Politica / Sardegna

“Sardegna, servono soluzioni praticabili: altrimenti facciamo la fine di Gurdulù”, di Silvano Tagliagambe

anatre

Questo sembra il tempo dei Gurdulù: qualunque cosa si dica, qualunque analisi si cerchi di fare si alza sempre una voce che dice: “Ma tu l’hai provato quello di cui parli? E perché non vai a farlo prima di parlarne?”.

Se accogliessimo questo invito dovremmo diventare tutti dei Gurdulù, quel personaggio del romanzo breve Il cavaliere inesistente di Italo Calvino che viene così presentato dall’autore:

“C’era uno stagno. Le anatre volando andarono a posarsi lì a fior d’acqua e, leggere, ad ali chiuse, filarono via nuotando. L’uomo, allo stagno, si buttò sull’acqua giù di pancia, sollevò enormi spruzzi, s’agitò con gesti incomposti, provò ancora un «Quà! Quà!» che fini in un gorgoglio perché stava andando a fondo, riemerse, provò a nuotare, riaffondò.

– Ma è il guardiano delle anatre, quello? – chiesero i guerrieri a una contadinotta che se ne veniva con una canna in mano. – No, le anatre le guardo io, son mie, lui non c’entra, è Gurdulù… – disse la contadinotta.
- E che faceva con le tue anatre?
Oh niente, ogni tanto gli piglia così, le vede, si sbaglia, crede d’esser lui…
- Crede d’essere anatra anche lui?
- Crede d’essere lui le anatre… Sapete com’è fatto Gurdulù: non sta attento…


– Ma dov’è andato, adesso?
 I paladini s’avvicinarono allo stagno. Gurdulù non si vedeva. Le anatre, traversato lo specchio d’acqua avevano ripreso il cammino tra l’erba con i loro passi palmati. Attorno allo stagno, dalle felci, si levava un coro di rane. L’uomo tirò fuori la testa dall’acqua tutt’a un tratto, come ricordandosi in quel momento che doveva respirare. Si guardò smarrito, come non comprendendo cosa fosse quel bordo di felci che si specchiavano nell’acqua a un palmo dal suo naso.

Su ogni foglia di felce era seduta una piccola bestia verde, liscia liscia, che lo guardava e faceva con tutta la sua forza: Gra! Gra!  Gra!
- Gra!  Gral Gral – rispose Gurdulù, contento, e alla sua voce da tutte le felci era un saltar giù di rane in acqua e dall’acqua un saltar di rane a riva, e Gurdulù gridando: 
- Gra! – spiccò un salto anche lui, fu a riva, fradicio e fangoso dalla testa ai piedi, s’accoccolò come una rana, e gridò un Gra! così forte che in uno schianto di canne ed erbe ricadde nello stagno.


– Ma non ci annega? – chiesero i paladini a un pescatore. – Eh, alle volte Omobòl si dimentica, si perde… Annegare no… Il guaio è quando finisce nella rete con i pesci… Un giorno gli è successo mentre s’era messo lui a pescare… Butta in acqua la rete, vede un pesce che è lì lì per entrarci, e s’immedesima tanto di quel pesce che si tuffa in acqua ed entra nella rete lui… Sapete com’è, Omobò…
-   Omobò?  Ma non si chiama Gurdulù?
 – Omobò, lo chiamiamo noi”.

Gurdulù s’immedesima tanto nell’ambiente in cui vive che, scrive ancora Calvino, “chiamate lui e lui crede che chiamiate una capra; dite «formaggio» o « torte » e lui risponde: «Sono qui»”.

Immedesimarsi in ciò di cui si parla o che si vede, o di cui si propone un’analisi al punto di credere di essere ciò che si sta vedendo aiuta la comprensione delle cose o piuttosto non l’ostacola, impedendo di capire ciò che, con un minimo di allontanamento e di distacco critico, salterebbe subito agli occhi? Questa è la domanda che vorrei rivolgere, con la massima serenità e semplicità, a chi m’invita ad andare a fare l’agricoltore per il fatto che parlo dell’esigenza di uno sviluppo rurale di qualità, capace di attrarre i giovani e di stimolare il ripopolamento delle campagne e delle zone interne.

Siamo in un momento estremamente difficile, la realtà è drammatica, bisogna impegnarsi tutti per cercare soluzioni ragionevoli e praticabili: non è santificando Gurdulù che le si può trovare, a meno che non si voglia peggiorare le cose, finendo con i pesci nella rete che si dovrebbe usare per pescare.

Come diceva Arnobio, apologista cristiano del IV secolo, quando si è in una fase d’incertezza e di crisi è bene cercare di affidarsi a ciò che offre speranza, e non cullarsi nella propria disperazione.

Silvano Tagliagambe

 

9 Commenti

  1. casumarzu says:

    dimenticavo, oggi al ghetto degli ebrei si chiude

    https://www.facebook.com/associazioneterrecolte

  2. casumarzu says:

    se si tratta di parlare solo se si conosce la materia o se si è provato di persona un determinato mestiere…non abbiamo che da chiudere consigli regionali e parlamenti vari. Nessuno vivrà mai abbastanza per poter sperimentare di persona, maturare esperienze e conoscenze sufficienti per potersi sedere a discutere della complessità dei problemi tipici del tempo in cui viviamo e del sistema sociale ed economico che subiamo.
    Ma comunque… volendo aiutare te, od Vito, a capire l’agonia dell’agricoltura sarda mi permetto di dire, da tecnico e conoscitore amatoriale diretto della zappa, motozappa, coltivazione, irrigazione, cura, raccolta e vendita di prodotti agricoli, che il sostegno di cui ha bisogno il mondo rurale è di tipo culturale e politico:
    -culturale perché occorrerebbe resettare tutto quello che si è insegnato ai tecnici agrari dagli anni 40 in poi e ricostruire un’agricoltura non industriale a vantaggio di un’agricoltura sostenibile, cambiare la mentalità trasmessa dagli agricoltori delle generazioni precedenti …”ormai in agricoltura non conviene fare più nulla”, istruire e stimolare un ritorno al mondo rurale finanziando progetti didattici che formino una nuova generazione di agricoltori guardando anche agli esempi che spontaneamente si organizzano (Terre Colte, ZION, fattorie didattiche etc)
    -politico perché bisognerebbe annullare l’omologazione delle aziende sarde ai criteri di redditività secondo standard europei, o comunque nazionali, allo scopo di farle accedere ai diversi strumenti finanziari; sostenere adeguatamente le misure agro-ambientali perché non risultino quello che sono state finora, contributi a pioggia basati sulla dichiarazione del beneficiario; rendere veramente remunerativo un ritorno alla coltivazione e all’allevamento sostenibili.
    ‘ma tu provato lo hai?’…ebbene si… io l’ho provato ed è estremamente difficile mantenere entusiasmo e speranza quando lo sforzo disumano necessario per seguire una produzione agricola si scontra con la giustificazione economica: semplicemente non c’è! e perché non c’è?, o perlomeno perché non c’è più?
    Tutto il sistema si basa su un modello che ha fallito: produrre, conferire ai centri, competere con il mercato globale e le grandi distribuzioni, tutto vanificato dall’insostenibile aumento dei costi di produzione, di vita e del lavoro.
    Serve altro? Non pretendo di avere la risposta sicura ed efficace su questo o su altri temi ma qualche cosa bisognerà pure sceglierla, l’immobilismo e la rassegnazione lasciano spazio solo agli speculatori prepotenti e ignoranti

  3. Filipu says:

    Po prexeri Amos, arrespundi tui ca deu non c’arrennexu…
    Mi verrebbe da dire “Tagliagambe touche’…” ma temo altre metafore e discorsi su mondi immaginari…
    Vito non scomodarti a bacchettarmi…In Sardegna ci sono molte categorie di persone, ma tra quelli che non vogliono che la Sardegna affondi sono in troppi a fare da zavorra…

    • Eh, Filipu, lassa a perdi. Fadeussì su traballu nostu e candu boleus maistus mannus studieus a Gramsci (tanti po ndi nai unu), chi mai si iat’essi permìtiu de pensai de cussa manera. Mai Gramsci si iat’essi permìtiu de nai custus fueddus: “E no cari compagni, stanchi dei bei discorsi, calma, io non sono tenuto a dare esempio personale, perché sono un intellettuale e quindi da me si pretende coerenza nel ragionamento, non comportamenti individuali che lasciano il tempo che trovano. Sappiate che non mi immedesimo in voi, altrimenti avrei ostacolata la comprensione delle cose, per la quale invece mi servono allontanamento e distacco…”.

  4. No, ve prego….Gurdulù no. E comunicare per metafore anche basta.
    NB: il mio contributo è stato inviato perché non mi piacciono i post con il numero 0 in calce.
    Cambio generazionale please. I piccioni nei parchi hanno fame (anch’io so parlare per metafore).

    • Comunicare per metafore basta? Non abbiamo altro! Secondo gli ultimi studi perfino negli scritti scientifici abbondano le metafore!

      • Anche nei testi scientifici ? Allora andiamo bene. Il mio era solo uno sfogo per l’eccesso di retorica che trovo ovunque, sulla stampa, in tv e sopratutto in rete.

  5. Riccardo Giuseppe Mereu says:

    Le vocazioni dei territori. Ecco, si dovrebbe tornare a questo.
    Oggi, come sardo, ho provato paura e indignazione: ho letto che il cosiddetto decreto Sblocca Italia trasferisce dalle Regioni allo Stato le competenze sulle procedure di valutazione di impatto ambientale, e che definisce “attività di interesse strategico e di pubblica utilità, urgenti e indifferibili” la ricerca e lo sfruttamento di idrocarburi, nonché quella di stoccaggio sotterraneo di gas naturale.
    Ho provato paura perché è di soli pochi giorni fa la bocciatura, da parte della Regione Sardegna, tramite il SAVI (Servizio della sostenibilità ambientale, valutazione impatti e sistemi informativi ambientali), del cosiddetto progetto Eleonora della Saras, dopo una lunga e meritoria lotta da parte del Comitato NO al Progetto Eleonora.
    Ho provato indignazione a leggere, sul giornale “Il Sole 24 ore” e sul sito “Il Rottamatore”, commenti denigranti e razzisti nei confronti di noi sardi, per la soddisfazione espressa riguardo alla decisione del SAVI.
    Ho letto anche che la Regione Sardegna, tramite l’Assessorato all’ambiente, vigilerà sulla situazione e adotterà tutti i mezzi necessari a tutelare l’ambiente dell’isola e i suoi abitanti.
    Provo indignazione e paura, come sardo e come cittadino italiano, perché mi chiedo se è un crimine aspirare a non voler essere avvelenati e a non volere il proprio futuro distrutto, insieme alla propria terra, a causa di presunti “interessi strategici e di pubblica utilità”: cosa c’è di pubblica utilità nel consentire, anzi, nell’agevolare la distruzione delle risorse ambientali di un territorio, togliendogli le possibilità di sviluppo sulla scia delle sue vocazioni storiche, e nel minare la salute dei suoi abitanti, se Roma dovesse smentire il SAVI e concedere le autorizzazioni alla Saras per trivellare il territorio di Arborea? In realtà sarebbe un’attività che va contro gli interessi pubblici, gli interessi dei cittadini che vivono in quei territori dove si vorrebbe cercare il metano, e che sono interessi ambientali, economici e sanitari. Vada e vedere, e soprattutto a respirare l’aria di Sarroch, il “nostro caro Renzi”. Che cosa avrebbe fatto Renzi, come Sindaco di Firenze, se da Roma fosse stato imposto lo smantellamento dei monumenti della sua meravigliosa città – Palazzo della Signoria, Palazzo Pitti, gli Uffizi, ecc. – nascondendo dietro la scusa di un fantomatico interesse strategico di pubblica utilità l’esigenza di avere lapidei già lavorati?
    Ecco, l’ambiente è parte fondamentale della ricchezza della Sardegna; nel territorio di Arborea ci sono zone di elevato pregio ambientale tutelate dalla legge; se questa tutela venisse vanificata da un’irresponsabile e grottesca decisione del Governo, perderemmo per sempre quei territori insieme alla salute, l’unica cosa che ci resta; senza la salute non c’è futuro.
    Non si parla mai delle vocazioni dei territori. Perché?
    Per una seria politica di sviluppo economico, Roma dovrebbe far fare uno studio sulle vocazioni dei territori in tutta Italia, e promuovere e incentivare le attività imprenditoriali compatibili con i risultati di quegli studi: in Sardegna ci sarebbe molto da fare per incentivare il comparto agricolo e turistico dell’isola.
    Dicono che noi sardi diciamo sempre di no. Non è vero, anzi, abbiamo detto troppe volte si, ed ecco alcuni risultati: Furtei, Ottana, Sarroch, ecc.
    Si deve dire si, quando dietro a una proposta c’è intelligenza, c’è logica, c’è prospettiva. Nella proposta della Saras, invece, c’è protervia, c’è prepotenza e ci sono interessi economici che non sono gli interessi della Sardegna e dei sardi e neanche dell’Italia. Ecco perché bisogna dire no!
    Può essere l’interesse strategico nazionale quello di distruggere l’economia e le risorse ambientali di una fetta del Paese? Evidentemente si, se si permettesse alla Saras di procedere a quei carotaggi: si distruggerebbe un ecosistema tanto importante da essere protetto, il cui equilibrio è fragilissimo, e si creerebbe, al suo posto, un’industria fortemente inquinante nel cuore del miracolo agricolo sardo, Arborea, mandando in fumo, così, decenni di lavoro e un comparto economico fondamentale quantificabile in tanti posti di lavoro.
    Stanno distruggono parte del nostro patrimonio archeologico, bombardando i nuraghi nei poligoni all’interno delle servitù militari, e ora vorrebbero distruggere uno dei pochi comparti economici che funzionano in Sardegna, avvelenare l’ambiente e minare la salute delle persone. Vogliono un’altra Taranto? Basta andare a Sarroch e respirare, basta andare a Furtei e guardare …
    Distruggono la nostra memoria, vogliono distruggere l’ambiente della nostra isola e minare la nostra salute, per non parlare delle ripercussioni sul turismo, l’altro comparto strategico dell’isola.
    L’ambiente è una ricchezza da salvaguardare, non da distruggere, è la ricchezza della Sardegna.
    Bisogna riflettere, poi, su un fatto oggettivo più vero di ogni statistica: quanto potrebbero durare i giacimenti di idrocarburi? La Saras se ne frega, pensa solo all’oggi, non al domani: l’oristanese diventerebbe un altro Sulcis, quando in futuro i giacimenti sarebbero esauriti.
    Perché esistono trattati internazionali che tutelano l’Antartide? Sotto il continente bianco ci sono i più grossi giacimenti di idrocarburi del pianeta, eppure non vengono sfruttati. Perché deve essere distrutto l’ambiente sardo? Non merita le stesse attenzioni dell’Antartide?
    L’interesse nazionale dovrebbe essere la salute dei cittadini e il lavoro. La Saras, invece, propone di distruggere la salute delle persone, devastare l’ambiente nel quale vivono, e negare, così, un futuro. L’agricoltura e il turismo, invece, sono ricchezze inesauribili, se l’ambiente è tutelato correttamente, e sono i comparti sui quali continuare a puntare, nei quali credere e da sviluppare.
    Invece rischia di calare dall’alto, come una mannaia, un’imposizione senza logica, se non quella degli interessi economici di Confindustria, contro il volere di noi sardi.
    Mi auguro che il governo Renzi non dia le autorizzazioni che la Saras chiede, ma bisogna vigilare.
    Non si può restare indifferenti!

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