Cultura / Sardegna

Quando Sergio Atzeni scriveva: “Alla Sardegna serve una balentia senza fucili. Ne saremo capaci?”

cartelli

Praticamente vent’anni fa, era il 7 maggio 1995, a poco meno di quattro mesi dalla sua tragica morte, Sergio Atzeni scrisse per l’Unione Sarda un articolo dal titolo “E se realizzassimo una balentia senza fucili?”. Lo scrittore cagliaritano intervenne in un dibattito sulla lingua e l’identità iniziato da Giovanni Dettori e proseguito da Bachisio Bandinu ed Eliseo Spiga, e concluso da Placido Cherchi.
Ricordo ancora l’effetto dirompente che quell’articolo fece su di me, giornalista venticinquenne (ricordo ancora la sua impaginazione in taglio basso in quei grandi fogli dell’Unione di allora).
In quei mesi i sequestratori tenevano incatenato Giuseppe Vinci, a cui fu riservata una prigionia disumana e durissima che quotidianamente interrogava la Sardegna, per l’ennesima volta alle prese con il demone dei sequestri di persona.
Di quell’articolo vi voglio proporre una parte che mi sembra, in questi giorni terribili segnati dall’omicidio del giovane Gianluca Monni ad Orune, ancora capace di suscitare un dibattito. La versione integrale la trovate sul volume edito da Maestrale che raccoglie gli scritti giornalistici di Atzeni, chiuso profeticamente proprio da questo articolo.

***

Nuovo mattino cercasi per isola che ha bisogno di cambiare. Siamo capaci di provare a cambiare? Per gioco. Per vedere l’effetto che fa. Impedendo l’evitabile e costruendo il costruibile con decisione sorridente e fraterna di molti assieme, ogni volta che serve. Attenti a quel che succede nei nostri paesi e nelle città. Attenti al dibattito e ai fatti. Più ai fatti che alle parole. Rompendo i coglioni al potere ogni volta che si può, lo merita sempre, l’ha sempre meritato, il potere di Roma come quello di Cagliari.

Massima penalità a chi si prende troppo sul serio. Di solito si comincia prendendosi sul serio, zuppi d’orgoglio, e si finisce per ammazzare il vicino per questioni di pascolo, di donne, di soldi, di ragioni. Quanto improbabili ragioni.

Riusciremo a cambiare? Cambiare come? Verso dove? Ridando vita all’antica balentia, magari. Ma disarmata. Intelligente. Balentia senza fucili. Ne saremo capaci?

Sergio Atzeni

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11 Comments

  1. Francu says:

    La balentia invece é da abolire e aborrire. La sua realizzazione concreta nella storia e nella società è bullismo, sangue armi. E anche i suoi presupposti teorici sono una cersione romantica dei matteo boe o mesina. È e un codice arcaico e Troglodita. Prima la barbagia se ne affrancherà e meglio sarà per tutti.

  2. Sogno anch’io una balentia senza fucili , una barbagia senza armi… Ma come è possibile che un qualsiasi bulletto spiantato in Barbagia, in men che non si dica, può procurarsi l’arma che vuole? Sembra che sia più facile che trovare funghi a novembre… Mi si obiettera’ che il problema è l’atto delittuoso in sé, che abbia radici nella “società del malessere” o nella “società senza orizzonte”, però, intanto, delle armi facili nessuno ne parla. E nessuno indaga.

  3. Antonio Marchi Soru says:

    Vito non ci siamo. Caro Nanneddu meu anche tu cadi nei luoghi comuni, non è né un’accusa né un rimprovero, ma una constatazione. Quello che ti ricordi di Mesina è tragicamente vero ti ricordo però che appena tre anni fà il supposto ” Balente”, Grazianeddu, mito creato più da giornalisti tardo romantici, ci cascò anche Montanelli, che dagli studenti nuoresi, sfilava a Orgosolo con la sua magnifica cavalla grigia per la processione de Mesaustu e veniva puntualmente fischiato dai suoi paesani. Perchè non ci siamo? Per il motivo molto semplice che il termine Balentia è stao corroto e da Valore della cultura comunitarista, la cultura dominate colonialista continetale l’ ha trasformamato in disvalore. Il Balente era colui che non solo primeggiava con la forza fisica ma soprattutto con il coraggio, con l’arguzia, l’intelligenza, la disponibilita ad aiutare l’altro, la generosita in tutti i campi: dal saper allevare domare e galoppare il suo cavallo vincente, tenere un gregge nelle avversità, a studiare diplomarsi e laurearsi, a saper costruire con perizia una casa, a saper costruire un carro a buoi o saper ferrare un cavallo e correggere i difetti d’andatura etc etc. Oggi si protebbero applicare queste categorie alle pro ffessioni moderne come 100 anni fà si applicavano ai giovani gavoesi che lavoravano in Argentina nell’ impriettato di Bonas Agheras il granito che arrivava dalla Sardegna. Una figura positiva il Valente come guida, eroe da immitare della Comunità. Dopo la cultura dominante ha corroto il termine Resistenziale trasformandolo in negativitività e diffondendone l’ uso scorretto specilamente in certa pubblicistica d’ accatto di note firme dell’ Unione Sarda e della Nuova Sardegna anche perchè nelle nostre Comunità il contrario di Balente è Titule, come è bene roccordare, in un saggio dell’ indimenticato Gianfranco Pintore , una delle figure di maggiore intelligenza e cultura della Sardegna non omologata, scrittore e giornalista d’ inchiesta, analista inarrivabile della realtà Sarda oltre Pigliaru e Michelangelo Pira. Detto questo cosa c’entra il delitto d’ Orune o il pozzo d’ Oliena con la Balentia? Sono Titulias di un mondo e una cultura allo sbando aggredita da falsi valori e dal Bullismo, questo sì d’ importazione da e Tv e Web. Bisogna riaprire , come ribadiva in ogni intervento o scritto Gianfranco Pintore, uno scontro tra Valori e Disvalori all’ interno delle nostre Comunità per ridare ai nostri giovani un’Etica e una Moralità antica, di impressionante attualità, a questi tempi di sbando omologato e generalizzato nella cultura e studio come nell’economia e soprattutto nella Politica dove oramai i Titules di ogni colore imperano ( questo non è qualunquismo ma dolorosa constatazione). Preme ricordare qui il saggio di Antonello Satta ” il rettroprogressismo” che circa 30 anni fà pubblicò in ” Nazione Sarda”, anticipatore di Serge Latouche e della Decrescita Felice dal Liberismo e Capitalismo di Stato. Ovviamnte per uscire da questa Crisi che è sopratutto di valori e prospettiva per le generazioni dei Sardi dell’interno e di tutta l’ isola dobbiamo incaminarci nella costruzione di uno Stato Sovrano libero e indipendente dell’ Europa delle Nazioni con o senza Stato. Di solito scrivo in Sardo però ogni tanto da bilinguista mi ricordo dell’ Italiano.

    • Antonio, sono d’accordo con te: restituiamo alla parola “balentia” il suo vero significato. Atzeni ragionava per metafore ed è chiaro che quando parlava di balentia si riferiva alla corruzione della balentia (avvenuta non solo per mano di giornalisti ma spesso anche di molti sardi stessi, assurdamente compiaciuti di terribili atti criminosi che costituivano per loro evidentemente un tratto della loro/nostra identità). Per cui l’unica balentia possibile è quella senza fucili, altra balentia non c’è.
      Detto questo, anche la criminalità è la manifestazione di una cultura e dobbiamo ammettere che (come dimostrano gli studi della professoressa Mazzette) in una precisa parte dell’isola l’omicidio è ancora contemplato quale strumento di risoluzione di controversie anche minime, e il possesso e l’uso di armi non è un disvalore. E’ questo il problema che dobbiamo affrontare oggi.

    • nanneddu says:

      beh per essere luogo comune fu un luogo assai frequentato e coccolato sia allora che negli anni a seguire; se non rammento male c’era la fila di intellettuali e di fogli e giornali vari che faceva a gara nel blandire e coccolare certi infividui e paragonare sic et simpliciter il banditismo al ribellismo sardo, ed ancora se non rammento male certi pontificatori attuali facevano da sponda e da portaborse a miliardari continentali che vagheggiavano di una cuba mediterranea. al di là di tutto questo volevo dire che il termine balentia è stato svuotato dal suo valore originale e che a quest’opera hanno contribuito ed hanno dato linfa sia questi fatti ed azioni di cui si diceva sia un’opera di disinformazione e distruzione culturale del nostro tessuto quelli che ho chiamato o printzipale, termine in cui ci sono utti ma proprio tutti ( intellettualini miopi, giornali locali, politici locali e nazionali tutti uniti nel distruggere un modo di essere e di vivere estraneo e contrario al loro modello culturale) che poi recuperare questi valori e questo modo d’essere sia uno dei tanti passi verso uno stato sovrano est tutto da vedere.
      comunque la spunto di antonio marchi mi ha spinto a rileggere ( mazzotta 1974 ) lo scritto di Gianfranco “sardegna regione o colonia”; ben altra tempra

  4. Giorgio says:

    vabbè, anche Vallanzasca era un mito, per non parlare di Felicetto Maniero, in quel di Chioggia i ragazzetti volevano solo imitarne le gesta.
    La balentia non è solo sarda.. ed è antica come le civiltà in cui nasce

  5. totoni says:

    mi ricollego a quanto detto da nanneddu.
    ma dove vogliamo andare?
    qualche tempo fa mesina venne portato in consiglio regionale come un’autorità (neanche fosse che guevara) da un onorevolino del suo paese che evidentemente voleva rinverdirne il mito! roba da prendere a calcinculo tutti e due!
    due anni orsono, accompagnato dai mitici istentales, mesina venne ad un’assemblea nel liceo di mio figlio, a pontificare sulle colpe dello stato e a vestire i panni del rivoluzionario.
    lui non è altro che è quello che è sempre stato: un delinquente avido di denaro.
    ma l'”onorevole” floris, e quei musicanti da quattro soldi (che dell’aderenza al clichè del barbagia-rock balente e romantico hanno fatto un affare), con che coscienza gli hanno fatto da spalla? erano consapevoli che essere accondiscendenti con quel personaggio altro non significa che perpetuare un mondo di vivere per cui il rispetto lo merita solo “chi ha i coglioni”, anzichè chiunque, a prescindere?
    e i kenze neke, che in piazza durante un concerto, commentavano il sequestro di giuseppe vinci ironizzando: “per uno, che ne sequestrano…”, lo sanno che quel sequestro ha mandato sul lastrico centinaia di famiglie?
    tutti questi personaggi, esponenti del mondo civile, non sono che la carta al tornasole di un residuo di società dove la vita (degli altri) vale quanto quella di una pecora

  6. Michela says:

    Ciao Vito, da Nuorese mi sorge però un dubbio: che attinenza ha l’omicidio di Venerdì con la balentia o con il “mito” della vendetta barbaricina? L’assassinio di Gianluca Monni è un atto criminale che purtroppo poteva accadere anche a Cagliari, Vigevano o Brembate…

    • Ciao Michela, fatti criminali avvengono ovunque e in ciascun contesto assumono caratteristiche particolari. Secondo la sociologa sassarese Antonietta Mazzette, che da anni studia la criminalità nell’isola, in una precisa zona della Sardegna (che comprende anche Orune) si verificano fatti criminosi che hanno caratteristiche particolari. “Ogni omicidio è una storia a sé, ma nell’area che noi abbiamo definito “a rischio” e che comprende il comune di Orune, gli omicidi non prescindono dai luoghi in cui avvengono e dalla loro storia, per cui l’annientamento fisico di una persona rientra tra quei modi primordiali (ma residuali) di soluzione dei conflitti, in assenza di altri meccanismi di conciliazione e di mediazione. La persistenza del ricorso alla violenza estrema qual è un omicidio, qualunque sia il motivo addotto, rinvierebbe perciò ad una continuità rispetto al passato (la cosiddetta vendetta barbaricina), ma la maggior parte degli omicidi avviene o per ragioni futili oppure per interesse economico. In tutti i casi, ciò riguarda una minoranza di persone che non è in grado o non ritiene di poter ricorrere a strumenti di conciliazione che si basano sulla ragione e sul dialogo”. Ecco l’articolo: http://lanuovasardegna.gelocal.it/opinioni/2015/05/09/news/nessuno-spazio-all-omerta-1.11388828

  7. Semplice e rivoluzionario. Fantastico

  8. nanneddu says:

    mi pare fosse il marzo del 68 ed ero a nuoro per incontri con gli studenti del luogo: era stato preso (?) mesina e molti di questi studenti fuori dalla questura plaudivano il bandito quale eroe di una mitica barbagia che, allora come adesso, piace molto a tanti sociologi di maniera e turisti in cerca di verità improbabili. rimasi basito ed inutilmente cercavo di spiegare che tale personaggio era un male per l’isola e che il concetto di balentia poco aveva a che vedere con lui. niente da fare , era come sbattere contro un muro ed alla fine, venni accusato, nato e cresciuto in barbagia,, di esseremi venduto ai continentali. da allora cominciai a pensare e lo dissi anche anche a sergio e tanti altri che il termine balentia ( così come si è venuto a configurare nel corso degli anni,) sia un valore da printzipales che da tzeraccu, e poi sono loro che hanno scritto la nostra storia, o no?

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