Cagliari / Politica

Da oggi Buoncammino è una scatola vuota. Come la politica cittadina (di destra e di sinistra)

buoncammino

Se passi in macchina in viale San Vincenzo, il carcere di Buoncammino lo vedi così (foto Olliera)

Buoncammino chiude: come se niente fosse. Da oggi, probabilmente per la prima volta nella sua millenaria storia, Cagliari non ha più un carcere. I detenuti sono stati trasferiti nella nuova struttura di Uta, costruita in mezzo al nulla, secondo la logica che tutto ciò che ci turba deve stare lontano dal centro abitato. La città è per i ricchi e i vincenti: gli altri, che si accontentino di vivere ai margini.

Contemporaneamente Cagliari perde funzioni di straordinaria importanza. Enormi volumi vengono lasciati vuoti e la città non riesce a immaginarsi diversa da quella che è stata negli ultimi decenni.

Eppure da quanti anni si sapeva che il carcere sarebbe stato chiuso? Almeno da quando sono iniziati i lavori per la nuova struttura di Uta, cioè nel dicembre 2005: nove anni fa.

Negli ultimi nove anni chi ha governato la città non ha saputo immaginare una destinazione diversa per questo grande spazio urbano. Di Buoncammino non si fa cenno nel Piano Strategico varato dal centrodestra (me lo sono letto e riletto, non ho trovato nulla), un documento approvato nel 2009 (ma redatto nei due anni precedenti) e che a leggerlo oggi lascia sconcertati per la sua fragilità.

Di Buoncammino non si parla neanche nelle dichiarazioni programmatiche del sindaco Zedda, presentate tre anni fa in consiglio comunale, un altro documento che merita di essere riletto per capire la radice dei limiti sempre più evidenti di questa giunta di centrosinistra e della maggioranza che la sostiene.

In nove anni neanche uno straccio di progetto (ovvero di un’idea sensata e partecipata e di un relativo iter amministrativo in grado di realizzarla) ma solo parole in libertà (le più abusate: cultura e turismo, of course). E per fortuna che qualche consigliere comunale si è accorto in extremis che il ministero voleva riprendersi Buoncammino e ha presentato una interrogazione per bloccare il tentativo di trasferire nel vecchio carcere i ragazzi ora rinchiusi a Quartucciu. Per il resto, le solite banalità bipartisan.

Buoncammino si svuota e con esso la città. Da anni enormi caserme sono abbandonate al loro destino senza che ci sia un progetto per il loro riutilizzo. L’ex carcere chiude e non si sa che cosa diventerà. Per uscire dall’imbarazzo si ipotizzano fantasiose destinazioni culturali; il che è paradossale, visto che la politica (ovvero Comune e Regione) non sa neanche come far funzionare l’Ex Manifattura Tabacchi, e che la gestione degli spazi culturali cittadini rappresenta al momento una delle peggiori sconfitte di questa amministrazione.

Ma è tutta quella zona di Cagliari che nei prossimi anni rischia la desertificazione. Lasciandoci Buoncammino alle spalle e scendendo verso Stampace, troviamo i due enormi Palazzi delle Scienze: quando i dipartimenti che ora li ospitano verranno trasferiti alla Cittadella universitaria di Monserrato, che ne sarà di loro? Poco più un basso, la Clinica Macciotta è già un immenso volume mezzo vuoto. E che dire del gigantesco Ospedale Civile? Anch’esso prima o poi chiuderà: e che ce ne faremo?

Cagliari perde funzioni e perde abitanti ma acquista una quantità spropositata di cubature di cui nessuno ora ha neanche uno straccio di idea su come utilizzarle. Perché siamo passati dalla politica dei giardinetti a quella dei marciapiedi. Ovvero la miopia al potere. Cagliari ha bisogno di essere continuamente immaginata, sognata, progettata. Di chi è questo compito immane? Chi ha il dovere di stimolare il dibattito, raccogliere idee, attivare percorsi amministrativi? Chi? Il consiglio comunale? I partiti? I privati? Il sindaco? Il rettore? Tutti e due assieme? Mistero.

Buoncammino chiude e chissà per quanto tempo resterà una scatola vuota. Oggi è il simbolo di una politica cittadina (di destra e di sinistra) che continua a perdere la sfida della progettualità.

“Dobbiamo immaginarci come se fossimo il passato del futuro. Altrimenti il futuro ci sfugge” ha detto la cagliaritana Cristiana Collu nell’intervista in cui ha spiegato perché non aveva più interesse a guidare il museo Mart di Rovereto. Ecco, nella nostra città il futuro ci sta sfuggendo. Da tempo. E sempre di più.

 

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