Giornalismo / Politica / Sardegna

Sardegna 2012: se neanche la morte di un bambino smuove la politica e le coscienze. Perché siamo un’isola senza “opinione pubblica”

Com’era ampiamente prevedibile, la richiesta dei cacciatori di Irgoli di sospendere per oggi l’attività venatoria in tutta la Sardegna per onorare il bambino morto qualche giorno fa nel corso di una battuta di caccia grossa non ha avuto seguito.

Proposta ragionevole, ma che per avere un minimo di peso sarebbe dovuta arrivare dalla politica e dalle associazioni che riuniscono i cacciatori. Che invece hanno preferito far finta di niente.

Il presidente della Regione Cappellacci e l’assessore all’Ambiente Oppi si sono chiusi in un inaccettabile silenzio. Soprattutto il secondo ha replicato il copione di ogni volta: quando c’è un problema che lo riguarda direttamente, non parla, sta zitto. Oppi si occupa di altro. Anzi, neanche di quello perché (come ha detto recentemente nel corso di una conferenza stampa) “Io non ho mai gestito potere nel Sulcis, tanto meno a Iglesias” (Unione Sarda del 16 novembre).

Dopo la morte del piccolo Andrea, altri due incidenti di caccia (per fortuna non letali) hanno funestato la stagione venatoria: è seguito ancora un silenzio totale da parte delle autorità e delle istituzioni che dovrebbero vigilare su quanto avviene nelle nostre campagne. L’unico politico che è intervenuto è stato il deputato e coordinatore regionale dell’Italia dei Valori, Federico Palomba.

Eppure la questione della sicurezza durante le giornate di caccia in Sardegna è evidente, è sotto gli occhi di tutti: ma questo non basta a far sì che il problema venga affrontato. Perché?

Viviamo in una società rovesciata, dove a porre le questioni all’attenzione dell’opinione pubblica non sono i giornalisti ma il potere: e dunque essenzialmente la politica. Un problema non è tale finché un politico qualunque non lo solleva. E se un problema non è sollevato dal politico, quel problema non esiste. I giornali si limitano a prendere atto delle dichiarazioni degli onorevoli, a metterle in ordine di importanza (secondo loro), ad impaginarle, secondo una pigra quanto inutile routine che ormai non serve a più nessuno se non alla politica per evitare sgradite sorprese la mattina quando gli onorevoli aprono i giornali o guardano i tg.

Se dopo la morte del bambino di Irgoli nelle redazioni fossero arrivati cinque comunicati stampa di altrettante forze politiche, la notizia sarebbe uscita dal recinto della cronaca nella quale è stata reclusa e sarebbe partito il dibattito. Siccome questo non è avvenuto, siccome la politica non ha dato il via libera, questo sconcertante fatto non ha toccato un livello più alto di analisi. Giusto due o tre capocaccia hanno detto sui giornali che le cose in Sardegna non vanno per niente bene, ma nulla di più. Nessun dibattito, perché tre anziani capicaccia non rappresentano nessuno.

È in questo modo che la politica controlla sostanzialmente la stampa in Sardegna: non solo per effetto di finanziamenti dati direttamente e sotto varie forme alle testate amiche, ma grazie all’acquiescenza di intere redazioni che ormai parlano solo di ciò che è gradito al potere, facendolo soprattutto nel modo che il potere preferisce: senza mettere in dubbio niente. Tra i due fattori (soldi e benevolenza) non so che relazione ci possa essere (sicuramente c’è), ma è minore di quanto si possa immaginare. Perché anche i grandi giornali e le tv sono un potere: che però non mette in discussione tutti gli altri.

E infatti quando dico potere, non dico solo potere politico, ma mi riferisco anche a quello economico, artistico, accademico, sindacale, sportivo, giudiziario, burocratico, delle professioni. Qualunque potere a cui è consentito dire qualunque cosa, anche la più astrusa e più inverosimile, tanto c’è sempre qualche giornalista messo lì a prendere tutto per buono, e che anzi quasi sempre aiuta l’interlocutore a rendere accettabili al grande pubblico le cazzate che l’intervistato vuole dire. Perché i giornali e le maggiori tv sarde rendono conto al potere (in tutte le sue forme e articolazioni) di quello che scrivono e dicono, non ai loro lettori o ascoltatori.

La società sembra aver demandato al potere e soprattutto alla politica il compito di raccontare la realtà, di delimitare i confini di ogni questione,  di fissare le regole per il confronto. Di stabilire cosa è un problema e cosa non lo è.

Ecco perché neanche la morte di un bambino in Sardegna smuove la politica e le coscienze: perché da noi l’opinione pubblica è debolissima, quasi inesistente.

E l’assenza di una opinione pubblica degna di questo nome provoca l’appiattimento di ogni dibattito sui temi della politica, che vengono poi opportunamente orientati.

Ecco perché che da noi succedono tante cose, ma in realtà non succede mai nulla. Tutto è immobile, fermo, immutabile: perché sono le analisi e i ragionamenti ad esserlo. Ecco perché anche se è morto un bambino oggi in Sardegna si spara lo stesso, come se niente fosse.

 

22 Commenti

  1. Pingback: Homepage

  2. Pingback: Sardegna 2012: se neanche la morte di un bambino smuove la politica e le coscienze. Perché siamo un’isola senza “opinione pubblica” | Jck148 Beta

  3. Pingback: Sardegna 2012: se neanche la morte di un bambino smuove la politica e le coscienze. Perché siamo un’isola senza “opinione pubblica” | Jack 148

  4. Anonimo says:

    l’opinione sarda non esiste piu’ perche’ si e venduta alla repubblica del menefeghismo tipico italiano, un ex custode

  5. per capire quanto è subdolo ma efficace il potere dei politici regionali basta fare una semplice analisi: non esiste comico sardo che faccia parodie e imitazioni dei politici regionali (e di materiale umano utile a far ridere ce ne sarebbe a iosa…). La risposta è semplice: se lo facesse non avrebbe più spazio in nessuna rete televisiva regionale o quotidiano regionale. E non esiste democrazia senza possibilità dei deridere del potere politico. Soprattutto in Sardegna c’è oligarchia non democrazia politica

  6. Capisco il dolore ma non le conclusioni: proprio la Sardegna mi sembra una delle regioni italiane con l’opinione pubblica più libera e determinata e lo si è visto in più occasioni. E lo dico da non Sardo.

  7. Pietro says:

    La bella analisi presentata in questo pezzo è articolata e da il senso, da un punto di vista generale, di come si faccia disinformazione in Sardegna. Nel caso specifico però, credo sia molto calzante anche una considerazione più scarna: la lobby dei cacciatori esiste, è forte ed è fondamentalmente di destra, il maggiore organo di informazione in Sardegna è anch’esso espressione della medesima area politica.

    • Adriano says:

      Sono un cacciatore, sempre votato a sinistra. Piango il bambino e i suoi familiari. Ma rimanere a caccia una giornata e riprendere come prima e più di prima non serve a nulla. E’ la lobby politica che si serve dei cacciatori e preferisce che rimangano ignoranti, condotti e disinformati. Corsi obbligatori sulla sicurezza e sull’etica venatoria prima di ogni rinnovo valgono più di mille sanzioni. E tesserino obbligatorio con qualifica di capocaccia. Ma sono i politici a non volerli, non i cacciatori. I politici preferiscono nominare le commissioni d’esame e gestirne le attività con la clientela solita.

  8. Questa mattina rientro a casa dal lavoro, mi preparo un caffè, mio padre è sulla poltrona e chiedo “come mai a casa ? non sei a caccia?” lui risponde “no, è chiusa per rispetto di quel bambino che è morto ” gli chiedo se sia una cosa ufficiale o solo per buon senso, risposte frammentarie, confuse. Va beh, poco male penso , ho un padre cacciatore, ma con un minimo di cuore, chiamarlo cacciatore poi è diretroppo, alla sua età, va a caccia minuta sempre al solito posto, si siede su una pietra e si riposa, non porta a casa mai nulla.
    Più tardi prendo l’auto e con la mia compagna ci dirigiamo verso Sassari a rendere visita ad una coppia di amici che sono diventati genitori.
    Pochi chilometri prima del bivio per Bonorva la mia compagna esclama “allucinante , guarda!!”, capisco subito dal mondo in cui ha la testa chinata dove svolge con stupore il suo sguardo, rimango a bocca aperta pure io.
    A pochi metri, poche decina di metri (10-20) sulla mia sinistra su di un piccolo colle di fianco alla 131 vedo una decina di giacche color arancio, c’è una battuta di caccia grossa. Nel poco tempo che riesco a distogliere lo sguardo dalla strada riesco a vedere una decina di persone, a chi seduta su qualche roccia a chi cammina, formano una specie di U rovesciata e sembrano camminare lentamente verso il basso della collina.
    Come è possibile che queste persone possano fare una battuta di caccia al cinghiale a pochi metri da una strada come la 131 ? Dove stanno i controlli? Una vergogna!
    Prima di rientrare andiamo in un bar per mangiare qualcosa, fanno anche dei primi e secondi piatti, c’è una piccola saletta con tv, in onda c’è a RAI 3 il tg regionale.
    Si è accomodata nella sala per ascoltarsi il tg anche la padrona del bar (presumo sia la padrona), danno la notizia del cacciatore morto oggi, la mia compagna mi guarda sbarrando gli occhi, la signora del bar si mette le mani nei capelli e si gira sbalordita verso noi 2, è incredula, picchia il telecomando sul tavolo. Il servizio finisce e subito dopo ne parte un altro, non sento molto dal tavolo in cui sono, in tv vedo le facce di qualche politico “nazionale” del PD, la signora si alza esclama in sardo una cosa del tipo “mi avete scocciato, non vi posso più vedere, maledetti voi siate, fatte schifo” picchia il telecomando sul tavolo e va via.

  9. mudadum says:

    Buon giorno, è la prima volta che apporto al tuo blog una mia oppinione e quindi ritengo di contribuire alla formazione di una opinione pubblica a cui i politici o i poteri forti, come da te ricordati, devono dare maggiore attenzione per ricevere stimoli e per sviluppare una migliore Politica, ci vuole molto poco per migliorare l’attuale politica. Mi dispiace scrivere in questo tragico periodo, quando i morti per l’attività venatoria continuano ad aumentare, ritengo che la caccia ai cinghiali sia necessaria perché in Sardegna non vi sono predatori naturali se non l’uomo considerando che il numero di capi allo stato brado sono in continuo aumento e che stanno causando non pochi problemi all’ambiente e alle attività dell’uomo e al sistema epidemiologico. Scrivo questo non da cacciatore, ma da cittadino che ama passeggiare in aperta campagna che a volte raccoglie funghi o chiocciole con la paura di ricevere qualche schioppettata o qualche vessazione da parte di persone armate. Ritengo che non tutti possano detenere armi da fuoco né tantomeno sparare a ogni cosa animata come anche ai piccoli pennuti sempre che questi non aumentino oltre l’equilibrio del territorio. Considerando il numero dei morti per la caccia, sicuramente le regole e le tecnologie usate, non sono adatte per la tutela dell’uomo e per alcune specie animali; sarei comunque curioso di sapere se le varie compagnie di caccia hanno elaborato diverse strategie predatorie che tengano conto non solo dei capi da abbattere ma anche del controllo del territorio. Non ho mai visto l’indicazione di un perimetro di caccia ben evidenziato e un perimetro esterno di tutela che tenga conto della gittata delle armi, affinché nessun estraneo possa essere coinvolto. Non ho mai sentito del divieto affinché nessun minore e accompagnatore senza porto d’armi possa partecipare alla battuta di caccia. Esiste una qualche tecnica affinché nessun elemento della compagnia possa finire sotto il tiro amico? Esistono ancora in circolazione armi senza la dotazione della sicura e se sono state rese inutilizzabili? Esistono armi che non abbiano una semplice sicura con tasto ma che invece, prima del rilascio rilevi la presenza della doppia impugnatura affinché non debbano mai più succede incidenti per distrazione o per cadute varie? Il tutto logicamente potrebbe essere super visionato dagli organi di polizia regionale che in seguito alla richiesta della compagnia e previo compenso possano ricevere in anticipo gli estremi per la localizzazione della battuta di caccia e i nomi dei membri della compagnia affinché possano per tempo perimetrare il campo di tiro e l’area di rispetto esterna, che possano controllare il porto d’armi, le armi e quindi i componenti della battuta di caccia. Al termine della battuta gli organi di controllo potranno in loco prelevare i campioni dei tessuti per le varie analisi sanitarie e rimuovere le limitazioni al campo. È troppo macchinoso? Ci vorrebbe troppo tempo? Diventerebbe più costoso andare a caccia? Sicuramente ci sarebbe un miglior controllo del territorio e meno morti tra gli appassionati di un’attività che forse ha pochi aspetti sportivi ma sicuramente sa molto di predatore.

  10. Anonimo0 says:

    Dissipatio Ignorantia Generis

    Il cielo non vuole sputare il sole questa mattina. Tutto è nero notte, stelle e luna hanno aderito allo sciopero europeo e stanno rinchiusi in chissà quale antro, buio anch’esso. Nero fuori e nero dentro. “C’è qualcosa più nero del mio animo stamane?” penso. Le risposte sono nere anch’esse. “Lascia perdere”, mi dico infilando giacca e con essa infilando la porta di casa.
    Nero l’asfalto, nero il selciato, nere le scarpe che evitano merda nera lasciata in dono da gatto nero. Nere le insegne, spente. Porte aperte: Auchan, Le vele, Corte del Sole, porte aperte. Meraviglia delle meraviglie, novello Giardino delle Delizie che neanche quegli immensi serbatoi di emozioni e simboli che avevano il nome di Bosch e di Bruegel avrebbero avuto la fortuna di immaginare e di regalare all’umanità con tratto di mano geniale. Immenso impero, spazio di raduno e di conferma identitaria prima che possibilità di consumo. All’interno si sedimentano sub-spazi specifici dove, in una gerarchia inversa rispetto a tutto ciò che si addensa nella parola cultura, scorgo la controfigura dell’homo ludens di Huizinga che solitamente si diverte nascostamente a spacciare alla misera controfigura dell’homo oeconomicus di Ricardo e di Walras dell’hi tech condensato in apparecchi che servono a tutto eccetto che a telefonare: vedere film, fare foto e film, registrare voci, navigare in web ma, soprattutto, mostrare il proprio rango all’esterno e godere di gonfio orgoglio di appartenenza identitaria nel proprio intimo. Io sono il mio nokia, sono il mio …
    Strano. Solitamente questi sono gli spazi saturi della lunga attesa in file da cui rimbombano rumori assordanti e odori di spasmodica frenesia: se finisce l’ultimo modello non ho più speranza di rinnovare il mio guardaroba identitario. Vuoto come il vuoto, come il nero di stamane. Oggi la scena è inversa. La libreria affianco solitamente mesta e abbandonata come una puttana con cui si è speso l’ultima illusione di seduzione, oggi freme di vita vera. E anche qui nella gerarchia di settori, nei sub-spazi di vendita sono quelli con le proposte più impegnate a sentire il sudore degli astanti con i culi incollati alle sedie a sfogliare, leggere o semplicemente toccare libri, contenitori di idee, di occhiali per vedere la vita vera o quella sperata o quella mai immaginata, interpretarla, goderla, per pensare scenari nuovi magari anche solo a casa propria, senza addentrarsi in langhe lontane, o magari per farsi sfiorare dalla brezza che arriva da territori lontani, dove allevare lo spirito è cosa sacra e bella insieme.
    Entro a fatica, facendomi spazio tra la calca silenziosa e pensante. Anch’io prendo un libro in mano. Lo sfoglio come fanno in tanti. E’ “La cultura degli italiani”, di Tullio De Mauro. A me i De Mauro sono sempre piaciuti: il fratello di Tullio l’hanno ammazzato i mafiosi perché si ostinava a fare un lavoro che tutti gli altri colleghi caduti in servitù del potente di turno avevano smesso di fare, il giornalista. Anche il figlio fa il giornalista e dirige un osservatorio di news internazionale, Internazionale appunto. Il libro è costruito sotto forma di intervista: duplice via per rendere appetibili temi solitamente ingabbiati da esigenze accademiche e, nello stesso tempo, costruire per l’intervistatore-giornalista spazi di seria visibilità al proprio impegno. Molti punti trattati li conosco da tempo, ma è sempre bene tornarci su. La cultura: “quel complesso di elaborazioni, condizionate dal patrimonio genetico di una specie vivente, ma non dettate da questo, nascenti dal rispondere ai bisogni che quella specie trova sul suo cammino. Trasmissione, per imitazione, ricombinazione, di elementi già dati, invenzione, sono le tre radici della cultura intesa in questo modo”. In Italia le agenzie che ispessiscono da sempre questa possibilità sono in crisi: famiglia e scuola, per ragioni diverse ma che a tratti si intersecano, annaspano. La scuola può anche essere eccellente, ma se la famiglia è analfabeta..: “bambine e bambini che vengono da ambienti familiari in cui non c’è un libro o ci sono meno di 50 libri, si trovano in seria difficoltà nella comprensione dei testi” … “In Italia solo poco più di un quinto della popolazione adulta, dai 25 ai 64 anni, è coinvolto in attività di istruzione e formazione permanente. Nella stessa situazione ci sono Irlanda e Belgio; peggior situazione la vive il Portogallo. Ma in Germania e in Inghilterra la percentuale è più del doppio; per non parlare di Svezia, Danimarca o Finlandia.” (…) “In Italia (ma sono misurazioni un po’ datate; ora è peggio..) ha il diploma appena il 42% della popolazione adulta; la media europea è del 59%. Francia e Inghilterra sono al 62%, la Germania è all’81%. La Grecia è intorno al 50%. Peggio dell’Italia solo la Spagna e Portogallo” (…) “Solo il 9% degli italiani adulti possiede una laurea; la media europea è del 21%, quella inglese del 25%, quella tedesca del 23%, quella francese del 21%”. .. “In una indagine europea il 5% della popolazione adulta italiana non riesce neanche a leggere il primo e più semplice dei questionari, ed è da considerarsi radicalmente analfabeta. Al primo dei cinque questionari si ferma il 33% degli italiani adulti e non va oltre: tenga conto che questo primo questionario è composto da frasi assolutamente elementari e di calcoli altrettanto elementari. Un secondo 33% si ferma al secondo questionario. Traduco: più di 2 milioni di adulti sono analfabeti completi, quasi quindici milioni sono semianalfabeti, altri quindici milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione e, in ogni caso, sono ai margini inferiori della capacità di comprensione e di calcolo necessarie in una società complessa come ormai è la nostra e in una società che voglia non solo dirsi, ma essere democratica”.
    Mi assale la nausea e mi sale un conato di vomito. Ripongo con fatica il libro nello scaffale e una luce silenziosa mi avvolge. Sgrano gli occhi stupito: nessuno. Non c’è più nessuno, o non c’è mai stato nessuno, come al solito. Affianco, come al solito, lo spaccio tecnologico di status vive la vita di sempre, ribolle di umano genere, per dirla alla Morselli.
    Torno a casa e il pensiero va alle macerie, all’immenso cumulo di detriti in cui cammina il protagonista di O. 1989. Cosa siamo diventati? Siamo come loro, siamo loro, siamo un’opinione pubblica senza opinione. Stracciate in mille coriandoli tutte le strutture che possono lentamente sedimentare le capacità critiche, verso se stessi, verso gli altri; le possibilità di gustare con gioia le idee altrui, la nascita e la crescita delle proprie, il confronto tra le proprie e quelle altrui, lo scontro con quelle altrui. Con pazienza, la sintesi arriva sempre, anche (soprattutto) dallo scontro. Siamo solo pubblico in qualità della quantità, del numero. Siamo pubblico in quanto tanti, non in omaggio alla elevata considerazione che una collettività dovrebbe avere verso ciò che appartiene a tutti, commons good, beni pubblici, appunto. E la cultura non è anche questo forse? Non è uno dei beni primari a cui riservare energie, risorse, attenzioni? Non è la possibilità di evitare o almeno limitare la prostituzione dell’epidermide delle proprie convinzioni, svendute spesso per convenienza, spesso per soldi, spesso per ricatto, spesso per fame, ma sempre svendute spesso al potente di turno?
    Perché allora stupirsi di questa pubblica opinione incapace di resistere, di insistere e perseverare nelle richieste di tutela di condizioni di giustizia e dignità del vivere a chi ci governa? Se anche la morte di un bambino non smuove alcuno, la pubblica opinione si è smarrita nel privato interesse, e la strada per riportarla nei propri confini sarà lunga, lunghissima, per tutti.

  11. Ti do del tu anche se non ti conosco. Su internet credo sia normale.
    Molte volte non sono d’accordo su quello che scrivi ma “Perché siamo un’isola senza “opinione pubblica” è purtroppo una grande verità…ma allora ti chiedo: perchè non chiedi conto di questo ai politici del centro sinistra di cui racconti spesso? (ovviamente anche a tutti gli altri).

  12. Non viene neanche voglia di commentare, tanto la situazione è sconfortante. Non tanto e non solo quella della stampa, ridottasi a propaganda, quanto quella della società civile che in Sardegna sembra essere ormai del tutto scomparsa, e della politica che sembra adeguarsi a questo stato di cose, quando non ci sguazza direttamente. Sono situazioni che tipicamente preludono all’instaurazione delle dittature, e temo che abbia ragione Grillo, sia pure imbrodandosi parecchio, quando afferma che almeno il M5S ha riempito un vuoto che altrove lascia spazio a movimenti neonazisti. Qui bisogna darsi una mossa, ma nelle alte sfere dei partiti, dove si avrebbe il compito di cercare di governare i cambiamenti e i movimenti sociali anziché adattarsi ad essi o lasciandosene travolgere, sembrano ciechi e sordi.

  13. grazia pintore says:

    E’ difficile fare commenti su questo silenzio da parte della politica.Posso solo dire che c’è un imbarbarimento insostenibile e,di consequenza, una grande tristezza e un senso di squallore.

  14. E intanto un altro morto di caccia in Sardegna: http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/295259
    Nessun commento.

  15. caro Vito, quest’isola è sempre più Sardistàn, oscura terra del Mediterraneo centrale: questi sono i cacciatori sardi (in gran parte), questi sono i politici sardi (quasi tutti).
    Figurati se rinunciano a una giornata di caccia per riflettere (come? perchè?), figurati se hanno qualcosa da dire se non per ampliare il calendario venatorio.
    Sparano alla cieca (vds. http://gruppodinterventogiuridicoweb.wordpress.com/2012/11/13/sparare-alla-cieca-la-realta-della-caccia/) e in tutta Italia siamo già a ben 33 morti (29 cacciatori, 4 persone comuni) e 50 feriti (40 cacciatori, 10 persone comuni) umani durante la stagione di caccia 2012-2013.
    In Sardegna siamo finora a un morto (il bambino) e 4 feriti (vds. http://gruppodinterventogiuridicoweb.wordpress.com/2012/11/16/di-bene-in-meglio-un-altro-ferito-caccia-in-sardegna-stagione-2012-2013-morti-e-feriti-5/).
    Quanti saranno alla fine?
    Figurati se Cappellacci e Oppi hanno qualcosa da dire in proposito, figurati hanno qualcosa da dire su boschi e campagne “sequestrati” alla collettività nei giorni di caccia da una minoranza armata.

    Stefano Deliperi

  16. Gianfranco Carboni says:

    Vito caro amico purtroppo non c’e’ due senza tre. E’ un inno aal coglionagine umana doveva essere un giorno di rifflessione ed ecco un altro incidente mortale. Un bimbo, un nonno di 66 anni Riposino in pace e siano di insegnamento. esistono i voti i votanti ed i politicanti. Non esistono LA POLITICA ED I POLITICI.

  17. ZEPROF says:

    Bella analisi Vito. Sono fra i tanti che comunque da quel tipo di informazione si sono affrancati completamente; se cerco una notizia guardo i blog come il tuo. Sconsolato non leggo più quotidiani cartacei proprio per i motivi che hai esposto. Mi giungono segnali simili anche da pluridecennali abitué del grande formato. Se non ci fosse un grave analfabetismo informatico in certe fasce anagrafiche, probabilmente certi dinosauri della propaganda si sarebbero già estinti.

Lascia un commento

Follow

Get every new post delivered to your Inbox

Join other followers: