Politica / Sardegna

Gli imprenditori suicidi e la leggenda del politico taumaturgo. Ma sono generosità e responsabilità l’antidoto alla crisi

Di chi è la colpa se i giovani sono senza lavoro, se le pensioni sono troppo basse, e le tasse invece troppo alte? Oggi i problemi semplici della vita di tutti i giorni, immediatamente comprensibili, hanno soluzioni complesse: questo è il tempo in cui ci tocca vivere, in cui niente dipende direttamente da una persona sola ma tutto da tutti.

Così, quando si leggono i giornali che riportano le notizie di suicidi legati alla crisi economica, si resta senza parole: perché ci prende lo sgomento davanti al dramma umano e perché si rimane perplessi davanti alla semplificazione operata per spiegare un gesto che resta sempre quanto di più intimo e misterioso ci possa essere.

Ma un colpevole va trovato a tutti i costi, e il colpevole è “la crisi”. Ma la crisi da chi è generata? “Dalla politica”. Non suicidi dunque ma “omicidi di Stato”. E questo slittamento di senso (che diventa un vero e proprio smottamento) ci conduce inesorabilmente in un vicolo cieco: e qui stiamo. Senza via d’uscita.

La sfida è come sempre culturale. Il nemico contro cui combattiamo si chiama “semplificazione della realtà”. Le tecnologie oggi ci consentono di accedere in maniera semplice e immediata a servizi e opportunità prima neanche immaginabili: tutto in un clic. Ma i processi economici e sociali sono cosa ben diversa dall’invio di un sms.

Per risolvere i problemi dobbiamo dunque sforzarci di capire la realtà nella quale i problemi maturano, e oggi la realtà è qualcosa di sfuggente, di multiforme, di complesso. Se non ci arrendiamo alla complessità, ogni sforzo è vano. Anzi, di più: è patetico.

Ecco perché additare tutte le responsabilità alla politica non ha senso. Chi è la politica? Le istituzioni? Gli eletti? I partiti? Come deve cambiare la politica? Basta sostituire gli eletti o la forma partito va rivista? E come? Abbiamo dei rappresentanti capaci all’interno di un sistema superato oppure il sistema funziona ed è un problema di persone? Oppure, molto più direttamente, non funziona un cazzo? Siamo sicuri che sia così?

Insieme alla corruzione e al tradimento della borghesia (due facce della stessa medaglia), è la mancata consapevolezza di doversi muovere in un ambiente complesso, dove più livelli di responsabilità sono chiamati a cooperare e a interagire, il vero e più diffuso limite della società italiana. Non siamo pronti alla complessità, la respingiamo, il nostro cervello si rifiuta di accettare l’idea che ogni questione va affrontata in un’ottica di multidisciplinarietà, di cooperazione, di scambio reciproco tra saperi diversi. Niente ormai dipende direttamente da una persona sola ma tutto da tutti. (Ecco perché parlare di costi della politica non ha senso se prima non si parla di efficienza della pubblica amministrazione. Senza una pubblica amministrazione efficiente nessuna buona politica può essere attuata: servono dirigenti e funzionari all’altezza, non solo politici. Il cui vero costo che ricade sulla società è quello dell’incompetenza, non dei privilegi. Chiusa la parentesi).

Ma noi ancora percepiamo il presidente di una regione o il sindaco di una grande città come una sorta di re taumaturgo descritto da March Bloch, capace di guarire lo storpio e di ridare il lavoro al disoccupato. E la cosa drammatica è che anche loro, gli unti dal consenso popolare, si immaginano così, solo perché hanno preso migliaia di voti e si sentono gli unici depositari di una legittimazione che una volta era dei partiti e che oggi i partiti non hanno più. Fosse per me, abolirei (o comunque modificherei drasticamente) la legge elettorale sull’elezione diretta, che ha creato solo danni e pochissimi benefici.

L’idea del politico taumaturgo ci fa volgere indietro al periodo feudale: nona caso qualcuno ha coniato il termine di “capitalesimo”, un mix di capitalismo e feudalesimo, per spiegare le dinamiche con cui oggi ci troviamo a che fare.

Ma i miracoli non esistono, ognuno deve fare la sua parte, e solo con un vero spirito solidale si possono aiutare le persone in difficoltà ad affrontare la crisi. Senza solidarietà e senza generosità tutto è impossibile. Mettere sempre e solamente la politica sul banco degli imputati non ha senso, perché in questo modo si addossano sulla politica responsabilità che la politica non ha e non può avere. E alla fine si indeboliscono le istituzioni.

La realtà oggi è come un garbuglio di fili: per districarli tutti ci vuole pazienza e non servono le forbici, brandite da qualcuno come strumento di salvezza.

Per capire la complessità e governarla la politica ha bisogno delle forze migliori di questo paese, non (con tutto il rispetto parlando) di cittadini qualunque. C’è troppa gente incompetente in troppi posti chiave: saranno anche brave persone, ma così il paese si schianta. Anche l’ignoranza uccide, non solo Equitalia.

Più generosità, più solidarietà, più senso di responsabilità. Anche tra i professionisti dell’informazione. Le testate sarde in questi giorni non fanno altro che rilanciare con grande enfasi le notizie di suicidi che sarebbero stati provocati dalla crisi economica. Forse occorrerebbe una maggiore misura, eccitare gli animi non serve a niente. Non si tratta di nascondere le notizie, ma neanche di trasformarle in qualcosa che non sono. Perché altrimenti anche l’informazione si trasforma da possibile soluzione del problema a causa del problema.

Non si può semplificare tutto, oggi cercare di capire la realtà è faticoso. Se i giornali per primi rinunciano a questo compito e allontanano l’amaro calice della complessità, i lettori crederanno che la soluzione ad ogni problema è a portata di mano. Invece purtroppo non è così.

 

24 Commenti

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  2. Anonimo0 says:

    “Più generosità, più solidarietà, più senso di responsabilità”.
    A parte il grido di richiamo sulla complessità e l’invito a leggere la realtà con queste lenti, in tutto il pezzo mi sembra che l’humus di una possibile azione politica riposi in queste tre categorie. I profeti, cari amico, qualsiasi sia il loro calibro, fanno funzionare il loro carisma se qualcuno li ascolta. Non mi sembra, da quasi un secolo a questa parte, il nostro caso. Detto altrimenti.. scordatelo… I tuoi colleghi continueranno a semplificare, ridicolizzando e stravolgendo, la realtà perché la cosiddetta opinione pubblica invoca e pretende semplicità. Punto. Che qualche giornalista vada a leggersi The Great Crash di Galbraith, dove l’autore dedica quasi un capitolo a sfatare la favola della correlazione stretta tra la curva dei suicidi e la crisi finanziaria del ’29 e la grande depressione del 1930-33.. magari si darà una calmata e cercherà di cercare meno l’enfasi dell’ansia nei potenziali lettori… Ho dato un paio di tesi sulla crisi contingente e se si assume un arco serio arco temporale non ci sono variazioni significative. Ciò non toglie niente al mio personale dito che accusa specifiche istituzioni su ciò che è successo negli Usa e sulle conseguenze di un contagio che si sarebbe potuto evitare con ben altre capacità di controllo delle Authority.. Ma tant’è.. le istituzioni sono fatte girare da persone in carne e d ossa, da sentimenti, strategie e ingordigie che impongono distinti percorsi di garanzia (o meno,,,). Quando un Governatore della Banca d’Italia concede in nozze la propria figlia ad un mascalzone che traffica nel settore del credito e con questi fa affari.. è tutto possibile, “anche oltre” direbbe Calvino.
    Tornando a bomba, alle tre categorie riportate nell’incipit, ovvero a quel che richiami come ricetta per l’exit crisis, devo dirti che “non sono completamente d’accordo anche se mi piace”. Mi piace la rotazione di 180° che fai fare ai presupposti antropologici che soggiaciono a qualsiasi cosiddetta seria/ortodossa analisi economica. L’homo oeconomicus poggia il culo in altre langhe che non la solidarietà e generosità. Per gli economisti con responsabilità politica, insomma queste teste di cazzo che hanno aiutato il vecchio occidente a sprofondare in una crisi già avviata da tempo, la molla dell’azione degli attori economici che produce (in ordine di importanza) ricchezza personale, crescita, sviluppo e civiltà sta nell’intimo egoismo, mica nel dono.. E’ su questo mattone del calcolo personale, nel portare a casa il massimo vantaggio (o il minimo svantaggio) che questi signori determinano possibili azioni zuppe di razionalità. Cazzo c’entra la generosità, la solidarietà.. “siamo matti?” direbbe Crozza imitando Bersani !! Questa faccenda della reciprocità ha molto di umano ma poco di calcolabile direbbe una sedimentazione infinita di accademici ortodossi. E in parte concordo. Al posto di queste categorie avrei pensato a qualcosa più vicino alla cooperazione, al network, alle complesse capacità di costruire filiere e sistema.. Se devi pensare al lavoro di chi fa come mestiere l’imprenditore (a mano che non si parli di Adriano Olivetti, ma qui stiamo su Marte..), queste sono le possibili vie dove l’egoismo puro potrebbe scivolare su piani di sviluppo socio-economico più largo, a beneficio di molti, di tutti quelli che abitano un territorio dove l’attore economico investe e spesso è ricambiato in ricchezza personale. Negli Usa questa “fortuna” è presa sul serio dagli imprenditori che “fanno fortuna” e ricambiano istituendo fondazioni che alimentano le capacità di sviluppo socio-culturale e sanitario del posto; ma sono gli Usa, appunto…
    Ciò su cui mi trovo assolutamente d’accordo è il tuo richiamo alla responsabilità. Questo è un nodo fantastico quanto estremamente complesso a sciogliersi, almeno in Italia… Se ci riferiamo alla P.A. italica, ai diversi livelli, ciò che emerge è un deserto di idee sulla gerarchia di obiettivi a favore degli utenti aiutata da una architettura organizzativa che premia l’isomorfismo sulle norme. Insomma, meglio non sbagliare ed essere nella legge che “interpretare a favore del territorio”. Cagliari città ne sa qualcosa in questi giorni.. Mica siamo in Francia dove una Scuola di Alta formazione sforna altissimi dirigenti pubblici da quasi 100 anni..
    se poi ci riferiamo alla sfera della politica la sintesi è più accreditabile l’ha fatta ieri un uomo che stimo da almeno 15 anni, Fabrizio Barca, raccontando la sua fantasia di un partito dove le persone si avvincano non per costruire carriere lavorative ma per dare contingenti apporti propositivi. Anche in questo caso l’Italia (ma qui non siamo soli o differenti dai cugini d’oltralpe) ha dato il peggio di sé.. Però qualcosa “deve muoversi” quando il ciclo d’infamia tocca l’undicesimo girone infernale che Dante non ha mai scritto ma che l’urlo di Grillo sta costringendo a svelarsi nella contingenza… Insomma, anche qui qualcosa dovrà per forza (dal basso e dall’esterno con la forma a 5* o dal di dentro della “Barca PD”) dovrà muoverò nel senso di un’assunzione diversa di responsabilità..
    La sfera dell’economia non sta peggio. Ora, fare soldi in generale fa piacere a tutti… Ma fa piacere, a maggior ragione se l’attore economico stupra con piacere le cosce della PA.. Anche qui, che non rompano troppo i coglioni gli imprenditori che hanno costruito ville, status e tanto altro solo e soltanto in ragione di corsi preferenziali con gli appalti pubblici. In tal caso la concorrenza assume altre regole che quelle raccontate da Riccardo o Léon Walras.. Comincino ad assumere senza complessi di inferiorità laureati con alta formazione e M&B alle spalle, comincino ad investire in tecnologia e ricerca, a confrontarsi con i mercati stranieri, ad allearsi con altri imprenditori senza feudali sensi di difesa del proprio ceto (‘fanculo i club esclusivi in questa contingenza… ), e poi ne parliamo… Responsabilità economica è attivazione di energie per lo sviluppo economico nel mercato concorrenziale.. Punto. Si sciacquino la bocca dalle merdate retoriche tutti quelli che attingono solo e a piene mani dalle casse statali, poi ne parliamo..
    Infine, la società civile responsabile. Cosa è una responsabilità affidata alla gente comune? Domanda da 100 milioni di euro.. Le scelte sono libre in ragione delle fantasie di una prospettiva di futuro che gufa la matita dentro la cabina elettorale. Ma almeno si legga di più, ci si informi di più, si legga qualche libro in più, si usi in modo più autonomo questa grande risorsa che è internet.. e voi blogger, quando scrittori seri, potete molto nell’educare n questo senso..

    • Gianfranco Carboni says:

      Ciao anonimo non mi piace L’anonimia. Chiunque tu sia intervento alquanto lungo ma ispiratore. Mo ci pensu e ti arrespundo.

    • C. Paulis says:

      Io ho un’idea di chi potrebbe essere l’autore del commento. Forse un sociologo? 😛
      Posto che non sono d’accordo su diverse questioni perché argomentate secondo teorie che potrebbero essere smentite, se non obsolete, torno a bomba e cito “Al posto di queste categorie [“più generosità, più solidarietà”] avrei pensato a qualcosa più vicino alla cooperazione, al network, alle complesse capacità di costruire filiere e sistema.. ” Le tre categorie insieme [ sommando anche “più senso di responsabilità”] non escludono la proposta di Vito tanto che esistono nuove forme di commercio con tutto ciò che implicano a livello di relazioni e di benessere psicofisico condivso (cfr. http://www.altromercato.it/it/info/cosa_facciamo ). Io penso che proprio da qui si debba ripartire per ripensare un nuovo modello economico, nonché un nuovo sistema di pensiero. Giusto per “semplificare”, ma non sempre risulta un male, io penso che si si debba puntare seriamente sull’educazione che sappia coniugare adeguatamente una solida formazione umanistica con quella scientifica, ma in modo vero e vivo, al di fuori delle stantie aule scolastiche e universitarie che inaridiscono l’animo piuttosto che fertilizzarlo. Non a caso si stanno sperimentando sempre di più nuove stretegie di insegnamento e di apprendimento (cfr. Società Dante Alighieri; tra l’altro ho appena visto un bel seminario a tema che si terrà a Cagliari a Settembre: vd. su http://www.ladante.it/).

    • Insomma, homo homini lupus & piccoli bravi liberisti italiani crescono. D’accordo per cooperazione e ” capacità di costruire filiere e sistema”, ma “l’intimo egoismo” se libero di agire non guarda in faccia nessuno e vuole sempre più profitto per se stesso. La cooperazione richiede una dimensione umana un pò più matura di quella del predatore della giungla, altrimenti delle buone leggi che costringano alla moderazione, o prima o poi salta ogni network. Quindi più Keynes al posto del liberismo neoclassico con il suo corollario di antropologia negativa spacciata per verità assoluta sulla natura dell’uomo.La verità è che il popolo, la stragrande maggioranza di esso, si può educare, che lo si voglia trasformare in predatore senza regole o in altruista disposto al sacrificio. E poi la smettiamo di sostenere la competizione come unica modalità per produrre sempre più e meglio quando è dimostrato che nel lungo temine si rivela una forza disgregratice sia dal punto di vista della coesione del gruppo che al riguardo della capacità produttiva di chi ne è coinvolto.

      • Anonimo0 says:

        Cosa c’entra il liberismo con ciò che sta dentro le poche note scritte dovrebbe spiegarlo nel dettaglio… Il richiamo era indirizzato alla retorica al liberismo fatta da chi sta poi sotto le gonnelle della PA e di concorrenza non ne vuole/può (per mille motivi, mica solo quello citato..) fare assolutamente. Detto ciò, faccio finta di non aver letto quelle che potrei reputare vere e proprie offese.. Gabri, se lo legga davvero Keynes prima di gettare nella fogna la competizione ai fini dello sviluppo locale (se posso suggerire, magari inizi con Esortazioni e profezie; è una raccolta di brevi saggi assolutamente godibili). Però, la competizione deve stare dentro le regole: e qui ha colto bene nel segno (e nella direzione di come la penso io). Se stiamo a verificare ciò che sta spesso alla base delle crisi economiche del sistema capitalistico (magari dando ragione a Braudel, che lo faceva iniziare molti secoli prima della fine del ‘700), si può spesso notare l’assenza delle regole per l’agire economico. Senza quel recinto ha ragione lei (e in parte anche C. Paulis). Ma senza la voglia di fare profitti, che ha una intima natura egoistica, le ragioni dell’investimento economico si sgonfiano. Poi c’è modo e modo di fare profitti e non è un caso che abbia citato l’esperienza di Adriano Olivetti… Insomma, prima di dare etichette di neoliberisti a chi da anni combatte questo portato di disgrazie… mettete qualche marcia in meno e leggete almeno due volte, magari attentamente, ciò che si scrive. Con grande simpatia, anyway.. 🙂

        • Anonimo0, non era mia intenzione offenderla, d’altronde non vedo cosa vi sia di così offensivo per lei, visto che si discute di ideologie, senza alcun riferimento alla persona. La mia è polemica legittima, almeno sinché si vive in una democrazia, seppur insidiata come la nostra da più parti. Piuttosto le consiglierei di scrivere in maniera più chiara se vuole che le sue convinzioni siano coerentemente e inequivocabilmente espresse nella scrittura. Condivido con C. Paulis la percezione di una sinistra snaturata dall’adesione al neoliberismo, ormai divenuto una parola d’ordine in bocca a qualunque politico. E’ vero che bisogna svegliarsi, a mio parere per un motivo ben preciso: le politiche liberiste stanno affondando l’Europa che entro breve tempo si disgregherà mentre i Paesi non allineati stanno emergendo sempre più forti e determinati. “Un nuovo sistema economico” e “un nuovo sistema di pensiero” dove la parola solidarietà assume un significato specifico e condiviso, non solo è possibile ma è in fase di realizzazione, ad esempio l’ALBA implementata da Chavez e da Castro. Mentre noi viviamo ancora fra i dinosauri, intorno a noi un mondo anni luce nel futuro.

    • C. Paulis says:

      Il fatto grave e triste è che si continuano a proporre ricette anticrisi di matrice neoliberista da gran parte del centrosinistra (che assonanza macabra: centrosinistra neoliberista)! Ma cos’è diventato? Mi sa che dalla caduta del muro di Berlino ha le idee sempre più confuse.

      Sveglia! L’ultimo treno sta passando or ora e l’avvicendarsi costante di nuovi falsi profeti nella nostra storia recente, dal ‘900 ad oggi, dovrebbe essere un campanello d’allarme sonoro per le anime più sensibili della sinistra nostrana. Eppure gli ingegni e le competenze non mancano, e forse un po’ più di visione del mondo al femminile non guasterebbe.

    • C. Paulis says:

      M. (mi dicesti di darti del tu e io lo faccio :), se non sei tu gli assomigli molto quindi scusa la mia libertà 🙂 ). Mi pare che tu sia una brava persona, e nella tua posizione fai bene a resistere nella “Barca Pd” per continuare le tue lotte, come puoi. Ad ogni modo, benché abbia evitato di rispondere sui singoli punti del tuo lunghissimo e articolato commento proprio perché non li avevo approfonditi adeguatamente, ciò che mi ha in qualche modo allarmata è stata la nozione di “egoismo puro”, e in questo mi sono ricollegata al commento di Gabri e ad un carattere del neoliberismo. Tale concetto, infatti, in genere ha un significato negativo, sebbene tu poi l’abbia contestualizzato con ricadute positive.
      Cito “Questa faccenda della reciprocità ha molto di umano ma poco di calcolabile direbbe una sedimentazione infinita di accademici ortodossi. E in parte concordo. Al posto di queste categorie avrei pensato a qualcosa più vicino alla cooperazione, al network, alle complesse capacità di costruire filiere e sistema.. Se devi pensare al lavoro di chi fa come mestiere l’imprenditore (a mano che non si parli di Adriano Olivetti, ma qui stiamo su Marte..), queste sono le possibili vie dove l’egoismo puro potrebbe scivolare su piani di sviluppo socio-economico più largo, a beneficio di molti, di tutti quelli che abitano un territorio dove l’attore economico investe e spesso è ricambiato in ricchezza personale. Negli Usa questa “fortuna” è presa sul serio dagli imprenditori che “fanno fortuna” e ricambiano istituendo fondazioni che alimentano le capacità di sviluppo socio-culturale e sanitario del posto; ma sono gli Usa, appunto…” Insomma non è che fosse così chiaro quello che volevi esprimere,tanto che in parte ti sei ritenuto d’accordo con “gli accademici ortodossi”. Pur con la dovuta serietà richiesta anche quando si commenta rapidamente su un blog, non si può pretendere che si approfondisca tutto nell’immediatezza (errore tipico degli intellettuali) o si sia perfettamente sintonizzati, ecco perché nel mio penultimo commento sono andata subito al sodo, cogliendo la tua integrazione positiva alla proposta di Vito.
      Ad ogni modo, è un fatto che nel centrosinistra nostrano (ma non solo) ci sia molta incertezza sulle strategie economiche da adottare in questa fase (e l’economia di mercato di matrice neoliberista ormai ha sottomesso l’azione politica), quindi se tu sei tu, ti sei preso anche le accuse rivolte al partito entro il quale operi: mi dispiace per questo, ma personalmente al momento ne ho preso convintamente le distanze e l’invito a darsi una mossa è una richiesta legittima da parte di chi non ha grandi poteri a disposizione, al momento, e chiede un cambio deciso di direzione. Circa la competizione, concordo sul fatto che possa avere anche un carattere positivo, se concepita in termini genuinamente “sportivi”: si hanno allenatori preparati, equilibrati e umani, ci si impegna per vincere senza imbrogliare ad “armi pari”, e una volta raggiunto il traguardo si festeggia con la squadra che ti ha supportato e si socializza con l’avversario che non è un nemico, ma qualcuno che ti sprona a migliorare, ad oltrepassare i tuoi limiti senza mettere a rischio la tua vita o quella del tuo prossimo, e che può essere tuo amico; insomma si avrebbe un mix felice di competizione e collaborazione con tutto ciò che potrebbe comportare trasposto in termini economici ed umani. Ancora fantascienza soprattutto in Italia! Sulla competizione negativa potrei fare un esempio che può avere una facile presa soprattutto tra gli adolescenti. Chi ha visto il film “Il cigno nero” può capire bene quanto gli obiettivi da raggiungere nell’ottenere un ruolo importante attraverso la ricerca della perfezione e il riconoscimento altrui possano assorbire a tal punto da avere esiti devastanti, se si hanno cattivi consiglieri e si vive in un contesto sociale malsano. Ho fatto questo esempio semplice, perché personalmente ritengo che tutto sommato, pur con contorni diversi, sia ancora questa forma a prevalere nell’attuale “società di mercato” sin dalla fase giovanile con tutti gli strascichi che può sortire nella vita adulta: desiderare il suicidio o preferire la morte altrui (anche se per lo più in modo dissimulato e non propriamente fisico, insomma in forma narcotizzata), in nome di che cosa? Psicoterapia di massa consigliata.

  3. Vito, è vero che non bisogna semplificare e che solo la capacità di “stare” nella complessità” consente di comprendere e di orientarci all’interno di una crisi economico- sociale italiana e internazionale di così vasta portata e così complessa nell’articolazione. Le notizie spesso mancano – sarebbe difficile fare altrimenti – di informazioni cruciali per per fare gli opportuni collegamenti, stimolando inoltre più l’emotività che la valutazione razionale in chi legge, anche per l’ovvia necessità di catturare l’attenzione già a partire dai titoli dell’articolo. Non si può certo sostenere che tra crisi e suicidio vi sia una causalità diretta, in quanto troppe variabili soggettive influenzano l’esito finale, ma è comprovato che la crisi economica incide pesantemente sull’identità pesonale di chi la vive, tra precariato e perdita di lavoro, difficoltà di accedere al credito e fallimenti aziendali.Le conseguenti perturbazioni delle relazioni sociali e familiari facilmente creano dinamiche caotiche prima di poter eventualmente stabilire un nuovo equilibrio. La perdita dei mezzi di sussitenza determina anche la perdita di una parte importante di sé con la necessità di ristrutturare la propria identità come quando avviene un lutto in famiglia. Se chi vive quest’esperienza è solo, ha una personalità fragile o non possiede una rete sociale salda è a rischio di grave depressione con incremento di ideazione suicidaria, suicidio percepito quale unico modo per interrompere una sofferenza insopportabile. Quindi i due eventi sono correlati con incremento anche esponenziale se non si interviene per correggere l’impostazione data all’economia. Bisogna essere attivi, ognuno deve fare la sua parte, non solo nella solidarietà ma anche e nell’azione politica dal basso per pretendere l’applicazione di un indirizzo economico che rimetta al primo posto la vita delle persone piuttosto che rianimare istituti finanziari defunti. I politici hanno una grande e pesante responsabilità: non essere stati fedelli al mandato del popolo avendo lasciato campo libero ai furfanti dell’alta finanza non allertando il popolo per tempo, anzi compiacendo per interesse personale all’avidità dei grossi banchieri. Io li considero traditori del Paese.In questo tempo è fondamentale che ognuno si informi e si convinca che deve abbandonare la passività e la delega per agire in prima persona per il cambiamento. Abbiamo esempi positivi: l’Argentina, l’Islanda…L’importante è muoversi, basta una minoranza determinata a dare la svolta necessaria.

  4. Gianfranco Carboni says:

    Sembrerebbe che non sia oggetto dell’articolo SEMBRA http://www.castedduonline.it/complesso-primo-maggio-che-divide-sinistra-cagliaritana

  5. C. Paulis says:

    Caro Vito, indubbiamente la tua riflessione è condivisibile. Tuttavia, per poter agire come proponi tu occorre sottoporsi l’intera società umana ad un percorso pisicoanalitico riabilitativo di matrice cognitivista, fare una scaletta delle responsabilità, in modo tale che ciascuno faccia la propria parte adeguatamente in base alle proprie competenze e ai propri doveri. Questo succede per caso? Chi ricopre i posti chiave desidera forse che il sistema Italia funzioni davvero o forse preferisce alimentare il “capitalesimo” perché in fin dei conti i moti rivoluzionari ottocenteschi non hanno mai prodotto un radicale ammodernamento della società? Hai ragione nel puntare il dito contro l’ignoranza, ma sei sicuro che qualche “saggio” non ritenga che sia meglio mantenere il popolo ignorante e sottomesso? Pensa a quanto la cultura sia tenuta in considerazione soprattutto nel nostro Paese, nonostante addirittura potrebbe campare di beni storico-artistici e ambientali? Personalmente non accetto più la scusa della crisi, perché studiata a tavolino, e non mi stancherò di ripeterlo.

    Certamente in Italia abbiamo seri problemi culturali ancora radicati nella nostra storia millenaria romano-cattolica, ma se una persona non ha la fortuna di nascere in un felice contesto familiare e sociale pensi che sia ancora possibile che possa emergere socialmente soprattutto con le politiche che si stanno perseguendo? A volte l’isolamento (o la “prigione feconda” direbbe qualcuno) è l’unica via di sopravvivenza, perché la solidarietà di fatto non viene considerata un valore dalla società malata in cui viviamo, soprattutto da parte di chi sventola l’appartenenza alla fede cattolica che dovrebbe indurre ad una condotta di vita esemplare. O meglio, a parole si proclamano sani principi ma nella pratica ci si comporta da schizofrenici, e quando una persona va incontro a serie difficoltà viene abbandonata a se stessa e quasi si gode sfacciatamente nell’assistere alla sua rovina. Forse è proprio vero che soprattutto nei paesi cattolici esistono contraddizioni insanabili che portano ad atteggiamenti ipocriti. Sempre per capire i nostri mali specifici (che però devono tener conto dei vincoli imposti, o colpevolemente accettati a livello europeo e iternazionale) si pensi ad un romanzo come I Malavoglia di Verga, alla meschinità della logica del mero calcolo economico, alla cattiveria verso chi cade in disgrazia, al tema della sconfitta, al darwinismo: concetti più che mai attuali.

    Mi dispiace, ma sinché non si operano seri cambiamenti a partire dai vertici e non si traggono i dovuti insegnamenti dalla storia, con mio profondo rammarico, il rischio della semplificazione fascista rimane l’esito più “naturale” e probabile della fase in cui viviamo. Fatti non parole soprattutto da parte di chi ricopre ruoli di responsabilità, dai vertici alla base e non viceversa; ciò naturalmente non esclude l’impegno da parte degli “ultimi”, ma non si può mettere tutti sullo stesso piano.

  6. Bruno Ghiglieri says:

    Come dire: di chi sono le responsabilità? Di tutti e nessuno. Non condivido il tuo ragionamento, Vito. La crisi economica e il malessere (anche esistenziale) che ne deriva sono dati di realtà. E’ sufficiente fare una telefonata ai centri di salute mentale delle Asl per avere conferma della correlazione. La crisi stessa può essere spiegata facilmente, è così ben riconoscibile e definibile da avere persino volti, nomi e cognomi, come gli economisti più avveduti si stanno affannando a spiegare, nella loro analisi di un sistema che non funziona più. La complessità non può divenire un alibi che giustifichi l’inazione, la rassegnazione e la fuga dalle responsabilità.

    • Caro Bruno, provo a spiegarmi meglio. Io sono per una assunzione di responsabilità di tutti, a tutti i livelli. E non voglio assolutamente giustificare l’inazione o la rassegnazione, anzi il contrario. Dico solo che la politica non è la responsabile di tutti i mali. Vogliamo parlare delle responsabilità della burocrazia? O degli imprenditori? Mica tutti hanno i sensi di colpa se licenziano qualcuno, c’è gente che non si fa tanti scrupoli (e lo sappiamo bene). Il riferimento poi alle responsabilità del mondo dell’informazione voleva essere emblematico, proprio a significare che ognuno di noi ha delle responsabilità precise in questo momento storico. Perfino postare qualcosa su facebook è un atto politico.

    • Salve Bruno, quello che Vito diceva è che l’ingranaggio per il quale siamo in questa situazione non è fatto solo da politici e io aggiungerei NON solo da uomini. VI sono anche dei fatti storici anche molto remoti, vi sono dei cicli economici naturali, vi sono eventi al di fuori della nostra nazione..
      Non voglio con questo dire che nessuno è colpevole ma..attivare subito e solo la domanda “chi è colpevole?” è (secondo me) il primo passo per capire solo in parte quali sono le radici di quanto sta accadendo in questi anni.
      Invece..arrivare a dire chi è il colpevole dopo aver scavato un po’ nel sistema, vuol dire avere una maggior quantità di risposte per superare la situazione.

      • C. Paulis says:

        Ho appena notato che il mio commento è stato pubblicato insieme a quello del giornalista Bruno Ghiglieri del quale condivido le argomentazioni, dal momento che l’articolo di Vito appariva ambiguo.
        @ Max Visto che suppongo abbia letto la mia risposta, potresti spiegare cosa intendi per “cicli economici naturali”, visto che mi pare che questi potrebbero essere sovvertiti da “più generosità, più solidarietà, più senso di responsabilità”, per citare Vito, ovvero da una scuola di pensiero contraria al neodarwinismo?

  7. D’accordo al 95%.
    Aggiungendo che la Semplificazione è figlia della bassa scolarità e cultura civica atavica dell’italiano medio. Con tutto quello che ne consegue.
    Ma fino ad oggi almeno non c’era mancata la solidarietà, speriamo che questa cosa venga a mancare.
    Non sono invece d’accordo (il 5%) sul fatto che l’elezione diretta del sindaco non abbia portato benefici. Se si va indietro nel tempo alla semplificazione di cui si parla in questo articolo si aggiungeva anche l’inerzia delle amministrazioni; amministrazioni che ora, nel bene o nel male, hanno qualche potere in più per agire e alcune lo fanno con risultati.

  8. La pensiamo esattamente allo stesso modo. La semplificazione con l’accetta di tutte le cose (compresi i fatti tragici degli ultimi giorni) e’ piu’ facile e rassicurante; e se qualcuno prova a dire che le cose sono complesse, lunghe da gestire,faticose, con un risultato incerto,viene tacciato di disfattismo. E’ il futuro ad essere diventato una terra straniera e pericolosa,incerta: di certo non e’un taumaturgo che puo’ aiutarci,ma solo una solida concretezza individuale e collettiva.

  9. efisio erriu says:

    Bravo.
    Per dirne una: guarda come si commentano a volte i malfunzionamenti di alcune apparecchiature, come se tutte le macchine dovessero essere perfette, come se non fossero state create e costruite da uomini, come se per ripararle bastasse uno schiocco di dita.
    E’ vero la tecnologia, il raggiungimento del 99% di precisione ha migliorato le nostre vite ma ci ha fatto credere che tutto sia semplice. E non è così. E quando lo scopriamo ce la prendiamo col tecnico, con l’insegnante, col medico, con l’avvocato, col politico e l’unica soluzione che ci viene in mente è quella di sostituirlo e non di fare lo sforzo di capire che i problemi hanno una spia e tutta una serie di fattori al contorno che ne determinano la fenomenologia.
    E purtroppo in questo gioco rientra molto anche l’informazione che per inseguire un pubblico sempre più svogliato (in Italia si legge un quotidiano ogni 5 milioni di abitanti e un libro ogni 10 milioni…) va alla ricerca del sensazionalismo e della descrizione semplicistica, non aiutando la comprensione in chi vuole analizzare i problemi e fornendo facili e fuorvianti (ma guarda un po’…) interpretazioni a chi piace la semplicità interpretativa.

    Insomma sul piano culturale e non solo un passo avanti sarà fatto quando l’incipit dei nostri discorsi non sarà più: “la colpa di tutto questo è…” e forse i giornalisti, trovando un linguaggio differente e delle espressioni altrettanto efficaci ma meno semplificative, potranno contribuire a questo passaggio.

  10. grazia pintore says:

    Concordo in pieno l’analisi del signor Vito.Politici,dirigenti non si vergognano di percepire così lauti compensi? Per ora non ho trovato un politico che affronti con chiarezza ed onestà i motivi di questa terribile crisi.Sembra un miracolo che lo Stato si decida a pagare i debiti che ha con le varie imprese.Non ci vuole una grande intelligenza per capire che l’economia per riprendersi ha bisogno di meno tasse e più uguaglianza.

  11. Francesco says:

    È sarebbe anche ora che si dicesse a tutti la verità! Ovvero che la crisi durerà e a lungo e che la ripresa che molti Paesi stanno intravedendo non ci investirà per niente o quasi. Ci vorrà molto tempo e una classe dirigente nuova. Bella analisi. La condivido al 100%.

    • efisio erriu says:

      Vedi sei la tipica Cassandra di sinistra che un domani verrà accusata dai grillini di essere causa della crisi perchè in combutta con chi l’ha creata.. a proposito di semplificazioni…
      Accade in Italia paese di sempliciotti, nell”anno 2013 e non 1813

  12. vorrei ricordare, a proposito della elezione diretta del sindaco, che era un cavallo di battaglia di Almirante e che l’idea poi è stata mutuata dal nuovismo pidiessino… E i risultati si vedono anche a Cagliari,, Napoli, ecc.. Il discorso sull’elezione diretta meriterebbe l’avvio di un’ampia riflessione e confronto sui fasti e nefasti del liderismo…

  13. Francesca says:

    Come si suol dire…”Mi piace”!:-)Bella analisi,e concordo anche sulla “soluzione”:l’unico antidoto é la solidarietá,e la responsabilitá.Una presa d’atto dolorosa e coraggiosa.Perché la crisi smetta di essere un alibi strumentale per l’informazione,e cresca il senso vero dell’opportunitá di questo periodo oscuro,ossia il senso del sociale.

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