Politica / Sardegna

Alla Regione i soldi sono finiti! Pigliaru e Maninchedda combattono a Roma, ma Cagliari ancora si adora l’autonomia…

Di spalle il presidente Pigliaru, all’altro capo del tavolo l’assessore Maninchedda

Sarà vero che l’altro giorno, guardando i conti della Regione, l’assessore alla Programmazione Raffaele Paci ha detto in una riunione “Se le cose stanno così, a questo punto possiamo anche tornarcene a casa”? Pare di sì: perché soldi non ce ne sono più. Zero, nada, finiti. È una verità conosciuta da tempo, scritta anche più volte ma mai posta al centro di ogni ragionamento (se non altro dell’opinione pubblica) sul futuro della nostra isola. Perché senza risorse non c’è sviluppo, mica tutto può essere fatto a costo zero.

Per cui ficchiamocelo bene in testa tutti: la Regione Sardegna oggi ha a malapena i soldi per pagare i suoi dipendenti, più una manciata di milioni (forse duecento) per fare investimenti. Negli assessorati sono giorni terribili perché bisogna decidere cosa salvare e cosa abbandonare al proprio destino: è una situazione mai vista. Bisogna prepararsi al peggio.

L’unica speranza è legata a quel miliardo e mezzo che la Sardegna ha il diritto di spendere, in virtù delle sue maggiori entrate, ma che è bloccato dal patto di stabilità. Il presidente Pigliaru sembra deciso a far valere le sue ragioni a tutti i costi, anche perché per l’isola è semplicemente una questione di vita o di morte. A Roma il Ragioniere dello Stato ha ammesso la fondatezza della richiesta ma ovviamente la partita è tutta politica. La settimana prossima ci sarà un nuovo incontro, poi a quel punto tutto dovrebbe decidersi in un mese.

Diciamo la verità: questa storia dei tavoli romani che si “aprono” per non chiudersi mai l’abbiamo già vista negli anni di Cappellacci presidente, e non ha portato frutti. Perché stavolta dovrebbe andare diversamente? Tanto più che il presidente avrebbe bisogno del massimo sostegno possibile proprio da parte di quel Pd che invece in Sardegna continua la sua corsa verso il baratro (l’esito delle primarie sassaresi sta sconquassando il partito in vista di un congresso dall’esito ancora incomprensibile, mentre la candidatura di Soru alle europee rischia di trasformarsi in un boomerang).

Il gioco l’abbiamo dunque già visto però stavolta i segnali ci inducono ad un moderato ottimismo. Primo elemento: l’assessore ai lavori pubblici Maninchedda è riuscito a impedire che le strade sarde non fossero presenti nell’Allegato Infrastrutture che farà parte della nuova Finanziaria nazionale del governo Renzi. Rischiavano di star fuori da ogni finanziamento non solo grandi arterie come la 131 o la 195 ma perfino le strade distrutte dall’alluvione. Morale della favola: se si è presenti con la giusta autorevolezza e preparazione (solo chi non conosce la forma mentis dei filologi può dire che un filologo ai lavori pubblici non ci stava a far niente) la partita a Roma non è persa in partenza. Maninchedda però rappresenta un eccezione: non facendo parte di un partito italiano, non può temere telefonate di richiamo all’ordine e quindi nella capitale può urlare quanto gli pare e piace.

Secondo dato di ottimismo, ieri Pigliaru è tornato da Roma con un risultato importantissimo sul tema delle servitù militari: pagamento immediato di tutti gli indennizzi per i pescatori danneggiati dall’attività del poligono di Teulada (non era una cosa scontata), poi un incontro subito dopo Pasqua per definire un vertice in cui a breve si parlerà di “riconduzione e riconversione dei poligoni, le emergenze ambientali e di tutela della salute, l’impatto sulle attività economiche, il riavvio dei processi di dismissione dei beni militari”. È un buon inizio.

Terzo elemento: sempre ieri, l’intervento di Pigliaru alla Commissione parlamentare per le questioni regionali di Camera e Senato. Riporto integralmente una parte del comunicato stampa perché possiate apprezzare la portata politica delle parole del presidente.


“Già la storica autonomia regionale è percepita dai cittadini sardi come una maglia troppo stretta”, ha detto Francesco Pigliaru in apertura di relazione, citando un recente sondaggio dell’Università di Cagliari, presentato anche ad Edimburgo, secondo cui 9 sardi su 10 vorrebbero un governo locale con più poteri. “Alcuni si limitano a volere solo una piena sovranità fiscale”, ha sottolineato. “Altri, addirittura un 40%, auspicano l’indipendenza. È comunque ormai un patrimonio comune la richiesta di maggiore autogoverno dell’Isola, con la potestà di disciplinare in materie fondamentali per la comunità sarda: non diritto a un privilegio, ma consapevolezza che la Regione può gestirle con livelli adeguati di autonomia, in un rapporto di leale collaborazione con lo Stato, al riparo dai gravi rischi che deriverebbero da decisioni prese unilateralmente”.

Definire quelle di Pigliaru posizioni sovraniste non è eccessivo. Il guaio è che mentre il presidente a Roma inizia a far sapere che i sardi non si accontentano più dell’autonomia, a Cagliari il Consiglio regionale continua ad adorare lo Statuto del ‘48 come se fosse ancora uno strumento valido, in grado di dare risposte alla Sardegna. Serve uno scatto in avanti, ma l’impressione è che nell’aula di via Roma i nostalgici (soprattutto a sinistra) siano davvero tanti.

 

10 Commenti

  1. Qualcuno vorrebbe battere moneta sarda . Già visto e già sentito. Ma l’idea cade malamente e si fa male quando trasporta il sogno nella realtà.Noi siamo quello che siamo, le scuole, le università, gli ospedali, i trasporti sono a nostra misura e la politica ci rappresenta alla perfezione. Saluti.

  2. Leggo questa risposta e mi chiedo: dunque che futuro ci si prospetta? Nessun futuro o meglio una schiavitù senza possibilità di riscatto?

  3. Alessandro Mongili says:

    Addirittura “storiche”, o Vito, aver riportato i dati di un’inchiesta stracitata. Eja, credici.

  4. Boghe Sola says:

    A banda calicunu, est una giunta inadeguada e sena progetu….

  5. Per quanto riguarda i Poligoni, il termine “riconduzione” non è’ una svista ma e’ esatto. Infatti è’ lo stesso usato dal generale Jean (caro amico di Cossiga) quando prevedeva lo stoccaggio di armamenti nato all’uranio impoverito e altre scorie tossiche della Sogin in alcune basi sarde. E’ anche lo stesso termine usato nei documenti del ministero della difesa e in altri documenti nato quando si parla di conversione del Poligono di Quirra per attività’ di test dei droni. Quindi si tratta solo dell’ennesimo “pigliaru po’ culu”!

  6. Oggi dicevo ad un esponente del Partito dei Sardi che non bisogna confondere l’ordinaria amministrazione con il riformismo: la faccenda delle infrastrutture stradali è ordinaria amministrazione, il fatto che pochi se ne siano occupati prima con decisione non significa che ora ci sia “sovranismo”, ma che si è fatta una cosa che era nei poteri fare rispetto ai capi chini del recente passato. Sovranismo sarà quando la Regione, o meglio, la Giunta, si attiverà per razionalizzare (ed eventualmente incrementare) i poteri autonomistici. E su questo, nonostante i vari dubbi che ho espresso negli ultimi tempi sul Partito dei Sardi, sono certo che Maninchedda manterrà la sua parola. Altrimenti nessuno torni a parlare di “Stato Sardo”…

    • Bomboi, mi dispiace deludere lei e molti altri. Ma maninchedda, pigliaru o qualsiasi altro non manterranno nessuna parola perché la parola di qualsiasi servo e’ sempre una sola: OBBEDIRE. E siamo tutti servi in questo.

      Ma se mi segue nel ragionamento capirà che non voglio offendere nessuno.

      Soltanto bisognerebbe cominciare a dare la reale valenza e importanza alle parole inutili e vuote che usiamo. Le parole sono importanti, direbbe Nanni Moretti prima di prendere a schiaffi qualcuno… E parole come sovranismo, oggi, al pari di Indipendentismo o autonomismo, non significano NULLA.

      Se il sovranismo vorrebbe essere l’agire con sovranità ricordo a tutti che si è SOVRANI di qualcosa quando si domina un popolo, un esercito, un territorio. Si è ancor più sovrani quando si possiedono BANCHE e RISERVE AUREE e si batte la propria MONETA.
      Ovviamente anche non essendo sovrani si può essere indipendenti. Ma si sarebbe INDIPENDENTI quando non si dipende da NESSUNO o da QUALCOSA per TUTTE le proprie azioni.
      Se non si può essere indipendenti, spesso ci si ritiene sufficientemente autonomi. Ma si è AUTONOMI quando si accetta che alcune di quelle azioni siano delegate a terzi mentre su altre si abbia piena possibilità’ di scelta, dando per scontato che ogni nostra scelta autonoma sarà pienamente condivisa dai terzi con cui si stringono patti reciproci di autonomia e delega.

      Mi pare che NESSUNA di queste logiche sia mai stata applicabile realmente alla Sardegna, e mi pare che lo saranno ancor meno in futuro. Ma questo non perché’ i sardi siano più servi o meno intelligenti di altri popoli.

      Semplicemente perché la sovranità, OVUNQUE non può più essere, nella realtà moderna, appannaggio di nessuna collettività’ o popolo, di nessun territorio, di nessun re, dittatore o presidente. Se parliamo di Stati e democrazie, in occidente e in europa, qualsiasi sia il singolo governante o parlamento o popolo rappresentato, qualsiasi sia l’organismo di governo che un popolo o un territorio cerchino di darsi, sarà semplicemente un potere fasullo su cui nessuno potrà GOVERNARE. Per qualsiasi forma di governo, anche per quello che si ritiene più’ indipendente diventa quindi ridicolo parlare di sovranità’ dato che nel mondo attuale qualsiasi sovranità, indipendenza, autonomia sarebbe semplicemente una forma diversa di SUDDITANZA.

      Oggi, qualsiasi sia il livello a cui si voglia porre il governo di un popolo o di un territorio e’ un livello di dipendenza da terzi. Più o meno mediata, poco importa.

      Siamo tutti sudditi e servi di qualcun altro. E siamo ancora fortunati quando in qualche modo si tratta di sudditanza democratica, perché in stati come i nostri, dominati dal capitale e dai mercati, esiste ancora una parvenza di democrazia partecipata o rappresentata. Che ci fa sognare quel minimo di libertà virtuale, ognuno nel proprio orticello.

      Ma nel nostro caso, orticello ancor più piccolo e ristretto, da Sardi, abbiamo ben poco da vantarci anche rispetto questo aspetto. Perché siamo culturalmente servi di ogni piccolo dittatore di turno che spunti dietro il cortile di casa, quello che pensiamo sia a noi maggiormente simile e forse, per questo, il migliore per rappresentarci. Gli diamo anche fiducia, perché in fondo a noi sappiamo che sarà sempre è semplicemente un servo migliore e anche più servile di noi.

      E questa e’ cosa evidente da decenni in Sardegna, anche quando la democrazia sembra agita, partecipata o rappresentata, da Sardi, apparentemente per i Sardi, viene agita, partecipata e rappresentata sempre male o molto male. Succede chiunque siano i rappresentanti, chiunque siano i loro elettori.

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