Cagliari / Lavoro / Sardegna

“Coca Cola licenzia in Sardegna solo per fare maggiori profitti!”. La denuncia dei lavoratori dello stabilimento di Elmas. Non mollate!

Alle porte di Cagliari da quasi cinquant’anni c’è una fabbrica di Coca Cola: il prodotto più globale di sempre, quello più conosciuto al mondo. Ora la multinazionale vuole chiudere lo stabilimento di Elmas non perché sia poco produttivo, ma solo per assicurarsi maggiori profitti spostando la produzione altrove e licenziando in Sardegna decine di persone. È una nuova battaglia che dobbiamo combattere tutti assieme per impedire che il nostro territorio si impoverisca ulteriormente. Ai lavoratori della Coca Cola non può che andare la mia solidarietà, e un consiglio: prendete esempio dai ragazzi di Energit, mobilitatevi, fate casino, portate la vostra vertenza ovunque. Ad una multinazionale come la Coca Cola non farà piacere vedere scalfita la reputazione di cui gode: sputtanateli. Per cui scatenate la fantasia, servono forme di protesta e di sensibilizzazione originali. Il marchio Coca Cola è la vostra forza e farà arrivare la vostra protesta ovunque. Non mollate!
E dire che appena un anno e mezzo fa proprio la Coca Cola aveva preso anche i soldi della Regione per un concorso rivolto a giovani grafici che mettesse assieme il prodotto della multinazionale con l’identità della Sardegna! E ora licenziano come se niente fosse, altro che “Coca Cola pro sa Sardigna”!
E voi, lettori del blog, fate girare l’appello dei lavoratori, che già lo so che voi siete su Facebook! Ajò!

 ***

I sottoscritti dipendenti della Coca Cola HBC dello stabilimento di Elmas, con la presente intendono ancora segnalare la gravissima situazione venutasi a creare in conseguenza della decisione del direttivo aziendale di procedere alla messa in mobilità di 16 dipendenti del settore produttivo, che vanno ad aggiungersi ai licenziamenti nei mesi precedenti di altri dipendenti dei settori produttivo e commerciale.

In data 22 novembre 2012 le organizzazioni sindacali nazionali hanno indetto uno sciopero di otto ore di tutti i lavoratori Coca Cola HBC contro il piano triennale aziendale che prevede 355 esuberi e il superamento del sito produttivo di Elmas che ha visto l’adesione della quasi totalità dei 3000 lavoratori del gruppo.

Coca Cola HBC Italia, nella stessa data, in un incontro con i sindacati sul piano succitato ha manifestato disponibilità a ritoccare i numeri e a costruire un percorso sociale per quanti fuoriusciranno (leggi “saranno licenziati”). Non si transige sulla chiusura dello stabilimento di Elmas e sull’uscita dei relativi 16 operai, ma buona parte dei 70 addetti dei centri logistici di Oricola e Gaglianico dovrebbe trovare impiego presso le due società che rileveranno il servizio. Il trasferimento di regione potrebbe in ultimo a salvare una quota dei 209 commerciali. La trattativa si aggiornerà il 3 dicembre (fonte Il Sole 24 ore).

La strategia aziendale prevede chiaramente, non solo la chiusura del sito produttivo di Elmas con il licenziamento di 16 operai, ma anche (successivamente) la privatizzazione/chiusura del magazzino prodotti finiti con la conseguente perdita di altri 12 posti di lavoro ai quali andranno ad aggiungersi altri 80 posti costituenti l’indotto che è rappresentato dall’azienda SICON che fornisce le bottiglie PET, dalle cooperative che svolgono servizi di facchinaggio, dall’azienda di trasporti che svolge in esclusiva i trasporti dei prodotti Coca Cola che in futuro saranno gestiti direttamente dai settori logistici degli altri stabilimenti (Coca Cola-concessionari), dall’impresa di pulizie. Pare quasi che l’azienda, abbia utilizzato il nostro posto di lavoro come merce di scambio per manifestare una disponibilità alla diminuzione degli esuberi presso gli altri stabilimenti Coca Cola HBC.

L’azienda nel comunicato non parla di alcuna alternativa alla chiusura dello stabilimento di Elmas, ma fa riferimento ad un presunto “percorso sociale per quanti fuoriusciranno”, parole fumose per descrivere una situazione come quella sarda in cui la prospettiva di trovare un’altra occupazione per una forza lavoro con un’età media di soli 44/45 anni è prossima allo zero. La manifestazione regionale popolare tenutasi a Cagliari il 24 novembre 2012 alla quale abbiamo partecipato, ha evidenziato la drammaticità della situazione in cui si trova la Sardegna, abbandonata anche dalle grandi multinazionali intenzionate a spostare gli stabilimenti produttivi in nazioni “più accoglienti”.

Considerata pertanto la gravità della situazione e l’imminente contestazione dei licenziamenti che, ripetiamo, non sono dovuti alla crisi ma ad un’organizzazione aziendale che consenta maggiori profitti, si chiede alla Giunta regionale, la Provincia, i Comuni dei territori interessati, le parti sociali, di convocare il management dell’azienda al fine di trovare una soluzione condivisa.

TUTTI I LAVORATORI COCA COLA HBC

 

15 Commenti

  1. Luigi Tedde says:

    Alla Regione Autonoma della Sardegna
    Alla c.a dell’Assessore regionale dell’Industria
    Dott. Alessandra Zedda
    e p.c. Assessore al regionale del Lavoro
    On. Antonello Liori
    e p.c. al Presidente della Regione Sardegna
    On. Ugo Cappellacci

    Oggetto:) convocazione UGL

    Elmas 14/12/2012

    All’assessore Dott. Alessandra Zedda
    Ugl ” E’ quanto ha dichiarato questa mattina il dirigente sindacale dello stabilimento Coca Cola di Elmas Gigi Tedde commentando l’incontro svoltosi in Regione tra gli assessori dell’Industria e del Lavoro, Alessandra Zedda, Antonello Liori, l’azienda ed alcune Segreterie Sindacali. “Una vertenza importante come quella della Coca Cola HBC” ha continuato il sindacalista “deve vedere rappresentate le posizioni di tutti quelli che la vivono e non può certo diventare la passerella del notabilato politico e sindacale. Non è certo questo il modo di intendere le relazioni sindacali, scegliendosi gli interlocutori non si persegue il bene dei lavoratori della Regione che una Multinazionale importante come la Coca Cola vuole licenziare. I vertici aziendali“ ha terminato “farebbero bene a mostrare maggiori umiltà e rispetto, anche perché se dovesse rendersi concreto la nefasta previsione della chiusura dello stabilimento di Cagliari, non ci saranno lavoratori di seria A e di Serie B, i figli dei licenziandi non hanno tessere sindacali e patiranno l’indigenza dei padri allo stesso modo”.

    Cordiali saluti
    Tedde Luigi

  2. Ano-N-IMHO says:

    a volte mi sembra di leggere il giornalino della scuola
    i lavoratori prendano il marchio
    i lavoratori gestiscano l’impresa (ma quando mai hanno accettato di farsi carico degli investimenti…gestire vuol dire mettere prima il capitale, oppure fate una cooperativa)
    gli “speculatori” – nome questo che ricomprende più o meno tutti i mali di questo decennio – sono la causa della chiusura delle fabbriche in sardegna.

    La verità è che i mercenari vengono in sardegna (magari chiudendo la precedente fabbrica in emilia) perché attratti da soldi pubblici, poi i soldi pubblici mancano e vanno (in tunisia, slovenia etc.) dove i soldi pubblici arrivano e così via. Non esiste strumento per trattenerli e, anzi, ringraziate se versano il TFR anziché chiudere con la stecca.

    Gli unici che rimangono sono gli imprenditori sardi: ma quando però ce li troviamo davanti di norma c’è l’invidia, senza pensare allo sforzo enorme che si fa per pagare 10-100-1000 stipendi al mese facendo quadrare i conti. E poi quando i conti non tornano, perché tutto il mondo è in recessione, ma i costi sono sempre gli stessi, si trattano quelli che negli anni hanno pagato migliaia di buste paga come i peggiori pirati.

    Non generalizzo: il malfattori ci sono dovunque, ma non ogni imprenditore che licenzia o chiude è un malfattore, e dimenticare quel che ha dato al territorio in passato mi sembra ingiusto.

    ve la butto lì, sapendo di non dire cose popolari, ma come dice il buon Vito, ve lo volevo dire…

  3. Anonimo says:

    lascio un solo commento come faro dopo 23 anni passati li dentro istituzione dove sei Capellacci pensa solo alla costa smeralda

  4. grazia pintore says:

    Signor Sfinx,ha proprio ragione,i politici sono tutti colpevoli ma sono colpevoli anche i dirigenti delle industrie che pensano solo ai loro interessi e non si occupano minimamente del bene del paese.Diciamo anche che siamo un popolo che beve,beve tutto quello che ci propinano e sopratutto siamo un popolo con la memoria cortissima.Inoltre l’individualismo degli italiani è drammatico.Non siamo ancora un popolo che riconosce di fare parte di uno stato.

  5. Anonimo says:

    caro vito, visto che nessuno ne parla, ma ti hanno nascosto che i precari del comune di cagliari oggi hanno occupato la sala del comune di cagliari, e oggi passeranno la notte quella che chiamano piccionaia. un ex custode

  6. Antonello Pabis says:

    Licenziano SOLO per fare maggiori PROFITTI? SOLO?
    Ma è questa la logica del capitale e e del mercato: sfruttare il lavoro degli uomini alla ricerca del maggior profitto, mentre il destino della persona è semplicemente all’ultimo posto.
    Anzi, questo viene preso in considerazione SOLO in ragione delle lotte che gli stessi lavoratori sanno promuovere e sostenere.
    Su ciò occorrerebbe concentrare la nostra riflessione per promuovere un’azione di lotta che riconosca, prima di tutto e coerentemente, che i veri produttori della “ricchezza” sono i lavoratori.
    Questa lotta, tanto più in fase di crisi come quella che stiamo attraversando, deve affrontare il sistema e quindi la politica, prima ancora dell’azienda – ora la chiamano così ma tecnicamente è un impresa (capitalista).
    Abbiamo forse un Governo nazionale e regionale che vogliano assumersi il compito di riportare nelle mani di chi lavora i frutti della sua opera? Ovviamente no. Abbiamo, allora, delle forze politiche che si assumono questo impegno? Qui il discorso si fa pesante, se pensiamo che le stesse primarie del centro sinistra non mettono minimamente in discusione il sistema ma si limitano alla volontà (dichiarata) non di eliminare l’ingiustizia ma semplicemente di ridurla e quindi di renderla sopportabile e perciò anche accettabile.
    Allora il nostro punto di riferimento siamo noi stessi ed i lavoratori.
    Perchè la Cocacola sarda, quella che si fabbrica e si distribuisce in Sardegna e il prodotto di quel lavoro non possiamo redistribuirlo qui?
    E perchè è proprio necessario produrre e consumare quella cocacola e non un’altra? Perchè siamo sempre pronti a finanziare imprese che mai prevedono il giusto riconoscimento del lavoro e la ricaduta locale di quei benifici economici?
    Il marchio, Vito, il marchio!
    E se per una volta cominciassimo a chiedere il diritto dei lavoratori e dei sardi a gestire quello stabilimento e quel marchio? Marchio dello stabilimento, intendo, marchio di quel lavoro, che può e dovrebbe essere diverso.
    Oppure la chiusura di quello stabilimento e l’apertura di un’altro, sostenuto da un patto sociale che riconosca quello come rappresentativo degli interessi delle masse popolari sarde.
    Perchè no? Qualcuno dirà che sono ingenuo e che non siamo pronti ma, bisognerà pur inziare una buona volta!
    C’è bisogno di ripartire dall’aggregazione delle forze sociali interessate a cambiare il sistema: dagli stessi lavoratori ai movimenti di base, dalle forze sindacali e politiche disponibili agli intellettuali e alle forze giovanili.
    Basta con richeste di elemosima!
    Ciò che è dei lavoratori deve essere riconosciuto, pienamente!

    • Caro Pabis, hai ragione. Ora occorrerebbe confrontarsi tutti ed esprimere idee e azioni pratiche per far sentire con forza il nostro punto di vista. Chiedo a tutti di far sentire le loro proposte, di esprimere la loro visione del mondo perchè la si possa organizzare in forme di lotta, di confronto, di indirizzo politico. Vigilanza assidua sui nostri rappresentanti politici, e tanta acqua e concime perchè mille fiori sboccino. Hasta siempre.

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  8. Filippo Argenti says:

    Biolchini, la multinazionale The Coca-Cola Company non c’entra nulla con questa chiusura, lo stabilimento è di proprietà dell’imbottigliatore indipendente HBC (Hellenic Bottling Company) licenziatario e distributore dei prodotti a marchio Coca Cola in Europa, che nel 2008 ha acquisito il gruppo Socib della famiglia Capua di Reggio Calabria, proprietario di stabilimenti in 5 regioni italiane, fra cui quello di Elmas (ex Sosib).

  9. Non capisco lo stupore e non capisco come si possa pensare di affrontare la situazione al livello sardo, ma anche a livello italiano. Qui stiamo parlando di altre cose, stiamo parlando del fatto che spostando di 200 km dal confine italiano la produzione queste società hanno una marea di finanziamenti per siti produttivi nuovi, dati dall’unione europea, e un costo del lavoro che è 1/4 del nostro. Non esiste alcun motivo valido per tenere aperte le fabbriche in Sardegna. Mi spiegate, di grazia, un motivo per cui dovrebbero rimanere qua?
    La questione, se vogliamo affrontarla, va affrontata come minimo a Bruxelles, e in questo senso non capisco il motivo per cui la Barracciu non sia già volata ad occupare, di corsa, il posto nel parlamento europeo. Deve andare la, togliersi le scarpe possibilmente con il tacco 12 per spaccarle in testa a un po’ di furbi qua e la, e cominciare una lotta senza quartiere. Ritengo irresponsabile anche solo il silenzio, spero che non sia un’attesa per capire come finiranno le primarie, per poi eventualmente, se ci fosse spazio, proporsi per una candidatura da presidente alle regionali.
    Quindi si rimane supini davanti a questa situazione? No, non si deve rimanere supini. Anzi. Si deve gestire nel migliore dei modi questa emergenza (e vuol dire trovare SUBITO una soluzione per i lavoratori per non lasciare nessuno indietro), che però deve essere un’emergenza e quindi una situazione transitoria ma su cui non insistere, e, parlo a livello sardo, puntare decisamente su un qualcosa che non può essere spostato perchè a) non conviene spostarlo (energia eolica, solare, etc) o b) è strettamente legato al territorio della Sardegna (agroalimentare di qualità, turismo nelle sue varie forme, etc) e poi pianificare in maniera scientifica su cosa investire dei soldi per attrarre investimenti e sviluppo, e in questo caso mi concentrerei sulla conoscenza (partendo da investimenti pesanti sulla scuola per arrivare alla ricerca avanzata) legandola a comparti produttivi innovativi.
    Fino a quando non si affronterà seriamente la questione sul DOVE vogliamo andare, e cominceremo a mettere in piedi tutti gli strumenti per investire in quel senso, ci troveremo sempre a giocare in difesa con le aziende produttive che se ne vanno, gestione dell’emergenza che si traduce nella richiesta di soldi, che non ci sono più, da mettere nelle tasche di questi signori in cambio della carità, i posti di lavoro, e assistere ad un territorio che va in malora perche’ i suoi abitanti e i suoi governanti (in questo caso, parlo degli attuali, sotto la soglia dell’imbarazzante) si sono dimostrati, entrambi, incapaci di avere un approcio e un progetto serio per lo sviluppo della nostra terra. Il mondo va avanti, ci sono 1 miliardo di persone con la pelle gialla e caffellatte che stanno studiando e sono bravissimi e affamatissimi, ci stanno già rompendo il culo, e noi stiamo pensando alla fabbrica della coca cola. Itta chi no scirausu su sonnu, tra qualche anno faremo noi i call center alle società indiane e cinesi e manco ce ne siamo accorti. Attru chi Alcoa.

  10. Francu says:

    Io bevo incacola!

  11. grazia pintore says:

    L’Alcoa chiude ora chiude anche la Coca Cola,mi sa che si vuole distruggera la Sardegna.Siamo passati da un presidente del Consiglio che diceva che in Italia non c’era crisi:i ristoranti pieni,gli aereoporti pieni ad un presidente che mette in discussione anche la sanità pubblica.La crisi delle famiglie è insopportabile.Gli unici che non si lamentano sono i nostri politici.Hollande,in Francia ha abbassato del 30% gli stipendi per se e i politici ma da noi niente.Si eleggono 90 parlamentari per studiare come si possono dimezzare da 930 a 450? i parlamentari e per questo se ne elleggono altri,sempre con i nostri soldi.L’unica cosa che non si mette in discussione sono gli aerei da guerra che costano 95 milioni di euro ciascuno.Stiamo impazzendo!Mi chiedo se i nostri tecnici sono tecnici della distruzione o solo incompetenti.

    • Carlotta says:

      Tecnici della distruzione che stanno facendo quello che i politici non hanno avuto il coraggio di fare: impoverire gran parte della popolazione a vantaggio di pochi! L’obiettivo è instaurare un nuovo feudalesimo in chiave “moderna”. La politica sta fallendo a tutti i livelli soprattutto in Italia, e la responsabiltà è tanto della destra quanto della sinistra! Anzi, mi dispiace dirlo, ma lo è più della sinistra che ha tradito abbondantemente i suoi elettori, con i suoi tentennamenti e le continue giustificazioni di questa crisi col debito pubblico. Ma chi l’ ha creato? La “crisi” la deve pagare chi ricopre ruoli di potere, chi ha i capitali, chi ha fatto fallire aziende, chi sta facendo fallire lo Stato! Mi dispiace, ma le recenti primarie del centrosinistra non hanno un gran valore, e il Pd non ispira affatto fiducia! Occorre esercitare pressione in modo diverso, efficace e pacifico.

      • Funziona così: i cosiddetti “investitori” che poi sarebbero fondi pensionistici, assicurazioni, banche d’affari e speculatori di ogni tipo, finanziano le imprese, spesso acquistandone quote, e poi vogliono guadagnare il massimo e il più in fretta possibile. Questo significa licenziare, smembrare, delocalizzare, a volte chiudere, perchè il mercato capitalistico premia solo questi atteggiamenti, e chi si comporta così è sicuro di raddoppiare o triplicare in tempi stretti il capitale investito. E chi se ne frega del lavoro, dei lavoratori, delle famiglie, dello stato sociale, delle pensioni e della salute. Il tragico è che invece di combattere questa barbarie ci si è messi in fila (i politici tutti, a partire da Bersani) per salire sul carro dell’ultra liberismo. nella fideistica fiducia nelle regole di mercato che però il mercato non si è mai dato (e voglio vedere). Era compito della politica spremersi le meningi e studiare tutte le alternative possibili, che restituissero all’uomo la sua dignità e la sua libertà. E non è stato solo il berlusconismo e ora il montismo amerikano (di parte repubblicana) a fare quello che è stato fatto. L’opposizione di sinistra (salvo alcune eccezioni) non ha fatto alcuna opposizione. Ha fatto il pompiere nei confronti dei più determinati/arrabbiati/delusi (vedi No Tav). Per il resto rassegnazione, giustificazioni, quasi connivenza. E che fare allora? Ho paura che che se non si ritorna a uno Stato che faccia gli interessi di tutti i cittadini e non solo dei gruppi economici dominanti sarà la fine di tutto. Prepariamoci alle favelas. Ai milioni e milioni di poveri. Alle guerre, alla fame, al medioevo. A meno che ognuno di noi si accorga come d’incanto che la nostra vita è solo una parodia di vita, che la nostra cara democrazia è una pantomima a beneficio di pochi Mangiafuoco, e che allora magari ci si organizzi e si lotti anche duramente per percorrere altre vie. L’America latina insegna. Finisco con una frase di Nietzsche:”…Che cos’è dunque la verità? Un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state trasposte e adornate poeticamente e retoricamente e che, dopo lungo uso, appaiono a un popolo salde, canoniche e vincolanti. Le verità sono illusioni di cui si è dimenticato che sono illusioni…”

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