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I sardi non vogliono essere una minoranza: ecco perché abbiamo Totò Riina e le basi militari (e non parliamo in sardo)

“Hai visto? In Sardegna ci mandano Totò Riina e Bernardo Provenzano”. L’amico mi guarda con aria beffarda, perché è l’ennesima sconfitta che noi sardi incasseremo in silenzio. “Sì, lo so, l’ho letto anch’io si Sardegna Quotidiano”. Ma in realtà lo so da anni che qui arriveranno i boss mafiosi, perché a me certamente non era sfuggito che il Pacchetto Sicurezza votato nel 2009 dal Governo Berlusconi (ripeto: Governo Berlusconi) prevedeva tra le sue pieghe l’invio in Sardegna della stragrande maggioranza dei detenuti in regime di 41 bis.

“I detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione devono essere ristretti all’interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari”, c’era scritto nella norma votata allora dai parlamentari di centrodestra. E se questo si aggiunge che le uniche nuove carceri costruite dallo Stato negli ultimi anni si trovano tutte in Sardegna, il gioco è fatto.

Che poi a sbraitare contro l’arrivo in Sardegna dei boss mafiosi sia soprattutto il deputato del Pdl Mauro Pili (l’esponente di un partito che quella norma l’ha concepita, e magari Pili l’ha pure votata) è solo il segno della schizofrenia di cui la nostra isola soffre.

Nuove servitù si manifestano all’orizzonte, quella carceraria è solo l’ultima (e se volete approfondire vi segnalo la bella inchiesta, “L’isola delle carceri”, realizzata per Repubblica.it da Elena Laudante)

Se invece volete avere le ultime notizie sulle servitù militari, vi segnalo i pezzi usciti in questi giorni sull’esercitazione che c’è stata Decimomannu. Mi ha colpito molto il titolo che Cagliaripad ha scelto: “Sardegna palestra delle forze armate”. È la frase pronunciata dal capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, il generale Pasquale Preziosa, ed in effetti sintetizza benissimo il ruolo geopolitico della nostra isola. Ruolo sempre più importante, ed è per questo che quella contro le servitù militari è la battaglia più pericolosa e difficile di tutte.

Però non c’è solo la geopolitica a condannarci, c’è anche la cultura. La nostra cultura di isolani.

Ci siamo mai chiesti realmente per quale motivo il nostro territorio ospiti la stragrande maggioranza dei poligoni militari e presto anche la stragrande maggioranza dei boss mafiosi detenuti nelle carceri italiane? Perché noi sardi non vogliamo essere considerati una minoranza. Vogliamo essere parte di una maggioranza. E sbagliamo.

Noi sardi vogliamo far parte di un contesto più grande, e il contesto dal quale vogliamo essere legittimati è quello italiano (quando invece dovremmo guardare all’Europa). Ma non essendo riusciti ad essere considerati portatori di una cultura diversa, allora abbiamo fatto di tutto per essere considerati assolutamente uguali. E chi di dovere ne ha subito approfittato.

La comunità nazionale italiana poteva darci un sistema di trasporti decente, strade accettabili, poteva assecondare la nostra bellezza paesaggistica e la nostra cultura. Invece no: ci ha dato quello che gli conveniva darci: fabbriche che inquinano, bombe e mafiosi. Perché, a differenza nostra, gli italiani sanno bene che i sardi sono una minoranza senza coscienza, senza consapevolezza di sé. E, dunque, in quanto tale, difficilmente possono protestare.

E da qui nasce il paradosso. In un periodo storico dove le minoranze vengono tutelate sempre di più, e dove anzi per essere tutelati bisogna farsi minoranza, noi sardi (che minoranza lo siamo davvero: culturale e numerica) vogliamo rinunciare a questo status che ci spetta di diritto ed essere più italiani degli italiani. Anzi, gli “italiani” per eccellenza. Una follia. Ecco perché abbiamo le basi militari, perché i mafiosi presto saranno nelle nostre carceri, perché abbiamo solo (o quasi) fabbriche che inquinano.

Ancora oggi, con internet in tutte le case e i voli low cost, i sardi hanno la paura di essere isolati, di stare da soli. È una paura ormai infondata, ma è radicata in noi. Ci vorrà tempo per estirparla, perché in tanti non ne hanno neanche la consapevolezza. Nel frattempo, quello che ci danno lo usiamo come prova di una nostra esistenza in vita: anche i poligoni vanno bene se si parla di noi. Perché se non parlano di noi quelli di “fuori”, noi non esistiamo. Siamo ossessionati dal confronto con ciò che c’è in Continente, come se solo dal Continente potesse arrivare la giusta valutazione di ciò che siamo.

Infatti niente in Sardegna ha valore di per sé, perché per avere un minimo di consapevolezza di ciò che siamo e di quanto valiamo attendiamo il riconoscimento degli altri, degli “italiani”. Questo impressionante complesso di inferiorità ci porta a delle forme di autocolonialismo imbarazzanti, che trovano il loro sbocco nelle scelte politiche (con i candidati alle più alte cariche scelti sempre a Roma, o con criteri di appartenenza romana) che siamo chiamati a prendere.

Che fare dunque? Bisognerebbe iniziare ad avere l’orgoglio di essere una minoranza vera, riprendere a segnare le nostre differenze e pretendere che siano accettate. Ecco perché la lingua sarda è importante: perché è il primo e più grande elemento che segna la nostra differenza. Una Sardegna sardofona sarebbe meno soggetta alle decisioni inaccettabili imposte da un governo nazionale. Il quale, finché nessuno si ribellerà (una ribellione culturale, beninteso, solo e solamente culturale), continuerà a trattarci per quello che siamo: pochi abitanti di un’isola disabitata in mezzo al Mediterraneo nella quale si può fare qualunque cosa.

Una Sardegna sardofona sarebbe culturalmente autonoma, capace di dare valore alle cose che fa e che produce senza la lente distorsiva di un contesto nazionale che non ci capisce perché non ci vuol capire. Perché non si possono prendere seriamente in considerazione le ragioni del due per cento degli abitanti di uno Stato, a meno che quel due per cento non rappresenti una minoranza. Esattamente quello che i sardi non vogliono essere.

E poi non lamentiamoci se nelle carceri sarde arrivano Totò Riina e Bernardo Provenzano.

 

17 Commenti

  1. Marco Mereu says:

    Alcune questioni trattate da questo articolo, con particolare riferimento alla lingua sarda, potrebbero rimandare alla domanda: “qual è la nostra lingua madre?”. Dove con il termine madre intendo includere il valore creativo, genitivo. Ma a tale domanda come risponderemo noi sardi?
    Da bambino sentivo i miei genitori conversare esclusivamente in sardo, ma se mi scappava qualche parola in sardo subivo un rimprovero immediato. Quando capitava di incontrare i parenti di Nuoro, gli adulti parlavano tra loro in italiano, mentre i bambini esclusivamente in sardo. “Quando andranno a scuola impareranno l’italiano” dicevano; in pratica consideravano la lingua italiana come oggi si considera l’inglese.

  2. Pingback: Identità | Bolognesu: in sardu

  3. paolo55 says:

    Nella seconda parte si parla delle Servitù Militari ma forse dovremmo decidere se sederci ad un “tavolo” e chiedere la bonifiche immediate con risorse certe dei “poligoni” oppure la loro chiusura immediata , naturalmente a chi affidare le risorse per la bonifica e chi li controlla è un’altra storia…

  4. Trizio says:

    A proposito della lingua sarda e del suo recupero. Domenica scorsa all’incontro con David Grossman ho scoperto come in Israele siano riusciti a riparlare l’ebraico dopo 2000 anni, a fare in modo che diventasse una lingua nuova, nazionale, parlata da tutto il popolo, da lingua antica da cerimonia qual’era rimasta, parlata solo dai religiosi.
    A partire dal 1948, grazie all’ostinazione di una persona, è stato arricchito il vocabolario e il rifondatore ha parlato al figlio solo in ebraico. Poi l’ebraico è stato introdotto nelle scuole e nella vita pubblica.
    Ora gli israeliani parlano tutti l’ebraico, l’inglese e, molti, almeno un’altra lingua.

    Ricordo ancora nella mia famiglia i miei nonni e i miei genitori parlare in sardo, logudorese, tra loro, mentre a noi nipoti si rivolgevano in italiano. Risultato: noi capiamo il logudorese, ma non sappiamo parlarlo.
    I miei figli invece non sapranno nè parlare nè capire la lingua dei loro avi.

    Le cose che mi fanno male sono mia madre che parla del sardo chiamandolo dialetto e mio figlio di 10 anni che dice che il sardo è una lingua grezza!

    Mia madre la capisco, ha fatto le scuole elementari negli anni ’50 quando i maestri dovevano desardizzare la popolazione: guai a chi usava a scuola la lingua che si parlava in casa!
    Poi nel’60 da Pattada si sono trasferiti a Cagliari, lei è andata al Siotto e chissà le pressioni per sotterrare più in fondo possibile le radici, in nome dell’integrazione.

    Senso di inferiorità in crescita esponenziale! Percorso comune a tanti sardi.

    Ma mio figlio no! Non me lo deve fare! Ora la notte gli leggo sempre delle storie in sardo, per abituarlo alla melodia, sperando che gli si accenda il fuoco interiore per voler approfondire e capire.

    La magia della nostra lingua, quanto mi manca.
    Che soddisfazione capire le canzoni dei Tazenda, le letture in sardo su radio 1 del sabato mattina di Pinocchio e della Divina Commedia,e, un tempo, i dialoghi dei militari di leva in via Roma (ora non ci sono più, sono in Afghanistan!).

    Ma come abbiamo potuto consentire un crimine del genere, la cancellazione di una lingua dalle nostre coscienze: la storia millenaria svanita in pochi decenni.

    Impariamo dagli israeliani, riprendiamoci la nostra identità, ritrovando la nostra autenticità. Ma apriamoci al mondo, non chiudiamoci.

    Non vergognamoci…Mentre lo scrivo un po’ mi vergogno.

  5. Francu says:

    Ma dove stavano adesso i boss causavano murrungi da parte delle popolazioni del luogo o no? Aiò o vito mi pari una callonnara. De calincuna parti ci du deppinti stuppau a dottor riina come ho sentito dire in una rosticceria di pirri

  6. Riccardo76 says:

    Caro Vito, la tue considerazioni sono in gran parte condivisibili, ma occorre chiarire un concetto fondamentale: volersi sentire “più italiani degli italiani” del continente, non è di per sè un qualcosa da condannare. Infatti che male c’è? E’ pienamente legittimo che tanti sardi, cittadini italiani, vogliano dar lustro all’Italia rivendicando il loro essere italiani in quanto sardi. Il problema, semmai, è che questo volersi sentire più italiani degli altri nasce, spesso, dal “vergognarsi” di essere sardi. Questa è la cosa triste. Se aggiungiamo poi i tanti tradimenti che la nostra Repubblica ha perpetrato verso la Sardegna, il quadro è desolante. Ma spiega perchè la Sardegna è quella nazione mancata che è: i suoi abitanti non si sentono “popolo Sardo”, ma semplicemente abitanti della Sardegna. Ci emozioniamo quando vediamo la bandiera dei 4Mori all’estero o in Continente, ma non la identifichiamo col “Popolo Sardo” ma solo con “l’isola Sardegna”: il motivo per il quale non siamo una nazione indipendente sta tutto qui, e i secoli di storia lo dimostrano plasticamente. Caro Vito, purtroppo noi sardi siamo quel che ci meritiamo. Finora cosa abbiamo fatto per meritare più rispetto dalla nostra Repubblica? Di più, cosa abbiamo fatto per meritarci una ipotetica indipendenza? Nulla, ci si “indigna” ogni tanto, oggi, come ieri, come sempre. E poi? Cosa ci si fa con l’indignazione? Abbiamo un territorio, una lingua con molte varianti, ma bene o male una lingua, ma non ci sentiamo un Popolo. E finchè sarà così che male c’è se tanti sardi si sentono più italiani degli altri? Li si può biasimare per questo? E poi, se il sardo cerca legittimazione dal contesto italiano, è anche vero che l’italiano soffre dello stesso complesso di inferiorità e cerca sempre legittimazione dall’estero…

    • Cominciamo a insegnare ai sardi la loro storia e la loro lingua da bambina e poi vedremo se non si sentiranno una nazione . E’ normale, visto che dall’eta’ di 6 anni ci insegnano la storia della penisola, che la maggioranza dei sardi si sentano nazione italiana (io no) . Se ci avessero insegnato la storia cinese ora ci sentiremo cinesi.
      Come eliminare una nazione “Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra storia. Dopo di che il popolo incomincia lentamente a dimenticare quello che è stato. E il mondo attorno a lui lo dimentica ancora più in fretta.” [Milan Kundera]

  7. Giuseppe Cannas says:

    Caru Vito, seu de accordiu meda po cussu chi asi scrittu, ma timu chi funt sempri prus pagus is giovanus chi intendint su sensu de s’identidadi sarda. Mi parit ca sa nostra generatzioni (tengu quartaquattrannus), forzis est tra is urtimas chi tenit ancora unu pagu de custa sensibilidadi; is noas pensant sempri de prus ca essi sardu chistionendi in sardu est “grezzu”.
    Deu, pozzu nai, chi seu stettiu fortunau poita happu tentu unu babbu appassionau de limba e poesia sarda chi est arrennesciu a mi trasmitti s’importanza de custu mannu patrimoniu culturali chi teneus in Sardigna.
    Credo che nella riflessione che hai fatto, possa starci questa poesia scritta da mio padre Agostino Cannas :

    In cust mundu de galera Nella prigione del mondo

    In sa galera de su mundu Nella prigione del mondo
    bivu streccau de unu sistema vivo oppresso da un sistema
    bregungiosu chi ponit in duda ignobile che mette in dubbio
    is valoris onestus de s’omini. i valori onesti dell’uomo.

    In sa galera de su mundu Nella prigione del mondo
    m’est aturau sceti su fueddu mi posso soltanto esprimere
    po circai un’arrogheddu per cercare un po’
    de giustizia e libertadi onesta. di giustizia e libertà onesta.

    Ma quattru canis de istrexu Ma quattro adulatori
    nanta de teni passienzia: dicono di avere pazienza:
    sunt is meris de sa prepotenzia sono i padroni della prepotenza
    chi non mi lassant respirai, che non mi lasciano respirare,
    sunt is meris de su dinai. sono i padroni del denaro.

    In sa galera de su mundu Nella prigione del mondo
    deu seu in su liminaxi io sto sull’uscio
    abettendi de biri cali araxi aspettando di vedere
    cras mind’eis a portai quale brezza mi porterete
    e cali hat essiri sa manera e quale sarà il modo migliore
    chi tottu pozzat cambiai per cambiare la realtà
    in custu mundu de galera. in questo mondo di galera.

    Saludi

    Giuseppe Cannas

  8. Ospitone says:

    La maggioranza dei Sardi non ha coscienza di se……..perché non conosce la sua storia (che non si insegna nelle scuole primarie) e neppure la sua lingua (politici,intellettuali e illustri studiosi locali sono riusciti a non mettersi d’accordo anche su questo,arroccandosi spesso su questioni di lana caprina).Cambiare si può, ma partendo da cultura e istruzione: LA NOSTRA QUESTA VOLTA.Se poi speriamo ancora che dal mare,qualcuno venga a salvarci, secoli di calci in culo non sono serviti a nulla.

  9. Salude Vito
    tue paras fronte a su problema reale de sa Sardigna: sa bassa autoistima chi tenimus de nois, bassa autoistima chi nos giughet a formas de autocolonialismu e finas de autoòdiu.
    Unos cantos letores tuos s’ant a preguntare ite b’intrat sa limba sarda cun s’autocolonialismu e cun su sentimentu de apartenèntzia: sa limba est comente unu termòmetru chi nos dat sinnales craros de su gradu de autoistima colletiva, chi faeddende de sa Sardigna podimus nàrrere autoistima natzionale. Si custa est dèbile, sa limba est dèbile; si est arta s’autoistima podimus nàrrere chi sa limba est in salude. In custu momentu istòricu, sa limba est dèbile. A sos sardos nos ant umiliadu, e sighint faghende·lu, pro faeddare in sardu, nos ant abirgongiadu, e sighint faghende·lu, pro tentare de fàghere servire sa limba nostra.
    S’autoistima bassa chi tenimus comente sardos nos obligat a nos adatare a sos disìgios de chie nos tenet suta cuntrollu e si rifletit in s’istadu de salude de sa limba, chi no est bonu.
    De sa matessi manera chi s’autoistima individuale arta, sa chi possedit cada pessone, nos agiuat a istruturare a manera positiva su “ego” nostru, s’autoistima colletiva, sa chi tenimus comente sardos, rapresentat s’alimentu de s’identidade nostra chi nos at a dare sas fortzas pro bìnchere custu sentimentu negativu de apartenèntzia e a su matessi tempus agiudat a recuperare e mantènnere in salude sa limba, chi est comente a recuperare sa dinnidade.

  10. E insandus Vito, siast tui puru artivu de fai parti de una minoràntzia culturali e linguìstica, inghitza a ddus scriri in sardu is artìculus tuus… oghinou est sèmpiri sa pròpiu stòria, armiamoci e partite!

    • Stevini, c’è un punto di partenza e un punto di arrivo: io sono all’inizio del mio percorso. E in ogni caso la settimana prossima mi senti intervenire in sardo su Radio Sardegna alla trasmissione di Bachisio Bandinu e Tore Cubeddu (alle 12.30).

  11. «Abbiamo molta più paura degli indifferenti che dei conquistatori» Alessandro Aresu http://www.cagliarifornia.eu/2011/01/i-sardi-temono-laltrui-indifferenza.html

  12. A fora sos istranzos! Io non li voglio qui…scarti umani come questi hanno fatto scappare la gente onesta dalla nostra bella Sicilia…
    Ci vuole una forza politica sarda vera in grado di contrastare iniziative come questa. Noi siamo pronti.

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