Cagliari / Cultura

Ci scrive Paola: “Ma la partecipazione dov’è? Il murale di Sciola distrutto, nuovo atto della catastrofe cagliaritana”

(Nei giorni scorsi l’artista Crisa ha coperto un suo murale dipinto tra i Giardini pubblici e la Torre di San Pancrazio)

 

Caro Vito,

abbiamo presidiato alberi, piazze, coste, storici edifici. Ci siamo arrampicati, incatenati, speso notti al freddo. Ti ricordi gli abitanti di via Manzoni a Cagliari con gli ombrelloni e le seggioline che trascorrevano la notte in strada (in pieno inverno) per non far costruire un gigantesco multipiano che senza quelle lotte oggi arriverebbe fino al cielo?

E ti ricordi quell’anno disgraziato, più o meno per Natale, quando buttarono giù l’oasi meravigliosa di villa Halen, senza che le autorità preposte battessero un ciglio? E la battaglia per gli alberi di piazza Garibaldi, per quelli di piazza Giovanni e l’ultima di fronte al Siotto, con Raffaello abbarbicato ai rami? E gli abitanti furibondi in piazzetta Maxia, con gli striscioni alle finestre? E il Caffè Genovese, che da un giorno all’altro perse la protezione dello Stato e i Rivara si videro costretti a sgomberare, sradicando la cancellata, i meravigliosi arredi di loro proprietà, per trasportarli in pazza San Cosimo? Lasciando nude quelle mura che avevano accolto tutti, come disse prof. Romagnino, gente del popolo (le operaie della Manifattura Tabacchi) nobili e borghesi. Salvo poi, una volta distrutto tutto, riscrivere la storia a modo nostro (http://www.anticocaffe1855.it/la-storia-dell-antico-caff%C3%A8.html).

L’elenco di queste ferite alla città è infinito.

Ci si sono ammalate e ammalati semplici cittadine e cittadini, urbanisti, registi (il povero Enrico Pau!), intellettuali di ogni campo. Spesso si diceva che non valeva la pena, che mancavano gli estremi per apporre un “vincolo”. Che la sentenza di qui o la storia dell’edificio di là impedivano azioni difensive. Non è vero, sai. Le cose non stanno così.

Guarda cosa scrive il Ministero dei Beni Culturali a proposito della Commissione Franceschini, istituita decenni fa per indagare sulla condizione del patrimonio italiano: «Tra i molti meriti dei lavori della Commissione va ricordata l’adozione della locuzione “bene culturale” con il significato di “tutto ciò che costituisce testimonianza materiale avente valore di civiltà». Se questo è il significato, quanto sarebbe facile difendere la nostra città! E i “beni comuni” per cui si battono da anni Rodotà, Settis e, prima di loro, tante tante associazioni “di scopo”?

Eppure ancora oggi eccoci qui, a discutere per l’ennesima azione impropria compiuta sotto il nostro naso. Non importa se il murale di Sciola ha meno di cinquant’anni o se l’autore è vivente, non significa proprio nulla. Era o non era una testimonianza nel senso espresso dalla Commissione Franceschini? Qualcuno si è posto il problema? Il muro crolla, hanno scritto. Bene, allora parliamo all’artista, parliamo alla città, chiediamo aiuto per una soluzione. Forse ce lo poteva dire Sciola stesso cosa fare. Forse non si poteva fare nulla, però almeno «ci abbiamo provato».

Cos’è questa maledizione che fa credere ai politici di poter risolvere tutto da soli? Mi viene in mente il pescatore di anguille di “Sacro Gra”, che nella sua baracca si chiede come mai a loro, che vivono nell’acqua del Tevere da sempre, nessuno chiede mai nulla. Eppure lui, sulle anguille e sul Tevere, di sicuro qualcosa sa.

E mi viene in mente Fabrizio Barca, che gira l’Italia circolo dopo circolo, associazione dopo associazione, senza clamori, senza seguito ma che chiede a tutti di fermare sulla carta l’incontro, di non sprecare le idee, di metterle a punto, perché senza questo meticoloso lavoro condiviso che ricostruisce una visione dal basso non resta nulla, solo l’arroganza dei politici di turno o il lavoro di inutili tecnocrati.

Ma sai, la partecipazione è una fatica, si spreca tanto tempo e non si arriva mai a una conclusione. La gente blatera a casaccio, senza sapere le cose.

Facciamo così: diamogli un contentino con una bella assemblea partecipata, dove si ritrovano architetti, maestranze del cinema, teatranti, musici, danzatrici e danzatori. Ci mettiamo lì l’assessore di turno che naturalmente è un esperto di tutto, in grado di raccogliere ogni istanza, capire qualsiasi problematica, comprese le infiltrazioni nei muri portanti di un edificio. Poi si manda tutti a casa e si ricomincia come prima.

Però che bella assemblea, quell’assemblea. La milionesima in cui si ripetono le stesse cose, i partecipanti, quelli sì davvero esperti nel loro campo, sputano un veleno che si è accumulato per decenni nei loro cuori, perché sanno bene che quella non sarà che l’ennesima assemblea dove il governante di turno non è in grado di capire ciò di cui parlano centinaia di persone padrone di abilità complesse, che nessuno, nessuno al mondo può, da solo, davvero assorbire, nemmeno il tecnocrate più tecnocrate della Terra. Quell’abilità ce l’ha solo lei che danza, lui che fa teatro, lei che costruisce edifici.

La partecipazione è una perdita di tempo? Sai cos’è una perdita di tempo? Il tecnocrate che prende decisioni sbagliate, il politico che lavora nella sua torre d’avorio e poi si ritrova la gente da 25 anni sulle montagne a bloccargli i lavori.

I governanti una cosa la possono fare – niente di trascendente, cose che da decenni praticano ovunque – organizzare delle forme strutturate e facilitate di partecipazione dei cittadini alle decisioni importanti. C’è una legge in Francia che si chiama del “Débat Public” dove lo Stato è costretto a sottoporre all’opinione pubblica (strutturata) decisioni importanti da prendere in merito a opere grandi e meno grandi.

Ricordo Fabrizio Barca che a Cagliari parlava delle persone che si avvicinano al Partito, al fatto che bisogna saper accoglierle, ascoltare, riportare le loro istanze e mi ricordo di Fabio Masala, del metodo di partecipazione strutturata che la Cineteca sarda utilizzava per discutere i film. Ricordo Nora Racugno quando, spiegando il metodo, diceva che nel discutere un film il facilitatore deve, senza forzature, fare in modo che le opinioni siano elaborate, approfondite fino a raggiungere una sintesi o un certo grado di profondità condivisa, ma soprattutto è necessario che i partecipanti trovino una strada per esprimersi, perché fra le persone presenti ci sarà sicuramente chi alzerà il ditino una volta, timidamente, e se ignorato non lo alzerà mai più.

Alla Cineteca si sono formati sindacalisti, quadri di partito, insegnanti. Diciamo fin dagli anni Sessanta? E risalendo alle origini della Cineteca, alla sua storia lontana, alle sue radici più profonde si può arrivare per vie neppure tanto sotterranee alle ottocentesche cattedre ambulanti per l’agricoltura. E indovina chi ha riproposto da poco l’esperienza formativa/partecipativa delle cattedre ambulanti? Il ministro Barca al Forum di Rieti dedicato alle nuove e innovative strategie per la progettazione europea 2014-2020.

C’è tutto un mondo in fermento, dove si studiano metodi partecipativi facilitati. Molti di questi sono stati praticati proprio qui, in Sardegna, da sempre, e alcuni sono stati elaborati da un tizio di Cagliari, ma sì, da un docente universitario, Enrico Euli. Lo cito per dire che la catastrofe non è davanti a noi e neppure alle nostre spalle, ne siamo parte: prima ce ne rendiamo conto prima troveremo un modo, condiviso, di affrontarla.

Paola

 

29 Commenti

  1. Antonio says:

    “E il Caffè Genovese, che da un giorno all’altro perse la protezione dello Stato e i Rivara si videro costretti a sgomberare, sradicando la cancellata, i meravigliosi arredi di loro proprietà, per trasportarli in pazza San Cosimo? Lasciando nude quelle mura che avevano accolto tutti, come disse prof. Romagnino, gente del popolo (le operaie della Manifattura Tabacchi) nobili e borghesi. Salvo poi, una volta distrutto tutto, riscrivere la storia a modo nostro (http://www.anticocaffe1855.it/la-storia-dell-antico-caff%C3%A8.html).”

    Il tempo annebbia i ricordi e gli eventi Storici. Il denaro tenta di riiscrive una Storia “ad personam” ma aime’ c’e’ chi e’ nato al Caffe’ Genovese e ne conosce la vera Storia.

    In memoria di chi mi ha preceduto e nel rispetto della mia famiglia.

    Antonio Rivara

  2. casumarzu (Sergio) says:

    per favore Sergio, non squalificare quel bel nome che hai. Tu vuoi i risultati? Tu hai cognizione di causa? ma il messaggio di Paola ddas cumprendiu? P A R T E C I P A Z I O N E. E se non ti bastasse una vita per vedere mai un risultato sufficiente alla tua cognizione di causa, come la metti? Ti guardi indietro a tempo scaduto e dici “quante cose avrei potuto fare, dire, aiutare senza pretendere sempre il risultato migliore.
    Ma itta ses’ingegneri!

    • carissimo pappardelle alla sarda, la partecipazione esiste quando si ha cognizione di causa, altrimenti è falsa. per il resto non mi piace il tuo tono, tantomeno le tue pedanti frasi fatte che non portano da nessuna parte (e si vede) dunque, non saprei proprio che dirti, se non: tanti auguri.

  3. Interessante e condivisibile in vari punti. Tuttavia mi pare giusto ridimensionare il ruolo di quel “mondo in fermento, dove si studiano metodi partecipativi facilitati. Molti di questi sono stati praticati proprio qui, in Sardegna, da sempre”. Se l’ultimo inciso della frase e’ vero, allora mi chiedo: e i risultati? Dove sono? Con Barca e vari altri sono stato uno dei “pionieri” dello sviluppo locale, in Italia e in Sardegna, e sento di poter sostenere con cognizione di causa che i risultati di quel “lavoro condiviso che ricostruisce una visione dal basso” – che Barca si intestardisce a cercare ancora di applicare – ha fallito! Devo forse ricordare il processo di “progettazione integrata” avviato diversi anni fa in Sardegna?
    Forse e’ piu’ sano cercare dunque altre vie. Io e vari altri qualche idea ce l’abbiamo…..

    • Casumarzu! : ))

      Barca, come prima cosa, pur continuando a chiedere la “progettazione integrata”, la “condivisione”, i “processi partecipati”, prima di tutto ci ha scritto di vigilare, perché esiste una classe dirigente non incompetente bensì determinata a mantenere il blocco al Nord, il Sud nella miseria, i giovani nell’ignoranza e tutt* noi nella paura. E’ da qui forse che bisogna ricominciare a ragionare. Remare controcorrente è difficile, ma non voglio credere che una decisione condivisa sia qualcosa da lasciarsi alle spalle, come fallimentare.
      In un recente convegno, “La cultura scende in campo” (è disponibile online), Salvatore Settis insiste su un tema controverso e dice che “molti cittadini, partendo da quello che vedono dalla proprio finestra, partendo dal proprio limitato orizzonte, estendono il loro sguardo e provano a capire di più dei grandi problemi del paese, a partire da quello che uno vede che non funziona. L’indignazione è la reazione più immediata. Ma indignarsi non basta. C’è un passo in più da fare e in molti casi è stato fatto”. Settis riporta infatti alcuni esempi: referendum consultivi, proteste che hanno portato a importanti sentenze della Cassazione (nel caso delle valli da pesca di Venezia “l’uso comune precede qualsiasi forma di proprietà”) capovolgendo la giurisprudenza più consolidata, risultato molto importante nella definizione di “beni comuni”. Per me l’esempio più importante è quello dei No Tav. Lì, guardando dalla loro finestra, i cittadini non solo hanno organizzato una difesa strenua delle Valli, che ha consentito di ripensare e ridiscutere qualcosa che sembrava dato per sempre, ma soprattutto, i giovani che oggi hanno 25 anni e sono nati là negli accampamenti hanno interiorizzato un sistema partecipativo democratico che fa di quelle Valli l’unico esempio italiano di democrazia partecipata (molto più di questo in realtà). Certo, adesso è arrivata la loro criminalizzazione e l’esercito, proprio come aveva predetto anni fa Enrico Euli, ma questo ci dice solo che non dobbiamo lasciarli soli, che non dobbiamo avere paura, che tutto dipende da noi, singole/i cittadin*.
      Proviamo a parlarne.

      • Burrida, o pappardelle alla sarda.
        Non ce bisogno di Barca (ministro dai risultati abbastanza evanescenti in materia ma, si sa…il sistema, la crisi, etc…) per sapere che occorre vigilare. Continuiamo comunque a parlarne, male non fa.

  4. Massimo says:

    Paola chi?

  5. Federica says:

    RINNOVAMENTO, meno male che esiste.. altrimenti vivrei in un nuraghe

  6. Davide says:

    Federico Crisi artista? Va bene, diciamo che ci può stare, anche Banksy è un artista, per citarne uno tra i migliori.
    Amo l’arte e l’ultima cosa che vorrei fare nella vita è il censore, ma la qualità dei lavori di Federico Crisi non merita i muri di Cagliari, per cui giudico il suo fare arte un qualcosa di molto presuntuoso.

  7. Federico Crisa copre un suo murale. Un gesto politico enorme di un grande artista. Perché ogni tanto gli schiaffi è bene restituirli. E la nostra cara amica Paola ci regala una riflessione che ci fa sentire orgogliose di conoscerla. Grazie ad entrambi. Siete veramente fighissimi.

    • Riccardo76 says:

      …sono totalmente in disaccordo : cosa c’è di enorme nel ricoprire un murale realizzato nottetempo a due passi dalle mura medievali e dalla Torre di S.Pancrazio, datata 1305? Possibile che il centro storico debba essere ricoperto di balene bianche o dai ripensamenti dell’artista?… è forse arte, ma non è certo rispettosa del mio diritto a non vedere la mia città tappezzata di murales nei sui scorci più suggestivi dei quartieri storici…come se già non bastassero scarabocchi,cavi volanti, luci al neon, cartelli, auto e cassonetti posizionati accanto ad edifici storici o a monumenti o a strade di interesse storico-architettonico.

      • non avrei saputo spiegarlo meglio…totalmente d’accordo.

        • Anch’io ci andrei piano. Non continuamo a confondere arte con comunicazione, comunicazione con pubblicità. E’ vero che viviamo in un mondo dove ormai la conoscenza è legata soltanto alle tecniche socio-psicologiche aziendali di stampo anglosassone, ma è anche vero che il pensiero contemporaneo sull’adorazione di questi idoli pervasivi si sta appiattendo in maniera direi sconfortante. Leggo argomentazioni e commenti che mi fanno pensare a come ormai non si riesca più a perforare la superficie dei problemi, limitandosi ad accettare la comune inadeguatezza ai nuovi scenari e ancorandosi alle bitte gratificanti del neo-qualunquismo tecnico. Io concordo in pieno con l’analisi di Umberto Galimberti: “La tecnica è il luogo della razionalità assoluta, in cui non c’è spazio per le passioni o le pulsioni, è quindi il luogo specifico in cui la funzionalità e l’organizzazione guidano l’azione.

          Noi continuiamo a pensare la tecnica come uno strumento a nostra disposizione, mentre la tecnica è diventata l’ambiente che ci circonda e ci costituisce secondo quelle regole di razionalità (burocrazia, efficienza, organizzazione) che non esitano a subordinare le esigenze proprie dell’uomo alle esigenze specifiche dell’apparato tecnico. Tuttavia ancora non ci rendiamo conto che il rapporto uomo-tecnica si sia capovolto, e per questo ci comportiamo ancora come l’uomo pre-tecnologico che agiva in vista di scopi iscritti in un orizzonte di senso, con un bagaglio di idee e un corredo di sentimenti in cui si riconosceva. Ma la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela verità: la tecnica funziona e basta”. La tecnica quindi non ha fini da realizzare, ma solo risultati su cui procedere. Quello che ci manca è un’etica in grado di regolare i rapporti tra l’uomo e gli altri uomini, le cose, gli animali, la natura nel suo complesso. E qui il discorso si fa estremamente complesso, e complesse le conoscenze necessarie anche solo a sfiorarlo, il problema. Diamo un senso all’arte? O non siamo in grado di riconoscere l’equivoco fondamentale dell’arte contemporanea? Che cioè esista soltanto il “mercato dell’arte”? Che risponde solo alle sue regole, che non sono solo profitto ma manipolazione del consenso? Diamo un senso alla natura? O almeno ci siamo mai sforzati di dare una definizione coerente a questo concetto, scremandolo dalle incrostazioni greche, cristiane, illuministe, capitalistiche? Diamo un senso al rapporto tra gli uomini e ai simboli che ne determinano l’umanità, o per noi la Storia è solo un sentimentale e confuso rimpianto del passato? Quando avevo vent’anni, nonostante fosse ritrovo di diversi miei compagni “ribelli ancorchè ricchi”, frequentatori per abitudine di censo di quei luoghi, anche per parlare di rivoluzione, io non ci ho messo mai piede, considerandolo un simbolo di quella borghesia compradora che tutto aveva distrutto nella città di quegli anni, tranne che i suoi “luoghi d’elezione”. Preferivo quartieri e ritrovi proletari, e risparmiare allora era importante per chi soldi non ne aveva. E anche se Romagnino ne parlava in altro modo, e di altri tempi (a parte il fatto che la sua scrittura è tanto faticosa da risultare quasi scadente) non toglie nulla che simbolo di qualcosa fosse, e sulla fine di quel qualcosa ci ho dormito sopra, non considerandolo minimamente alla stregua degli insulti “veri” fatti ad altri simboli cittadini nell’indifferenza di molti. Ma questo è solo un esempio. fra i tanti che potrei fare. Ma, del resto, se a guidarci sono coloro che preferiscono gli algoritmi alla politica, come possiamo sperare di mettere a disposizione idee, non tecniche, idee che in quanto idee non verranno neanche ascoltate?

  8. gaetano says:

    Rispetto! Mai dannu tengas…

  9. New Entry says:

    Comunque, parlando di partecipazione, credo che sul murale di Sciola la cittadinanza si sia espressa, con la sua sostanziale indifferenza.

  10. Andrea says:

    Un intervento che mi ha fatto felice. Non posso aggiungere nulla sulle forme di partecipazione per mia impreparazione. Ogni città ha di sicuro le sue ferite, ma possono bastare quelle inevitabili, le altre fanno più male. Al Caffè Genovese ci andava mio papà, amico del Sig. Rivara, che ricordo commosso al funerale di mio padre. Certo, posso sempre andare a prendermi un caffè in piazza San Cosimo se voglio rivedermi un pezzo degli arredi e incontrare i miei ricordi, ma il posto giusto sarebbe dove è sempre stato e dove, in questo caso, poteva ancora essere. Non che voglia vivere nel passato, ma il passato serve alle città quanto il futuro.

  11. Supresidenti says:

    Grazie a te paola e a vito che ci offre occasioni come questa. Saludi e trigu a tottus.

  12. paulsc says:

    Interessante spunto di riflessione. Altre volte ho espresso le mie perplessità, su questo blog, non sul concetto di partecipazione ma sul suo fine ultimo. Si chiede una partecipazione o si chiede di partecipare quando si vuole indirizzare una decisione? Se si dovesse aprire un dibattito ogni volta che c’è un tema sentito in città, lo si dovrebbe fare quando si organizza il gay pride, quando si prendono decisioni in merito ai rom, o quando si stanziano dei fondi straordinari per la visita del Papa. Cito solo degli esempi di tematiche che hanno generato fiumi di commenti. La partecipazione, in questo caso, potrebbe far scaturire risultati non previsiti e, personalmente, non graditi. Accanto alla partecipazione, esistono le regole della maggioranza, i diritti delle minoranze, l’invioabilità della proprietà privata e, non ultima, la regola della rappresentanza. Perché, ricordiamocelo, noi non siamo una democrazia diretta ma rappresentativa. Scegliamo dei rappresentanti che, ci piaccia o meno, son chiamati a prendere delle decisioni non gradite a tutti. Quando si invoca la partecipazione proviamo a pensare che questa potrebbe portare a decisioni che mai avremmo fossero prese…

    • Beh, almeno proviamoci. Non è che la democrazia rappresentativa impedisca la partecipazione, bisogna organizzarla. Ma pensa alla questione rifiuti, con mille città dietro le barricate! Una società complessa non può essere interpretata da tacnici, pur bravissimi. Perché è complessa, richiede troppe competenze, la partecipazione è un modo per sfruttare una società piena di competenze, è una soluzione per semplificare le cose. Il nostro rappresentante può decidere di condividere in una fase “istruttoria” una problematica particolarmente sofferta, e di giungere persino assieme a quelle cittadine e cittadini interessati (nel senso che su di loro ricadranno le decisioni) a una decisione condivisa.
      Ti faccio un esempio piccolo e lontano. I genitori di una scuola di un città del nord, non ricordo quale, si riunirono per predisporre il capitolato d’appalto per il servzio mensa dei loro bambini. Poi vorrei che non si confondesse la democrazia con la partecipazione, il gay pride si fa perché siamo in democrazia, così come qualsiasi altra manifestazione. Scusa, ciao Paulsc, grazie per aver voluto entrare nel merito. Se continuassimo così, chissà che risultati!
      Paola

      • paulsc says:

        Sì, certo. La mia paura è che non diventi una partecipazione autoreferenziale o d’elite. “Partecipiamo noi che siamo gli intellettuali, e voi stateci a sentire”. Una cosa del genere mi spaventa un pò. Non è un riferimento al suo discorso, ma una riflessione che a volte faccio. Tornando al murales di Sciola, mi ero permesso di commentare che ci sono delle opere di Crisa, artista ormai affermato, che vengono cancellate perché realizzate su muri pubblici o privati. Il signor Biolchini mi ha fatto notare che le sue opere sono abusive e quelle di Sciola autorizzate. Ma se facciamo un discorso un pò più alto e parliamo d’arte, il fatto che siano abusive o meno, poco c’entra. E nemmeno il fatto che Sciola sia un artista più famoso (sul piano internazionale) di quanto lo sia Crisa. Poi leggo sull’Unione Sarda che lo stesso Sciola invita l’amministrazione a far realizzare sul quel muro un’opera a Crisa, e mi viene da sorridere. Forse non avevo fatto un commento tanto campato in aria. Mi auguro una mobilitazione anche su temi “scomodi” che possono essere le opere di writers non autorizzati e su quello che nel 2013 si possa o meno definire arte. ps il suo esempio della scuola è molto efficace, è una prospettiva che mi piace.

        • Solo una precisazione: ho affermato che Crisa era abusivo solo per rispondere a chi paragonava la distruzione del murale di Sciola con la distruzione di una qualunque opera di Crisa, che ovviamente non è autorizzata. Il murale di Sciola ed uno di Crisa rappresentano per me due opere d’arte con eguale dignità.

  13. Grazie. Una testimonianza di grandissimo spessore. Grazie anche per aver ricordato Fabio Masala, con la cui creatura “Cinemacittà” sono cresciuto e mi sono formato e sulla quale esperienza avevo pensato con gli amici di Camù a Laboratorio 5. Sull’esperienza dell’Umanitaria che aveva coinvolto anche mio padre nelle battaglie per l’alfabetizzazione nelle campagne. Grazie per avere ricordato che la partecipazione vera dei cittadini da parte di un ente pubblico è una cosa seria e prevede strutture non improvvisate, ma al contrario ben organizzate.
    Fabio Masala è stato veramente uno degli esempi fondanti del mio percorso di coscienza politica, culturale e del mio ruolo di artista nella società.
    Alla fine della orazione funebre di Fabio Masala (veramente scomparso troppo presto) ricordo il coraggio di Franco Caruso che per primo intonò il fischio dell’Internazionale. Ci unimmo tutti con le lacrime agli occhi.
    Credevamo tutti, allora, nel ruolo fondante della Cultura nell’agire politico.
    Ci credono ancora molti di noi, come Paola, come me.
    E continuiamo ad assistere sgomenti allo strame per i porci che di questa nostra convinzione sta facendo questa giunta comunale, che pur dovrebbe esprimere i nostri stessi sentire.
    Ma questi, forse, l’Internazionale pensano che sia una squadra di calcio, a vedere il loro agire.
    E mi spiace davvero.

    • Gianluca, quello che mi stupisce è che non si riesca a percepire la modernità del lavoro della Cineteca. Ci voleva un ministro (anomalo a dire il vero) del governo Monti per ricordarci che quel “metodo” è la strategia vincente per i fondi europei prossimi. E mi stupisce che poco o nulla si discuta di quella meravigliosa pratica di lavoro condiviso, sul suo destino, sulla sua efficacia, sulle sue potenzialità future. Perché ci siamo fermati? Stiamo languendo, possiamo ritrovare la forza di incontraci e di capire? Stiamo subendo decisioni che gli stessi decisori contraddicono (ma purtroppo il danno è fatto). A Santorso, in provincia di Vicenza è nata una scuola dei “beni comuni” per amministratori, per l’autoformazione alle buone pratiche. Con GAS, cooperative sociali, agricoltori, insegnanti, comitati per l’acqua pubblica…Fra le cose che studiano ci sono gli strumenti di partecipazione, il biomonitoraggio ambientale con l’apicolutura e poi ci sono i laboratori (lo spaccio di pasta madre e il fundraising per la musica!!!). Trovo incredibile che tutto questo esista e sia il pane di pochi.

      • Un vecchio e saggio amico che, quando sono a Cagliari, mi onora a volte della sua compagnia per un caffé, mi ha detto una volta che lui obbligherebbe tutti i sardi che si sono fatti onore nel mondo (nella scienza, nella medicina, nell’arte o in qualsiasi altro campo) a tornare una volta l’anno in Sardegna per raccontare ai giovani studenti la loro esperienza.
        Lui dice che sarebbe una maniera proficua di spendere pochi soldi (qualche biglietto d’aereo) per mettere i nostri giovani a contatto con il mondo e per far coltivar loro la speranza.
        Ecco, la tua testimonianza ha lo stesso enorme valore di quello che dice il mio vecchio e saggio amico.
        Raccontiamoci le esperienze positive che nella giusta direzione si fanno nel resto del mondo. Facciamo capire a tutti che un altro modo di gestire la Cosa Pubblica è possibile, a patto di studiare e di affidarsi a chi lo sa fare.
        “Perché ci siamo fermati” dici? Ma io non credo che ci siamo fermati. Facciamo interventi nelle scuole, in carcere, con i minorenni della messa alla prova della giustizia, con i disabili mentali, organizziamo rassegne, seminari, mettiamo in scena testi, andiamo per il mondo a rappresentare scene,a raccontare storie, progettiamo interventi e facciamo un sacco di cose.
        A Cagliari il tessuto c’è e tu stessa hai fatto l’esempio di una professionalità come quella di Euli nella gestione dei conflitti.
        Noi stessi su Laboratorio 5 ad un certo punto ci siamo dovuti far aiutare da chi (per professione) aveva dimestichezza nella gestione delle tecniche di coinvolgimento, di brainstorming e di partecipazione organizzata. Da quella esperienza strutturata sono nati un paio di reti di progettazione che oggi stanno arrivando all’obiettivo.
        Perché hai ragione nel dire che far finta di ascoltare tutti con le adunate oceaniche è inutile. Noi a Laboratorio 5 ce ne siamo accorti.
        Devo dire che a Cagliari esistono moltissime energie attive e propositive e che non ci siamo davvero mai fermati.
        Quello che è mancato davvero, invece, è stata la capacità politica di utilizzare le energie esistenti sul territorio. I semi gettati dalla Società Umanitaria non sono per niente perduti e fanno anzi ancora parte del nostro tessuto.
        Ma occorre l’umiltà di andare a coinvolgere questi frutti, queste realtà. Occorre chiedere, informarsi, studiare.
        Ma più di tutto occorrerebbe avere coscienza di quanto sia importante la cultura nella educazione permanente dei cittadini. Più di tutto occorrerebbe avere contezza di quali sono le realtà sul territorio in grado di aiutare la città a sviluppare le sue potenzialità. Senza distinguere fra “amici” o “nemici” politici.
        Il tuo gesto, la tua testimonianza, è un pugno in faccia al pressapochismo, alla rozzezza culturale, alla mancanza di coraggio e soprattutto di umiltà della classe politica che (provvisoriamente) sta governando la nostra città.
        Sono anni ancora più bui di quelli di prima, quelli di oggi, per la cultura a Cagliari.
        Ma non credere che “ci siamo fermati”. Perché non è così.

  14. stefania says:

    grazie. magari.

  15. Bellissimo. Grazie Paola non so chi tu sia, ma so che sei.

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