Politica / Sardegna

“Spopolamento dei piccoli centri, serve una strategia: Pigliaru ce l’ha? Il caso Monteleone Roccadoria”, di Gianni Mura

 Monteleone Rocca Doria
La chiesa di Sant’Antonio Abate a Monteleone Roccadoria. La foto è di Luigi Tedde

 

Consiglio ai lettori di questo blog di programmare, al più presto, una visita al più piccolo Comune della Sardegna: Monteleone Roccadoria, in provincia di Sassari.

Per chi viene da sud, l’itinerario che mi sento di consigliare può articolarsi passando per Macomer e, dopo il bivio per Bosa, lungo la provinciale per Pozzomaggiore, il centro di Mara, il percorso in direzione di Alghero fino al bivio per il paese. Il viaggiatore potrà così cogliere la differenza dei paesaggi di cui la Sardegna è fatta, dall’altopiano basaltico di Campeda, alle pianure del Logudoro occidentale, al movimento dell’orografia nella vallata dell’alto Temo e potrà così iniziare a riflettere sullo scarto esistente fra una politica territoriale regionale in cui la Sardegna appare come omogenea e uniforme e la Sardegna reale, con le sue specificità, le sue discontinuità e la sua esigenza di ragionare alla scala degli uomini singoli e dei territori unici.

Chi viene da nord, può arrivarci da Ittiri o da Thiesi, oppure passando per Cossoine.

Da Bosa il percorso è semplicemente incantevole, passando per Montresta, fondata a metà del Settecento per dare ospitalità ad una colonia di esuli greci in fuga dalla Corsica.

Ma anche da Alghero: dopo le curve di “scala piccada” e il bel paese di Villanova Monteleone (in cui si pensa si rifugiarono i monteleonesi dopo la battaglia dei pisani contro i Doria, ma anche alla ricerca di maggiore salubrità e produttività dei luoghi), fino al bivio obbligato per Monteleone Roccadoria sulla statale 292.

Una salita con curve più secche di quelle di “scala di giocca” porta al paese, sopra una rupe da cui i Doria controllavano a vista gran parte del Logudoro, uno dei passaggi obbligati verso il sud della Sardegna. Un paese incantato, ordinato, pulito, interamente lastricato in basalto, in cui si può intuire quanto di positivo esiste in molti dei nostri paesi, anche dal punto di vista amministrativo.

Sopra il paese, nel pianoro terminale da cui si può percepire per intero come il lago artificiale del Temo avvolga in modo incantevole “su monte” e il paese, rimarrete sorpresi dal trovare un parco, un campo di calcetto, una piscina.

In questo piccolo paese vivono 125 persone, in gran parte vecchi. L’altro giorno, alla messa domenicale delle 11, erano presenti 14 persone (che però rappresentano più del 10 per cento della popolazione, come se a Cagliari la messa domenicale portasse ventimila fedeli).

Il punto che voglio toccare è proprio questo e riguarda Monteleone Roccadoria, ma anche un numero rilevante di Comuni della Sardegna dell’interno con una popolazione di alcune centinaia di abitanti. Nei prossimi 20/50 anni questi paesi scompariranno silenziosamente senza però morire totalmente, continuando comunque ad esistere come entità residenziali, a cui sarà inevitabilmente necessario fornire acqua, elettricità, depurazione etc. finché ci sarà ancora qualche abitante.

I problemi che il processo di spopolamento dei paesi dell’interno della Sardegna pone non sono solo di natura insediativa, culturale e di presidio indispensabile del territorio, ma anche di natura economica, sia rispetto al territorio agrario che in relazione al valore e agli investimenti (pubblici e privati) che sono stati fatti e che si continueranno inevitabilmente a fare. Insomma, lo scenario tendenziale che oggi si intravede (la scomparsa sostanziale di circa cento Comuni della Sardegna entro questo secolo) sarebbe non solo una catastrofe antropologica, ma anche un disastro economico.

Insieme agli amici dell’INU (l’Istituto Nazionale di Urbanistica), dall’inizio degli anni ‘80, abbiamo segnalato e “misurato” questo processo. In più occasioni abbiamo sviluppato analisi e proposte nella direzione di interrompere lo spopolamento. Oggi il tema è giustamente diventato di livello popolare, ma non si intravedono iniziative coerenti e adeguate.

Occorre partire da un punto, semplice ma preliminare e indiscutibile.

È necessario far crescere la popolazione di questi paesi in modo rilevante, fuori da un ordinario processo demografico interno ai paesi stessi. Per stare al caso di Monteleone Roccadoria, occorre che i 125 abitanti attuali diventino il doppio o il triplo in tempi non lunghi, realizzando quelle condizioni dimensionali perché il paese abbia quella vitalità minima capace di opporsi al suo declino prima e alla sua scomparsa poi. È evidente che una crescita demografica di questo livello non potrà mai avvenire per incremento demografico da saldo naturale, né per incremento migratorio di tipo tradizionale.

Il tema della scarsità di popolazione in Sardegna esiste da sempre: lo affrontarono i Savoia già dalla fine del Settecento e poi nell’Ottocento, nel secolo scorso nel periodo del primo dopoguerra, spesso legato alle bonifiche agrarie.

Lo schema del passato è stato l’unico disponibile in quelle fasi della storia: importare popolazione e ripopolare con residenti esterni. Alcuni casi hanno avuto anche un successo significativo, penso a La Maddalena e Carloforte, a Carbonia e Arborea, a Fertilia. In tutti i casi la dimensione del processo è inevitabilmente molto lunga nel tempo, a dimostrazione del fatto che questo tipo di politiche hanno il respiro della storia e non quello della politica di breve vista.

Che rapporto esiste fra questa esigenza di azioni strutturali lunghe decenni e la strumentazione in uso in Sardegna nei diversi ambiti della amministrazione regionale? Come si pone la politica regionale rispetto a questi temi nei settori dell’urbanistica, del paesaggio, del turismo, della sanità, dell’economia? La risposta è inevitabilmente e impietosamente negativa, lo scarto fra problemi e politiche costringe tutti a misurarsi con questi temi preliminari e fondativi delle politiche di sviluppo regionale, ma anche ad una riflessione onesta sull’enfatizzazione ideologica di cui abbiamo riempito strumenti di pianificazione “totale” come il Piano Paesaggistico Regionale.

La Regione Sardegna e la nuova amministrazione Pigliaru si apprestano a reimpostare una nuova stagione delle politiche urbanistiche e del paesaggio, ma anche (si spera) una nuova fase delle politiche di sviluppo e di coesione territoriale. Un viaggio a Monteleone Roccadoria può aiutare.

Gianni Mura

 

12 Commenti

  1. Posso sbagliarmi, ma non credo vi sia sufficiente consapevolezza della questione “spopolamento e desertificazione” di grandi parti della Sardegna. Eppure gli studi degli esperti ne segnalano la gravità e le conseguenze disastrose proiettando i dati sui prossimi (non lontani) anni. Nella convegnistica e nei singoli interventi di intellettuali e politici (pochi) sono state avanzate proposte di intervento, assai differenziate, ma comunque serie e meritevoli di discussione e, una volta trovate quelle migliori, di traduzione operativa. Personalmente sono convinto che tra le risposte debba esserci una diversa “politica di accoglienza e integrazione”, soprattutto dei migranti del nord Africa, che non deve essere connotata come “buonista”, ma inserita in un robusto programma economico, che riguardi soprattutto l’agricoltura (in senso lato, quindi pastorizia, allevamento, etc). E’ una problematica complessa e delicata, tuttavia particolarmente urgente da affrontare. Una proposta che mi convince è che il Consiglio regionale affronti di petto la questione, anche attraverso un’apposita legge regionale che istituisca una commissione di indagine su detta problematica, fissando finalità, modalità e tempi precisi di svolgimento (tre mesi prorogabili a sei, per es.). Si dovrebbe cominciare, come d’obbligo, con una rilevazione dello “stato dell’arte”, già ricco di studi e proposte, per poi arrivare a concretizzare linee di intervento, sostenibili, condivise dalla maggioranza delle parti sociali e dalle istituzioni territoriali e, ovviamente, finanziabili, anche con l’utilizzo dei fondi europei (diretti e indiretti) della programmazione 2014-2020. Una legge regionale, così come proposta, costringerebbe il Consiglio a un forte coinvolgimento, come è indispensabile sia, ma la cosa più importante è che la maggioranza dei sardi venga attivamente coinvolta.

  2. Senza aspettare Pigliaru, noi una soluzione possibile ce l’avremmo pure….

    Ne avevo parlato, proprio riferendomi a Monteleone Roccadoria, già qualche mese sul gruppo e sulla pagina Facebook del Canton Marittimo.

    https://www.facebook.com/cantonmarittimo/posts/690776737668944

  3. Mi piacerebbe sentire cosa ne pensano gli abitanti rimasti.

  4. Le motivazioni dell’abbandono dei piccoli centri sono le stesse motivazioni dell’abbandono dell’agricoltura e, in buona parte, della grave disoccupazione che affligge la Sardegna. Nei piccoli centri sono stati eliminati tutti i servizi essenziali e le occasioni di socialità che possono permettere una vita dignitosa. Non ci sono più mezzi di trasporto pubblici utili, scuole, servizi sanitari basilari, pubblica sicurezza. In molti territori della Sardegna per gestire un’attività agricola è necessario difendersi da soli da razzie e azioni vandaliche. E’ difficile custodire persino i bidoni di gasolio indispensabili per i mezzi agricoli o arrivare alla vendemmia senza che ci pensino prima ladri e teppisti a distruggere tutto il lavoro di un anno. Un ulteriore contributo a questo disastro viene dai vincoli che impediscono o rendono difficilissimo anche costruire un piccolo deposito attrezzi. Abitare in campagna è diventato impossibile per tutti e così si perde qualsiasi possibilità di presidio del territorio. Teoricamente sarebbe possibile avere una residenza solo per gli imprenditori agricoli e gli addetti del settore, ma così si costringe questa categoria di persone a vivere un tristissimo e pericoloso isolamento, che pochissimi sono disposti ad accettare. Se si vuole incentivare l’agricoltura, recuperare il presidio del territorio e far vivere i piccoli centri, si deve rendere la vita piacevole ed economicamente sostenibile, creare eventi culturali, occasioni di socializzazione e di vita comune tra gli agricoltori (soprattutto i figli degli agricoltori) e i cittadini (e i rispettivi figli) che svolgono attività diverse dall’agricoltura. A mio parere, dovrebbe essere consentito costruire residenze nelle campagne ponendo limiti di volumetria molto severi, esempio 0.01 mc/mq, ma per tutte le categorie di cittadini. Entro questi limiti di edificabilità comunque molto severi, le campagne dovrebbero poter essere abitate anche da medici, infermieri, fisioterapisti, artisti, musicisti, insegnanti, meccanici, architetti, idraulici, artigiani, commercialisti, avvocati, impiegati, eccetera.

    • anonimo says:

      Magnifico, gentile Gs. Per un paese che si spopola lei propone di abolire i vincoli, di costruire dappertutto e consiglia di riempire le case di medici, infermieri, fisioterapisti, artisti, musicisti (che poi sarebbero artisti),artisti, insegnanti, architetti, avvocati ecc. ecc. E’ una delle cose più geniali che mi è capitato di leggere negli ultimi tempi. Ha previsto perfino gli idraulici e i commercialisti. Vi chiederete come funziona. Be’, è semplice come bere un bicchier d’acqua. Il fisioterapista fa massaggi all’idraulico, il musicista suona per il medico, l’avvocato difende chissà chi, gli architetti costruiscono altre case per altri medici, infermieri, fisioterapisti, artisti, ecc. ecc. E tutto cresce, tutto si moltiplica, tutto scorre, tutti sono felici.
      Il suo sistema di ripopolamento, caro Gs, deve essere brevettato o comunque segnalato all’INU.
      Però mi raccomando, al suo presepio aggiunga qualche altra figura. Mancano giornalisti, notai, giudici, allevatori, piloti, poliziotti, carabinieri. Procuri anche il parroco e il sacrista.
      Ci sfugge di sicuro qualcosa ma è già un bell’inizio.
      Davvero molti complimenti.

      • Alessandra says:

        Lei cosa propone, gentile anonimo? Di lasciare che si spopoli, immagino. In perfetta sintonia con il noto fatalismo sardo. Almeno GS una idea l’ha proposta, e non è nemmeno una idea tanto peregrina visto che è stata adottata, con successo, in zone del Nord Europa come la Finlandia

  5. robespierre says:

    Monteleone Roccadoria non è certo New York, ma non è il comune più piccolo della Sardegna, questo primato spetta a Baradili, in provincia di Oristano che vanta una popolazione di 90 abitanti. Anche questo piccolo centro è dotato di piscina e parco giochi, sino al 1956 aveva anche la sua bella stazione ferroviaria prima che la linea Villamar-Ales venisse soppressa. Ecco qual’è una delle cause dello spopolamento di molti centri interni dell’isola (fenomeno da cui non è immune alcuna regione italiana), l’assenza chiusura di molti servizi, si inizia dalle poste, si passa alle scuole e alla stazione dei carabinieri, inizia così la lenta agonia. E’ di questi giorni la notizia della possibile cessazione del servizio turistico denominato “Trenino Verde”, secondo la Regione e l’Arst costa troppo, 7mln di euro all’anno, cifra contestata dai ferrovieri che quotidianamente lavorano nelle tratte interessate. Questo servizio che tanto successo ha avuto, pur essendo limitato a tre mesi scarsi estivi, è stata una scommessa vincente per tanti territori del centro Sardegna, isolati e tagliati fuori dai flussi turistici. Ecco la dimostrazione di come, salvo ripensamenti, Pigliaru e la sua giunta affrontano il problema dello spopolamento delle zone interne: uccidendo anche i sogni.

  6. Questo tema mi sta molto a cuore. Penso anche che sul tema dello spopolamento dei piccoli centri si faccia molta demagogia, da parte di politicanti locali da strapazzo. Se la gente preferisce abitare in centri più grandi o sulla costa (o nell’hinterland delle grandi città) qualche motivo ci sarà. Oppure vogliamo obbligare le persone ad abitare a Monteleone Roccadoria per forza. Io una soluzione la propongo: eliminare tutti i comuni sotto i 2000 abitanti. Preciso che le case, gli abitanti rimangono (non li facciamo sparire), semplicemente aboliamo i consigli comunali e organismi vari. Questi ex comuni diventerebbero frazioni di comuni viciniori. Altrimenti spiegatemi perché Monteleone deve essere comune autonomo e Matzaccara (frazione di San Giovanni Suergiu) che ha più abitanti, no. Con tale sistema si risparmierebbero molti soldi, altro che abolizione delle province.
    Certo lo spopolamento dei piccoli paesi fa sgorgare qualche lacrima alle anime belle, d’altronde c’è gente che ancora rimpiange la gloriosa e antica città di Luni (cfr wikipedia: Luni).

  7. Dae sos centros minores sa vara cultura Sarda

  8. Il dibattito sullo spopolamento della Sardegna. Rimedi? Sì, ma occorre avere un’altra idea di Sardegna possibile, sapere rompere gli schemi ed azzardare!

    L’intervento di Gianni Mura rilancia un importante e indispensabile dibattito sulla problematica dello spopolamento di parti estese della Sardegna, che impone l’urgente approntamento di una specifica politica, nel quadro della politica più generale ispirata da un’idea di Sardegna proiettata in un possibile futuro migliore. Il dibattito su questa grande questione esiste, ha caratteristiche carsiche: ogni tanto emerge in tutta la sua rilevanza, per poi ri-inabissarsi, quindi ri-emergere e così via. Noi stessi, con la nostra News Aladin, ce ne siamo occupati più volte, in ultimo con l’editoriale di Vanni Tola di alcuni giorni fa (Una nuova operazione “Mare nostrum” per una differente politica dell’accoglienza). E’ soprattutto sulle ipotesi di intervento che esiste una grande incertezza. Infatti, per essere chiari, la proposta più efficace per affrontare lo spopolamento senza affidarci a impossibili rimedi della provvidenza, consiste nell’attuare una robusta “politica di accoglienza” che comprende, ovviamente, una vera capacità di integrazione, rivolta in modo particolare ai migranti del paesi del nord Africa, ai quali dare lavoro, abitazioni, servizi sociali, etc. Capiamo che la questione è delicata, come ben ha sottolineato Tonino Dessì in un breve quanto denso commento al citato articolo di Vanni. Ma, appunto perché la questione è complessa e delicata quanto urgente e non più eludibile, dobbiamo discuterne apertamente e trovare soluzioni praticabili. Riciccia quindi inevitabilmente l’interrogativo che opportunamente pone Biolchini: “Serve una strategia: Pigliaru ce l’ha?”. Noi crediamo di no, allo stato, ma questa strategia dobbiamo insieme darcela, con o senza Pigliaru. Meglio sarebbe “con”. Che dobbiamo dire? Francesco (Pigliaru), fatti coraggio e ascolta un altro Francesco (papa) quando ci invita a fare come Dio: a “rompere gli schemi” ed azzardare!
    Su Aladin: http://www.aladinpensiero.it/?p=31189

  9. efisio says:

    Ma è Gianni Mura, Gianni Mura?

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