Sardegna

La storia di Monica: “Quando in paese uccisero mio nonno. E su Orune vi dico…”

Sardegna

Sardegna, anni Cinquanta

Conosco Monica da anni, è una delle più assidue ascoltatrici della mia trasmissione “Buongiorno Cagliari” a cui partecipa ogni giorno alimentando la discussione con molti messaggi. Negli anni ci siamo anche conosciuti di persona ma mai mi aveva raccontato la storia della sua famiglia. Lo ha fatto in questi giorni, mandando diversi sms a commento del tragico omicidio di Orune. Le ho chiesto di raccontare ai lettori del blog la sua storia. Grazie per avere accettato.

***

È irreale quello che succede a casa mia quando qualcuno in Sardegna muore ammazzato con un colpo di fucile. Muore di nuovo mio nonno, per un attimo si torna indietro nel tempo e mia madre diventa una statua di sale, gli occhi le si riempiono di lacrime  e resta immobile e respira piano per non farsi travolgere dalla valanga si sensazioni negative che riemergono. È un attimo che dura un’eternità, poi ci si scrolla tutto di dosso e si riprende la vita “normale”.

Non parlandone praticamente mai ha protetto se stessa e noi, me e mio fratello, regalandoci una parvenza di vita normale. Ma ci ha lasciato senza risposte e curiosi di cercarle altrove, dovunque ci fosse qualcuno disposto a parlarne.

Mio nonno, il padre di mia madre, veniva chiamato tziu Luiseddu. Tutti lo descrivono come un omone, una sorta di gigante buono, ma si sa che i morti sono sempre migliori nei ricordi di quanto non fossero in realtà. Si sposò con mia nonna giovanissimo, matrimonio combinato, e ebbero tanti figli, di cui sei sopravvissuti fino all’età adulta. Se dovessi tirare le somme da quello che la gente ricorda di lui, direi che fosse il classico “mannu e tontu”, uno di quelli che non alzava mai le mani su nessuno, nemmeno sui figli, cosa abbastanza rara per quei tempi. Burbero ma giusto, con tendenza a fare da pacificatore e a tentare di sanare eventuali incomprensioni tra persone in lite. Questo è quello che mi è arrivato dai racconti.

Quello che si evita di dire è il contesto, la realtà del mondo agropastorale di allora, una realtà fatta di abigeato, sconfinamenti di bestiame, sbronze che degenerano in risse, arresojas sempre a portata di mano pronte a lavare le offese con il sangue.

Pare che mio nonno fosse un gran lavoratore, faceva la transumanza in Campidano e quando tornava metteva incinta mia nonna. Viene definito benestante, probabilmente aveva di che mangiare tutti i giorni. Venne ucciso intorno al 1950 nelle campagne di Seui, un colpo di fucile in testa. Raccontano che si fosse intromesso in questioni di abigeato cercando di impedire che venisse rubato del bestiame a un suo amico.

Mio zio, che allora aveva quattordici anni, lo vide morto. A distanza di tanti anni sogna ancora la testa del padre aperta con i pezzi sanguinolenti di cervello sparsi intorno ad essa e piange al ricordo. Divenne capofamiglia perché il fratello maggiore ai tempi era militare di leva in continente e mia nonna gli intimò di non rientrare per timore volesse vendicare l’assassinio del padre e desse inizio a una faida.

Mia nonna, grandissima donna. Non tirava un metro e cinquanta, ma aveva carattere e forza d’animo da vendere. Era incinta, perse quel bambino. Rimase con gli altri sei figli, il maggiore vent’anni, il più piccolo tre, e decise che un lutto in famiglia bastava e avanzava. Tutti si aspettavano e avrebbero giustificato una vendetta ma lei ne rifiutò la logica. Amando i figli li crebbe nel rispetto della giustizia e della vita umana e così protesse loro e noi future generazioni. Cercò di avere giustizia, ma giustizia non arrivò mai perché non si riuscì mai ad andare oltre i si dice e alla cortina di omertà.

Gli avvocati vari le portarono via praticamente tutto, ma nonostante questo non si arrese. Nonostante vedesse girare in paese gli assassini del marito, che non vennero condannati, ma in un paese si sa tutto di tutti e i fatti si conoscono mentre stanno accadendo. Si rimboccò le maniche e tirò su i figli da sola, come genitore, ma con l’aiuto della grande famiglia intesa come vincoli di sangue e d’affetto, come si usava allora.

Mio zio, quattordicenne, veniva trattato dagli altri capifamiglia da adulto, alla pari. Mentre mia madre, sette anni e mia nonna lavoravano alla bonifica trasportando massi dal letto del fiume per costruire i muretti a secco, lui si occupava del bestiame insieme agli altri fratelli. La scuola era un lusso e mia madre riuscì a prendere la licenza media a diciotto anni grazie a una borsa di studio, dopo avere lavorato come domestica a servizio di parenti in Campidano, il fratello più piccolo entrò in seminario e poi in Marina, ognuno trovò la sua strada. Nel frattempo lavorarono, tutti.

Le armi furono bandite dall’abitazione di nonna. Anche quando crescemmo noi figli degli orfani, venimmo sottoposti a un lavaggio del cervello. Niente armi vere, una pistola finta mi fu concessa, nessuna battuta di caccia, nemmeno come battitori. Mi è rimasto una sorta di un timore reverenziale nei confronti delle armi da fuoco. Se qualcuno che conosco mi si avvicina con un’arma appresso, lo allontano. Una volta ho rischiato di cadere da una moto per un sussulto che ebbi quando nel tenermi al guidatore mi resi conto che aveva una pistola nella cintura. Era un carabiniere, ci stava, ma ebbi paura comunque.

Un’altra volta da medico cazziai un paziente, guardia giurata e gli intimai di togliere il caricatore dalla pistola e a non presentarsi più a visita da me con un’arma appresso. E ho impedito a miei figli di andare a caccia con il nonno paterno per i miei timori.

Io non ho mai saputo chi fossero gli assassini di mio nonno fino a quando qualcuno se lo lasciò sfuggire davanti a me e scoprii che tra di loro c’era il padre di alcuni miei amici d’infanzia, bambini con cui avevo sempre giocato e adulti con i quali tuttora ho un rapporto di sincera amicizia. Venni a sapere che in famiglia non me lo dissero mai perché non volevano che le colpe dei padri ricadessero sui figli. Erano bambini, uno mio coetaneo, e anche il loro padre venne ammazzato, quando la moglie era incinta del mio amico.

Mio zio più piccolo mi raccontò che quando questo successe, lui che era ragazzino comunque non poté impedirsi di avere un moto di gioia alla notizia e accese la radio per ascoltare un po’ di musica. Mia nonna gli assestò uno sganassone in piena faccia, perché la morte di un uomo era comunque una tragedia e non andava festeggiata. Sapeva che una famiglia avrebbe vissuto il suo stesso dolore e non riusciva a gioirne. Era grande mia nonna.

Quando fui più grande venni a scoprire il nome di un altro degli assassini. Un mio cugino, ragazzino, più piccolo di me di dodici anni, insisteva con i genitori che lo lasciassero andare a caccia con gli amici e i loro parenti, e tutta la famiglia compatta gli negava il permesso. Sapevamo dell’idiosincrasia per le armi, sapevamo delle loro paure, ma sotto si capiva che c’era dell’altro. Uno degli adulti che lo aveva invitato era un altro assassino di mio nonno. Non sapendolo mio cugino si era lasciato avvicinare a aveva stretto con lui una sorta di amicizia che preoccupava i miei familiari. A detta di tutti mio cugino somiglia molto a mio nonno. Il tipo aveva sicuramente fatto tutto a bella posta, sprezzante, per far vedere che lui era ancora in grado di arrivare a noi. O almeno quello è quello che tutto il paese aveva capito.

Perché comunque in un paese passa il tempo ma continua a sapersi tutto di tutti. Il clima è quello descritto benissimo da Gabriel Garcia Marquez in “Cronaca di una morte annunciata”. Si sa ma si è spettatori passivi. Ognuno deve risolvere le proprie questioni da solo. Anche se talvolta qualche anima buona esce dal coro e si comporta da angelo custode.

Circa tredici anni fa un anziano allevatore uccise a colpi di pietra un uomo per questioni di pascolo e di confine. Il figlio dell’ucciso, un bravissimo ragazzo molto più giovane di me e già padre, aveva iniziato a covare una grande rabbia. Un adulto che gli voleva bene lo accompagnò a casa di mia nonna per parlare con mia madre e con miei zii portati come esempio di persone oneste che, avendo avuto un lutto simile, non cercarono mai vendetta. C’ero anch’io, parlammo tutti e tutti con il cuore in mano. Lui, dopo avere parlato con loro, uscì dalla casa piangente ma rasserenato. E lasciò che fosse la giustizia ad occuparsi della cosa.

I paesi dell’interno sono stati, e talvolta sono ancora, isole impenetrabili. Posti dove la prima sbronza di un ragazzino viene vista come rito di passaggio all’età adulta, dove chiunque ha un’arresoja in tasca per ogni evenienza e con “ogni” intendo “ogni”. Dove sparare ai cartelli e giocare con una pistola vengono visti come qualcosa a cui guardare con benevolenza. Dove le feste di paese erano occasione di rissa perché is istrangiusu davano occasione alle donne o solo perché rivolgevano uno sguardo interpretato come di sfida che andava vendicato. E cercare il “nemico” di una sera per dargli una surra alla fine della festa all’uscita del paese è un rituale antico. E talvolta il nemico di una sera è l’amico di una vita che viene picchiato o accoltellato in preda ai fumi dell’alcool, ma sono cose che dai più nei paesi vengono declassate al ruolo di ragazzata, e le denunce non partono mai.

Così come vengono ritenute ragazzate decorare i portoni delle case a pallini o a pallettoni, simpatici avvertimenti indirizzati soprattutto a sindaci e marescialli dei carabinieri. È come pisciare il territorio, delimitare il confine della proprietà.

Adesso dalle mie parti molto è cambiato, ma posso assicurare che la giustizia poco ha potuto fare fino a quando non è cambiata la mentalità dei panni da lavare in casa e dell’occhio per occhio dente per dente. E noi genitori abbiamo responsabilità enormi quando a un bambino che subisce un sopruso non sappiamo dirgli di meglio che “non ti sarai fatto picchiare da quello?” anziché dargli aiuto e fargli capire che con la violenza non si risolve nulla, e nel giustificare qualunque cosa con le cattive compagnie e definendo atti di teppismo come ragazzate.

Secondo me in fatti come quello di Orune gioca un ruolo importante il fatto di volere aggiustare tutto senza far intervenire la giustizia. È anche quello un rituale: c’è uno sgarro, si cerca di porre rimedio con delle scuse che possono essere accettate o meno e la cosa può finire li o, come stavolta, può avere un seguito tragico.

Se invece delle scuse fossero partite le denunce per minacce a mano armata da una parte e per lesioni personali dall’altre, probabilmente affrontando un processo i ragazzini avrebbero imparato che le cazzate si pagano. Forse panni sporchi del genere sarebbe meglio non lavarli più in casa.

Monica

48 Commenti

  1. margherita says:

    ciao Monica,
    sono nata a Orune e ho vissuto la mia vita nel continente. Spesso ho trovato nel mio paese gente che ragiona soltanto con l’odio verso tutti, di chi ha ucciso, chi deve ancora uccidere, della ricchezza degli altri , della bellezza degli altri ma….. ho trovato gente favolosa di donne e uomini che sanno far riflettere a chi no è stato mai educato alla riflessione,a riuscire a perdonare chi ti fa del male, ad amare chi non merita di essere amato.
    Ma tutto questo non è dovuto ad un segno del nostro Signore?
    Margherita

  2. maria rosa pala says:

    la storia di Monica e della sua famiglia è un esempio positivo di come le ultimebparole possano non essere vendetta e omicidio ma perdono e speranza

  3. pino ledda says:

    Complimenti Monica, per la storia e, soprattutto, per come hai saputo raccontarla. Io non sono del paese di tuo nonno materno, ma ci vivo da qualche tempo per motivi di studio. Studio la comunità e, pertanto, mi piacerebbe scambiare con te alcune opinioni. Ancora complimenti. Pino Ledda

  4. Cara Monica ,anche io conosco bene questa dolorosa storia raccontami da mio padre, fratello di tua nonna.Una storia terribile che zia ha affrontatato con molta forza e coraggio, una donna di una bonta’e dolcezza infinita.Ciao un abbraccio……….Bettina

  5. Monica lei dovrebbe portare la sua testimonianza nelle scuole, nelle aule universitarie, nei centri sociali. Ho 42 anni e da bambina al mio paese si viveva tra faide………………. molti sapevano e tantissimi tacevano. Ricordo commenti e racconti tra mia nonna e sua sorella (quest’ultima abitava in una frazione del paese dove si consumava in quel periodo l’ultimo capitolo dell’ultima faida), la paura, le lacrime e soprattutto il terrore di esser coinvolta anche se per sbaglio. Quando alcuni non dovevano vedere e sentire in quella piccola frazione veniva staccata l’energia elettrica per alcune ore, era il segnale che si doveva andare a letto………..era meglio così! Leggendo la sua testimonianza ho rivissuto una parte della mia infanzia e ho letto/interpretato con consapevolezza alcuni ricordi. Grazie

  6. Tonina Pettorru says:

    TONINA Scusate se vado controcorrente ma io non sono convinta che sia giusto pubblicare testimonianze di questo genere senza che gli interessati che hanno vissuto in prima persona questa tragedia siano stati informati e abbiano dato il permesso. Il fatto che Monica non abbia avuto le risposte ai suoi tanti perchè, forse non è dovuta tanto a una questione di protezione, quanto a un volere evitare di girare ogni volta il coltello nella piaga. Una piaga mai rimarginata e sempre molto dolorosa.

    • pino ledda says:

      Con il massimo rispetto delle opinioni (tutte), mi sembra, cara Tonina Pettorru, che Monica, non abbia fatto alcun nome, nemmeno quello del paese dove è successo l’episodio che ha visto coinvolto il nonno. Pertanto, personalmente, non credo che bisogna chiedere autorizzazioni (potrebbe anche averlo fatto), e/o soffermarsi su questi argomenti, forse è assai più importante la lezione che si ricava da tale racconto. Adiosu

  7. Grazie Monica per questa bella e dolorosa testimonianza.
    E grazie a tua nonna per il suo grande contributo alla costruzione di una società migliore.

  8. Agnese says:

    Bellissima testimonianza, mi sembra di leggere la vita del mio paese. Per fortuna persone intelligenti ne esistono tante , una di queste è stata sicuramente mia suocera. Marito e figlio ammazzati in campagna , è riuscita a tenere fuori da faide gli altri 8 figli. Per quegli anni,parliamo del 1966, non è poco. Con tante difficoltà e posso dire anche un po isolata dal resto del paese.

  9. Amistade says:

    Ho visto il sangue dei miei cari scorrere a fiumi, l’istinto naturale era quello di reagire allo stesso modo. Giorni,notti, mesi e anni a pensare quale fosse la via più giusta, in tanti, amici e non, si offrivano per darmi una mano a sistemare le cose, ovviamente col sistema barbaricino, rispondevo sempre che non avevo nessuna intenzione di vendicarmi, nonostante il desiderio fosse molto forte. Avvolte mi assaliva il pensiero di essere un vigliacco, avevo le capacità per reagire e rendere la cortesia a tanti di questi individui che si rallegravano indisturbati, poi pensavo che non ero da solo e non potevo farlo. La mia reazione avrebbe sicuramente creato altro danno ad amici e parenti. Avendo letto qualche libro e conoscendo bene quali sono gli effetti della DISAMISTADE, pensai che i veri uomini con le palle, sono quelli che riescono a dominare l’istinto selvaggio, quelli che vogliono bene anche agli altri che ci sono dietro. A distanza di tanti anni non mi sono assolutamente pentito e credo di avere fatto la cosa più giusta. Potrei scrivere per giorni ma per adesso penso che basti, vi posso dire solo che ho una bella famigliola super onesta e anche tutta la mia comunità ora vive in modo tranquillo e sereno. Agli amici orunesi e a tutti i barbaricini, posso dire che il perdono per me non esiste, però si può voltare pagina e dimenticare per il bene dei nostri figli e nipoti. AMISTADE SEMPERE

    • Amistade, grazie per la tua testimonianza. Quando vorrai raccontarci la tua storia, questo blog è a tua disposizione (v.biolchini@gmail.com).
      Grazie, Vito

      • Amistade says:

        Grazie Vito, per raccontare la mia storia ci vuole molto tempo e inchiostro. A differenza di Monica,purtroppo io mi trovavo in trincea. Saludos

        • Mai decisione fu più giusta. E’ grazie a uomini come lei se le cose son cambiate. Un abbraccio.

        • Amistade says:

          Grazie Pia. Saludos

        • anonimo says:

          Siccome Amistade è identificato da tutti come eccezione, evidentemente le cose non sono cambiate. Si riveda un po’ gli omicidi degli ultimi anni in Barbagia. Non si cambia così in fretta, cara Pia. Monica e Amistade sono fuori dall’ordinario.

        • Amistade says:

          Ho scritto che la mia comunità ora vive tranquilla e serena, ci sono voluti diversi decenni però ora ci siamo riusciti, questo sta a significare che anche altri hanno seguito la mia strada. Sono sicuro che può farcela anche Orune se veramente decidono di abbandonare l’odio e pensare al futuro dei propri cari, ci vuole molto tempo ma si può. Per quanto riguarda gli omicidi, succedono in barbagia come a Cagliari, sono di diverso stampo ma sempre omicidi sono. Sa disamistade e altra cosa perche non si sa quando finisce e chi sarà il prossimo ammazzato. Come vedi caro anonimo, il discorso è molto lungo e complesso e solo chi le ha vissute queste cose può esprimere giudizi e magari dare qualche consiglio a chi ancora si trova in queste situazioni. Saludos

    • Ambrogio says:

      Grazie per questa testimonianza, i grandi uomini esistono ancora.

    • Blumilda Sette lune says:

      Il vero balente, caro Amistade, è colui che sa combattere contro il proprio istinto naturale di vendetta e per questo è il vincitore. Ecco perché siete così pochi e tu ne sei un grande esempio.

      • Amistade says:

        In effetti la parola balente andrebbe usata solo quando si fa qualcosa di buono, purtroppo capita spesso di sentirla per identificare un delinquente. Grazie Blumilda

  10. Antonio Lai says:

    Grazie Monica della testimonianza, non avrei saputo usare parole migliori pur nelle similitudini che ci uniscono. Leggendo mi sono reso conto di una cosa. La parola che mi è venuta in mente è stata EQUILIBRIO. Quando succedono eventi simili la normalità viene stravolta. Occorre ristabilire l’equilibrio. Se non si ristabilisce l’equilibrio la famiglia ne uscirà distrutta. L’istinto primitivo umano porta diretto alla legge del taglione (chi non conosce Hammurabi?) anche se poi pochi ricorderanno l’inizio. Poi ci sono quelle famiglie che hanno un capofamiglia che reprime l’istinto, (non senza dolore) ma per il bene di chi è rimasto, ristabilire l’equilibrio in altri modi. Tua nonna ci è riuscita, mio padre ci è riuscito e altri ci devono riuscire. Grazie a chi l’ha fatto e a chi lo farà

  11. Parole giuste grazie Monica

  12. robespierre says:

    Che aggiungere alla intensa testimonianza di Monica? Purtroppo sotto la cenere ardono ancora dei tizzoni che in tanti credevamo spenti, il fuoco dell’odio e della vendetta si sviluppa ancora in tanti animi insani. Il fatto grave è che molto spesso gli attori di queste tragedie appartengono alle nuove generazioni, questo è molto, molto triste.

  13. cassandra says:

    C’e un filo sottile che separa la legalità dall’illegalità…Se dopo un omicidio si sceglie la legalità si deve mettere in conto l’umiliazione della solitudine,la scoperta improvvisa di non avere più amici…Ma chi te lo fà fare,io al tuo posto…Ma loro non c’erano al mio posto! Con l’illegalità si entra nel vortice infinito delle faide. Scegliere la legalità non significa essere eroi,( le autorità a poco servono contro gli incappucciati dietro il muretto a secco,perchè il vantaggio dell’agguato è la sorpresa)..E’ la paura che tu sarai il prossimo..

  14. Grazie Monica!

  15. Marisa says:

    Uno spaccato di vita della Sardegna. Grazie Monica per aver condiviso con noi questa storia tragica per la tua famiglia…ma con dei significati incredibili che non si sono trasformati in una faida grazie alla grandissima nonna che hai avuto.

  16. Grazie Monica, nell’ultima parte del tuo discorso sintetizzi benissimo qual’è il vero problema.
    Io aggiungo: la festa vuol dire cantare anche stonati, ballare anche imbranati, sorridere e scherzare anche timidi e godersi la vita, che è un dono per tutti.

  17. Storia che insegna tantissimo !!!!

  18. Anna Grecu says:

    grande Monica! tutte le mamme con i figli maschi dovrebbero usare molto la parola e gli abbracci. Il contatto fisico riscalda il cuore e allontana le rabbia anche quando si è subita una ingiustizia.

  19. Francu says:

    Brava Monica. È ora di spazzare via la balentia, il codice barbaricino, i riti trogloditi in uso in certi paesi visti come ragazzate. Lo stato di diritto, la legge, la fermezza di tua nonna nel disprezzo delle armi sono l’unica strada. Il balente non deve essere affascinante in sardegna come non deve essere affascinante l’uomo d’onore in sicilia. Perchè il balente diventa spesso bandito e l’uomo d’onore mafioso. Non è tempo di essere indulgenti.

  20. Un racconto struggente ma lucido, toccante e ricco di particolari che quasi ci fanno vivere l’atmosfera di quei luoghi e di quei tempi. Brava, Monica!

  21. Francesca says:

    Grazie Monica per l’intensità e la lucidità dolorosa con cui ci hai donato la tua storia. La figura di tua nonna è meravigliosa ma quanto le sarà costato in termini di sofferenza avervi educato alla giustizia in un contesto così complesso! Ti abbraccio Francesca

  22. TriplaG says:

    Grazie a te Monica e grazie alla tua grandissima Nonna

  23. giancarlo says:

    Grazie Monica e grazie Vito. Hai detto bene, Monica, davvero bene.
    Un caro saluto

  24. Grazie infinite Monica. Se non contiamo dieci assassinii in un anno nei paesi dell’interno lo dobbiamo molto a persone come tua nonna. La quale non è affatto unica e non sono mosche bianche neanche i tuoi zii – e non lo dico per sminuire neanche poco la loro grandezza. Grazie a Giulio Angioni che sa dire lo sconcerto di chi non si volta dall’altra parte e vuole capire. Che fare più di quanto ha9 fatto e fanno le famiglie come quella di Monica? In attesa di cambiamenti strutturali che facilitino l’ espressione di sentimenti civili e buoni da parte di tutti, forse potremo chiedere “Zustissia”. E non dire neanche per ipotesi assurda che l’ assassinio di un uomo possa essere una vendetta collettiva. Rimangono impuniti troppi delitti: assassinii, danneggiamenti di cose pubbliche e private dalle case di campagna ai territori comunali; rimane la disponibilita’ di armi che io non riesco a spiegarmi, così come non mi spiego tutte le piantagioni di marijuana senza vedere l’ ombra di un Bob Marley… Certe volte più che “Cronaca di una morte annunciata” mi sembra di vivere “Trecento anni di solitudine”; siamo sempre solo 1600000 sardi in quest’isola bellissima (un quartiere di Roma)

  25. Enrico Fanni says:

    Grazie per la tua condivisione, per me una lezione di vita

  26. Diego Asproni says:

    Ho letto quanto scritto da Monica. Penso alla sua sofferenza. Raccontare di un dolore così lungo non è facile. Nelle grandi figure che ha descritto, sicuramente la nonna è un gigante. Avessimo tutti un poco di quel coraggio, figli e nipoti potrebbero crescere come bambini, giovani e diventare uomini e donne, normali.

  27. sergio says:

    splendida e generosa testimonianza.
    Grazie

  28. Antoneddu says:

    Grazie Monica e grazie Vito. Grazie anche a Giulio Angioni e a tutti quelli che fino ad ora hanno inviato un commento. Ciascuno e tutti, mi sembra, ci aiutano a pensare cosa capita a noi Sardi, soprattutto in Sardegna e soprattutto in Barbagia. È quanto ci occorre per andare oltre il senso comune seminato dai quotidiani sardi, purtroppo spesso alimentato da qualche romanziere tuttologo.

  29. anonimo says:

    E quest’altra riflessione di Giulio Angioni è sull’assassinio di Orune.
    Qualcosa di arcaico si è miscelato con qualcosa di attuale e ne è derivata una violenza sanguinaria incontrollabile. E quando il giornalista usa il termine “comunitario”, Angioni ci ricorda che le istituzioni comunitarie sono finite, da noi come dappertutto, da un pezzo. E conclude dicendo che siamo passati troppo in fretta dalla premodernità alla postmodernità con tutti i rischi connessi. Controlli sociali che saltano, regole che si confondono.
    Oltretutto quello di Angioni non è un approccio onniscente e non dice (per fortuna) di aver capito tutto. L’unico modo di guardare la realtà: sapendo che ne possiamo comprendere solo una piccola parte.

    SASSARI. Antropologo, Giulio Angioni, e scrittore: studioso dei percorsi che dalla tradizione hanno portato alla modernità e indagatore delle pieghe più riposte della realtà sarda contemporanea. Proviamo a ragionare con lui dei fatti di Orune.

    Vede elementi che rimandino al vecchio codice della vendetta?

    «Sì, ci sono, e credo che siano quelli che ci interpellano con più apprensione, per lo meno noi sardi. Innanzitutto sanno molto di vecchia balentia i modi dell’esecuzione a freddo, a quanto pare per cose successe già mesi fa e ne sono movente, con un ritardo e una furia lucida che credevamo di altri tempi e di altri modi di fredda e calcolata vendetta. Ma per una vendetta di sangue non pare che stavolta ci siano né le ragioni né i motivi del vecchio codice barbaricino, dato che l’orunese Antonio Pigliaru ci insegna che solo il sangue chiama sangue. Qui invece non pare che ci sia stato un precedente di sangue, ma forse una rissa di giovanissimi in una festa, in una discoteca. Un atto di bullismo non pare aver mai giustificato in Barbagia lo spargimento di sangue con una scarica di pallettoni in faccia. E dunque lo sconcerto viene da questa commistione di qualcosa di arcaico con qualcosa di molto attuale».

    C’è quindi anche un contesto di disagio giovanile con tratti non assimilabili agli antichi valori comunitari?

    «Io non saprei parlare di antichi valori comunitari sardi o più strettamente barbaricini, dato che non riesco a vedere niente di molto significativo in Barbagia o in Sardegna, in fatto di valori comunitari, rispetto a un lungo passato di maggiore solidarietà comunitaria dell’Europa rurale, finito qui da noi come dappertutto negli ultimi decenni del secolo o del millennio scorso. Quel che è evidente a tutti è che, diversamente dalle nostre società tradizionali, in Barbagia come altrove nel mondo non si è mai data una situazione scombinata come quella attuale, dove non si è in grado di usare né comunitariamente né altrimenti le energie dei giovani e nemmeno l’esperienza dei vecchi. Questo gioca un ruolo enorme in tutto ciò che ci succede. E quindi anche in fatti come questo, così inestricabilmente nuovi e arcaici. Credo che sbagli chi in quest’ultimo guaio barbaricino ci vede o solo il vecchio o solo il nuovo. Infatti già ciò che sappiamo si mostra tanto nuovo quanto una rissa durante una serata in discoteca e tanto vecchio quanto i pallettoni in faccia dell’antico vendicatore».

    C’è il rischio che il delitto di Orune inneschi un meccanismo simile alle antiche faide?

    «No, propendo per non credere a un tale innesco. Certi modi di vivere hanno tempi e modi molto lunghi per formarsi e durare, o almeno li hanno avuti finora, per quanto ne sappiamo e capiamo».

    Ancora fatichiamo, noi sardi, a fare i conti con la modernità?

    «E chi mai riesce a fare i conti con queste attuali forme di disagio di cui dicevo? Certo però non sbaglia molto chi dice che in Sardegna si è passati in pochi decenni da una premodernità in ritardo a una postmodernità inaspettata, vertiginosa, saltando d’un colpo molti aspetti fondanti della modernità europea. Fatti come quest’ultimo di Orune è utile inquadrarli in un tale grande orizzonte di tempo. Del resto solo qualche anno fa ci è parsa una novità dirompente, l’inizio di una di quelle novità che in Barbagia si auspicano da secoli, quando Pina Paola Monni ha denunciato l’assassino del suo fidanzato, su cui si stava formando la nebbia fitta dell’omertà. Come più di trent’anni fa la ragazza siciliana Franca Viola, che denuncia e non sposa in matrimonio riparatore il suo rapitore e stupratore, così Pina Paola Monni decide di affidare il suo bisogno di giustizia a un tribunale. E resiste così anche in giudizio contro usi e costumi che spingono da sempre ad altri comportamenti, all’omertà, alla giustizia privata, alla vendetta e alla faida, e quindi non alla risoluzione del problema ma al suo aggravamento. Vorremmo anche stavolta poter salutare, in questo brutto affare, un qualche elemento di novità positiva che aiuti non solo a capire il fatto criminale, ma anche a farci sperare per il futuro».

  30. antonio says:

    Bellissima lettera, meglio di cento trattati di antropologia. Aggiungo una breve riflessione: In tempi in cui della cronaca nera si fa uno squallido e abominevole mercimonio in tv ed in edicola, le sue parole fanno veramente capire quanto duri e quante persone colpisca il dolore di un crimine. Complimenti Monica, dovrebbe scrivere un libro. Grazie a Vito Biolchini per averla pubblicata.

  31. anonimo says:

    Gentile Monica, il tuo racconto, i fatti e le deduzioni spiegano bene il fatto che ogni comunità produce crimini che in un certo senso le rassomigliano.
    Ecco una riflessione di Giulio Angioni che potrebbe andare insieme alla tua sua quanto c’è di ancestrale e quanto di “moderno” nella criminalità della nostra società:

    “In Sardegna il cambiamento degli ultimi decenni lo pensiamo spesso tanto travolgente da autorizzare il rimpianto per un mondo che sembrava scomparire senza residui, né di bene né di male. Ma la fine della miseria materiale del passato non pare significhi ancora la fine di alcune forme contestuali di comportamento che hanno la forza delle tradizioni, dei modi di sentire millenari. E bisogna chiederci ancora quanto resti utile l’opinione che la violenza sarda, specie delle zone interne, sia ancora oggi una tipica violenza agro-pastorale, pur con tutte le distinzioni, tutti gli accorgimenti e tutte le cautele storiche. Però bisogna chiedersi ancora quanto è utile ipotizzare che è per il persistere dell’arcaico che la delinquenza sarda è a volte ancora lì, legata a una struttura socio-economica che l’ha generata in lungo volgere di millenni e che rimane ancora in certo modo contestuale a un modo di vita che continua fuori tempo: con schioppo e dinamite invece della carta bollata e della vertenza sindacale.

    Quanto serve il senso comune, interno ed esterno alla Sardegna, che si è esercitato nello spiegare il mondo sardo tradizionale e specialmente la violenza agropastorale, davanti a fatti come la recente autobomba di Lanusei? E quanto serve la vecchia idea guida che per la “delinquenza” sarda agropastorale si tratta di aggiornare, migliorandolo o eliminandolo, un genere di vita millenario che ha prodotto uomini da tempo in un eccesso di disagio nel proprio mondo e nei rapporti con la comunità ufficiale che diciamo stato?

    Di fronte a certi residui di criminalità sarda secolare, ciò che si vede di più è la nota volontà di non accettare il monopolio della forza da parte dello stato. Il contesto e lo scopo risultano molto oscuri, specie quando ancora qualcuno si rifà a tristi nozioni come violenza atavica, società criminogena, zona delinquente, incapacità individualistica e invidiosa di collaborazione e di accordo. E dunque ecco ancora una volta i soliti che dicono di sapere e invece sanno solo dire di sapere. Infatti è difficile vedere senso e direzione in fatti come questo, magari giocando col dilemma manicheo della violenza sarda fenomeno o tutto vecchio o tutto nuovo. I nuovisti oggi insistono sulla criminalità organizzata di tipo mafioso, o almeno sui suoi preludi sardi, come se l’intimidazione e la vendetta non fossero presenti nel vecchio mondo non solo agropastorale sardo, nei confronti di amministratori locali, di funzionari di polizia, di imprenditori e così via.

    Se le antiche bardane o grassazioni sono terminate a fine Ottocento (e l’ultima è stata proprio qui in Ogliastra, a Tortolì circa un secolo fa) e i sequestri di persona sono (speriamo) terminati a fine Novecento, attentati, intimidazioni (specie a pubblici ufficiali) e intimidazioni si danno ancora in quantità massima rispetto al resto d’Italia.

    Sono un male recente o di un passato duro a morire?

    Certo che la fine di antiche miserie materiali o l’arrivo di nuove miserie da crisi economica mondiale non significano la fine di forme di violenza che hanno la forza dei modi di sentire e di agire millenari. Ancora qualche anno fa a Orgosolo hanno ammazzato un parroco e poi un poeta, con strascichi di altri omicidi. E non abbiamo saputo capire come a Orgosolo si possa così fare ancora petha manna, carne grande, per le feste di Natale e Capodanno. Eccezionale rispetto agli ultimi anni, anzi, rispetto agli ultimi decenni? Per bisogno di senso e di spiegazione si va subito anche oltre, magari allegando prove e indizi indiretti per dimostrare che alcuni omicidi sarebbero l’esecuzione di una sentenza tacita e collettiva della comunità di Orgosolo per punire l’assassinio del poeta Peppino Marotto. Quasi che il paese intero si fosse costituito a soggetto collettivo del diritto a quella forma di giustizia barbarica che è la vendetta di sangue e lavare l’onta che grava sul paese. Comunque per fare giustizia, all’antica. E qualcuno aggiungeva che sarebbe un progresso, se di volontà collettiva si tratta, rispetto alla vendetta privata del codice barbaricino.

    Forse davvero si può pensare, o almeno sperare, che fatti come quelli orgolesi o questo di Lanusei restino isolati nel loro banale mistero di sangue, sole e irrelate nel tempo, deprecabili ma non spiegabili perché irripetibili, non inseribili né nelle ragioni del passato, né nelle ragioni del presente e tanto meno nelle ragioni del futuro, ma che restino incomprensibili, senza ragione, né sufficiente né necessaria, né elementarmente umana, né antropologicamente sarda, sempre più fuori tempo e luogo. Mentre di attuale e di aggiornato hanno certe tecniche della violenza negli ultimi tempi così tipiche della mafia siculo-continentale, ciò non autorizza a considerarle segno di neomafiosità sarda, ma nemmeno a considerarcene immuni per grazia di sardità”.

  32. Buongiorno a tutti,
    alcuni passaggi in cui si trasformano in verità talune ipotesi, peraltro non acclarate da terzi, mi lasciano perplesso
    “Cercò di avere giustizia, ma giustizia non arrivò mai perché non si riuscì mai ad andare oltre i si dice e alla cortina di omertà.”

    Sostiene Treccani che in Italia una sentenza penale di condanna viene emessa dal giudice quando la prova della colpevolezza dell’imputato si pone «al di là di ogni altro ragionevole dubbio», secondo il dettame dell’art. 533 c.p.p.
    Forse non si è mai andati al di la di questo ragionevole dubbio…
    Quando non si va oltre il ragionevole dubbio, la giustizia è la non condanna…
    Per quanto credo che per i parenti di un assassinato sia inconcepibile questo, dato che dove c’è un assassinato ci sono assassini.
    Ma chi?

    “Nonostante vedesse girare in paese gli assassini del marito, che non vennero condannati, ma in un paese si sa tutto di tutti e i fatti si conoscono mentre stanno accadendo.”
    Tanti sarebbero potuti essere gli assassini o forse anche uno solo. Magari non c’era la sicurezza oltre le voci di popolo…
    La storia è piena di voci di popolo anche in Sardegna che hanno visto innocenti finire al rogo magari ad esempio per stregoneria testimoniata…
    E talvolta nonostante si ritenesse di essere aldilà di ogni ragionevole dubbio ci sono state condanne di innocenti, purtroppo con scoperte di innocenza postume…

    “A detta di tutti mio cugino somiglia molto a mio nonno. Il tipo aveva sicuramente fatto tutto a bella posta, sprezzante, per far vedere che lui era ancora in grado di arrivare a noi. O almeno quello è quello che tutto il paese aveva capito.”
    Magari ha fatto tutto a bella posta e sprezzante. Magari no. Ipotizzando anche che sia stato l’assassino mi chiedo se sia obbligatorio che il pensiero di un assassino rimanga ancorato a quello che è successo 50 anni prima o se possa cambiare nel corso del tempo.
    Se ci possano essere altre chiavi di realtà…
    Inoltre non sono sicuro che tutto un paese capisca, magari interpreta distrattamente e trae conclusioni da dettagli frammentari come fanno le persone prese una per una…

    Non sono sicuro che mi interessi uscire da una realtà che mi sono costruito e che senza alcun fondamento ritengo più reale delle ipotesi di realtà degli altri…

    Grazie per l’interessantissima lettura, f

    • Monica says:

      Potrebbe avere ragione lei, Io non ho certezze. Ho messo insieme piccoli fatti e frammenti di un puzzle. Comunque la si veda, mia nonna e i suoi figli non ebbero giustizia. Un omicidio del quale non si trovi il colpevole o non si riesca a condannarlo oltre ogni ragionevole dubbio, comunque indica che l’omicidio rimase impunito, quindi senza giustizia. E mi ricordo anche che , a proposito dell’episodio di mio cugino e della caccia, qualcuno venne a casa di mia nonna ad avvisare che sarebbe stata presente quella persona di non mandare mio cugino. E le facce spaventate di mia madre e di miei zii che insistevano nell’impedire a mio cugino di andare, e alla fine si trovarono costrette a dire il perché. Quindi l’impressione non fu solo della mia famiglia e, ammesso e non concesso che quella persona non l’avesse fatto a bella posta e sprezzante, che fu quello che venne colto nella nostra famiglia, considerando il passato e tutto quello che ne era conseguito, avrebbe almeno dovuto ritenere inopportuno avvicinarsi a mio cugino. E nella frase successiva, dopo avere esposto le mie impressioni sottolineo che se anche non fosse stato così, quello è quello che avevano capito tutti. E si ricordi che io ho vissuto queste cose indirettamente, in stretto contatto con la parte lesa. Questo fa si che l’obiettività possa essere venuta meno. Ma è la mia storia, non una perizia per il tribunale 🙂

  33. Claudia says:

    Sono totalmente d’accordo con le conclusioni che Monica trae dal suo racconto, drammatico e bellissimo insieme. Se rivolgersi alle forze dell’ordine per dirimere qualunque controversia , ingiustizia o torto subiti, e soprattutto se collaborare con le stesse perchè giustizia sia ottenuta fosse visto come un gesto di normale civiltà anzichè come segno di debolezza o di infamia, non avremmo pianto tante morti inutili e insensate in Sardegna. Storie così dovrebbero essere lette nelle scuole, per insegnare ai ragazzi e soprattutto alle loro famiglie in che cosa consista veramente la forza d’animo, il coraggio e il valore di un essere umano. La nonna di Monica e tutta la sua famiglia ne hanno dato prova, a dimostrazione che la civiltà della società in cui viviamo dipende innanzitutto da noi. Un abbraccio a Monica , grazie per aver condiviso con noi questa dolorosa esperienza che ha molto da insegnare a tutti.

  34. Maria Gabriella meloni says:

    Azioni concrete ed efficaci per cambiare queste nostre comunità “malate”. Non sarà semplice ma deve essere fatto. Oggi in discussione la dispersione scolastica che, deve essere combattuta , con un serio progetto condiviso con gli Enti Locali. Sono sicura che nessun sindaco si tirerá indietro. Attendiamo .

  35. amsicora70 says:

    Un bellissimo racconto di cui condivido tutto (o quasi). L’unico aspetto su cui non mi trovo d’accordo e il ruolo “pacificatore” di eventuali querele e controquerele. Non penso avrebbero sortito l’effetto descritto sopra.
    Ancora complimenti all’autrice per averci regalato questo spaccato di Sardegna.
    Marco

  36. un abbraccio a Monica!

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