Sardegna

Lula, Torpè ed ora Orune: perché la Sardegna uccide i suoi giovani?

Orune

 Foto La Nuova Sardegna

Agamennone uccise in sacrificio sua figlia Ifigenia: era il prezzo da pagare agli dei per vincere la guerra di Troia. Perché la Sardegna uccida i suoi figli noi invece non lo sappiamo: siamo forse in guerra? Tutto ci è oscuro. Non sappiamo perché nel 2003 fu uccisa a Lula Luisa Boe, né perché nello stesso anno fu ucciso a Torpé Cristian Meloni. Entrambi avevano 14 anni. Ogni tanto ripenso a quei poveri ragazzi e mi sento sprofondare.

Se uccidere non ha senso, uccidere un ragazzo ne ha ancor di meno. Non c’è niente che giustifichi l’esecuzione che a Orune ha condannato a morte Gianluca Monni, 19 anni. Ucciso non in campagna o in un bar come purtroppo è capitato a tanti suoi coetanei (questioni di pascolo, un bicchiere di troppo, questioni minori ingigantite dall’alcol e poi spunta una pistola o un coltello) ma mentre si apprestava ad andare a scuola. Una tragedia nella tragedia perché quelle fucilate suonano come un avvertimento per tutti noi: studiare non serve, in Sardegna il passato non passa, non passerà mai. “È una maledizione divina” ha detto disperato il sindaco di Orune. Che forse pensava agli stessi dei che volle onorare Agamennone: perché il dio di Abramo bloccò la mano che stava per colpire Isacco.

A volte penso che la Sardegna sia una terra profondamente pagana.

Sangue innocente versato, un sacrificio senza senso, questa violenza è intollerabile. Penso alla comunità di Orune, colpita a tradimento da questa disgrazia e penso che qui, ora, non sono in gioco le sorti di un unico paese ma di tutta l’isola. Orune oggi è la Sardegna e tutta la Sardegna deve stare vicina ad Orune. Se le piccole comunità restano isolate e vengono lasciate sole ad affrontare questi drammi, il nostro destino, il destino di noi sardi, è segnato.

Ma oggi le amarezze si sommano.

Le email di noi giornalisti sono intasate ogni giorno da comunicati stampa di politici: decine e decine di dichiarazioni di tutti i generi, a volte interessanti, più spesso inutili. Oggi mi aspettavo che davanti all’enormità di questa tragedia che sta scioccando tutta l’isola qualcuno di loro prendesse la parola per ribellarsi a questo scempio, per dare una parola di conforto alla famiglia, per stare vicino al paese.

Le istituzioni anche a questo servono: a rappresentare, quando occorre, la gioia e il dolore di tutti noi. Altrimenti la politica diventa altra cosa rispetto alla vita. Oggi però le nostre massime istituzioni regionali sono rimaste mute davanti a questo dramma, e hanno sbagliato.

Un abbraccio a tutta la comunità di Orune.

 

15 Commenti

  1. caludia sini says:

    ciao Vito,
    moltissimi anni fa ho vissuto per tre anni con una ragazza di Orune il cui padre era morto per bloccare una faida sul nascere . Ho avuto modo di comprendere il punto di vista interno di chi crede nelle faide e di chi no.Se hai voglia di fare un confronto il codice barbaricino è il codice dei Longobardi, uguale.
    Il padre della mia coinquilina ricevette dell’insalata sulla soglia di casa: significa che il tuo nemico mette il contorno e tu devi mettere la carne. O ti uccidi oppure qualcuno della tua famiglia verrà ucciso. Chi si uccide di solito rivela il nome dei nemici e incarica la famiglia di salvare l’onore vendicandosi, oppure reagisce di persona. Lui disse ” scegliete la pace” , e si uccise senza rivelare nè il motivo nè il nome. Una gran persona.
    Ha però causato umiliazione e emarginazione “disonorando ” ,agli occhi del paese, una famiglia di vili che non ha cercato vendetta.
    Erano paria, privi della difesa collettiva dell’omertà e del mutuo soccorso . Erano furenti per averli consegnati all’ostracismo.
    Subivano continue umiliazioni e un cugino, sfidato apposta per futili motivi al bar perse la pazienza e cavò un occhio con una bottiglia ad uno dei bulli per ” ridare la faccia alla famiglia”. Lo consideravano una sorta di eroe perchè era uno che odiava la violenza di Orune ma lo aveva fatto per l’onore del gruppo
    La mia amica viveva nel panico perchè era fidanzata con un rappresentante delle forze dell’ordine e lo vedeva solo fuori dalla sardegna o in maniere roccambolesche perchè ” se ti vedono e ti dicono – carabinneranno sese” – ( stai facendo combutta con le forze dell’ordine) , per la tua famiglia è la fine.Credo che ci sia una sorta di forza inerziale interna ad un sistema di comunicazione che li imprigiona ma da loro la sicurezza di un senso di appartenenza.

    Claudia alverman

  2. Caro Vito,
    La cosa brutta è che di certi omicidi come quello di Lula sappiamo diverse cose, cose che poco hanno a che fare con la cultura o la sardità e molto con l’interesse politico e l annullamento dell’avversario. Io temo che anche qui bisognerà guardare oltre la questione locale e interrogarsi sui modelli anche globali che questi giovani apprendono, sull’assenza di alternative etiche valide, sulle prospettive funeste per il futuro che non aiutano a crescere bene, a dare valore alla vita. Anche Orune, in un contesto di partenza già complesso, vive in questo mondo terribile e i suoi giovani sono come quelli delle periferie parigine perché anche per loro non c’è scuola e non c’è lavoro. Le periferie di uno Stato decadente, che chiude ogni giorno un servizio e priva di un altro diritto. A questo consiglio regionale e a questo Stato chiedo solo di applicare la Costituzione, lì c’è tutto quello serve per liberare la nostra Barbagia.
    Un saluto, Laura

  3. Francu says:

    Devono affrancarsi del tutto da riti trogloditi quali il cosidetto codice barbaricino. Nessuna indulgenza culturale da questo punto di vista. Siamo nel terzo millennio, siamo in italia e della figura del balente è ora di fare piazza pulita. Ci siamo riusciti con il banditismo (a parte qualche demente che vede romantica la figura di mesina e Matteo boe) e ci riusciremo con la balentia che a casa mia si chiama teppismo da strada. W la barbagia

  4. efisio says:

    Non é facile trovare le parole giuste da dire in un momento come questo.
    Un delitto che ci porta indietro nel tempo ma che forse non ha niente a che vedere con i delitti di un tempo, se non nell’efferatezza, nella crudeltà, nel disprezzo della vita umana, quella di un ragazzo. Ma che colpe può avere un ragazzo, uno studente di 19 anni?

    Una tragedia lacerante. Perché quei genitori potremmo essere noi.

    Più che parole, dichiarazioni di circostanza, dai politici, dai politici sardi vorrei una riflessione: possiamo ridurre tutte le nostre politiche ad una questione di mera contabilità? Ad un rendiconto finanziario?
    Quello Stato sociale che si sta demolendo per migliorare il rating di Fitch, siamo sicuri che non sia la nostra assicurazione per il futuro?
    Ci pensino i politici sardi ora più che mai abbandonati a se stessi da riforme neoliberiste che porteranno la rappresentanza sarda all’irrilevanza se non alla sparizione.
    Valutino seriamente se attendere un salvagente lanciato da Roma in tempi di elezioni e ritirato subito dopo o se affrontare una coraggiosa politica di riscatto volgendo lo sguardo verso le altre regioni del Mediterraneo che vivono i nostri stessi problemi.
    Lo stesso disagio giovanile.
    Lo stesso isolamento e abbandono delle zone interne.
    Ci pensino.
    Perché un omicidio del genere non lo si fa in quella maniera se non si ha certezza di poterla fare franca.

  5. Non so dire se la Sardegna è o non è pagana né se si possa parlare di “maledizione divina”. Mi limito a osservare le statistiche (vedi: http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2014/11/28/news/criminalita-nell-ultimo-anno-picco-impressionante-1.10394556) e a rilevare nell’omicidio una costante culturale. Non credo che occorra essere né un sociologo né un antropologo per non restare colpiti dai numeri e dall’efferatezza che connotano i delitti. Ci si può trincerare dietro un “non sanno quel che fanno”. Temo che sia semplice e riduttivo: chi uccide sa perfettamente ciò che fa. E credo che abbia ragione chi lamenta l’assenza della politica in comunità annichilite dallo spopolamento e dalla miseria, forse anche culturale. E nel deserto della coscienza non attecchisce nulla.

  6. Karalis says:

    Vito, mi pare di aver letto un commento di condoglianze della Firino oggi sulla Nuova Sardegna…al di là di questo, non credo che la politica debba fare tanto di più…il grosso del lavoro devono farlo i barbaricini, per fare in modo che spariscano alcune pieghe di una mentalità antica che porta a risolvere i problemi e le rivalità con le armi anche per futili motivi…

    • Aldo Borghesi says:

      Non sono originario della Lula evocata nel titolo, ma ci sono cresciuto e vi ho passato un periodo per me fondamentale. Conosco quindi direttamente l’immenso potenziale di intelligenza dei suoi abitanti e il loro desiderio di giustizia, che per me ha rappresentato una grande lezione. Sono d’accordo sul fatto che “il grosso del lavoro devono farlo i barbaricini”, nel senso che la messa in pratica di certi comportamenti sociali dipende in ultima analisi dalle famiglie, dalle comunità, dalle scelte individuali e collettive che vi si compiono. Ma vorrei ricordare che i “barbaricini” (come d’altra parte i “sardi”) sono cittadini della Repubblica italiana, pagano le tasse esattamente come i cittadini di Milano e di San Gimignano e come loro hanno diritto alla sicurezza, ovvero ad una giustizia che funzioni, ad una polizia che i responsabili degli omicidi li trovi, a indagini che servano a qualcosa più che a riempire gli archivi ad uso degli storici e degli antropologi del XXII secolo. Oltre a molte altre cose; che non hanno avuto e non hanno.
      Questa frase “ci devono pensare loro”, al di là delle senz’altro ottime intenzioni e ragioni di chi la pronuncia, l’ho sentita moltissime volte da politici e intellettuali nel bel mezzo dei dodici anni dodici in cui il paese nel quale sono cresciuto è rimasto senza amministrazione: ovvero in cui i cittadini della Repubblica italiana ivi residenti sono rimasti privi della possibilità, quindi del diritto, di eleggere una cosa come la rappresentanza, senza la quale non c’è democrazia. E ciò malgrado a Nuoro ci fosse un prefetto, a Cagliari un Presidente della Regione e un Consiglio regionale, a Roma un Ministro dell’Interno e un governo in carica (anzi, diversi governi di assai disparati colori).
      Non mi pare di aver mai sentito dire – come spesso ho sentito allora – che a Scampia, o nella Terra dei fuochi, o a Partinico o ad Alcamo “se la devono cavare da soli”; ho sentito invece spesso e fondatamente affermare il dovere della solidarietà nazionale nei confronti di quelle popolazioni, il principio secondo cui il loro problema di illegalità era problema di tutti.
      Lo stesso avrei voluto che fosse stato per Lula. che dalla comunità nazionale ha invece ottenuto per anni e anni l’essere sbattuta in prima pagina manco fosse chissà quale Bronx (e posso dire per diretta esperienza che tutto era ed è tranne che questo, d’altra parte ci sono fior di studi sulla sua storia a dimostrarlo) e sistematicamente svillaneggiata in quanto comunità; lo stesso vorrei oggi per Orune e per tutti i centri dell’interno.
      Certo, se non la comunità Italia, sarebbe il caso che almeno la comunità Sardegna se ne ponesse il problema; e che nella Cagliari dove ho studiato e nella Sassari dove abito ci si rendesse conto che la Barbagia è IL problema prioritario della comunità sarda (lo avevano capito un po’ di intellettuali come Pira, Pigliaru, Gonario Pinna, sbrigativamente esorcizzati dalla cultura cittadina come “partito del Neolitico”) e che la Barbagia non è quel bel posto dove si va la domenica a caccia e a mangiare maialetti arrosto, o a fare belle camminate in montagna. E sarebbe il caso che questo fosse anche nei comportamenti. Al di là della tiepida attenzione delle istituzioni in questa tragica occasione, sarebbe il caso di riandare alle sdegnate reazioni recenti di fronte alla sola ipotesi che le gloriose università sarde possano essere unificate con sede a Nuoro (La “Cabillograd University” l’ha definita inorridito qualcuno, che forse non ha fatto il fuorisede in posti attrezzati e accoglienti come Cagliari e Sassari), e alla placida indifferenza che la comunità sarda (di pianura e di costa) da anni ostenta di fronte al sistematico smantellamento delle strutture statali nell’interno: forze dell’ordine, servizi primari, scuole. Non lo so a questo punto chi debba svolgerlo il lavoro grosso, e dove.

      • Karalis says:

        Certo, Lei ha ragione…. lo Stato deve esserci e si deve far sentire, nelle più varie forme…scuole, uffici, caserme dei Carabinieri,Polizia. Ma lo Stato siamo anche noi, sassaresi, cagliaritani, nuoresi, orunesi…e dobbiamo fare del nostro meglio per vivere in civiltà…non si può dire che , per fare un esempio, a Cagliari gira molta droga solo perchè non c’è lo Stato, o che in altri centri ci sono molti più alcolizzati solo perchè non c’è lo Stato, o che a Sassari ci siano più infrazioni al codice della strada perchè non c’è lo Stato (ho fatto esempi non collegati a dati reali, a scanso di equivoci )..dobbiamo tutti cercare di migliorare le nostre società e i loro difetti partendo dall’educazione…non come fanno certi giornalisti ed opinionisti che quando c’è qualche problema dicono sempre “bisognerebbe parlarne a scuola”…certo, la scuola può fare la sua parte, ma di droga, razzismo, rispetto degli altri e delle idee diverse, e in questo caso di negazione dell’uso delle armi per risolvere le controversie personali bisognerebbe parlarne anzitutto nelle famiglie…mi perdoni, se uno commette un femminicidio è per colpa dello Stato che manca o per colpa di una educazione sbagliata per certi versi? Se ragazzi di certi paesi dell’interno in cui c’è la scuola, c’è una vita comunitaria, sociale e anche economica passano le serate al bar a bere e poi fanno rapine negli uffici postali per bruciare la refurtiva in droga o bordelli (casi avvenuti in Sardegna realmente purtroppo) è colpa dello Stato che manca? Io intendevo dire proprio questo…nella Barbagia, nel Goceano, nel Sassarese, nel Campidano, nel Sulcis…cerchiamo di non dare tutte le colpe allo Stato che manca ma facciamo una seria riflessione su ciò che sbagliamo come cittadini, genitori, amministratori.. La saluto cordialmente

  7. Francesco Pigliaru
    14 h ·

    Alla fine di una giornata passata in mezzo ai ragazzi, a Seui, a parlare della loro scuola e del loro futuro, il pensiero non può che andare a quel ragazzo a cui il futuro stamattina è stato barbaramente negato. Siamo di fronte a un gesto di gravità inaudita, una inammissibile follia. Tutta la nostra vicinanza alla famiglia di Gianluca Monni e a tutto un paese che ha diritto a un futuro per i propri figli.

    • Purtroppo sui giornali non mi sembra sia uscito nulla, né è stata mandata una nota ufficiale.

      • Già, e nemmeno in tv. Una compassione espressa in maniera incompiuta? o piuttosto intima. Comunque sia, espressa dall’uomo Pigliaru che, allo stato attuale, coincide con la massima carica istituzionale della nostra terra.

  8. Gibi Puggioni says:

    Vito, siamo nel fine settimana. Si aprono gli ambulatori dei politici, c’è il contatto con i partiti e così via. Orune? un paese della Barbagia

  9. Lilli Pruna says:

    Grazie, Vito.

  10. Giovanna says:

    Da Orunese ti ringrazio molto

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