo non bisogna lasciarli soli).

Agli intellettuali il compito di tenere vivo il dibattito con argomentazioni non banali, non pretestuose, non polemiche, ma costruttive.

“Troppe armi e troppo alcol”: questo mi hanno detto ad Orune sabato scorso senza troppi giri di parole. Quindi serve una poderosa azione culturale e politica mirata su questi temi. Su questi e non su altri. E c’è bisogno che ciascuno faccia la sua parte.

Basta alla cultura delle armi e dell’alcol: a Orune, a Milano, a Cagliari. Dappertutto: ma io partirei molto pragraticamente da quelle zone della nostra isola dove il mix di questi due fattori è letale, Milano è francamente fuori dal mio raggio di azione.

Se c’è da reprimere, che si reprima. Se c’è da mettere in campo progetti e idee, che lo si faccia. La Regione non può restare con le mani in mano, l’alcolismo è una piaga conosciuta così come sono conosciuti gli strumenti per combatterla.

Basta alcol, basta armi: è questo l’orizzonte su cui dobbiamo muoverci. Ognuno con gli strumenti di cui dispone. Senza tirare più in ballo Pigliaru padre, la Barbagia, i balentes. La battaglia contro la cultura dell’alcol e quella delle armi non ha bisogno di poggiarsi su grandi elaborazioni teoriche perché i danni che fa sono gli occhi di tutti. E se non ci credete andate ad Orune, saranno loro stessi a dirvelo.

Abbiamo parlato abbastanza, forse è arrivato il momento di pretendere da ogni attore della vita civile isolana un impegno più concreto.

Saremo all’altezza di questa sfida?

 

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8 Comments

  1. Massimo says:

    Ogni volta che si parla di Armi la confusione è grande. Si mettono sullo stesso piano le armi possedute legalmente e quelle illegali, i cacciatori, e chi fa tiro al bersaglio. L’idea di costringere dei possessori autorizzati a depositare le armi in qualche sede è ridicola e assurda oltre che inutile. I possessori autorizzati sono in genere le persone più calme e ligie che io conosca, perchè sanno che un nonnulla basta al ritiro della licenza, anche un abuso edilizio è sufficiente a volte al ritiro del porto d’armi. Tutt’altro discorso merita la cultura di chi usa l’arma (quasi sempre illegalmente detenuta ) come strumento di “balentia”. Recentemente ho partecipato ad una gara di tiro ad Orgosolo (disciplina riconosciuta CONI) con un sacco di giovani che possiedono e usano le armi non certo per far vedere di essere più virili. Quindi fare di tutt’erba un fascio è sempre pericoloso. Tutti gli strumenti pericolosi ( le auto, le armi ,i cani di grossa taglia) hanno necessità di essere usati con consapevolezza e TESTA. Il lavoro non è proibire la pistola a chi ne ha diritto, ma educare la mano che la impugna. Il proibizionismo non è mai stata la soluzione. Io compro regolarmente riviste d’armi. mi piacciono ma spiego sempre a chi me lo chiede, che per usarle anche per divertimento bisogna sempre avere la testa sulle spalle e la prudenza prima di tutto.

    • Premesso che secondo me le armi sono solo strumento di morte e, in quanto tali, da aborrire senza se e senza ma, in questi post non stiamo parlando di armi denunciate o rubate; parliamo di armi, armi, armi CLANDESTINE. L’altro giorno qualcuno qui a Cagliari mi diceva che per lo più le armi clandestine che circolano in Sardegna provengono dai paesi dell’est in cambio di marijuana; sarà. ..ma a me il conto npn torna. Primo: la facile disponibilita’ di armi si registra ben prima dell’era della marijuana.Secondo: chi coltiva illegalmente marijuana lo fa per SOLDI, non in cambio di armi. A meno che non si stia prospettando una insurrezione armata dell’isola! -ma allora SVEGLIA RAGAZZI! che il tempo è scaduto da un pezzo!! e non si vede nessun segnale in questo senso. Tra le innumerevoli interviste a Graziano Mesina non ho mai letto la domanda “Dove ti procuravi le armi?”(se non ricordo male gliela fece -unico – Lojacono nel ’66 a proposito di una mitragliatrice).Eppure è da quel dì che sappiamo dell’abbondanza di armi. In un’isola che ospita basi militari italiane, che ha ospitato basi NATO, basi americane, basi per gladiatori..
      L’impressione -certe volte- è che quest’isola sia luogo di scorribande per molti e che balentia, alcol, armi, disoccupazione…siano elementi necessari a tenerla spopolata. Leggo troppi romanzi? Sicuro, lo ammetto. Intanto che le famiglie di Giovanna e di Monica e di Disamistade volgono le spalle alla vendetta ancora attendono GIUSTIZIA. Che -ovvio- non ci sarà perché in Sardegna c’è l’OMERTÀ (che nonc’era all’universita’ di Roma quando venne uccisa Marta Russo…). Così Monica, Giovanna e tanti altri continuiamo a credere che i delitti rimangono impuniti per colpa dei sardi e non per le manchevolezze di uno Stato che pure ha caserme in ogni luogo. Non per cambiare argomento ma per dirvi ancora qualcosa di Barbagia: sono stata anch’io al carcere minorile di Quartucciu e parlando con un educatore ho ascoltato queste considerazioni: “il nostro lavoro è molto più facile con i barbaricini che con gli altri ragazzi anche sardi- pochi, in verità; i barbaricini provengono da ambienti dove il senso di appartenenza è più vasto della famiglia ed è più facile che trovino modelli positivi cui riferirsi anche quando la famiglia in senso stretto sia fallace; tutti hanno uno zio, un vicino di casa, un amico di famiglia e sui modelli che il contesto offre noi possiamo lavorare…” Chiudo qui chiedendo venia del mio scritto non proprio limpido; sono partita con l’intenzione di suggerire a Massimo il tiro con l’arco al posto del tiro con le carabine e mi ritrovo a pensare ai modelli extrafamiliari cui ho guardato nella mia giovinezza a Orgosolo: sono tante e tanti e avanti a tutti i giovani -allora- del Circolo Giovanile la cui militanza politica ha allargato l’orizzonte fino a comprenderci nel MONDO. A ciascuno il suo: a noi allungare lo sguardo per vedere meglio ciò che abbiamo sotto il naso.

    • Nell’articolo si parla di armi in generale; non si parla di armi detenute legalmente o illegalmente. Si afferma semplicemente che le armi sono troppe. Ho già ampiamente polemizzato in un altro articolo di Biolchini anche in relazione alla diffusione delle armi in Barbagia e le assicuro che non è mia intenzione fare di tutta un’erba un fascio. Forse mi sono espressa male; lungi da me l’idea che chi detiene un fucile, come appunto i cacciatori, tenda necessariamente ad usarlo per scopi diversi dalla caccia. L’idea del deposito dei fucile è certo un’idea un po’ così, lo ammetto. Mi è venuta in mente perchè suppongo che le armi detenute legalmente siano tante, ho poi pensato che una parte di quelle detenute illegalmente possa provenire anche da furti relativi alle prime; se fosse così (è una ipotesi) sarebbe forse utile controllare di più anche le armi detenute legalmente.

      • Massimo says:

        Le assicuro che i controlli ci sono, esiste il reato di omessa custodia, che viene applicato regolarmente a chi non predispone di adeguati antifurto . Tanti cacciatori ormai anche se le armi non sono a vista, non scendono più tutti al bar ad Abbasanta o a tramatza, uno rimane sempre in auto, perchè ne hanno “ritirato”svariati di porti d’arma….

    • SERGIO says:

      GONG

  2. Buonasera Vito,
    il far cambiare mentalità circa l’abuso di alcool penso sia qualcosa di veramente difficile ma non impossibile. A parer mio, è forse la famiglia, in primis i genitori, a dover imporre un limite all’uso di alcool da parte dei loro figli o comunque dei loro parenti più piccoli. Ad esempio obbligando i figli a non passare tutti i giorni e tutte le notti a sbevazzare dentro il bar. Posso “accettare” il fine settimana, ma tutti gli altri giorni che ci fanno?! Certo è che bisogna tener conto del fatto che in un piccolo paese come Orune c’è poco da fare; mi spiego meglio, che svago hanno i giovani oltre quello di sedersi al bar ogni santo giorno? Non c’è nulla! Ovviamente vien da rispondere che uno al bar può ordinare qualcosa di analcolico, ma se gli consentiamo di stare al bar per un sacco di ore in un posto in cui vi è il problema dell’abuso di alcool, il problema non lo risolveremo mai! Mi vien quindi da pensare che un ruolo fondamentale sia svolto in tal caso, oltre che dai cittadini stessi, anche dal comune. Il comune e i cittadini forse dovrebbero “unirsi” nella ricerca di “svaghi”, di attività per i giovani che possano rappresentare una alternativa al bar. Forse anche la chiesa potrebbe avere un ruolo importante, perchè immagino che anche a Orune ,come in molti altri paesi limitrofi, la chiesa abbia un ruolo importante per la comunità. Non saprei proporre su due piedi una attività che possa davvero coinvolgere i giovani orunesi, però posso proporne una per i più piccoli. In fondo è proprio dai più piccolini che bisogna partire per cambiare le cose. L’idea che mi viene in mente sono gli Scout, coinvolgono il bambino sin da piccolo e molti di loro restano scout “a vita”. Ovviamente questa è un’idea che mi è venuta in mente ora e che probabilmente non sarebbe sufficiente, però potrebbe anche essere uno spunto valido per cercare di cambiare le cose. Inoltre il comune dovrebbe imporre ai bar di chiudere ogni sera entro una certa ora; immagino che molti bar anche a Orune non chiudano mai.
    Circa le armi, invece, ritengo che il problema sia ancora diverso; cioè mentre tantissimi barbaricini “seguono la cultura dei bar” solo ,in realtà, una piccola parte di essi “abusa anche delle armi”. A parer mio, questi due problemi hanno una mole diversa perchè uno di essi, ossia l’abuso di armi, è meno diffuso. Fatto sta che anche in questo caso è in primis la famiglia a giocare il ruolo più importante; seguita anche dal comune e dai cittadini attivi. Forse si dovrebbe fare più informazione nelle scuole relativamente al tema armi. E forse dovrebbero cambiare le cose anche a livello nazionale; ad esempio cosa se ne fa un cacciatore del fucile nei giorni in cui non è a caccia o nel periodo in cui la caccia è chiusa? Ad eccezione di chi detiene armi per altri motivi, io direi che al cacciatore il fucile non serve e che non è necessario che lo tenga sotto il cuscino. In tal caso una proposta valida ,ma immagino non di facile realizzazione, potrebbe essere quella di obbligare i cacciatori a depositare i fucili in una determinata sede e consentirgli di richiederli per la caccia a patto che finita la giornata caccia lo riportino indietro. Forse così sarebbe più facile controllare almeno una parte delle armi che girano.

  3. casumarzu says:

    ciao Vito,
    le tue affermazioni hanno ammutolito i frequentatori di questo blog; sono sorpreso.
    Forse la tua affermazione “basta alcool” ha scosso più di “basta armi”, almeno per quanto mi riguarda.
    Non sono un alcolista ma la riflessione sulla necessità di controllare il consumo dell’alcool ha attraversato spesso la mia vita e quella, per diversi motivi, di molte amiche ed amici.
    E in nome di quelle vite, delle loro sofferenze e delle solitudini che hanno ruotato intorno al consumo dell’alcool che accolgo il tuo appello sostenendolo nei ristretti contesti in cui posso riuscire ad incidere.
    Da padre banalmente consiglierei ai genitori frequentatori del tuo blog di non abbassare mai la guardia, fare uno sforzo di auto-disciplina ed evitare qualunque celebrazione di vino o birra in presenza dei figli fin dalla prima infanzia. Alla lunga premia.
    buona fortuna a tutti

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