Cultura / Sardegna

“Sardegna o Sardegne? Contro il monopolio dell’identità”, un intervento di di Fabrizio Palazzari

 (Carbonia)

Oltre che su questo blog, questo articolo viene pubblicato anche sui siti Fondazione SardiniaTramas de AmistadeMadrigopolisSardegnaSoprattuttoSportello FormaparisTottusinpari e sui blog EnricoLobina e RobertoSedda.

***

Nel 1958 Thomas Münster, un ingegnere tedesco, scrive un attento diario di viaggio dei suoi soggiorni in Sardegna intitolato “Parlane bene” (della Sardegna). Si racconta di un’isola da poco entrata nella “modernità” e che ancora porta con sé i segni profondi di un passato lontano, importante e profondo. Segni che a un cittadino europeo del tempo suscitano sensazioni di stupore e affetto miste a preoccupazione. Ne avverte da subito, infatti, la mancanza di senso storico percependo come, nella pur ottima memoria dei Sardi, mancasse una dimensione, come se tutti gli avvenimenti storici fossero visti “come su un dipinto, contemporaneamente e uno accanto all’altro”. E come, a questo senso limitato del tempo, corrispondesse un senso dello spazio anch’esso limitato e allo stesso tempo complesso.

Una complessità degli spazi che, ancora oggi, deriva da una geografia difficile, da una memoria “labirintica” e da una storicità composita che fanno dell’isola uno dei rari luoghi in Europa dove coesistono, in stretta prossimità, elementi paleolitici, nuragici, medioevali, moderni o di archeologia industriale.

Spesso questa immagine, appena descritta, corrisponde a quella parte della Sardegna che Nereide Rudas, nel libro “L’isola dei coralli”, ha definito il “triangolo dell’isolamento”, ovvero quell’area che “poggia la propria base sulla costa orientale dell’Ogliastra e della Baronia, abbraccia il massiccio del Gennargentu con le sue propaggini e contrafforti settentrionali e meridionali, include gli altipiani centrali per poi convergere con il vertice dei suo lati verso il Montiferro e la costa occidentale”.

Questa specifica area geografica e culturale, caratterizzata da una bassa demografia e da tassi di isolamento molto elevati, è quella nella quale si distribuiscono, per luogo di nascita, quelli che sono considerati alcuni tra i maggiori autori sardi del Novecento e dove più a lungo si sono conservate la lingua e una cultura autoctona.

Per questi ed altri motivi, legati per esempio alle dinamiche migratorie interne della Sardegna del secondo dopoguerra o ad altre più squisitamente politiche, economiche e culturali, la narrazione di questa parte della nostra regione è quella che ancora oggi viene di norma considerata come la più autentica.

In altri termini ciò che in questo testo intendo argomentare, con tutta la sensibilità e l’attenzione che il tema richiede, è che a partire dagli anni Cinquanta si sia affermata una narrazione e una rappresentazione dell’isola che ha privilegiato una parte della stessa senza riconoscere altrettanta dignità alle altre Sardegne, che pure esistono, e le cui storie, sistemi valoriali e culturali potrebbero essere di enorme aiuto in quel percorso di costruzione di una unità e di un destino collettivo che ancora è ben lungi dall’essere realizzato.

È innegabile infatti come il focus abbia costantemente privilegiato l’interno rispetto alle coste, le zone rurali rispetto a quelle urbane, il mondo agro-pastorale rispetto a quello minerario.

Il caso della Sardegna mineraria è, in questo senso, paradigmatico. Come è stato ricordato da Paolo Fadda (studioso e storico cagliaritano, ndr), nel riflettere sull’epopea mineraria sarda, è davvero incredibile come ancora oggi si continui ad avere una modesta, se non scarsa, valutazione su cosa abbia rappresentato per la Sardegna l’essere terra di miniere.

Spesso infatti la lettura è non dissimile da quella che viene data al processo di industrializzazione del Piano di Rinascita. Si pone (giustamente) l’accento su quanto sottratto, depauperato, inquinato mentre non si riconosce pienamente, con altrettanta determinazione, il valore di entrambe le esperienze.

Tralasciando, nel caso minerario, quanta civiltà europea (attraverso il lavoro operaio, la scienza giuridica, la tecnica, l’organizzazione) ci sia stata messa a disposizione e dimenticando importanti elementi simbolici che invece, a mio avviso, dovrebbero essere parte integrante del nostro immaginario collettivo. Penso per esempio al fragore del motore a scoppio della prima auto immatricolata nel 1903 in Sardegna (quello della Decauville 10HP del direttore della miniera di Buggerru) oppure alla luce della prima lampadina elettrica che illuminò una notte sarda (quella che si accese a Monteponi, prima località dell’isola ad essere elettrificata).

È vero che quelle miniere sono state chiuse, ma ancora oggi quel mondo è protagonista di alcune delle più importanti esperienze europee di recupero della memoria e della cultura mineraria, come testimoniato dal premio del paesaggio del Consiglio d’Europa assegnato nel 2011 alla Città di Carbonia per il progetto “Carbonia Landscape Machine”.

Nel pieno rispetto e riconoscimento del patrimonio culturale, storico e linguistico rappresentato dalla Sardegna “interna” dovremmo a mio avviso incominciare a superare tutte quelle barriere che limitano una piena presa di consapevolezza di tutte le altre Sardegne. Penso per esempio a quelle rappresentate dalle diverse comunità di pescatori delle nostre coste, dalle varianti linguistiche dell’open field cerealicolo campidanese, dalle città di fondazione (di epoca sabauda e di epoca fascista), dalla ricerca scientifica e dalle attività imprenditoriali.

In caso contrario il rischio più grande sarebbe quello di alimentare un identitarismo di maniera che spesso viene praticato sul piano politico e che potrebbe invece essere mitigato provando ad indicare possibili filoni di studio che ci accompagnino in questa contemporaneità.

Sicuramente quel focus di cui si è parlato anteriormente tenderà a spostarsi, già se ne vedono i segnali, dalle zone rurali a quelle urbane e dall’interno all’esterno. In particolare è ragionevole pensare che nel primo caso si concentrerà sulle nuove generazioni degli hinterland di Cagliari e Sassari e, nel secondo caso, sull’emigrazione liquida delle fasce più dinamiche della popolazione sarda che, pur lasciando l’isola, mantengono una relazione continua, fluida e diretta con il territorio e le reti sociali di origine.

Fabrizio Palazzari

 

14 Commenti

  1. Una domanda interessante da porsi è: chi ha gestito e gestisce il “monopolio dell’identità” sarda? e con quali fini?

  2. grazia pintore says:

    Devo ammettere che solo partecipando al blog Monteprama ora e prima quello di Gianfranco Pintore,sto cercando di colmare la mia grande ignoranza sulla storia nuragica.Per quanto riguarda questo articolo,ammetto,ancora una volta,che, per me, la vera Sardegna era la Barbagia.Mi cospargo la testa di cenere per tale presunzione.Ora è abbastanza facile visitare la Sardegna in macchina e dico in macchina perchè i mezzi pubblici sono ancora molto deficitari,figuratevi come erano nell’800 e nei primi anni del novecento.Quando vivevo nella mia terra non conoscevo e nè sentivo parlare di altri luoghi meravigliosi della Sardegna.A parte i nostri politici,finalmente,mi sembra,che i sardi stiano riscoprendo la loro isola con tutte le sue ricchezze naturali ed archeologiche.

  3. ninosardonico says:

    La Sardigna è una terra abitata da un popolo composto di diverse genti.
    Chi nel corso della sua vita cerca oltre l’identità del presente quella del proprio passato si imbatte sempre in un muro,eretto dal potere dominante col preciso scopo di far sì che le Genti di Sardigna restino all’oscuro del proprio passato,non si riapproprino così per intero della propria identità.
    E’ terribile per questi signori sapere che i Nuragici(i nostri genitori)costruivano statue colossali prima dei Greci e possedevano una propria scrittura,complessa e criptica nello stesso tempo.
    Queste evidenze,ormai in sempre più straripante libera uscita,stanno mettendo sempre più in crisi i dotti medici e sapienti della sovrintendenza,al soldo dello stato italiano.
    Negare negare negare.
    Facendo passare per ciarlatani coloro che in piena onestà pubblicano da anni fatti che mettono a dir poco in cattiva luce il furto d’identità(è ciò di cui si parla,no?)ancora reiterato da lorsignori nei confronti delle Genti di Sardigna.
    Per chi volesse farsi un’idea :monteprama blog spot.
    Pro su bene de totus e de donzunu.

  4. frakis says:

    Ess… Esagerau lisandru… Premesso che i libri bisogna leggerli (e anche che Paoletta è una delle protagoniste dei processi abantausu nel post) la domanda è: ha venduto di più ‘tra il dire e il fare’ o ‘la costante resistenziale sarda’?

  5. 🙂 Bell’articolo… Fabrizio…
    e non dare retta a Mongili, scusa… Mongile…

  6. La mia Sardegna, quella dove vivo confinava con Budoni, Monte Pizzinnu, Orosei, Lula e Lode’.
    A lungo tempo questi confini sono stati una vera muraglia linguistica e storica,
    Io stesso non ero a conoscenza dell’esistenza di siti minerari nei pressi di Lula se non per sentito dire quando da bambino ascoltavo i racconti dei viandanti.(negli anni ’50 mio padre era unu zilleraiu che esercitava nel punto dove fermava l’autobus di linea)

    La miniera di Guzzurra evocava immagini legate alle rapine e nelle mie fantasie rimandava a scontri a fuoco tra banditi e forze dell’ordine, odori sconosciuti di bisacce e cambales
    .
    La conoscenza della storia sarda era nulla perche’ nessuno ne sapeva niente.
    .
    La scuola italiana, quella elementare, era impegnata a travasare nel nostro cervello i Garibaldi, i Giulio Cesare e i Mazzini

    Tutto quello che sono adesso lo devo principalmente al mio interesse personale.
    molto lo devo anche alla mia esperienza di insegnante che mi ha portato scavalcare quella muraglia identitaria di qui parlavo all’inizio.

    Ogliastra, gallura, Barbagia, Planargia hanno acquisito un preciso significato.

    Adesso penso che la Sardegna avrebbe tutti i titoli per vedere riconosciuto il diritto a essere considerata NAZIONE se si prende in esame il significato dato da tutti i dizionari italiani.
    .

  7. Cristian Caddeo says:

    Una volta ho sentito Vito ed Elio, durante una puntata di Buongiorno Cagliari, ridimensionare l’importanza della storia mineraria della Sardegna (a onor del vero veniva da loro criticata la costante presenza dei caschetti dei minatori in occasione di tutte le visite dei Papi). Aldilà delle loro intenzioni devo dire che la cosa mi fece riflettere parecchio essendo io nato e cresciuto nel Sulcis e avrei voluto spiegare perché non fossi d’accordo con quanto sostenevano. Questo articolo lo spiega perfettamente.
    Altro punto di riflessione che scaturisce da questo articolo è l’evidente incapacità tutta nostra di recuperare e riutilizzare l’enorme eredità architettonica e museale lasciataci da questo importante periodo storico. L’esempio citato del recupero del patrimonio minerario, architettonico, estetico e paesaggistico della città di Carbonia, fortemente voluto e sostenuto dall’allora Sindaco Tore Cherchi, è rappresentativo delle potenzialità nascoste dietro queste eredità.
    L’idea vincente, a mio avviso, di questo importante progetto di recupero è stata la visione complessiva dell’intervento, non ci si è limitati a ristrutturare un edificio od un area ma buona parte dei punti focali della città mineraria restituendogli smalto e genuinità andati, per lungo tempo, persi.
    E’ vero, tanti sono gli esempi di recupero e riutilizzo di strutture ed edifici minerari ma chi, per esempio, abbia mai percorso la strada che porta alla meravigliosa spiaggia di Piscinas non può non essere rimasto turbato dallo stato di abbandono e degrado di tutte le strutture e infrastrutture testimoni di un così importante periodo storico della nostra terra.
    Alla faccia di chi ci consiglia di inventarci una storia (Atlantide, sigh) da spendere all’estero per diventare famosi!!!!!

    • Ricordo quella puntata e quel ridimensionamento che era in realtà legato alla percezione del lavoro minerario per quello che è oggi. Per effetto delle lotte operaie degli ultimi vent’anni, l’idea che molti sardi e italiani hanno (spesso generata da mass media nazionali) è che siamo ancora un popolo di minatori, e non è così. Se è vero come è vero (e sono d’accordo con Fabrizio) che nessuno in Sardegna può detenere questa sorta di monopolio dell’identità, è vero anche che il Sulcis con tutta la penosa retorica della “provincia più povera d’Italia” (e non è vero) si sta sostituendo alla Barbagia in un certo tipo di immaginario. E io questo lo contesto.
      Concordo pienamente con quello che scrive Fabrizio e aggiungo alla sua riflessione il richiamo al più interessante romanzo di Sergio Atzeni (de gustibus, ovviamente) che non è l’incompleto e discutibile “Passavamo sulla terra leggeri” ma il meraviglioso “Il figlio di Bakunìn”, dove questa idea di Sardegna plurale emerge in maniera chiara, quasi programmatica. Tullio Saba è la Sardegna in tutte le sue molteplici sfaccettature. Ci siamo tutti in quel romanzo, perfino noi cagliaritani, sardi di serie z per molti monopolisti dell’identità.

      • Pietro F. says:

        “Ci siamo tutti in quel romanzo, perfino noi cagliaritani, sardi di serie z per molti monopolisti dell’identità.”

        Mamma mia quanto è vera questa tua frase……

      • ninosardonico says:

        Vito,sardi di serie z pro sos poleddos tzegos.
        Io amo pensarla come una città del Popolo del mare,è una visione che diventa realtà se ci pensi.
        Bisogna forse avere più pensieri poetici sulla nostra terra che nuvole nere sulla nostra testa,forse scidaus su soli che ci illumina.

      • paulsc says:

        Giustissimo!!

  8. Lisandru Mongile says:

    Beh, esiste il lavoro di Paola Atzeni, come minimo. Però bisogna leggersele, le cose.

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