Cagliari / Sardegna / Scuola

“Perché i bambini sardi non vanno a scuola da soli? Perché gli adulti non vogliono renderli autonomi?”, di Maurizio Murino

L’amico Maurizio Murino è un sociologo dell’infanzia e ha inviato al blog questa interessantissima riflessione sul grado di autonomia dei bambini di oggi. Grazie Maurizio per la generosità e buon lavoro (per chi volesse approfondire, questo è il suo sito, www.mauriziomurino.it).

***

Ogni tanto, anche recentemente, si sente parlare di “Cagliari Città dei bambini” o addirittura di “Sardegna Regione dei bambini”. Negli anni della Giunta Floris, il Comune di Cagliari finanziava un progetto che si chiamava appunto “la Città dei bambini”: mi è capitato di partecipare ad un incontro pubblico in cui un assessore di quella amministrazione spiegava che la Città dei bambini era il colle di San Michele dove si svolgevano le attività previste dal progetto. Anche oggi ci sono persone che a vario titolo parlano di “Città dei bambini” solo perché coinvolgono i bambini facendogli scattare qualche foto in giro per la città utilizzate poi per promuovere le varie iniziative.

Forse è il caso di approfondire un po’ il tema e sollevare la questione del rapporto città-bambini che a mio avviso deve essere presa seriamente in considerazione da parte di tutti gli adulti a partire da quelli che hanno la responsabilità della pubblica amministrazione sia a livello comunale che regionale e da quelli che operano nel settore dei servizi per l’infanzia. È importante farlo oggi perché a livello regionale in Sardegna abbiamo una nuova amministrazione che si prepara a iniziare il suo percorso e a livello comunale a Cagliari, ad esempio, una amministrazione che potrebbe dare quel contributo significativo che ancora non ha dato.

Dico subito che non vedo all’orizzonte, se non in pochi casi, in Sardegna una città che possa essere definita anche dei bambini, pur essendo le città e i paesi sardi potenzialmente adatti a soddisfare molte delle esigenze dell’infanzia.

Una città è anche dei bambini se ha la capacità di mettere in discussione i rapporti di forza e di potere tra adulti e bambini (v. Elisabetta Forni, 2002): quando vengono prese decisioni sull’organizzazione della città dal punto di vista urbanistico e dei servizi, i bambini vengono ascoltati? Si chiede loro che cosa pensano, così come dovrebbe essere fatto nel rispetto delle leggi e delle convenzioni internazionali che tutelano e promuovono i loro diritti? Non lo si fa mai, se non in casi rarissimi, e quando lo si fa, spesso è fatto in modo superficiale e strumentale.

Eppure è possibile ascoltare e coinvolgere i bambini e le bambine quando si prendo decisioni che li riguardano e che riguardano la città: lo dicono alcune facoltà universitarie italiane come la facoltà di Urbanistica dell’Università di Firenze e di Architettura di Alghero dove viene insegnata la progettazione partecipata con i bambini; lo dice il CNR, dove l’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione (ISTC) promuove iniziative di partecipazione dei bambini al governo della città in diverse realtà cittadine italiane ed europee; lo dimostrano molte esperienze consolidate di partecipazione dei bambini in cui anche le scuole hanno dato il loro contributo attivo.

Consideriamo un solo aspetto – ma che riveste un’importanza fondamentale per la crescita e il benessere dei bambini e delle bambine – del rapporto dei bambini con la città: la loro autonomia di movimento negli spostamenti quotidiani a partire dai percorsi casa-scuola. Pochi mesi fa sono stati pubblicati i risultati della ricerca Children’s Indipendent Mobility promossa dal Policy Studies Institute di Londra in 15 paesi tra cui l’Italia. Nel nostro paese la ricerca è stata realizzata dal CNR (Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione).

Ciò che emerge da questo studio è che in Italia l’autonomia di spostamento dei bambini della scuola primaria nell’andare a scuola a piedi è passata dall’11% del 2002 al 7% del 2010 (negli anni ‘70 i bambini dai 6 agli 11 anni che si muovevano autonomamente sul percorso casa-scuola erano il 90%). In Germania è al 40% e in Inghilterra al 41%. Il divario di autonomia con gli altri paesi sul percorso casa-scuola permane ampio anche per i ragazzi delle medie inferiori: il 34% degli italiani, contro il 68% dei tedeschi e il 78% degli inglesi.

I dati che emergono da una indagine da me realizzata, (sulla falsariga di quella del CNR con cui collaboro, utilizzando gli stessi questionari) su un campione di bambini frequentanti le classi quarte e quinte della scuola primaria di alcuni paesi sardi non sono incoraggianti. Solo il 25% di loro fa l’esperienza di andare a scuola a piedi da solo o con i compagni mentre il 64% è accompagnato in macchina dai genitori o utilizza lo scuolabus. I dati raccolti sono in linea con quelli nazionali se includessimo anche i bambini delle prime tre classi della scuola primaria per i quali i livelli di autonomia sono più bassi.

Ma forse non ci sarebbe nemmeno bisogno di avere questi dati per capire qual è la situazione nelle città e nei paesi: oggi non si vedono più (tranne qualche eccezione) i bambini che percorrono le strade da soli o che giocano nelle piazze con i loro compagni senza il controllo di un adulto. I genitori non mandano i bambini a scuola da soli perché temono che possano subire incidenti a causa del traffico delle automobili sempre maggiore o perché hanno paura che possano fare brutti incontri con persone sconosciute.

Di fronte ad una situazione come questa, i genitori potrebbero chiedere alla città, agli amministratori pubblici, di rendere la città più vivibile e accessibile anche ai bambini. Invece si preferisce chiedere maggiori controlli (telecamere, più polizia, più parcheggi), proteggere i bambini rinchiudendoli in abitacoli inquinati e inquinanti a quattro ruote. Si interviene dall’esterno anziché mettere in atto tutte quelle azioni necessarie a creare le condizioni per un progressivo sviluppo di capacità e competenze che i bambini si costruiscono confrontandosi quotidianamente con il mondo che li circonda.

Si è arrivati al paradosso che le strade sono ancora più pericolose perché sono proprio quei genitori che hanno paura di mandare i propri figli a piedi e da soli a renderle più pericolose e inquinate. Aumenta l’autonomia di movimento degli adulti, il traffico automobilistico e con esso la probabilità di incidenti, diminuisce l’autonomia dei bambini.

I genitori hanno paura che i bambini più autonomi nei loro spostamenti in città possano subire violenze da parte degli estranei. Le statistiche sui casi di violenza nei confronti dei bambini dicono però che i bambini sono vittime di incidenti e subiscono violenze soprattutto all’interno delle mura domestiche da parte di persone che loro conoscono molto bene.

Esiste in Italia un progetto del CNR che si chiama “A scuola ci andiamo da soli” che promuove l’autonomia dei bambini nei percorsi casa-scuola con il coinvolgimento delle scuole, delle amministrazioni comunali, delle famiglie, degli anziani, dei commercianti, delle associazioni. Un progetto che coinvolge la città. I bambini che fanno questa esperienza non hanno mai subito incidenti, sono più felici, più autonomi, hanno un rendimento migliore a scuola e sono anche più magri (il 20% dei bambini sardi sono in sovrappeso e il 7% obesi). Hanno più cose da raccontare. Le città che sperimentano questo progetto sono città meno trafficate, meno inquinate, più solidali.

Perché la promozione di una mobilità autonoma è una scelta da privilegiare? Perché c’è una relazione forte tra autonomia negli spostamenti dei bambini e sviluppo delle conoscenze spaziali, costruzione dell’identità e dei legami col territorio, promozione dei diritti dei bambini (v. Monica Vercesi, 2008). Giocare liberamente in un determinato ambiente offre la possibilità di stabilire un legame profondo con esso e muoversi autonomamente offre molte possibilità di intraprendere delle attività ludiche. Il legame identitario col territorio porta anche a sviluppare il senso di responsabilità sia verso quei luoghi che rispetto a ciò che essi rappresentano per se stessi e per gli altri.

Lisa, una bambina di uno dei Consigli delle bambine e dei bambini attivi in Sardegna, durante una intervista ha detto che “andare a piedi da soli a scuola fa bene alla salute, e si entra in contatto con il mondo che ci circonda”. Entrare in contatto con il mondo che li circonda è per i bambini il modo in cui crescere, affrontando i rischi necessari, instaurando relazioni amicali non eterodirette, elaborando regole e risolvendo i conflitti in autonomia.

Il desiderio e la necessità di vivere la città in autonomia, di compiere i percorsi quotidiani a piedi o in bici è sottolineato con forza dai bambini come descritto negli appunti delle riunioni dei Consigli dei bambini sardi:

“In ogni quartiere […] ci dovrebbe essere uno spazio per il gioco […] che sia facile da raggiungere […] Le strade (quelle percorse dalle automobili) dovrebbero essere lontane e anche i parcheggi: perché le macchine inquinano e perché così ci abituiamo ad andare a piedi”.

Le riflessioni e le proposte di questi bambini pongono un problema molto serio: i bambini non hanno più l’abitudine di andare a piedi.

E allora perché i bambini italiani e sardi non dovrebbero poter fare quelle esperienze di autonomia che invece fanno i bambini inglesi o tedeschi oggi o che facevano i bambini sardi 40 anni fa? Perché le nostre città non dovrebbero avere una dimensione più vivibile anche per i bambini, gli anziani, i diversamente abili, le donne (v. Antonietta Mazzette, 2009)?

Le iniziative come quella del Pedibus che anche il Comune di Cagliari ha promosso nei mesi scorsi non intervengono sul livello di autonomia dei bambini e non rimettono in discussione i rapporti tra adulti e bambini all’interno della città pur promuovendo una diversa mobilità. Ripropongono una concezione dell’infanzia che considera i bambini come delle persone incomplete e incompetenti, perché piuttosto che essere accompagnati in macchina o con lo scuolabus, vengono accompagnati a piedi. Ci sono ancora “controllori”, “conduttori”, “istruttori”, “protettori”, come nelle ludoteche, nei parchi per il gioco, nello sport e così via. Si ripropone l’idea che i bambini non siano capaci di camminare da soli, giocare da soli, di fare conoscenza in autonomia, per cui bisogna accompagnarli tenendoli per mano.

Non si vogliono riconoscere le competenze relazionali e sociali dell’infanzia.

Per riconoscere ai bambini il loro fondamentale diritto di muoversi in autonomia, per crescere bene nel loro ambiente di vita, per avere una città le cui risorse materiali e immateriali siano accessibili a tutti i cittadini, non sono necessarie molte risorse dal punto di vista economico (che pure ci devono essere), ma è indispensabile avere una diversa visione dell’infanzia e della città, capace di rimuovere quegli ostacoli culturali e sociali che impediscono un reale cambiamento nella direzione del progresso e dello sviluppo di una società più giusta ed equa capace di garantire pari opportunità a tutti i cittadini.

Nonostante le diverse sollecitazioni rivolte all’amministrazione comunale di Cagliari, in questi anni non mi pare che si è andati nella direzione auspicata: anzi in alcuni casi, come nel caso di Piazzetta Santo Sepolcro, i genitori hanno dovuto organizzarsi in Comitato e lottare per riaffermare il diritto dei bambini e delle bambine di utilizzare gli spazi pubblici che lentamente e inesorabilmente subiscono il processo di “tavolinizzazione”.

Speriamo allora che la nuova amministrazione regionale – e con essa il Comune di Cagliari – possa assumersi l’impegno di pensare l’infanzia e la città in modo diverso come compito da realizzare anche sull’esempio di altre amministrazioni regionali (v. Emilia Romagna e recentemente Regione Lazio) e di altre città.

Il Presidente della Regione della Sardegna Pigliaru, ha più volte sostenuto l’urgenza di intervenire nelle scuole per dare ai bambini e ai ragazzi pari opportunità, punti di partenza uguali per tutti: speriamo che queste pari opportunità possano riguardare anche il tema dell’autonomia di movimento dei bambini sardi rispetto a quelli inglesi o tedeschi e che la Sardegna possa diventare un modello da seguire anche in questo ambito.

Maurizio Murino

20 Commenti

  1. Stefano says:

    si vabbé… convinciamoci che sono i suv i mali del mondo.
    La maleducazione c’è a tutti i livelli, a partire dalla 500 parcheggiata sul marciapiede sopra le strisce, fino alla mercedes in tripla fila, passando per il nonno vigile che pare svogliato quanto un personaggio svogliato di Alberto Sordi.
    Comunque, oggi non c’era scuola e, nonostante la pioggia battente, non c’era quasi traffico.

    O chiudiamo le scuole o chiudiamo le strade nei pressi delle scuole (chiaramente molto comodo per chi abita vicino alle scuole)

  2. Francu says:

    Oh vito laghi deu deppu arribai a suv a squola e cravvarci mio figlio davanti all’ingresso si proiri asinunca si struppiara la cresta alla el sciaraui. E poi ci funti siringhe drogate e pedofili. A mio figlio lo voglio cresciuto beni deu!

  3. Pierpaolo Nurchis says:

    Ho modo di verificare giornalmente quanto riportato nel post: In città i giorni che, per un qualsiasi motivo non c’è scuola, il traffico si riduce in maniera a dir poco Drammatica! Ben oltre il 50%; inoltre non posso non ricordare che da bambino andavo e tornavo da scuola sempre da solo, e che, a 8-10 anni, portavo a giocare i miei fratelli minori ai giardinetti pubblici o al Bastione, ed era cosi per tutti o quasi. Certo ora in questi termini non è proponibile, ma si è arrivati ad un eccesso opposto.

    Bisogna fare qualcosa.

    Per lavoro seguo le conferenze di servizi per la pianificazione dei piani urbanistici comunali (PUC); esemplicativo il PUL (piano di utilizzo dei litorali) del comune di Cagliari: tutti abbiamo seguito la diatriba legata ai problemi baretti-movida, spiaggia-tutela ambientale, trasporti-accessibilità e quant’altro. Ma soprattuto sembrava, a leggere i giornali, che il Problema fosse e sia la sopravvivienza dei Baretti.

    Come sanità si è chiesto che nella pianificazione si tenesse conto, in maniera decisa, anche delle cosiddette categorie “protette” : anziani, bambini, disabili, in quanto anch’esse hanno diritto alla fruizione di un bene pubblico quale una spiaggia urbana.

    Nel corso delle conferenze pubbliche i rappresentanti di alcune cooperative che gestiscono i servizi di assistenza a queste categorie “protette” hanno ripreso questa richiesta ed hanno chiesto con forza modifiche ed adeguamenti rispetto a quanto proposto dai progettisti.

    Ecco propongo questo: in fase di pianificazione le indicazioni hanno carattere generale, è in fase di programmazione che si definiscono le azioni e i progetti da attuare, ed è qui che opinione pubblica, operatori ed esperti possono realmente incidere sulle scelte.

    Questo vale per la grande città come per il piccolo paese, anche nei paesi più piccoli si verificano queste distorsioni, noi come ente competente faremo la nostra parte, e, memori di questa esperienza, chiederemo preventivamente indicazioni agli esperti su questi argomenti.

  4. Ho due figli che fino all’anno scorso frequentavano la scuola elementare e la scuola media. E da quando la figlia “grande” è entrata alle medie ho provato a mandarli da soli, sfruttando il fatto che scuola media e elementare sono una affianco all’altra. Risultato? Ho dovuto fare una battaglia con la dirigente scolastica perché non è previsto che i minori possano uscire dalla scuola senza la presenza dei genitori, meno che mai quelli più piccoli delle elementari.
    Con mio marito abbiamo firmato una serie di dichiarazioni in cui ci assumevamo la piena responsabilità di tutto quello che poteva succedere dal momento in cui i bambini varcavano il cancello della scuola. Oltre a questo abbiamo dovuto scrivere (!) tutto il percorso che i due fanno per tornare a casa (e se un giorno cambiano strada cosa succede?).
    Per non parlare del biasimo di insegnanti e genitori.
    Rispetto all’articolo e ai vari commenti mi chiedo: i bambini devono fare “esperienza di autonomia”, come auspicano alcuni, oppure si vuole solo fare finta e basta ammaestrarli in recinti appositi (percorsi senza auto e senza pericoli)? Posto che i bambini non maturano allo stesso modo e nello stesso momento credo dipenda dai genitori avere la sensibilità per capire quando il figlio è pronto per sperimentare varie forme di autonomia, con ogni gradualità: dall’allacciarsi le scarpe da solo, ai piccoli lavoretti casalinghi, al tragitto – o parte di esso – per la scuola.

    • Stefano says:

      Cara Ale, purtroppo la Dirigente Scolastica si muove come puo’/deve. La normativa non ci viene in aiuto. Io insegno in un Istituto superiore(quasi 50%di pendolari,quindi impossibile per loro caso arrivare a piedi, usano la metro leggera per esempio, et altri mezzi- NO GENITORI) e ogni volta che voglio portare i ragazzi a qualsivoglia manifestazione devo firmare una Nomina nella quale in base all’Art.2048 del C.C e dell’Art 61 della L.n° 312/1980 mi “assumo direttamente ogni responsabilità in relazione all’obbligo di vigilanza degli alunni” […] Nessun alunno esce dalla scuola senza che qualche docente abbia firmato la “presa in carico”. Questo vale anche in presenza di liberatoria dei genitori(è obbligatoria anche questa per gli alunni minorenni) o degli stessi alunni maggiorenni. In pratica anche con tutta questa “paperaglia” se accade qualcosa al discente…alla sbarra finisce sempre qualcuno dell’istituzione Scolastica(in genere il docente). Mai un genitore.
      Poi c’è il problema che Cagliari esti manna e i genitori mandano i figli nelle scuole che credono e magari non sempre sono vicine a domu.
      Insomma le cose da ripensare sono tante. Però dobbiamo essere TUTTI partecipi e consapevoli delle difficoltà di tutte le parti in gioco.
      Il giochino è colpa di…non può funzionare più. Non ha mai funzionato.
      Per il resto c’è Tomaso Moro.
      Un caro saluto

      • paulsc says:

        L’osservazione sull’iscrizione a scuole non vicine all’abitazione è molto giusta. Nel mio palazzo ci son diversi bambini e ragazzini e nessuno di loro frequenta una scuola vicina al quartiere. E’ un problema non di poco conto…

      • Sono perfettamente d’accordo e intedevo solo raccontare la mia esperienza personale, non certo dare la colpa a questo o a quello. Ció che volevo dire è che anche i genitori che vorrebbero mandare i figli a scuola da soli non lo possono fare. Per legge, come mi confermi anche tu. Quindi il punto, mi pare, è che c’è un sacco di gente che parla di cose che non conosce, se non in maniera superficiale. Alcuni genitori hanno davvero necessità di accompagnare i figli a scuola usando l’auto, per mille motivi, altri probabilmente no. Un saluto

  5. Fabrizio Vacca says:

    Io accompagno mia figlia a scuola in bicicletta, grazie alle piste ciclabili tanto attaccate e tacciate come inutili – forse da chi usa la macchina anche per fare 20 metri – , ma poi devo lasciare la sua bici fuori dalla scuola, perchè nel giardino la bici, dice il dirigente scolastico, “potrebbe essere un pericolo per gli altri bambini, che potrebbero mettere le dita nella catena”…ma se è ferma che pericolo c’è? Mettere una rastrelliera per le bici, no? Ditemi se questa non è follia?
    Amsterdam e Copenhagen sono piene di bambini con le dita fratturate….

  6. francesca says:

    La risposta a questo studio è semplice:
    fate percorrere a vostro figlio di 7/8 anni, Via La Marmora, Castello, Cagliari, durante gli orari di apertura e chiusura delle scuole.
    Se i genitori in ritardo per la scuola, alla guida dei suv, lanciati in discesa in una strada senza marciapiedi a dalla quale il comune il Comune ha levato anche i dissuasori che creavano alcuni tratti di aree pedonali, (perché intralciavano la circolazione), non vi ammazzano i figli, beh state pur certi che una volta su dieci almeno colpiranno loro, i loro zainetti o voi.

    Cagliari non è una città percorribile a piedi, come il resto d’italia, siamo educati alla maleducazione e certi di restare impuniti.

    ecco perchè, è per semplice istinto di sopravvivenza!

    • Stefano says:

      in altra zona di Cagliari, ma è proprio come dice Francesca.

      • Nei paesi è ancora peggio,perchè i genitori alla guida dei suv,tra l’altro con il motore acceso,( se è freddo aria calda,se è caldo aria fredda)in fila che aspettano i bambini,coprono la distanza tra casa e scuola…..e poi lanciati di nuovo per portarli a danza,basket,arti marziali a ballare bla bla bla bla

        • arricardu says:

          ma con tutti questi c…di suv dov’è la crisi? hanno tutti i rimborsi benzina? boh po mei sa genti est amachiendisì…

  7. Stefano says:

    i genitori non “vogliono” o non “possono” o non “lo ritengono opportuno”?
    i suoi figli vanno/andavano da soli a scuola?

  8. Francesco Sechi says:

    E’ l’effetto di citta’ non pianificate. Le famiglie non fanno altro che adattare i propri comportamenti alle realta’ e situazioni che incontrano tutti i giorni. Purtroppo cambiano le amministrazioni ma la pianificazione non si fa; non prendiamocela con le famiglie.

    • Fino ad un cert punto……forse è più comodo andare avanti e indietro incuranti dell’inquinamento che si crea che lottare per i diritti dei propri figli

  9. Marco Cadinu says:

    Grazie Maurizio Murino, ci inviti alla costruzione di una città nuova, di una società dove il pensiero progettuale sia al centro degli interessi dei pedoni e dei bambini. Insomma una città civile. Veniamo da una tradizione progettuale che ha privilegiato sempre, al contrario, il punto di vista delle auto: marciapiedi sempre più stretti, velocità sempre maggiori. In questi ultimi anni, a Cagliari, prime significative inversioni di tendenza.
    Dal momento che i centri storici delle nostre città si muovono troppo lentamente verso la pedonalizzazione – anche a causa di non risolte dinamiche organizzative che riguardano tutta la città – la strategia tutt’ora più utile è quella di costruire lunghe serie di singole strade pedonali, capaci di interpretare la storia dei quartieri e di connetterli con i quartieri vicini, fino ai parchi, alle periferie, alle spiagge: una rete di percorsi logici, culturalmente ben radicati alla città, un riferimento sicuro per i bambini capace anche di rassicurare i genitori più timidi.
    E poi costruire isole salve, luoghi per tutti: “piazza San Sepolcro libera” è stato un primo passo, in attesa di un progetto più diffuso nei quartieri.
    E a proposito di Marina ecco uno stralcio di un progetto che insieme ad alcuni amici avevamo regalato alla circoscrizione centro storico nel settembre 2006:
    “…LE ‘STRADE DEI BAMBINI’. E’ UNO SLOGAN che esprime la necessità di creare una rete minima di percorsi pedonali per le fasce più deboli e più numerose della popolazione, ossia i bambini, i genitori con carrozzine e passeggini, gli studenti di tutte le età, le persone anziane ma in definitiva per i tutti i residenti ed i turisti. Si propone: 1 -PEDONALIZZAZIONE DELL’INTERA VIA NAPOLI (e di alcune traverse indicate in planimetria), asse storico di collegamento tra Via Manno, i Portici di Via Roma e il mare, attraverso Piazza San Sepolcro e la futura – si auspica – Piazza Santa Lucia; 2 – PEDONALIZZAZIONE DI VIA SARDEGNA TRA VIA BAYLLE E VIA BARCELLONA (in stretta relazione con la Piazza di Santa Lucia; quindi linea pedonale tra il Carmine e Bonaria); PEDONALIZZAZIONE DI VIA DETTORI TRA PIAZZA SAVOIA E PIAZZA SAN SEPOLCRO…”.
    Sembrava un’utopia, quelle strade erano invase da centinaia di macchine…
    Ma il pensiero va anche ai quartieri non definiti storici, perché una città non è un caos con una bolla al centro… e gli sforzi degli ultimi decenni per costruire i corridoi ecologici tra aree naturali protette potrebbero essere riformulati per individuare e realizzare Corridoi Ecologici Urbani per i pedoni e le fasce di utenti non motorizzate.
    Percorsi a basso inquinamento atmosferico ed acustico, con segnaletica e semaforica sufficientemente lunga da permettere attraversamenti sicuri per tutti, con segnaletica orizzontale curata e pavimenti sicuri, verso parchi, scuole, musei, luoghi di svago e cultura.
    Ma quanti bambini ci sono in città? O meglio quanti cittadini sono abbastanza svantaggiati da avere bisogno di percorsi e luoghi sicuri? In fondo moltissimi: anziani, ipovedenti… oppure persone non perfettamente in forma, con il sacrosanto diritto ad un progetto urbano più civile e solidale di così.

  10. francesco meloni ( Gianfranco) says:

    Questo succede anche a Siniscola, luogo dove vivo,.
    L’ora dell’ingresso e quella dell’uscita diventano un Caos e un ostacolo al traffico che ha dell’incredibile, la via Gramsci in quella circostanza è parzialmente bloccata a causa delle automobili delle mamme che vanno a prelevare i loro figli.
    Ogni tanto, la voce esagerata di chi parla di maniaci e pedofili al di fuori delle scuole accompagna quella di chi terrorizza l’ambiente parlando di piccolo spaccio di droghe leggere al loro esterno.
    . Tutto cio’ serve a giustificare la presenza, fuori dell’uscita scolastica, dei genitori e della loro automobile….
    quella presenza ossessiva che non lascia ai propri figli quel po di autonomia che consentirebbe loro di diventare man mano piu’ autonomi e meno obesi…

  11. Maurizio Murino says:

    Non mi sorprende che sia stato guardato male! C’è molta diffidenza, poca fiducia nei confronti dei bambini e nei confronti degli “altri”. Mi capita spesso in primavera e in estate di frequentare i giardini pubblici con i miei figli: io li lascio giocare e li osservo da lontano. Giocano tra di loro, o ognuno per conto proprio, o con altri bambini che incontrano lì. Quando un adulto vede di bambini da soli, anche ai giardini pubblici, si avvicina con una certa preoccupazione, e chiede informazioni circa la presenza dei genitori. Stessa cosa accade quando percorriamo il Terrapieno di Cagliari all’uscita di scuola …..i bambini corrono avanti da soli, o si fermano (spesso) a giocare quando qualcosa attrae la loro attenzione restando indietro. Gli adulti che li incontrano, vedendoli soli si fermano a osservarli e spesso intervengono per accertarsi che ci siano anche i genitori. Questo fa pensare che comunque le persone non lascerebbero da solo un bambino nel caso in cui avesse bisogno di aiuto mentre percorre la strada che lo porta a scuola – come nel caso di tuo figlio – o dai suoi compagni o a fare la spesa nel negozio vicino ca sa sua. Dovremo forse alimentarci nuovamente di quel senso civico che caratterizzava il vivere nei quartieri delle città 30, 40 anni fa.

  12. Elisabetta says:

    Oltre a sottoscrivere parola per parola questo bell’articolo, e a ringraziare Vito per lo spazio che gli ha dato nel suo blog (e Maurizio Murino per aver ricordato la lotta che io e altri genitori abbiamo condotto per la de-tavolinizzazione della Piazza Santo Sepolcro, uno dei pochissimi spazi pubblici vissuti dai bambini del centro di Cagliari), osservo che anche i ragazzini delle medie e delle superiori vanno a scuola in macchina, accompagnati da mamma e papà fin davanti all’ingresso. A Cagliari e nei paesi; io insegno a Iglesias, ove l’ingorgo di auto e il traffico intasato vicino alla scuola sembrano essere vissuti come sinonimo di modernità, e i ragazzini che vengono al liceo a piedi sono etichettati come sfigati.
    Sappiamo bene del resto come tendenzialmente l’adulto medio urbanizzato, da noi, si sposti in macchina anche per fare percorsi di pochi chilometri, andare per locali la notte e fare piccole commissioni. A Cagliari, e nei dintorni, essere pedoni viene cioè vissuto come una punizione, una diminuzione della propria modernità e del proprio comfort.

    Ovviamente il discorso che fa Maurizio è scientificamente più raffinato, orientato a riflettere sul rapporto bambino-città e a influenzare il rapporto delle amministrazioni con l’infanzia, ma ecco, mi vien da pensare che la mobilità vincolata alla quale i bambini sardi sono costretti è la stessa che si infligge agli adolescenti (che attenzione, finiscono poi per gradire e chiederla se non addirittura pretenderla) e che – ormai impigriti e incapaci di auto-autonomia – si pratica da adulti.

    Da qui, da questa stortura culturale, discende per me molta cattiva educazione alla città, alla mobilità, al vivere comune. Adulti che soffrono la pedonalità non possono essere adulti che educano alla pedonalità e all’autonomia che l’essere pedoni comporta e implica.

  13. Grazie mille per aver pubblicato questo interessantissimo articolo!
    Proprio tre giorni fa ho avuto una discussione con due persone sulla possibilità di mandare da sola mia figlia di 7 anni a scuola, distante poche centinaia di metri. Bene, sono stato guardato male! Non vedo che pericoli terribili possa correre, e non capisco perché ci ostiniamo a deresponsabilizzare i nostri figli in questa maniera.
    Speriamo che la ragione e, quindi, una maggiore etica nei nostri comportamenti inizi un percorso di radicale modifica.

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