Politica / Sardegna

“Cinque domande ai parlamentari che stanno rilanciando la ‘questione sarda’”, di Salvatore Cubeddu

Isola

La foto è di Simone Raspino

Oltre che su questo blog, questo articolo viene pubblicato anche sui siti Fondazione SardiniaTramas de AmistadeMadrigopolisSardegnaSoprattuttoSportello FormaparisTottusinpari e sui blog EnricoLobina RobertoSedda.

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La ricerca di unità tra i parlamentari sardi a proposito di “salviamo la Sardegna!” è un messaggio importante. Anche quella della solidarietà di taluni parlamentari italiani. Sappiamo farci anche degli amici, in Italia: basta sapere fino a dove e fino a quando intendano seguirci. Parliamone, anche per sfuggire a notizie meno consolanti: si concentra a Cagliari la sovrintendenza archeologia che a Sassari è stata cancellata, a Nuoro manca l’acqua da dieci giorni, i sindacalisti chimici insistono a chiedere all’Eni e al governo di riempirci di cardi le pianure. Visto che si scrive del maialetto sardo che non sarà protagonista all’Expò, paula majora canamus, parliamo di cose più serie.

«La Sardegna è trattata dal Governo come se fosse un’isola dispersa e tagliata fuori da tutti i piani strategici. L’isola non può essere più una terra di confine abbandonata al suo destino». Parlano i nostri parlamentari, sapendo quanto sia stato finora inutile il loro voto presso il Parlamento. Chiedono che finisca quello per cui la Sardegna esiste per l’Italia: sfruttamento e/o abbandono. Sono i caratteri delle terre colonizzate o, se lo si preferisce, di quelle “dipendenti” e “subordinate”.

Con i Piemontesi (per stare agli ultimi tre secoli) e poi con l’Italia si è trattato di una situazione costante. Come ciclica è la reazione unificatrice dei nostri rappresentanti. Nel 1860 Giuseppe Mazzini parlava dei sardi come “un Popolo infelice, povero, abbandonato, al quale la fedeltà al Regno non ha fruttato che ingratitudine”. Voglio solo ricordare che “l’Unione Sarda” nasce nel 1875 come concorde associazione di parlamentari e movimento di popolo per portare a termine la ferrovia e, solo dopo, quel titolo fu esteso al giornale che i promotori di quel movimento fondarono e che ancora conosciamo. L’unione rappresenta il minimo comune denominatore della presenza dei sardi in Parlamento. Necessaria, ma non sufficiente.

Funzionò per ottenere leggi speciali per la Sardegna, allorché dei parlamentari sardi influenti a Roma utilizzarono il costante malcontento dei loro concittadini per ottenere impegni da parte dello Stato. Francesco Cocco Ortu inventò le leggi speciali (nel 1897 e nel 1907), con effetti limitati, che mantennero una certa efficacia solo quando lui stesso era ministro: la diga del Tirso rappresenta la realizzazione maggiore di un impegno iniziato trent’anni prima della sua conclusione.

La “legge del miliardo” servì a Mussolini per non raffreddare troppo presto l’illusione dei sardo-fascisti, in modo che l’ulteriore loro “rinuncia al Regno” ne fosse valsa la pena. Le realizzazioni fasciste in Sardegna trovarono in Carbonia il massimo del carico finanziario e della realizzazione dell’‘utopia’ sociale e urbanistica del regime.

I primi sardisti che entrarono nel Parlamento italiano reagirono al modo di “grillini d’antan”. Umberto Cao, docente universitario, uno dei primi teorici dell’autonomia sarda, eletto nel 1921, pose al congresso di Nuoro (il 28 ottobre 1922) la questione della presenza dei quattro deputati sardisti nel Parlamento italiano: “I sei mesi che si passano a Roma non parranno sprecati in confronto all’opera di organizzazione che si potrebbe e dovrebbe fare nella massa dei sardi? I quattro perduti nella folla di più di 500 energumeni – di là del Mediterraneo silenzioso – non possono mettere a profitto quella energia che nel paese certo sarebbe più efficacemente impiegata?”.

Il Piano di Rinascita, nella versione L. 588/1962 e L. 268/1974, ha avuto in gestazione l’elaborazione tradita della prima giunta regionale Dc-PSd’A e pure dei suoi antagonisti del Congresso del lavoro del 1950. Anche in questi casi – come nell’ultima parte dell’Ottocento – la protesta organizzata si è intersecata variamente con la vicenda della crisi agraria, con l’emigrazione e con il banditismo.

In questa storia di attese, lotte e delusioni si rileva una costante ed una eccezione. Costante è l’attesa e la pretesa che sia lo Stato a creare posti di lavoro, soprattutto a partire dalla fondazione della Repubblica. L’eccezione è la vicenda degli ex-combattenti e del primo sardismo, quando lo sviluppo della Sardegna viene affidato, insieme alle opere pubbliche, alla diffusione delle cooperative dei pastori e dei contadini, quelle che il fascismo, ormai senza sardismo, fece smobilitare per favorire i caseari romani. Forse si trattò dell’ultimo tentativo autoctono di un ceto produttivo e borghese sardo.

E ora? La situazione si ripresenta drammatica, il documento dei parlamentari ne è consapevole. Vorremmo chiedere loro di osservare le impressionanti analogie di quanto loro descrivono con quanto avvenuto nel nostro Ottocento, con il peso delle troppe esperienze negative che ora ci condizionano scoraggiandoci.

“Chiediamo al Governo di intervenire subito per far fronte all’emergenza non con la solita assistenza ma con progetti e investimenti”, chiedono di nuovo oggi i parlamentari sardi. Visto che anche noi intendiamo collaborare con l’interessante nuovo raggruppamento unitario dei parlamentari, ci permettiamo di rivolgere loro alcuni interrogativi collegati alle relative osservazioni.

  1. In Sardegna continuano a scorrazzare avventurieri dell’energia di ogni parte e tipo – in diretto contatto con i ministeri romani – che provocano la reazione delle istituzioni locali e delle comunità senza che si riveli una efficace contrapposizione delle istituzioni regionali e della rappresentanza parlamentare. Perché una legge costituzionale (il nuovo Statuto sardo) non sostituisce lo sforzo immane della nostra gente che difende il proprio territorio?

 

  1. Da tempo in Italia non operano le Partecipazioni Statali: com’è che vi aspettate degli investimenti pubblici diretti? L’unica proposta possibile è quella derivata dalla logistica militare per il Salto di Quirra, che il governo ha però destinato altrove. A quali progetti, allora, vi riferite? Al momento siamo a conoscenza dei piani per il Sassarese e per il Sulcis: Matrica e Mossi Ghisolfi, che occuperebbero il territorio agricolo dopo aver ben remunerato i proprietari dei terreni. Sindacati chimici e politici dei due territori vendono la cosa come fatta. La giunta Pigliaru, sulle canne del Sulcis e sul cardo di Sassari, pare stia solo aspettando che si calmino le acque. È immediatamente comprensibile a chiunque viva in Sardegna che tale follia economica e sociale scatenerebbe reazioni assolutamente prevedibili in un materiale evidentemente infiammabile. È questo l’obiettivo per il quale dovrebbero combattere i sardi uniti? Per avere negata anche la speranza di una prospera agricoltura e vedere nuovamente devastato il proprio territorio dalla monocoltura del biofuel?

 

  1. Affermate: “E chiediamo anche ai presidenti dei due rami del Parlamento di portare la nostra vertenza nelle sedi più alte, non per avere privilegi ma diritti”. I nostri lo scrivevano anche nell’800, rivolgendosi al Re, con gli esiti che sappiamo. In Sardegna lo si fa costantemente, con i presidenti della Repubblica e con i Papi. Solo la perdita di memoria e l’ingenuità possono spiegare tale ricorrente e umiliante pietismo. Cari amici parlamentari: ma ci credete sul serio che l’aiuto che chiedete per i casi della Sardegna, quasi sempre reso vano nei 150 anni di “italianità”, lo possiamo ottenere con atteggiamenti da ancien regime? Si può capire – ma rattrista – che degli operai disperati si rivolgano alla pietà delle istituzioni, ma non coloro che si sono assunti l’onore e il dovere di rappresentare i diritti del nostro popolo con intelligenza e saggezza, ma pure con senso della dignità. Dunque: se vogliamo farla, questa battaglia, facciamola sul serio, consapevoli di trovarci di fronte a un avversario che da tempo promette e non mantiene, blandisce e castiga, afferma e non realizza. Voi dovreste ben conoscerli, visto che li avete anche in Parlamento. Non c’è più spazio per la delega e per il lamento. Pensiamoci bene: quello che vi proponete è importante e doveroso, vi fa onore e spinge ogni sardo onesto a seguirvi. “Candu si pesat su ‘entu est pretzisu bentualare”. Poi il vento si spegne. La storia procede. È successo troppe volte!

 

  1. La Sardegna è già in fiamme, si levano tanti piccoli fuochi. Non c’è stato mattino della scorsa settimana che, da via Roma a viale Trento, non siano sfilati operai senza lavoro e/o senza stipendio, mamme con bambini e maestri che difendono le scuole, sindaci che gridano per la propri acqua, studenti che continuano a invocare scuole “non di classe”. Pigliaru non è da invidiare. Ma non è lì per sostituire i ragionieri e controllare i conti “per conto” di Roma. Non è un presidente di una regione qualsiasi, ha accettato di fare il capo di un Popolo. Oggi siamo costretti a decidere un progetto per la Sardegna del futuro. È obbligatorio averla, questa idea. O no?

 

  1. Infine, cari amici parlamentari: tra qualche mese ricorderemo “sa die de sa Sardigna”. Se non abbiamo capito male, chiedete ai Sardi di riconquistare quello spirito, quel coraggio, quel metodo.

“I Sardi dovranno capire che il divenir prosperi, felici, ricchi, non dipende che da loro medesimi, che se non vorranno divenirlo è tutta colpa propria”. L’affermazione è di Federico Fenu, teologo, nella pubblicazione: La Sardegna e la fusione del suo regime col sardo continentale, Cagliari, 1848. Sì, la data è quella giusta: 1848!

 

Salvatore Cubeddu

 

3 Commenti

  1. Articolo interessante. In quanto autore dell’opera fotografica utilizzata in apertura e proprietario dei relativi diritti d’autore chiedo la cortesia di venire almeno citato come tale, fa sempre piacere avere il riconoscimento della paternità di un proprio lavoro 😉
    Vi ringrazio
    Simone Raspino

    https://www.flickr.com/photos/winter-guest/5914587147

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