Cultura / Sardegna

Cento anni fa nasceva Francesco Masala, l’uomo che combatté la petrolchimica con la forza della poesia

masala

Ciccittu Masala

Oggi il poeta e scrittore Francesco Masala avrebbe compiuto cento anni. Era nato infatti il 17 settembre del 1916 a Nughedu San Nicolò. La sua è una scrittura potente, visionaria e dolorosa. Il romanzo “Quelli dalle labbra bianche”, distillato della sua esperienza sul fronte russo nel corso della seconda guerra mondiale, è, al pari di “Un anno sull’altipiano” di Emilio Lussu, una delle più violente requisitorie contro la follia della guerra. I due romanzi andrebbero letti assieme, anche perché le biografie dei due personaggi si intrecciarono dagli anni sessanta in un comune terreno politico (Masala amava Lussu ma gli contestò sempre la definizione di Sardegna come “nazione abortita”).

Che uomini straordinari hanno abitato il novecento sardo! Cicitto Masala è stato indubbiamente uno di questi, al pari di Lussu, Gramsci, Grazia Deledda, Giuseppe Dessì, Salvatore Cambosu, Giovanni Lilliu, Salvatore Satta, Salvatore Mannuzzu, Costantino Nivola, Pinuccio Sciola e Sergio Atzeni (giusto per stare ai primi che mi vengono in mente e facendo torto a tantissimi altri, meno conosciuti dal grande pubblico ma ugualmente importanti).

Masala colpiva l’interlocutore con la sua straordinaria vitalità, che mantenne anche in età avanzata come ebbi modo di constatare quando, poco più che ventiseienne, andai a intervistarlo per conto della Nuova Sardegna, a cui avevo proposto un’intervista allo scrittore in occasione dei suoi ottant’anni.

Nella sua casa cagliaritana di via Curie, ai piedi di Monte Urpinu, Masala fu travolgente, nel corso di un pomeriggio lunghissimo in cui a un certo punto non fui più io a fare le domande a lui ma lui a me. “Stai collaborando col giornale? E quanto ti pagano? E sei libero? Scrivi quello che vuoi?”. Conosceva il mondo della cultura sarda, aveva vissuto sulla sua pelle l’ostracismo dei giornali negli anni della Rinascita (quando sia l’Unione che la Nuova erano di proprietà dell’imprenditore della petrolchimica Rovelli) e voleva mettermi in guardia dalla tentazione di fare carriera semplicemente attaccando l’asino dove voleva il padrone. Allo stesso tempo però mi spronava e mi incitava a continuare nel mio percorso giornalistico, perché Francesco Masala era sì uno scrittore ma anche un educatore, avendo insegnato per anni alle scuole superiori.

Nell’opera di Masala, poesia e politica si fondevano un un tutt’uno. I suoi versi e i suoi romanzi erano sferzanti, duri, scomodi per la società sarda degli anni sessanta e settanta, quasi completamente inchinatasi a quel “Dio petrolio” che lo scrittore sbugiardò senza pietà. Masala denunciò lo stravolgimento antropologico dei sardi per effetto di un processo di modernizzazione che, in cambio di un posto da operaio, pretendeva di fare tabula rasa di una cultura popolare ancora viva e feconda.

Masala si congedò da me regalandomi alcuni suoi libri, comprese le opere riunite in un cofanetto edito dalla Alfa Editrice, e mi scrisse una dedica in cui si definì “un vecchio poeta che sente già spuntare sopra di sé i cipressi”. Invece Francesco Masala a visse altri dieci anni, lasciandoci per sempre il 23 gennaio del 2007.

Dopo quell’incontro-intervista lo rividi ancora, pochi giorni dopo, in occasione di una festa per i suoi ottant’anni che con Mario Faticoni organizzammo al Teatro dell’Arco di Cagliari.

Dei suoi versi mi piace condividere con voi proprio alcuni che Mario recitava sempre in uno spettacolo di poesia civile sarda dal titolo “Suono di pietra”. Ma se potete, leggete anche “Quelli dalle labbra bianche”.

Le maschere nere
La nostra terra è questo disperato mucchio


di monti di basalto e di nuraghi neri,
fioriti come fiori di lava e di tormento.

Nelle tanche di ferula, i cani della morte,
neri come la notte, abbaiano dagli occhi
della luna. Rimbombano i tamburi. Nitriscono
i cavalli selvaggi. Le tombe dei giganti
hanno fame di teschi. Questa è la nostra legge:
quando i figli son grandi, i padri moriranno
con la maschera nera e con l’euforbia in bocca,
il riso rosso, il riso del rosso melagrano.
Giovani insokatores lanciano i loro lacci
ai vecchi mamutones. Dall’altare di pietra
le nostre teste rotolano col riso sulle labbra.

 

4 Commenti

  1. Luca Carta Escana says:

    E lei, Biolchini, ha il merito di avere scritto questo intervento. A differenza delle testate on line – L’Unione Sarda, La Nuova Sardegna, Sardinia Post -, che nel corso della giornata del 17 non hanno dedicato lo straccio di un bit a un così grande Sardo. Da cose così si evince lo stato comatoso in cui versa l’informazione in Sardigna. Su questo versante, serve una scossa; lo dobbiamo a uomini come Cicìtu Masala, lo dobbiamo a noi stessi.

  2. Eravamo molto giovani, dovevamo ascoltare ed imparare, e con tanti compagni passavamo sere intere a casa sua ad ascoltarlo. Fra via Corsica e Monte Urpinu, grande persona e d intelletuale.

  3. bellissimo articolo, speriamo lo ricordino anche gli altri media isolani!

  4. Pingback: Francesco Masala | Aladin Pensiero

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