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Ma lo spirito critico dov’è? Se la Sardegna va male è anche colpa dei suoi intellettuali

Oltre che su questo blog, questo post viene pubblicato anche sui siti Fondazione SardiniaAladinpensieroTramas de AmistadeMadrogopolis, SardegnaSoprattutto e sul blog di Enrico Lobina.

***

La dove c’era un’opera d’arte ora c’è… un muro qualunque. Mentre Firenze tributa tutti gli onori a Pinuccio Sciola, accogliendo le sue opere all’interno della basilica di Santa Croce, Cagliari cancella un murale realizzato in pieno centro cittadino dal maestro di San Sperate. La colpa di chi è? Di nessuno, ovviamente. Le ragioni della sinistra regolamentare coincidono con quelle della destra condominiale, per fondersi entrambe in una sorta di “idiozia legalitaria” che unisce nuove e vecchie classi dirigenti e amministrative cittadine. Niente cambia a Cagliari. Anzi no, una differenza c’è: in passato almeno si gridava agli scandali, oggi si tende a giustificarli, a minimizzarli.

D’altra parte, trovare in questa società anche un solo responsabile di uno solo dei disastri che abbiamo sotto gli occhi non si può, è troppo difficile. Nessuno ha ucciso i morti di Lampedusa, mettiamoci l’anima in pace. Chi vuole, se la prenda col “sistema” (sempre che esista ancora e che ce ne sia uno solo). Viviamo in un’era di irresponsabilità diffusa, in cui neanche i colpevoli di un reato lo sono mai veramente e fino in fondo, perché nel frattempo ci sarà un ulteriore grado di giudizio (anche ipotetico) a dare loro la speranza di una possibile innocenza, e fino ad allora nulla cambia. E in ogni caso, anche una sentenza rappresenta solo “un punto di vista”.

Cercare i responsabili è dunque inutile e anche rischioso, perché espone alle vendette e alle ritorsioni. Sia chiaro: soprattutto in Sardegna.

Evidentemente se il parlar chiaro espone a rischi crescenti un motivo ci sarà, ed è semplice. Mettere in discussione qualcosa o qualcuno oggi è sconveniente, oltreché maleducato. Meglio evitare. D’altra parte, la libertà è come un muscolo che va utilizzato con regolarità, che va allenato. Così come il coraggio, che ci consente di essere liberi pubblicamente. Servono palestre dove mettersi alla prova, dove prepararsi. Ma queste palestre non esistono più. Quindi chi o che cosa può essere oggi sottoposto ad un credibile vaglio critico?

Una volta per gli intellettuali e per gli aspiranti politici la palestra della loro intelligenza (ovvero conoscenza più libertà più coraggio) era la critica culturale. Si recensiva un romanzo, un film, uno spettacolo, un disco con gli stessi strumenti e con lo stesso rigore con cui più avanti si sarebbe analizzata la realtà. L’oggetto culturale era un piccolo mondo da scandagliare e sezionare in piena libertà, senza remore. Perché il prodotto culturale era metafora del mondo. E chi non sapeva analizzare un film non avrebbe fatto molta strada.

Oggi invece la critica è morta. E non solo in Sardegna, sia chiaro, ma in tutto il mondo, come ci avverte Mario Vargas Llosa nel suo libro “La civiltà dello spettacolo” (Einaudi, 2013).

Non è casuale che la critica sia poco meno che scomparsa (…) è vero che i giornali e le riviste più serie continuano a pubblicare recensioni di libri, esposizioni e concerti, ma chi legge più i paladini solitari che cercano di stabilire un certo ordine gerarchico nella selva promuscua in cui si è trasformata l’offerta culturale dei nostri giorni? (…) In modo impercettibile, è accaduto così che il vuoto lasciato dalla scomparsa della critica sia stato riempito dalla pubblicità.

Una società che non sa e/o non vuole criticare l’arte e la cultura non avrà gli strumenti per criticare la politica, aggiungo io. Perché non è in grado di dare valore alle cose, di stabilire gerarchie. La critica culturale consente invece di ribaltare i rapporti di forza consolidati, evita le rendite di posizione, accoglie il merito e punisce il demerito. Certo, questo se la critica esistesse davvero. Perché le pagine culturali dei nostri giornali sono in realtà la fotocopia di quelle politiche, essendo gestite con la stessa logica superficiale e attenta a non mettere in discussione le rendite di posizione.

Con una novità: che alla fine (come fa notare sempre Vargas Llosa) è questa cultura tutta marketing e poca sostanza a contribuire al peggioramento della politica, a contaminarla: non il contrario.

Insomma, una volta i quadri della sinistra e del sindacato venivano formati nei cineforum e nelle sezioni si studiava: sul serio. Oggi i giovani della sinistra cagliaritana fedele al sindaco Zedda giustificano la distruzione di un’opera d’arte come se tutto fosse colpa del destino.

Di chi è la responsabilità di questa deriva? Le università possono tranquillamente accomodarsi sul banco degli imputati. Ben lungi dall’essere quel luogo di formazione e di esercizio disinteressato dello spirito critico, sono invece diventate delle infallibili scuole di servilismo e di opportunismo, come si evince dalla vasta letteratura riguardante le feudali modalità di selezione della classe insegnante. Per ogni docente universitario che si assume pubblicamente le responsabilità delle proprie idee, ce ne sono altri cento che preferiscono stare in silenzio.

Se la Sardegna vive questa situazione è dunque colpa anche degli intellettuali, colpevoli di diserzione e incapaci di educare i giovani e le future classi dirigenti all’esercizio di una lettura critica e pubblica dei prodotti culturali prodotti in quest’isola, vera palestra di libertà. Se in Sardegna non siamo in grado di stabilire quali sono i cinque romanzi più interessanti pubblicati nell’ultimo decennio, come potremo riuscire a valutare la ben più complessa azione di un assessore, di un sindaco o di un presidente della Regione?

Non sorprendiamoci allora se la società sarda da tempi perde ogni sfida con la realtà: è solo perché scendiamo in campo senza alcuna preparazione, senza esserci mai allenati.

Intanto in piazza Repubblica a Cagliari il murale di Pinuccio Sciola non c’è più. Qualcosa vorrà pur dire.

 

 

34 Commenti

  1. antonio macis says:

    Il rifacimento della facciata è molto gradevole semplice decoroso pulito lineare e sicuro che non cadano calcinacci. avete fatto un sacco di chiasso ma quel palazzo ha tutte le facciate in ottime condizioni ….fossero tutti come quello.Complimenti ai committenti all’amministratore e all’ ingegnere direttore dei lavori. Siete stati BRAVI !

  2. Dimenticando che che i problemi ricadono sulle politiche sciocche della sinistra vedi abbattimento delle carriere dove non vanno considerati i meriti professionali ma quanto percepiscono alla fine del mese, in fatti non si esibiscono i titoli di merito ma il cedolino dello stipendio, cosi ci siamo trovati che un semplice manovale muratore alla fine del mese tra commissioni e paga base percepisca più di un professionista con lauree , per non parlare degli espropri proletari voluti dalla sinistra estrema e balle varie

  3. Ciao Vito,
    l’analisi che hai espresso in questo post non mi sembra molto convincente. Si parte dalla mancata denuncia per la scandalosa sparizione di un’opera d’arte per arrivare agli intellettuali sardi (passando per Vargas Llosa).
    Lo spirito critico sta anche nel chiedersi come mai un’opera commissionata da un privato a un artista,e da realizzarsi sulla facciata di un condominio, non sia stata denunciata in quanto tale (e cioè come opera d’arte) nè dall’artista che l’ha eseguita, nè dai tanti cittadini, che come tale la consideravano, se si sentono privati di qualcosa che eveidentemente sentivano come rappresentativo.
    Premesso che personalmente sono di un altro avviso (per me si è sempre trattato di una decorazione promossa dalla Rinascente) mi trovo comunque d’accordo sul fatto che una parete cieca come quella dello stabile di piazza Repubblica fosse perlomeno più gradevole con le pietre di Sciola. Però ci troviamo in un momento così delicato per i beni artistici -e i tagli che ne pregiudicano la tutela- che puntare il dito contro responsabilità non accertate, come in questo caso, mi sembra dannoso oltreché fuorviante.
    Da molti dei commenti che ho letto su questa vicenda, mi sembra che i cittadini non abbiano capito che il rispetto delle regole ha un prezzo, e che quello che davvero rappresenta la collettività (come le opere d’arte pubbliche) va difeso in primis dalla collettività. Senza il bisogno di delegare agli intellettuali sardi quello che da anni gli si rimprovera di non essere in grado di fare.

  4. Michele says:

    Quello di cui non ci si rende conto in Italia è che la popolazione è composta da italiani, ossia da gente che non ha particolare dimestichezza con la legalità, che è sempre stata governata e gestita con legalità un pò vaga, che ha sempre avuto esempi di poca legalità e così via.
    è per questo che l’avvento di un amministrazione che di punto in bianco decide di applicare alla perfezione tutte le leggi e norme che ci circondano ci conduce all’idiozia legalitaria.
    Gli italiani hanno bisogno prima di tutto di dosi massicce di cultura della legalità, solo in seguito passerei ad applicarle leggi e norme alla perfezione.

  5. ZEPROF says:

    Vito, come la maggior parte dei Kiagliaritani, non ti sei accorto che hanno sostituito Sciola con Rothko! …Forse

  6. A corollario di quello che ho scritto prima, vale la pena di dare un’occhiata a questa statistica rilasciata oggi, l’unica che veramente ha importanza per capire il nostro paese (e, per inciso, Tullio De Mauro parla di questo da anni). http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/10/09/la-politica-nellautobus-che-ci-porta-al-lavoro/

  7. Antioco Floris says:

    Caro Vito,
    condivido ampiamente il problema che poni (e lo dico anche se non mi è mai particolarmente piaciuto il murale di Sciola in piazza Repubblica, non per questo, ovviamente son contento che sia stato eliminato). La riflessione che proponi dovrebbe essere ripresa nelle associazioni culturali come nelle aule universitarie,e forse anche nei bar e nelle piazze. Ma oggi siamo troppo presi a sopravvivere per porci i problemi della qualità della vita che sono anche quelli che tu indichi. È così nelle associazioni culturali come nelle università, nei bar come nelle piazze.
    Non credo però che “stabilire quali sono i cinque romanzi più interessanti pubblicati nell’ultimo decennio” in Sardegna sia veramente importante, ciò che mi piacerebbe è che ciascuno avesse i propri cinque romanzi importanti scelti con cognizione di causa, padronanza di giudizio, consapevolezza delle implicazioni nella scelta di quei cinque romanzi… e non che procedesse (concedimi la citazione di Mario Perniola da “Contro la comunicazione”) come «una specie di tabula rasa estremamente sensibile e ricettiva, ma incapace di trattenere ciò che è scritto su di essa oltre il momento della ricezione e della trasmissione. Paradossalmente il pubblico della comunicazione è tutto coscienza che trasmette e riceve qui ed ora, ma senza memoria e senza inconscio. Ciò consente ai potenti di poter fare e disfare secondo il tornaconto momentaneo, senza essere legati ad alcunché». Forse la responsabilità non è tanto, o solo, degli intellettuali, ma è di una società che tende a banalizzare ogni cosa, a trasformare tutto in piacere e spettacolo, a confondere l’arte con la comuncazione in cui tutto è tutto e il suo contrario.
    In fondo gli intellettuali, quelli più attenti e validi, questi problemi, senza per forza essere apocalittici, gli avevano posti già da tempo. È la politica che ha preferito guardare la televisione, usare come modello la peggiore televisione. Ed è per questo che ha massacrato la scuola e l’università (e finiamola con queste affermazioni superficiali stile Brunetta, Gelmini, Tremonti secondo cui l’università è solo corruzione e incapacità e che i migliori cervelli scappano all’estero. Se i nostri laureati si possono vendere bene all’estero è perché la formazione che hanno avuto da noi è di buon livello, ottimo in molti casi, altrimenti non li prenderebbe nessuno. Certo che a furia di massacrare l’università e la scuola cervelli da cedere all’estero ne avremo ben pochi).

  8. Caro Vito,
    credo che gli intellettuali abbiano, in generale, grandi responsabilità; per questo, quando le cose vanno male, hanno grosse colpe. Magari le condividono con altri, ma non per questo sono meno colpevoli.
    In questo caso, la colpa (anche mia, che ho avuto un ruolo da amministratore di questa città, e che sono – più o meno bene – un intellettuale) consiste nel non aver previsto la possibile insorgenza – fino alla criticità – di un problema teoricamente identificabile e analizzabile a priori.
    Il tema era, e resta, racchiuso in una semplice domanda: “dove vanno da vecchie le cose deteriorabili? chi le controlla, chi le assiste?”
    Una domanda semplice, ma – come al solito – una difficile risposta. La domanda, infatti, potrebbe essere riferita anche a quel particolare tipo di cosa che si chiama “essere umano”, e dato che abbiamo sotto gli occhi molte risposte mancanti; figuriamoci quelle per le cose di minor rango, come animali, piante e oggetti “minerali”.
    La drammaticità della questione consiste nel fatto che, se per gli esseri umani non ci sono scuse che tengano – così, kantianamente – per il resto emergono subito molti se, ma e distinguo.
    Del tipo: “ma, ne vale la pena?” o “non sarebbe meglio, piuttosto?” o, ancora “sarebbe bello, ma chi paga?”.
    Nel caso in questione, credo che bisognerebbe ragionare in questo modo, come per i figli: “trulli trulli, chi li fa, se li trastulli…”. Il che non vuol dire che i genitori – in quanto tali – possano disporre liberamente dei propri figli: vuol dire – al contrario – che una volta messi al mondo, devono a loro provvedere, per il meglio, ragionevolmente.
    Ora, il murale era stato fatto, e tante grazie; fatto sul muro di qualcuno, consapevole e disponibile, con la presumibile consapevolezza e acquiescenza del Comune di allora. Tutto OK: bene, bravo, grazie, prego: da quel momento, con buona pace di tutti, è stato messo al mondo un murale. Trulli trulli, chi l’ha fatto se lo trastulli.
    Quando il muro – e il murale – si deteriorano, tutti quelli che hanno partecipato al trullamento generale dovrebbero rendersene consapevoli e responsabili. Come? provvedendo adeguatamente.
    Il che vuol dire che – laddove il murale debba cessare di esistere – si debba di ciò dare atto anche amministrativamente, come per tutte le cose che (colore delle facciate, tipo di finiture, materiali etc.) sono normalmente oggetto di controllo e di verifica.
    Se il caso “murale” è un caso particolare, vuol dire che – al momento di metterlo al mondo, nell’interesse anche della cultura e del sentimento comune – bisogna sapere che ci si sta facendo carico di un impegno che comporta una evoluzione nel tempo.
    Tutto questo è previsto?
    Forse no.
    E qui cade l’intellettuale, che avrebbe dovuto pensarci.
    E adesso, ovviamente, anche quel particolare tipo di intellettuale che è l’amministratore pro tempore, che dovrà pensarci, in un modo o nell’altro.
    Io, non l’ho fatto, per mia colpa.
    Adesso, chi deve, faccia.

  9. dove sono gli intellettuali?

  10. Che bella riflessione Vito, ottimo articolo, e tutto sommato ottimista. E bravo Gianni, andare a ripescare un pezzo del Paìs di 16 anni fa non è male…

  11. Si può avere una guida telefonica degli intellettuali e anche quella di chi scrive in questo blog con il tono dell’intellettuale che cerca intellettuali? Se lei, Biolchini, mi fornisce in nomi potrei orientarmi e farmi orientare. La discussione sembra di qualche decennio fa, però è curiosa. Faccia i nomi. E facciano i nomi anche i sussiegosi Michele, Zu e roba del genere. Sarebbe divertente.

  12. Il danno è fatto e l’opera di Sciola l’ammireremo dalle foto come nei libri di scuola, sempre poco apprezzati nonostante la loro indispensabilità. Ma la realtà è davvero un’altra cosa; essa è mutabile ad ogni attimo di luce, ad ogni variazione di punto di vista, ad ogni variazione di umore, ad ogni variazione di contesto, ad ogni variare; per cui non si è distrutta una sola opera d’arte. Se qualcuno ne avesse la capacità suggerirei di rappresentare in questa visione arida del palazzo delle mani che agguantano queste strutture rugginose con dei visi seminascosti come tra le barre di un carcere (l’arte prigioniera? forse). L’arte purtroppo non è facile da accettare; l’arte è difficile da capire; l’arte ha bisogno di studio; l’arte ha bisogno di sensibilità; l’arte ha bisogno di emozione; l’arte sa andare oltre il contingente. Ai progettisti cagliaritani nessuno ha aiutato a capire e loro si sono sempre creduti degli illuminati. E’ dal periodo medievale che questa città non gode più di un “piano urbanistico”, e non dico intelligente perchè presupporrei che ce ne siano stati di basso profilo e questo sarebbe già un complimento. Stili? architettonici; spazi comunitari; decoro urbano; visioni culturali con un filo conduttore che avessero potuto e saputo legare il passato con il futuro; niente! Purtroppo le amministrazioni competenti; gli organi competenti; le commissioni competenti; gli assessorati competenti, hanno studiato Cagliari?, hanno studiato arte?, hanno fatto un corso minimo di estetica?, solo per stare al minimo. Niente! dovrebbero stare solo a guardare e, come diceva “lo scemo del paese”: prima di giocare alla morra bisogna almeno imparare a contare. Altrimenti guarda.

  13. claudia says:

    Lo spirito critico? Ma scherzi, Vito? É ammesso soltanto esaltare la propria parte di riferimento, politica o culturale che sia, e menare a prescindere botte da orbi sugli avversari, anche quando non ce ne sarebbe la ragione, salvo poi gridare allo scandalo , offesi, quando si riceve lo stesso trattamento. Se critichi perchè vedi la realtà e ti interesserebbe anche capire i meccanismi di certi comportamenti, come minimo ti senti apostrofare dai permalosi in malafede ”ma tu, a nome di chi parli?”, quando non addirittura ”chi ti paga?” … Ma tu non dare retta e continua a esercitarlo, questo benedetto spirito critico; si abitueranno, prima o poi! 😉

  14. Non sono molto convinto dall’analisi. A me pare più credibile che il declino della nostra cultura sia una conseguenza inevitabile di decenni di mediocrità culturale.

    Leggere le analisi dei veterani dei circoli e della critica letteraria italiana tradisce un forte spaesamento di fronte ad un mondo dove i totem ideologici sono andati a sparire. Ma non è un problema del mondo; è una realizzazione dell’inadeguatezza di una generazione che ha creduto che isolarsi fosse virtuoso. Non mi sembra che i circoli e le sedi di partito fossero grandi palestre di dissenso: hanno creato una cultura settaria, elitaria, frammentata e incapace di comunicare all’esterno. La critica era spesso simile: interpretava la realtà secondo codici condivisi da tribù molto definite, in un continuo esercizio di “predicare ai convertiti”

    Per decenni chi ha dato vita a questo mondo ha creduto di far parte qualcosa di importante, di aver un serio impatto sul paese. Non avendo nessuno strumento per avere un riscontro immediato della reale diffusione delle idee, era facile pensare che la realtà delle feste e dei circoli avesse un vero impatto, soprattutto dal momento in cui era vicina ad alcune delle realtà mediatiche più importanti del paese, nella televisione, in radio, sulla e carta stampata.

    Internet è come uno struccante: tutto ad un tratto ha mostrato una radiografia del paese brutalmente accurata, ed è diventato evidente che gli intellettuali in Italia avessero perso il polso del paese da molto, molto tempo.

    Sono invece completamente d’accordo che il problema sia nell’educazione, ma parte da prima dell’università. La nostra scuola è ancora basata sul modello gentile, privilegia la memorizzazione rispetto allo spirito critico, e dissuade al confronto tra studenti. Queste cose possono partire dalle medie, quanto meno.

    Il problema è che il pensiero ideologico (per non parlare di quello cattolico) ha abituato molti a credere che pensare di “avere ragione” e non ascoltare il prossimo fosse virtuoso. Adesso che ci si rende conto di quanto sia stato ottuso, mancano modelli di comportamento adeguati, e ci potrebbero voler decenni prima che questo cambi.

  15. Luca Pux says:

    Temo che, date le condizioni “storiche”, non vi sia molto spazio per elaborare, o meglio per “trasmettere”, una critica degna di essere definita tale. Penso che mai, in nessun regime totalitario, nazismo e fascismo inclusi ( cosa che, sia detto di sfuggita, dovrebbe stimolare più di una riflessione sul senso profondo dell’essere antifascisti oggi, mettendo possibilmente da parte la retorica), il discorso pubblico è stato così piattamente omogeneo e, per l’essenziale, “consenziente” come negli degli ultimi due decenni – ciò persino da parte delle frange pseudo rivoluzionarie, radicali e/o d’alternativa, che sebbene rifiutino la retorica della politica spettacolo, comunque ne adottano ( forse loro malgrado) la sintassi. Così è stato nell’Italia come nella Sardegna di questi ultimi decenni, dove si è discorso e si discute – di tutto a patto di non pensare nulla. Sono, in fondo, i vantaggi del “moderatismo” e “riformismo” politicamente corretto. E dell’essere “responsabili” , come vuole la doxa dei tempi moderni. Mai, credo, gli intellettuali, ridotti , con un certo decisivo compiacimento da parte loro, al rango spettacolare di “esperti”, sono stati più solleciti nel loro compito di procacciare consenso e di rassicurare confondendo le idee. Non senza poter godere prima di lauti compensi e meschini privilegi! Poiché, se è vero, come io credo, che lo stato spettacolare è, come, magistralmente ci illustrò Debord ( ben prima di Mario Vargas Llosa: correva l’anno 1967), lo stadio estremo nell’evoluzione della forma-Stato, verso il quale, come sospinti da una sorta di forza fatale, sembrano in qualche misura muoversi oggi tutti gli Stati del mondo, lo “Spettacolo”, dunque, nel senso ristretto di circolazione mediatica dell’informazione, serve a rendere impossibile che i problemi decisivi siano posti in modo chiaro, per così dire “essenziale”, e che i cittadini dispongano degli elementi sufficienti per formarsi un’opinione non contraddittoria su di essi. E’ in pratica il trionfo dell’opinione pubblica senza opinione. E’ questo Stato spettacolare, che annichilisce e svuota di contenuto ogni identità reale, ad aver prodotto massicciamente dal suo seno delle singolarità che non sono più caratterizzate da alcuna identità sociale né da alcuna reale condizione di appartenenza (sebbene non si perda occasione, da destra a sinistra, di ciarlare ad ogni piè sospinto di “identità”). Cioè delle singolarità “veramente” qualunque, alle quali è impedito in tutti i modi e con tutti i mezzi di (ri)costruirsi una identità sociale forte e di poterla rivendicare con altrettanta forza e concretezza. L’insediamento di questa efficacissima forma di dominio ha rappresentato – al di là della banale retorica sulla “Costituzione più bella del mondo” – una trasformazione sociale talmente profonda da aver forse cambiato per sempre l’arte di governo. Ma poiché la teoria giunge sempre in ritardo ad una piena comprensione di ciò che la pratica rivela nell’immediato, i “vecchi pregiudizi smentiti dappertutto, precauzioni diventate inutili e perfino tracce di scrupoli d’altri tempi” erano fino a “ieri” d’ostacolo nel pensiero di numerosi governanti a tale comprensione, che invece la pratica generale si era incaricata di dimostrare nella vita quotidiana”. E dunque, non solo si faceva credere ai dominati che si trovano ancora in larga misura in un mondo che è stato fatto sparire, ma a volte i governi stessi soffrono per certi versi della stessa incongruenza. Capita loro di pensare a una parte di ciò che hanno soppresso come se fosse rimasta reale e dovesse perciò restare presente nei loro calcoli”. La cronaca politica italiana degli ultimi lustri pare abbia confermato ampiamente, nel metodo come nella sostanza, queste amare conclusioni.

    Luca Pux

  16. Michele says:

    “idiozia legalitaria” mi piace molto.
    avrei dovuto usare questa definizione sul blog di deliperi per il caso baretti del poetto dove per diversi post ho cercato di spiegarmi senza farmi capire, invece era così semplice. idiozia legalitaria

    • t’avrei risposto “paraculismo imprenditoriale”, cioè fregarsene bellamente delle leggi – che dovrebbero valere per tutti – invocando un preteso stato di necessità per fornire servizi ai frequentatori della spiaggia.
      E con questo non voglio dire che la cosa non debba esser risolta una volta per tutte. Anzi. Ma si deve fare nel rispetto della legge, se non dispiace.

      Stefano Deliperi

      • Edmondo Costa says:

        Gentile Stefano, conosco i temi che tratti. Da Sassarese, faccio una semplice ed ingenua domanda. Legge a parte, che non conosco, qual è la ragione per cui i baretti vanno bene sino a fine Dicembre e poi devono essere smantellati?
        Dico questo perché mi pare di aver letto che entro la fine dell’anno debbano essere ri-smantellati. E’ così?
        Un cordiale saluto.

  17. Francu says:

    Hai centrato il punto vito. I professori universitari (con alcune eccezioni) sono un nido di baroni, servi, opportunisti, incompetenti da far paura. Infatti i nostri migliori ricercatori fuggono se possono. Incredibile come, malgrado tutto, in italia sia cambiato il mondo del lavoro, la scuola, la famiglia e vivaddio perfino la politica, ma il mondo accademico e le sue logiche sono rimaste immutate nei decenni, malgrado le varie riforme, il 68 ecc.Troppo spesso perfino il migliore, illuminato e onesto docente per fare carriera si è dovuto legare al barone di turno. Nel migliore dei casi ha solo dovuto leccare un po’ il culo e fare il portaborse, nel peggiore sottostare a logiche feudali aspettando che il “signore” lo inserisse nel concorso giusto

    • Edmondo Costa says:

      Non sarebbe il caso finirla con i soliti luoghi comuni?
      Chi ha stabilito che i laureati che hanno conseguito il titolo di ricercatori e che vanno a cercare lavoro all’estero siano “i nostri migliori ricercatori”l
      L’essere ricercatore non vuol dire essere “un geniale cervello”, come l’essere calciatore non significa essere necessariamente un Totti od un Del Piero.
      In Sardegna ci sono tanti tecnici, laureati con i vecchi schemi, che hanno svolto una lunga e proficua attività di ricerca, perciò si possono definire ricercatori a tutti gli effetti, ma non pensano di essere dei geni che sono riusciti a non emigrare.
      Non riesco neanche credere che un “geniale” ricercatore non riesca a trovare un lavoro, nel pubblico o nel privato, in Italia.
      Io, non “ricercatore”, che faccio ricerca da tantissimi anni, non ho mai avuto bisogno di espatriare ed ogni volta che ho proposto, a chiunque, un mio progetto, sono stato sempre ascoltato ed accolto.
      Garantisco, non sono un genio!
      Però, credo di essere almeno “normale”.
      Non è che in giro vi siano molti “anormali”?
      Ovviamente ammetto che possa anche capitare che vi siano “geni incompresi”.

  18. Caro Biochini, la sua analisi lucida della nullità (o inutilità ?) della critica intellettuale dei nostri giorni, mi porta ad una riflessione personale.
    Ho sempre pensato che, le analisi delle situazioni politiche e non, fossero più veritiere se ognuno di noi coltivasse l’abitudine di crearsi le proprie convinzioni e le proprie idee, senza farsi influenzare dai “cattivi maestri”. Forse, la mia, è una pia illusione, ma, poichè sistematicamente assaliti dalle sirene del mondo attuale, non posso che cullare questa mia aspirazione.
    Ho quindi la presunzione di consigliare, a chi ha ancora una “coscienza critica”, di perseverare nelle sue riflessioni personali, coltivando fino in fondo l’abitudine di darsi delle risposte e crearsi la sua idea ( giusta o sbagliata che sia ).
    La ringrazio per l’ospitalità.
    Francesco Utzeri

  19. senzasenso says:

    Ma la critica come metodo intendi? Come metodo che non si limita alla mera analisi dell’esistente ma tende alla sua trasformazione?
    Mi ricorda un filoso dell’800. Non ricordo chi.
    Vendola mi suggerisce il Cardinal Martini…

  20. Proprio ieri riflettevo sul ruolo dei mentori, dei buoni maestri, di chi abbia voglia di guidare criticamente (e disinteressatamente) i giovani e i meno giovani (nei quali mi ci metto anche io). Forse manca la voglia, da entrambe le parti, il tempo, l’energia. Eppure ce ne sarebbe davvero bisogno (occhio, però: bisogna essere disponibili a criticare e soprattutto ad essere criticati, anche duramente).

    • Concordo. Ma direi che in questi tre anni di blog non mi sono mai sottratto alla mia sana dose di colpi presi, oltre che dati! 🙂

      • muttly says:

        Avessi fatto un concorso di idee anziché seguire il motu proprio ti sarebbero arrivati i suggerimenti di Armandino per prendere meno colpi invece sei fissato con questa cosa delle verità della giustizia itta funti cosa de pappai ? Sa giustizia chi curridi lassadda a is cassatorisi cassausu 😀

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