Politica / Sardegna

Chimica verde, Carbosulcis, Progetto Eleonora e il ruolo nefasto dei sindacati in Sardegna

Tre follie, una più grande dell’altra. Mettetele voi in ordine di assurdità, il mio intanto è questo: progetto Matrica sulla cosiddetta “chimica verde”, Carbosulcis, Progetto Eleonora. Tre progetti industriali uno più improponibile dell’altro. Perché rischiosi, sorpassati, falsi e bugiardi. Tre progetti che guardano al passato e che rischiano di pregiudicare lo sviluppo futuro della Sardegna.

Chimica verde, riassunto delle puntate precedenti. L’Eni smantella il suo polo industriale nel nord Sardegna e propone, per compensare l’emorragia dei posti di lavoro, la realizzazione di un impianto da un miliardo di euro (secondo loro) in grado di creare (secondo loro) settecento posti di lavoro. Ma cos’è poi in concreto questa cosiddetta chimica verde?

Di fatto, Eni Power e Versalis vogliono creare una centrale elettrica a biomasse alimentata da due caldaie. La prima per la produzione di vapore, alimentata, come combustibile, da un residuo industriale speciale del cracking dell’etilene, denominato FOK (alla faccia dell’ecologia!). La seconda caldaia per la produzione di bioplastiche (e qui viene il bello) dovrebbe invece bruciare la bellezza di 500-600 mila tonnellate di cardi all’anno! Cardi che noi sardi dovremmo produrre, destinando a questa speciale coltivazione qualcosa come centomila ettari del nostro territorio! Mezza Sardegna coltivata a cardo, destinato poi ad essere bruciato: questa è la famosa chimica verde di cui sentite parlare nei telegiornali. Se non è follia questa, ditemi voi come la dobbiamo definire. Come racconta La Nuova Sardegna di oggi, ieri il progetto è stato presentato alla commissione del Consiglio regionale. Tutto bene fino a quando non è intervenuto un rappresentante dell’Università di Sassari che ha detto chiaro e tondo due cose: la prima “che il cardo non è la migliore materia prima per estrarre dai suoi semi l’olio naturale alla base della produzione di bio-plastiche” (incredibile!); la seconda che “la coltivazione intensiva del cardo (la centrale a biomasse ha bisogno di grandi quantità) potrebbe avere contraccolpi sulle coltivazioni tradizionali”. Appunto: l’agricoltura sarda stravolta. Una follia.

Carbosulcis: c’è qualcosa che ancora non sapete? La miniera è della Regione e il carbone che si estrae è di pessima qualità: non lo vuole manco l’Enel che lo compra perché obbligata dalla politica e poi lo lascia lì nei piazzali. Per cercare di dare un futuro ai quasi 400 lavoratori della miniera tempo fa qualcuno si è inventato un progetto fantascientifico che prevede l’estrazione del carbone, la sua gassificazione e lo stoccaggio delle scorie nelle gallerie. Il progetto è stato già bocciato tre volte dalla Commissione europea (che dovrebbe finanziarlo), perché evidentemente impraticabile: la produzione a Nuraxi Figus dovrebbe salire vertiginosamente e a Bruxelles vogliono garanzie che l’impianto non sia costruito solo per giustificare l’esistenza in vita della miniera ma perché realmente competitivo. Eja.

Qualche mese fa la Carbosulcis sembrava avere i giorni contati, poi in piena campagna elettorale il deputato del Pdl Mauro Pili si è barricato nelle gallerie, è successo un gran casino e i lavoratori hanno avuto l’ennesima rassicurazione che il progetto sarebbe stato ritenuto prioritario dal Governo nei suoi rapporti con l’Unione Europea. Da allora cos’è successo? Che l’ennesimo ultimatum posto dall’Europa sta scadendo, il progetto richiesto da Bruxelles non si vede e che dunque la chiusura della miniera si avvicina. Nel frattempo però la Regione, nell’ultima finanziaria, ha buttato nei pozzi di Nuraxi Figus altri venti milioni di euro (no comment) mentre i politici del centrodestra (ultima in ordine di apparizione, la Polverini) hanno ripreso il loro pellegrinaggio alla Carbosulcis, perché questa bufala del nuovo progetto sarà in realtà uno dei cavalli di battaglia di Ugo Cappellacci o Claudia Lombardo (chissà chi la spunterà) nella campagna elettorale per le prossime regionali. Cavallo di battaglia solo del centrodestra? Siamo sicuri? Ma andiamo avanti.

Progetto Eleonora. La Saras vuole estrarre ad Arborea un miliardo di metri cubi di metano, mettendo a rischio l’esistenza del polo zootecnico più importante dell’isola. Perché, a parte chi si ritroverà i pozzi di estrazione sotto casa (e a poche centinaia di metri da un’area naturale protetta), ad essere contraria è soprattutto la 3A che teme per le falde acquifere ma soprattutto per l’immagine di un territorio che dovrebbe evocare una situazione ben diversa. Peraltro la 3A non ha nulla contro il metano (infatti vorrebbe realizzare un deposito al porto di Oristano dove stoccarlo, una volta acquistato sul mercato) ma teme i contraccolpi di questa iniziativa. Iniziativa che peraltro riguarderà prestissimo altre zone dell’isola, soprattutto Serramanna, Uta e Assemini, dove la Saras (ma anche altre società) hanno già richiesto l’autorizzazione alle trivellazioni. Perché non mi convince il Progetto Eleonora? L’ho capito parlando ieri con il mio amico Gigi, che mi ha detto: “Il nuovo modello di sviluppo che tutti auspicano si deve basare su un nuovo modello di energia e questo dell’estrazione del metano non lo è. La Sardegna produce già molta energia ma non ne risparmia abbastanza e non punta abbastanza sulle rinnovabili”.

Su questi tre progetti (Matrica, Carbosulcis, Eleonora) la politica sarda è profondamente spaccata. Non nel senso che centrodestra e centrosinistra la pensano diversamente, no: nel senso che sia nel centrodestra che nel centrosinistra ci sono posizioni opposte. Ad esempio, i giovani del Pdl sono contro il Progetto Eleonora, i consiglieri regionali invece a favore. E così anche per gli altri due progetti, sia nel Pd che nel Pdl.

E ora preparatevi perché quello che avete letto finora è solo l’antipasto. Vi faccio una domandina semplice semplice: qual è il soggetto che in Sardegna è a favore, senza spaccature, di tutti i tre i progetti sopra indicati? Rispondete voi? Lo faccio io? Lo faccio io: i sindacati.

Cgil, Cisl e Uil sostengono in misura diversa (ma sostengono) sia la chimica verde, sia il rilancio della Carbosulcis, sia il progetto Eleonora. Laddove gli schieramenti politici hanno dubbi, spaccature e ripensamenti significativi, i sindacati no, sono sempre molto compatti al loro interno. È questa la loro forza vera: sono uniti ad ogni livello.

I sindacati si lamentano (e giustamente) con la politica regionale per la sua inconsistenza. Ma in che misura le tre sigle confederali possono essere considerate responsabili della crisi di senso che attraversa l’isola? Sono credibili queste organizzazioni che sostengono senza batter ciglio ogni iniziativa industriale, anche quella più inverosimile? Perché parlano di “nuovo modello di sviluppo” se poi sono le prime a sostenere con forza quello vecchio?

Ma il punto non è neanche solo questo, il punto è (scusate se ho la fissa) culturale. Nel momento in cui sempre di più ci si rende conto che la Sardegna ha bisogno di un progetto di autogoverno, che nulla o poco di buono potrà arrivare dall’Italia ormai incasinata di suo e non certo attenta alle esigenze del due per cento della sua popolazione, nel momento in cui sarebbe invece opportuno realizzare uno “strappo” dalle grandi organizzazioni nazionali per rimettere al centro realmente le necessità dei sardi, i sindacati confederali (quanto se non più dei grandi partiti italiani) restano fedeli ad una logica nazionale e subordinano tutto ad essa.

Al pari dei partiti, la crisi di senso che la Sardegna sta attraversando è provocata anche dai sindacati che, per miopia o convenienza, continuano a riprodurre dinamiche ormai fallimentari. Ecco perché i loro quadri appoggiano Matrica, Carbosulcis ed Eleonora: perché stanno in Sardegna ma sono stati formati a Roma e a Milano, questo è il guaio.

Lungi da me ovviamente sminuire il ruolo del sindacato per il suo impegno a difesa dei diritti dei lavoratori, ci mancherebbe pure, il primo che mi fa dire cose che non penso neanche lontanamente lo attacco al muro. Ma anch’io, come ha scritto bene e con coraggio l’esponente della Federazione delle Sinistre, Enrico Lobina nel suo post “Rivoluzioniamo la Cgil”, penso che

“la Cgil rivoluziona se stessa o declina (…)  Bisogna porsi pochi obiettivi, ma chiari. Unificare il lavoro, rivoluzionare l’organizzazione e la trasparenza totale sono i nostri obiettivi. Uni­ficare il lavoro significa parlare a tutti coloro che hanno meno di 40 anni, non hanno sindacato e non lo possono avere. È la parte più sfruttata del mondo del lavoro, e non lo rappresentiamo. (…) Non si può rispondere alla fine di un modello di sviluppo con la difesa di quello stesso modello. Su questo aspetto siamo al capolinea”.

I sindacati che difendono la Carbosulcis, ad esempio, si allontanano drammaticamente dalla nuova classe egemone di lavoratori di oggi, concretamente rappresentata da quelle migliaia di giovani che non sono riusciti ad accedere agli stage da 500 euro al mese, e anzi sostanzialmente li condannano alla loro condizione di lavoratori senza rappresentanza e senza consapevolezza. Quelli per la Carbosulcis, con tutto il rispetto che va dato ai lavoratori della miniera, sono ormai soldi buttati e tolti ai giovani senza lavoro, quello vero però, non quello assistito. Con le loro posizioni inverosimili, i sindacati sardi sono oggi un elemento di conservazione del sistema, non di innovazione. Sono un tappo al nuovo sviluppo dell’isola.

E se ci aggiungiamo che i sindacati, questi sindacati, con i loro apparati simbolici e concreti, sono l’unica vera organizzazione rimasta a sinistra, ci rendiamo anche conto dei motivi della crisi di senso e di consenso che conoscono i partiti della sinistra storica e lo stesso Pd (che a Roma oggi ha come segretario l’ex segretario nazionale della Cgil, per dire).

Conclusione: se non cambiano i sindacati sardi, non cambia la politica sarda, e dunque l’isola resta quella che è. Forse qualcuno passerà dal sindacato al consiglio regionale o al parlamento e siamo contenti per lui, ma per la Sardegna non mi sembra una grande cosa avere l’immobilismo come prospettiva. Se non cambiano i sindacati sardi (e dunque la politica, perché i partiti non hanno oggi la forza di contrapporsi alle organizzazioni sindacali e ne sono invece succubi), bisognerà inventarsi in fretta qualcosa di nuovo perché qui la barca sta affondando e la gente, come si è visto bene ad Arborea, ha voglia di partecipare e non si beve più come se niente fosse ogni cosa che arriva dai partiti, dalla Saras e dall’Eni. E da Cgil, Cisl e Uil.

Fine del ragionamento.

 

20 Commenti

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  2. Si potrebbe dire, con una battuta, che il sindacato sarebbe disposto a procrastinare all’infinito lo sfruttamento del lavoro al solo esclusivo fine di garantirne la rappresentanza. Cioè se stessi. E dal momento che oggi tutto è messo al “lavoro”, cioè immesso nel circuito di valorizzazione del Capitale, dai territori alle relazioni sociali, è facile intuire che lo sfruttamento non è qualcosa che possa essere confinato dentro uno stabilimento. Se così è, come io credo, allora il tema fondamentale, come dimostra la cronaca, al centro del conflitto sociale, non può essere più – ed è lecito ritenere che sempre meno lo sarà – “solo” l’organizzazione e la rappresentanza del lavoro salariato suddiviso per categorie e comparti nell’organizzazione della produzione industriale quanto piuttosto la capacità di organizzazione del tempo liberato dal lavoro, posto che, per dirla con Marx , il potente sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale ( Knowledge) è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso sono passate sotto il controllo del General intellect, e rimodellate in conformità a esso. Cioè mostra fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale. Ed è infatti la vita in quanto tale ad essere immediatamente produttiva ed in quanto tale “espropriata”.
    Al contrario di Enrico Lobina, di cui condivido la posizione nei confronti della CGIL, penso però che , oggi come oggi, sia una organizzazione sostanzialmente “irriformabile”. Intendo dire che il sindacalismo confederale ha molto probabilmente esaurito la sua funzione storica. Per come è organizzato, per limiti culturali, di cultura del lavoro intendo dire, e per incapacità di rinnovare la rappresentanza sociale e prima ancora di interpretare la realtà del lavoro, così come è stata ridefinita dai profondi processi ristrutturazione economica degli ultimi lustri ( ma direi degli ultimi 35/40 anni). E aggiungerei anche per un eccesso di tatticismo. Chissà, forse sarò affetto da inguaribile utopismo che mi impedisce di fare i conti con i drammi contingenti, ma penso che anche il modello di organizzazione sindacale, non meno di quello politico, piaccia o no, è di fronte ad un bivio che lo costringerà ( forse, me lo auguro!) finalmente ad un ripensamento radicale: o proseguire a confrontarsi con l’impresa di creare nuova occupazione salariata, cioè lavoro a comando (anche quando questo è, come si è visto, palesemente inutile e nocivo!) che permetta la valorizzazione del capitale investito, oppure massimizzare il lavoro liberato, immaginare una possibile conversione del tempo sociale superfluo della produzione capitalistica in tempo da dedicare alla “vita buona”, all’attività libera, oltre il tempo reificato della valorizzazione capitalistica. Insomma, una trasformazione sindacale a 360°. Una rivoluzione, appunto, un rovesciamento del modello organizzativo e della cultura sindacale. Probabilmente l’unica cosa sensata che oggi potrebbe fare la CGIL, lo dico usando una espressione forse un po’ abusata, è porsi come Sindacato dei movimenti sociali. Invece, sovente, rema contro: per qualche posto di lavoro, molto spesso schifoso e mal pagato. Ci vuole tempo e impegno per farlo, ma a mio giudizio questo è il punto, il nodo che deve sciogliere la CGIL. Per esempio, come accennavi tu, Vito, c’è tutta una platea di lavoratori orfani da sempre di una rappresentanza sociale e che la CGIL, per come è, non intercetta e non intercetterà mai. Abbiamo assistito, soprattutto negli ultimi 20 anni, ad una radicale trasformazione nella composizione sociale (e tecnica) della forza lavoro con l’emergere di figure sociali altamente qualificate in termini di capacità produttive ma drammaticamente dequalificate nella loro condizione sociale ed esistenziale ( e si badi bene, buona parte di queste figure sociali sono state intercettate dal Movimento 5 stelle e sono distanti anni luce dall’organizzazione sindacale!). La flessibilità della forza lavoro richiesta dai nuovi rapporti di produzione sotto l’imperativo della competitività si è tradotta – e non poteva che essere così – in precarietà dei lavoratori. E dunque a fronte di una accresciuta capacità produttiva si è registrata una caduta verticale delle condizioni di vita dei lavoratori (compressione salariale, allungamento della giornata lavorativa, precarietà…), con conseguente progressiva caduta della domanda ( a fronte della quale si è preteso di alimentare un esasperato regime di consumi) compensata dal ricorso all’indebitamento privato nel mentre le politiche monetariste continuano a falcidiare la spesa pubblica in nome degli equilibri di bilancio, del pareggio ( tanto da cristallizzarlo addirittura in una norma costituzionale) e del rispetto degli impegni europei in un contesto caratterizzato da forti squilibri tra le diverse economie europee. La CGIL ha sostanzialmente subito questa situazione, in una condizione di assoluta subalternità ad un determinato modello di sviluppo. Per carità, sia chiaro, vi sono delle condizioni oggettive che hanno messo all’angolo il sindacato, ma vi sono anche responsabilità pesanti responsabilità soggettive! Per esempio, per dirne una, avete forse mai sentito una efficace campagna, da parte della CGIL, unitamente alle altre OO.SS europee, per fissare delle condizioni minime salariali e di lavoro europee? Si, qualche timida presa di posizione, la solita retorica sui diritti del lavoro, ma niente di più. Che dire? La situazione non promette niente di buono. Ad ogni buon conto, per tirarci su, non ci resta che fare nostre le parole di Marx all’amico Rouge: è proprio perché la situazione è così che mi riempie di speranza!

    Ps. di ex segretari della CGIL, come di UIL e CISL, sono piene le sedi istituzionali così come i CDA di diversi enti. Così, tanto per essere chiari.

  3. fenicio says:

    Se non del tutto giusto, quasi niente di sbagliato, in ciò che hai scritto.

  4. Amsicora70 says:

    Caro Vito, premesso che condivido in pieno le tue osservazioni, volevo farti notare una cosa: ti rendi conto che quanto dici sui sindacati è
    Molto vicino a quanto ha detto anche Beppe Grillo? Buonanotte caro

    • Tu dici? Per Grillo dei sindacati si può fare a meno (vi ricordate la Lombardi che dice a Bersani “Noi non parliamo con le parti sociali perché le parti sociali siamo noi”?), mentre per me i sindacati sono assolutamente fondamentali e l’ho pure scritto in questo post. O no?

      • Amsicora70 says:

        Amico mio, è inutile che tu mi dica sono fondamentali bla bla bla è poi ne critichi ogni 3×2 l’operato.. Orsù la pensi come grillo, non c’è nulla di male ad ammetterlo.

        • Boh, anche no. Ho sempre detto che Grillo dà risposte sbagliate a domande giuste, ma stavolta resto della mia idea. I sindacati sono fondamentali ma in Sardegna sono un tappo allo sviluppo. Sarò grillino?

  5. su scomunigau says:

    Esiste un piccolo sindacato, la Confederazione Sindacale Sarda – CSS che da trent’anni sostiene coerentemente posizioni totalmente riconducibili al ragionamento svolto in questo articolo. Lo strumento, umile, ma concreto e sardo, esiste quindi, almeno a livello sindacale, con l’ulteriore pregio di essere una piccola casa comune di idee politiche differenti che vanno da un indipendentismo radicale ad un autonomismo moderato, passando per posizioni sardiste e federaliste. Chi ancora non conosce questa Organizzazione potrebbe avvicinarsi: sarà il benvenuto.

  6. Pingback: Arborea non è la Sardegna | Bolognesu: in sardu

  7. No, grazie! Sarà perché sono poco “lucido”. Tre progetti, tre follie che ci arrivano pari pari da quel gran casino che è l’Italia. Forse la mia poca “lucidità” sta nel non distinguere una diversa origine per la tua “articolessa”

  8. Callaghan says:

    Non conosco il progetto Matrica e quindi non mi pronuncio. Su Carbosulcis c’è una procedura di indagine della Commissione Europea per gli aiuti di Stato ricevuti dalla Regione negli ultimi decenni. La Commissione obietta, a mio parere a ragione, che le cospicue somme ricevute annualmente dalla Regione sono state destinate a spese di funzionamento della Carbosulcis e non agli investimenti produttivi finalizzati a innalzare il livello competitivo della Carbosulcis sul mercato. In altre parole, la Commissione sospetta che gli stanziamenti regionali siano stati destinati a pagare stipendi, missioni e benefits, in particolare quelli (molto generosi) del management di nomina politica.
    Per quanto riguarda il progetto Eleonora, la questione è legata al prezzo dell’energia. In Sardegna, come credo tutti sappiano, il prezzo dell’energia è circa il 30% superiore alla media comunitaria e ciò costituisce un costo sopratutto per le imprese, da quelle piccole a quelle grandi. Un costo che spesso porte le imprese a chiudere, o a essere poco competitive sul mercato, con gravissimi effetti sul punto di vista occupazionale. Un esempio solo le imprese della filiera dell’alluminio nel Sulcis (Alcoa, Eurallumina eccetera). Purtroppo non è vero che le energie rinnovabili sono in grado di coprire il fabbisogno energetico della Sardegna e questo è certificato dai dati oggettivi del GSE. Il metano è una delle strade che si possono percorrere per ridurre il costo dell’energia in Sardegna e il progetto Eleonora potrebbe essere una delle tante strade percorribili. Un’alternativa potrebbe essere quella della costruzione di un rigassificatore. Ovviamente qualsiasi scelta energetica comporta un notevole impatto ambientale, ma anche le rinnovabili lo comportano, pensiamo all’eolico. Si tratta di fare delle scelte: meglio puntare sulla riduzione del costo dell’energia, con effetti sul numero dei posti di lavoro nel settore dell’industria, mettendo a rischio l’ambiente e il paesaggio oppure meglio puntare sulla conservazione dell’ambiente e del paesaggio, con effetti sul numero dei posti di lavoro nel settore del turismo, determinando un aumento del costo della bolletta pagata dalle imprese?

    • Roberto Poli says:

      Lei non era presente il 30 maggio ad Arborea vero? Tutto quello che lei afferma e chiede è stato discusso, analizzato con tecnici Saras e popolazione.Saras stessa ha ammesso che quel metano, sempre se lo trovano, servirà per la maggior parte alla loro raffineria a sarroch nei processi di raffinazione, il resto della storia è ormai ben nota, a partire dai costi dell energia in Sardegna. Lei conosce Sarlux? Lei sa perché il gpl prodotto da Saras in Sardegna costa quasi il doppio che acquistarlo, lo stesso gpl , nella penisola?

  9. Riccardo76 says:

    1) Matrica, Progetto Eleonora: follia
    2)Carbosulcis: folle procrastinare l’agonia di un qualcosa fuori mercato da 20 anni, ma 400 lavoratori e le rispettive famiglie dove li mettiamo? Occorrerebbe riconvertire la miniere ad uso turistico e impiegare i lavoratori,riqualificati, nella bonifica. Ma nel frattempo non credo sia giusto privare centinaia di persone del loro stipendio.Difficile soluzione.
    3)Sindacati sardi: il massimo che sanno fare, in tempi di crisi drammatica, è organizzare una passeggiata con bandiere al seguito nel centro di Cagliari al grido di “Lavoro!”…accidenti, che geni, davvero!…gli iscritti ai sindacati sardi meriterebbero la restituzione dei soldi della quota annuale!
    4)Autogoverno: lasciamo perdere lingua, Amsicora, Giudicati, Savoia,proclami anti italiani etc…è roba che non fa presa sugli elettori,me compreso. Ma se pensate che un grande paese come gli Stati Uniti è nato,in fondo,per una questione di tasse…beh, su quel tema potreste trovare molte convergenze, che sommate alla crisi economica, potrebbero attrarre moltissimi voti.

  10. Giancarlo says:

    La critica del sindacato é corretta, esso rincorre, infatti, ora un partito, ora un interesse, senza un progetto o un disegno di società o economia. Nello specifico i progetti citati da Vito sono : o nati morti , come Carbosulcis, ormai un pozzo senza fondo, e scusate il gioco di parole visto che si tratta di carbone; oppure nati male come Matrica e Eleonora.
    Non credo che il sindacato debba per forza dire no, mi aspetterei però che dica qualcosa di sensato, di ragionato, di argomentato. Ciò vale per tutti, dai partiti alle imprese coinvolte, vorrei evitare insomma uno scontro ideologico pro/contro Saras o Enel eccetera.
    Forse sarebbe bene discutere di rapporto costi e benefici, in termini economici a medio termine (visto che nel lungo termine … saremo tutti morti, cit.), ed evitare la solita guerra di religione, in cui perderemo tutti.
    Apprezzo l’approccio di Vito e condivido la sua critica nei confronti dell’informazione ormai troppo piatta e superficiale, ma, ad esempio, l’articolo sull’Unione di ieri, privo di elementi, numeri, dati, ma con sole opinioni neanche tanto argomentate, da parte di tutti gli intervenuti… ecco non era un buon inizio.

  11. Ospitone says:

    Credo nel Sindacato, come forma di tutela dei sacrosanti diritti dei lavoratori.
    Di tutti i Lavoratori ,senza distinzioni.
    Credo in un Sindacato Universale,apartitico….perché i diritti non dovrebbero avere colore,in quanto universali.
    Credo, che in Italia, il Sindacato e la sua idea primigenia di strumento contro i ricatti e lo sfruttamento dei lavoratori siano solo un pallido ricordo.Basta leggere le cronache degli ultimi 10 anni.Sono diventati un appendice dei partiti,come loro si comportano e mi dispiace che non ci sia stato, un serio dibattito su questo argomento.Basta una manifestazione una tantum per dimostrare che esisti? Che sei all’altezza della gravità del momento?

  12. Matteo permalosissimo says:

    I sindacati sono una struttura di potere reazionario finalizzato all’autoconservazione dei propri privilegi. La loro naturale funzione di tutela dei diritti del lavoratore secondo me ha cessato completamente di esistere. L’esempio di Arborea – dove i lavoratori da difendere sono quelli dei campi, mentre le sigle stanno accanto alla Saras – è lampante.

    Smuinuire il loro ruolo? Forse si. Quando i sindacati intervengono solo per chiedere la cassa integrazione, solo per riproporre modelli industriali fallimentari, solo per appoggiare i padroni e non i lavoratori e soprattutto aspettano che ci scappi il morto per chiedere più sicurezza, vuol dire che hanno fatto il loro tempo. Non è più il sindacato di inizio Novecento; e nemmeno quello degli anni Sessanta.

    Ps: i dirigenti CGIL e CISL che hanno dato il loro appoggio al progetto Eleonora sono dipendenti della Saras. Una commistione scandalosa, fuori da ogni logica sindacale, una complicità e una contiguità che dovrebbe far gridare e invece è sottaciuta come se fosse prassi.

  13. tutto chiarissimo, soprattutto nella chiusura

  14. LUCIDA says:

    Grazie.

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