Sardegna

La storia di Giovanna: “In paese hanno ucciso un mio familiare, so cos’è la paura. E anche perché nessuno parla”

Monni Orune

Orune, venerdì 8 maggio 2015

Conosco Giovanna da anni. Dopo i fatti di Orune e dopo aver letto il post di Monica (“Quando in paese uccisero mio nonno. E su Orune vi dico…”) ha deciso di raccontare la sua storia. Meno fucili, più parole: la Sardegna si salva solo così. Grazie Giovanna, ti abbraccio. Ed ora attendo altre storie.

***

Ite belleddu custu kalashnikov” è la frase che sento provenire dall’ombrellone vicino al mio una domenica di agosto di due anni fa in una spiaggia di Orosei. La frase è proferita da un uomo di circa cinquant’anni che sotto l’ombrellone, in compagnia di una donna e di due adolescenti, sfoglia una rivista di armi. Tutti sembrano felici e sereni.

In quel momento la frase strappa un sorriso a me e alle mie due amiche. Questo episodio mi è ritornato alla mente in questi giorni in cui un nuovo, l’ennesimo, fatto di cronaca fa parlare del fenomeno degli omicidi in Sardegna (con diverse posizioni e correnti di pensiero che non mi sento di contestare o sposare in senso assoluto).

Che sono sarda si evince inequivocabilmente dal mio cognome, dalla mia piccola statura, dal mio pesante accento. Sono sarda, sono figlia di pastore, ho visto mungere e tosare pecore, ho visto fare il formaggio, ho visto macellare bestiame, so fare il pane carasau, la pasta in casa, parlo e capisco il sardo forse anche più dell’italiano, il sardo è la lingua del mio inconscio, della rabbia e dell’amore.

Sono una sarda DOC insomma, con un vero pedigree.

Sono sarda e amo la mia terra perché ci sono nata e cresciuta, è la mia casa, una casa che mi piace e per questo la amo. Ma non sempre è stato così.

Sono sarda e ho visto uccidere un mio stretto familiare dieci anni fa. La mia vita e quella della mia famiglia da quel giorno non è stata più la stessa.

Sono sarda nonostante questo, ma non è stato facile perdonarsi e perdonare. Non sto parlando del perdono accordato agli assassini, perché non so chi siano. Parlo del bisogno di perdonare le persone in generale, me compresa.

Le nostre piccole comunità sono una grande ricchezza di umanità e ambivalenze, luoghi in cui tutti sanno tutto di tutti, in cui si fa cerchio intorno ad una famiglia addolorata e frastornata, in cui la casa della vittima si riempie di calore e vicinanza da parte di amici, parenti, vicini e lontani. Credo che quel calore sia vero e sincero: ma non una sola volta, in quel contesto, ho visto risolversi un caso di omicidio. Perché?

Credo che la stessa comunità che ti fa caldo non riesca a farlo fino in fondo, esponendosi per aiutare a fare chiarezza sull’accaduto, a fare giustizia. Quella vera per me, quella legale.

Questo non perché siamo gente cattiva, né più né meno di altri posti del mondo almeno, ma perché la paura per te e per i tuoi cari diventa una grande motivazione a tacere. Nonostante il sincero dispiacere, si ha la tendenza a pensare che “si è trattato di un regolamento di conti”, e che quindi “è meglio non immischiarsi”. So per certo che pensano questo perché l’ho pensato anche io tante volte prima di quel giorno che ha cambiato la mia vita.

Perché? Perché si ha paura, si ha la forte sensazione di avere tanto da perdere, e quella paura è più forte del dolore e del senso di responsabilità sociale. Tacere ti fa sentire al sicuro. Rientra in un codice sociale, condiviso e accettato. Non è certamente giusto, e credo sia così anche perché le forze dell’ordine vengono vissute come antagoniste e non certo come fonte di protezione.

Ho avuto paura per tanti anni, per me e per i miei cari che hanno continuato a lavorare in campagna, ho guardato per anni lo specchietto retrovisore della mia macchina in maniera quasi ossessiva per capire se qualcuno mi seguiva, ho avuto crisi d’ansia quando squillava il telefono a ore insolite, ancora oggi quando rientro in paese la notte e parcheggio la macchina davanti a casa, corro fino al portone e mi sento al sicuro solo quando si chiude alle mie spalle.

Il lavoro in campagna contempla che accadano cose: che ti rubino bestiame, che il vicino di terreno sconfini, che tu veda movimenti che sarebbe meglio non vedere; e tutte le volte che questo accade io, nonostante viva da anni a Casteddu, ho paura. Ho paura perché ho visto versare sangue versato per futili motivi: ovviamente ci sarebbe molto da discutere su che cosa si intenda per “futile”, a seconda del contesto.

Non mi importa molto che ciò accada allo stesso modo anche a Milano, New York o Buenos Aires. Mi importa che sia accaduto e accada in Sardegna, nel centro Sardegna, nel mio paese, nella mia casa.

Gli omicidi del centro Sardegna avvengono per futili motivi? Per me SÌ.

Per regolamento di conti? Per me SÌ.

Perché hai visto qualcosa che non dovevi vedere? Per me SÌ.

Per una rissa finita male? Per me SÌ.

Con modalità esecutive specifiche? Per me SÌ.

Perché le persone non hanno fiducia nella giustizia? Per me SÌ.

Perché le persone hanno paura e la loro paura protegge tutti, non solo se stessi ma anche gli assassini? Per me SÌ.

Perché sin da ragazzini si frequentano adulti che ti “iniziano” ad un certo approccio alla vita? Per me SÌ.

Perché ci sono tante, troppe armi a disposizione di ragazzi e adulti? Per me SÌ.

Perché è normale sotto l’ombrellone sfogliare una rivista d’armi e dire sorridendo “Ite belleddu custu kalashnikov”? Per me SÌ.

Giovanna

11 Commenti

  1. In un paese dell’Iglesiente qualche anno fa c’è stato il terzo o quarto omicidio legato, si dice, a una “resa di conti”. Io conoscevo bene uno dei tre o quattro e, per quanto ladro di galline fosse, in fondo era un bravo ragazzo. Il paese ha reagito come se niente fosse, del tipo “se l’è proprio cercata” e la “giustizia”, più o meno, ha fatto altrettanto. Questo per dire che la Barbagia è si un territorio a volte colpevole ma ne più e ne meno di tanti altri territori. Però mi chiedo: io abito in una cittadina del nord Italia e in 34 anni ho visto una sola volta fare a botte e per giunta uno dei contendenti era sardo, invece, nel mio paese dell’Iglesiente, non passa anno che non ci sia una rissa o scazzottata che dir si voglia. Ma non è che ha ragione quel siciliano che dice che il sole e il caldo oltre che a non far venire voglia di lavorare rende il cervello più simile a uno stronzo che a un rotolo di carta igienica? Anch’io quando sono in Sardegna mi sento abbastanza nervoso, soprattutto quando mi strombazzano al semaforo e quando vedo tutta l’aliga nei bordo strada. Riflettete gente, riflettete.

  2. anonimo says:

    Cara Giovanna, spero che la leggano in tanti, compresa la gentile Pia che si ostina a non trovare nulla di “particolarmente barbaricino” in questo atroce assassinio.

    • Enrico Cadeddu says:

      Anonimo, lungi dal voler polemizzare o dal voler prendere le difese di nessuno (che non ha bisogno di nessuna difeso), credo che chi, come Pia, esprime le proprie idee e lo fa in maniera corretta ed educata, debba essere rispettato senza essere tacciato di “ostinarsi” a fare niente…al limite, di pensarla semplicemente in maniera diversa dalla nostra.
      Saluti.

      • anonimo says:

        Non mi pare di essere stato men che educato, caro Enrico. Troppo suscettibile. E’ che mi pare evidente come la negazione porti ad un grave errore di incomprensione della realtà. Nessuna offesa nel termine “ostinato”.
        Il fatto è che questo assassinio è tipicamente legato alla comunità nella quale è avvenuto.
        O no?

        • Enrico Cadeddu says:

          Caro anonimo, nessuno ha detto che non sia stato educato.
          Suscettibile? Ho solo scritto che una persona può, al limite, “ostinarsi” a pensarla in maniera diversa dalla mia.
          Sino a quando dici che certe dinamiche hanno sempre caratterizzato l’ambiente agro pastorale delle zone interne dell’isola è indubbio, ma l’esecuzione di uno studente di 19 anni alla fermata del pullman è tutto, fuorché tipicamente legato alla comunità nella quale è avvenuto. O no?

        • anonimo says:

          Non parlo della fermata dell’autobus (atipie ci sono in tutti i crimini), parlo della reazione della comunità, dell’arma utilizzata, del fatto che avessero il volto scoperto, del silenzio che è seguito, dell’omertà, del rischio elevato che ci siano altri omicidi come conseguenza di questo ecc. ecc. Saluti cordiali.

        • Enrico Cadeddu says:

          “Il fatto è che questo assassinio è tipicamente legato alla comunità nella quale è avvenuto.” Adesso è diventato atipico? Effettivamente,tutti i compagni di classe di Domenico Maurantonio si sono affrettati a spiegare che cosa sia successa quella tragica notte in hotel…sabato, alla messa per la veglia, non era presente nemmeno uno di loro. Statti bene

        • anonimo says:

          Va bene, sono delitti tutti uguali. Saluti.

  3. Non sono nato ad Orune, ma mi onoro di amici là e in tanti altri paesi e città, ricordo un banale episodio una gomitata in un bar di Casteddu, la birra che ti si rovescia addosso, l’altro, lo sconosciuto bevitore non ti chiede adeguatamente scusa. Esci e sali nella tua auto parcheggiata, rientri con la tua pistola, mentre quell’altro chiacchiera con gli amici tranquillamente, per lui non è accaduto nulla, per te, per la tua camicia che puzza di birra, è il peggiore degli insulti, la peggiore cosa che ti potevano fare, ti avvicini, nessuno nota che cosa stringi nella mano, spari una, due, non conti i proiettili che colpiscono lo sconosciuto , che ti ha così grandemente offeso, lo vedi cadere con il suo bicchiere di birra, ecco adesso siamo pari, esco soddisfatto dal bar, non sento grida e nessuno tenta di fermarmi, io sono forte, sono vivo e chi mio ha offeso è già morto. Salgo sulla mia piccola auto e vado via. L’assassino verrà arrestato alcuni giorni dopo e successivamente condannato per omicidio per futili motivi. Non siamo in Barbagia e neppure in altri paesi del Malessere, così caro ai nostri antropocosociologi attuali, non capisco nulla di questa scienza, eppure questo fa parte degli omicidi che avvengono senza scomodare la vecchia e nuova balentia, E neppure c’entra la nuova malavita. Così a fiuto mi pare che adesso nel 2015, abbiamo tutti un dovere morale e storico nei confronti della nostra società Sarda, costruire un a società di forti valori morali, ciò non impedirà naturalmente che la balentia di campagna sparisca, gli sconfinamenti di pascolo, il taglio abusivo della legna o ben più grave il furto di animali o attrezzature forse resterà impunito. La Politica, non mi aspetto dai segretari e dai loro consiglieri regionali e intellettuali, che organizzino incontri popolari, perchè da tempo si sono resi impresentabili, ma c’è forse una forza ideologica, che potrebbe farlo, penso a quel Sardismo indipendentista che non è forza elettorale, ma aspira a diventare forza morale per rialzare l’orgoglio del nostro popolo, cosa di meglio che muoversi per affermare scrivendolo chiaramente che volersi “fare Stato-Nazione” vuol dire condannare pubblicamente questi omicidi aldila di qualsiasi motivazione, dunque si rinneghi l’omicidio sempre. Possono esserci mediatori-babbu mannu eh si, basta volerlo. Senza girarsi d’altra parte quando muore qualcuno, “perchè abbiamo altre cose da fare, altri problemi” anche questo è vero, la Sardegna ha grandi problemi, ma questo è molto importante per diventare credibili agli occhi della nostra sfortunata comunità che ha la fortuna di vivere su una isola quasi un continente, quasi un paradiso perduto, da non rinnegare e difendere, così potremo difendere la memoria di chi è morto e condannare senza se e ma gli assassini, Che devono subire oltre alla giusta condanna dello Stato, che condannerà queste persone anche nella Repubblica Indipendente ( e forse questo l’aspetto che più confligge con l’idea politica di uno Stato senza Polizia o forze di Sicurezza comunque le si chiamino). Asibiri tottus inpari e in Paxi.

  4. Bobore says:

    Grazias meda Giovanna,Monica,Vito pro custos contos de vita Sarda.
    Mi paret chi sa Sardigna non siet in gherra.Duncas non cumprenno pruite tottu chstas armas a giru. O semus faghende una gherra tra de nois mantessi?E pruite?Ca no agguantamus una brulla nos buchidimus a pare?Ca s’onore de sa pessone si misurata in su torrare s’iscavanata?
    No est semprer gai.Metas lu cumprennene e su prus de sas vias mancari bi siet su tantu de torrare s’offesa collita si lassat perdere e si bi colat supra. Pero cheria risponnere a un atteru tema chi in custas dies est torratu de moda: omertà. Omerta=chie ischiti e non contat su ch’ischiti a sas autoritates o justissa.
    Arrejonamus e intunniamus supra su tema de” Giustizia ” chi in Sardu venit bortata in “justissa” e no est sa mantessi cosa.
    Su justu venit cumpresu dae meta,o forzis dae tottu in d’una bidda.Sa justissa no.Sa justissa no achet su justu.Sa justissa metas vias achet rispettare lezzes anzenas:’nche ocat a foras dae domo issoro familias chi poverittas no an paccatu sas tassas Italianas ca s’annata est ista mezzana;nche zaccat in galera chie furat su pane dae butteca ca est amitu poi lassana a giru zente chi at furatu milliones..etc
    Custa est sa justissa.Chi non faghet su justu.
    Ponimus unu pesus a donzi preta,e namus chi su sardu impreat una billassa sua, diversa dae su chi sas lezzes Italianas imponent.

    Salutos

  5. Monica says:

    Grazie Giovanna. Un abbraccio forte anche da parte mia.

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