Politica / Sardegna

Carbone e alluminio, game over. Il Sulcis è morto, ucciso dalle promesse impossibili dei sindacati e dalla cattiva politica

Questa vignetta è stata tratta dal profilo Facebook di Lorenzo Carrogu.

 

Tutti i nodi vengono al pettine, si tratta solo di capire quando. Per il Sulcis il momento è arrivato. È inutile affannarsi dietro le notizie sempre più drammatiche: operai che si buttano in mare, altri che si barricano sottoterra, altri ancora che chissà cosa faranno nei prossimi giorni. Senza uno sguardo d’insieme (capace cioè di comprendere le dinamiche storiche a costo di lasciare per strada elementi rilevanti ma non fondamentali) di questa vicenda prevarrà solo l’aspetto emotivo.

Certo, chi lotta per il proprio posto di lavoro ha diritto a portare avanti la sua battaglia in tutti i modi possibili. Ma il rischio che si corre quando la lotta diventa estrema è che anche le forme di protesta diventino estreme. E quindi sostanzialmente inutili. Cos’hanno risolto gli operai della Vinyls barricandosi per un anno all’Asinara? Nulla.

Le dinamiche storiche, dunque.

La stagione delle miniere di carbone nel Sulcis è finita negli anni ’80. La battaglia condotta dai lavoratori nei primi anni ’90 non è riuscita ad arrestare un declino inevitabile. I vari progetti per utilizzare il minerale estratto per produrre energia attraverso la gassificazione sono serviti solamente a illudere il territorio e a placare le tensioni sociali, perché erano (e sono) progetti sostanzialmente impossibili dal realizzare. Perché sono troppo onerosi e perché necessitano di una coesione politica che le forze isolane non hanno mai avuto, tanto meno adesso.

Ecco perché le nostre classi dirigenti, in capaci di imporre a livello nazionale il problema del Sulcis, hanno ritenuto più opportuno gestire una lunghissima agonia piuttosto che gettare le basi per una vera riconversione industriale.

Nella difesa ad oltranza dell’esistente e nella contemporanea volontà di illudere tutti con progetti faraonici difficilmente realizzabili, si sono distinti i sindacati. Si sa da almeno vent’anni che il sistema Sulcis andava verso il collasso. I sindacati sardi hanno però sempre chiesto una cosa e il suo esatto contrario, cioè il mantenimento di tutte le produzioni e dei relativi livelli occupazionali, ma anche un nuovo fantomatico modello di sviluppo. Chiedevano ben più della proverbiale moglie piena e la botte ubriaca insomma, perché dappertutto l’economia cambiava radicalmente, le viti addirittura venivano estirpate e vino in giro non ce n’era più.

Se il Sulcis è in crisi, una grossa responsabilità è dunque anche dei sindacati e della loro politica schizofrenica, incapace di fare i conti con la realtà. Anche recentemente il governo Monti è stato chiaro: il progetto carbone non è sostenibile. Eppure ancora oggi si afferma che “Regione, Provincia, azienda e sindacati sostengono il progetto integrato CCS Sulcis (…) cioè il progetto integrato di cattura e stoccaggio della CO2. Il Sulcis non può privarsi di questa opportunità. Chiederemo al Governo l’applicazione della Legge 99 del 2009, che prevede la realizzazione di una centrale termoelettrica basata sulle tecnologie CCS (Carbon Capture and Storage)”, dice Cappellacci. “E’ nostro compito convincere il Ministero del fatto che l’investimento è garanzia di innovazione, sviluppo e occupazione per il territorio”.

Il ministero non si lascerà convincere, è chiaro. E le nostre classi dirigenti daranno la colpa del loro fallimento a qualcun altro. E su questo scarico di responsabilità qualcuno sta già costruendo la sua prossima campagna elettorale. Funziona così in Sardegna.

La vicenda Carbosulcis si intreccia con quella dell’Alcoa, la cui crisi però è di natura completamente diversa. Dopo la fine della stagione delle partecipazioni statali, le imprese di Portovesme sono passate ai privati. Il polo dell’alluminio è stato per anni strategico, poi è arrivata la crisi. Da almeno due anni si sa bene che Alcoa prima o poi avrebbe lasciato l’isola. Ora si cerca affannosamente un acquirente, che però dovrebbe accollarsi una fabbrica che almeno per i prossimi tre anni sarà in perdita. Perché il mercato dell’alluminio è mondiale e l’ingresso dei cinesi ha sconvolto gli equilibri. La politica sarda ora si appella al governo, ma i buoi ormai sono scappati. Non è questo governo che doveva affrontare il problema, ma quello Berlusconi. Lo ha fatto? Evidentemente no.

Adesso è troppo tardi: per tutto. La Carbosulcis non ha speranza, l’Alcoa ancor meno. E quindi che si fa? In attesa di farce venire un’idea geniale, diamo la colpa a qualcun altro. Funziona sempre. In realtà, le responsabilità delle nostre classi dirigenti sono enormi.

La prima. Questa crisi ricorda altre crisi del passato. Ad una di queste (quella degli anni ’90) si rispose con l’unico progetto serio che finora ha interessato il Sulcis-Iglesiente: quello del Parco Geominerario. L’idea era giusta, perché in altre zone d’Europa le miniere sono state riconvertite ad un uso culturale e turistico. In Sardegna invece questo parco è stato massacrato dalla politica. Dopo averne riconosciuto le finalità e gli obiettivi, l’Unesco ora minaccia di togliere il suo patrocinio ad una iniziativa fallita perché lottizzata dalla politica. Il problema non è che l’Alcoa e la Carbosulcis stanno chiudendo e che il governo nazionale non dà risposte, ma che l’unica alternativa seria alla chiusura delle miniere è stata affossata dalla politica stessa.

La seconda responsabilità, dunque: la politica. Non si può dire che questa zona della Sardegna non abbia avuto negli ultimi vent’anni i suoi rappresentanti nelle istituzioni. Il presidente Cappellacci si vanta di avere origini iglesienti, di Iglesias è il deputato Pdl ed ex presidente della Regione, Mauro Pili. Di Carbonia è la presidente del Consiglio regionale Claudia Lombardo, di Iglesias è il potentissimo padrone dell’Udc, Giorgio Oppi. E a sinistra, ci vogliamo dimenticare di Tore Cherchi e di Antonello Cabras?

I politici sulcitani hanno avuto in questi anni costanti e qualificatissimi rapporti con il livello nazionale dei loro partiti. Rapporti che però sono serviti (nella stragrande maggioranza dei casi) a rafforzare le loro posizioni clientelari, non certo a dare una prospettiva nuova al territorio di cui sono espressione.

Ieri minatori hanno occupato Nuraxi Figus. Proprio come vent’anni fa. Solo che nel frattempo sono passati vent’anni, e adesso il tempo è finito. Amen.

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50 Commenti

  1. Della chiusura delle miniere del Sulcis si parlava già all’inizio degli anni’60. Non se ne fece niente per non licenziare gli operai. Ma essendo passati cinquant’anni,i minatori di oggi saranno i nipoti di quelli di allora!

  2. Il carbone sardo è parecchio, ma contiene quantità improponibili di zolfo. Ed è difficile da cavare. Ergo, per un motivo o per l’altro, usarlo non porterebbe vantaggi in bolletta; e la mancanza di bollette economiche non va d’accordo con la riduzione della bauxite. In Italia parliamo delle stesse cose da mezzo secolo: come mandare avanti industrie energivore senza energia. Alla fine staremo a guardare il dipanarsi degli eventi.

  3. Anonimo says:

    MAURO PILI, COME STA’ ? SPERO CHE SIA UN UOMO ABBASTANZA FORTE DA RESISTERE TUTTO QUESTO STRESS.

  4. Callaghan says:

    La strategia dei politici che hai citato (tranne Tore Cherchi a cui riconosco un’onesta intellettuale senza pari) è molto semplice ed è riassumibile con una metafora ciclistica: tenere il Sulcis al gancio. Non farlo collassare completamente perchè altrimenti mancherebbero i voti delle clientele ma, sottotraccia, tarpare sistematicamente le ali a qualsiasi occasione che ne favorisca lo sviluppo. Di qualsisi tipo: industriale, turistico, commerciale, culturale, ambientale. Altrimenti se si innescasse il circolo virtuoso dello sviluppo non potrebbero presentarsi dalle clientele con la moneta da scambiare con il voto. La dove la moneta è nella maggior parte dei casi il lavoro. Precario, ovviamente, altrimenti, dopo cinque anni, il cliente non li vota più.

    • Vito Biolchini says:

      Hai ragione, con Tore Cherchi sono stato ingeneroso e me ne scuso, perché comunque il suo progetto di Carbonia città culturale l’ha portato avanti con grandi risultati. Citandolo, volevo solo far capire come quel territorio della Sardegna abbia sempre avuto negli anni politici in grado di rapportarsi seriamente al livello nazionale. Il Sulcis Iglesiente non è mai stato abbandonato a se stesso.

    • muttly says:

      Il Sulcis al gancio ? Con l’intera Sardegna fanno così !!!!

  5. Francesco says:

    Comunque la Lombardo è di Carbonia, non di Iglesias…abbiamo già tante piaghe per conto nostro, non accolarcene un’altra!!

  6. http://www.enea.it/it/Ricerca_sviluppo/documenti/ricerca-di-sistema-elettrico/gassificazione-carbone/18-dimeca-rt-5252-co2.pdf

    “”Il confronto delle prestazioni del sistema di condizionamento e purificazione alimentato da syngas da carbone Sulcis, ad alto tenero di zolfo, con quelle ottenute con alimentazione da syngas da carbone sudafricano, a ridotto contenuto di zolfo, mostra come nella sezione di desolforazione l’utilizzo del carbone Sulcis comporti una spesa energetica 4-5 volte superiore rispetto al carbone sudafricano, a causa della maggiore energia spesa nella colonna di desorbimento, e richieda anche una portata di solvente superiore di circa il 50%, mentre nessuna significativa differenza viene riscontrata nelle prestazioni della
    sezione di cattura della CO2.
    L’energia globalmente spesa per la purificazione di un kg di gas di sintesi nelle sezioni di desolforazione e decarbonizzazione è risultata pari a circa 2.6 MJ per il carbone Sulcis e pari a circa 2.1 MJ per il carbone sudafricano.
    Per il processo di purificazione del gas di sintesi da carbone Sulcis viene pertanto spesa un’energia pari al 45% dell’energia posseduta dal gas in uscita dalla sezione di decarbonizzazione, mentre questa percentuale scende al 38% con riferimento al carbone sudafricano. “”

  7. Anonimo says:

    Questa è la posizione del PD e forse qualche disgraziato ci crede:
    “I vertici nazionali del Partito Democratico, con in testa il segretario Bersani ed il vice Enrico Letta, premono in questi giorni sul Governo perché intensifichi la sua azione sul dossier ALCOA. E’ un mandato forte ed esplicito che proviene da un documento votato dalla Direzione PD, un impegno che coinvolge anche i gruppi parlamentari. Occorre agire incessantemente per portare ad un tavolo negoziale con la multinazionale americana nuovi imprenditori, di livello adeguato alla scommessa industriale della produzione di alluminio primario in Italia. Non vi sono altre strade, e per cortesia si astengano i fantasiosi perditempo che razzolano nelle crisi industriali giocando sulla disperazione dei lavoratori.

    Certo, occorre flessibilità da parte degli attuali proprietari, per consentire che una nuova fase del negoziato avvenga a stabilimento in marcia. Credo che dopo 17 anni di permanenza in Italia, non sarà qualche settimana a rivoluzionare i conti della multinazionale di Pittsburgh, e comunque si tratta di partite economiche compensabili in sede di chiusura di un contratto.

    Il Governo deve offrire un quadro certo, credibile e non contrastabile in sede comunitaria di regole ed opportunità sul versante energetico ed infrastrutturale. E poiché queste condizioni di cornice non si sono rivelate persuasive o non sono state sufficientemente spiegate – di questo occorre prendere atto – invito il ministro Corrado Passera a vincere la comprensibile ritrosia istituzionale e ad assumere il ruolo di condurre, in funzione di costante mediazione, la trattativa tra ALCOA ed i soggetti interessati alla cessione dello stabilimento e a mantenerne stabile la produzione. A partire da tutti quelli che hanno avuto accesso, nei mesi scorsi, al data room della multinazionale americana e sollecitando in questi giorni importanti eventuali nuovi interessati”.

    Occorre “flessibilità da parte degli attuali proprietari”? Notoria opera pia, l’Alcoa si commuoverà per l’appello del PD il quale così, essendo lo stesso partito un’opera pia che ha beneficato il Sulcis, potrà rendere l’anima a Dio in pace anche se molti dei suoi capi non renderebbero niente di quello che hanno guadagnato. Perché i contadini che hanno visto annichilite le loro aziende per l’inquinamento non hanno cassa integrazione. Perché intere categorie nel Sulcis non hanno assistenza pubblica? Perché non si è pensato dieci anni fa a riconvertire i lavoratori di oggi? Tutti sapevamo che non sarebbe durata. Altro che i “data room” citati dal PD.

    Dicono che senza industria non ce la possiamo fare. Be’, lo vedremo a breve, visto che le industrie spariscono. E ce la dovremo fare per forza.

    Siamo un milione e mezzo e per molto tempo ce l’abiamo fatta senza industrie, tanto più se finte, visto che erano solo luoghi di passaggio per materia prima proveniente da altre parti del pianeta. E ora propongono di stoccare CO2 per produrre poi energia pulita da utilizzare per un’industria inquinante. E’ la follia.

    La solidarietà è una cosa. La realtà è un’altra cosa.

    • Sembra quasi che ci sia aria di campagna elettorale. Questi personaggi sono come gli avvoltoi!

      • Senza offesa per gli avvoltoi, naturalmente, che nel loro campo fanno un lavoro molto più onesto dei politici attuali!

  8. squonimo says:

    La realtà è che nel Sulcis oramai il ciclo dell’alluminio doveva morire da tempo, non essendoci nessun azienda di prima lavorazione. E del carbone, per favore non parliamo, è morto nei primi anni ’60 quando i vecchi minatori sono stati assorbiti dall’ENEL. Il resto è stato solo un continuare ad alimentare un sistema clientelare che anche alla popolazione andava bene. Infatti in Alcoa, negli ultimi 10 anni i vecchi sono andati in prepensionamento a 53 anni, mangiando con i contributi di mobilità fondi inps, e gli assunti sono stati assunti spesso perché figli di dipendenti che andando in pensione lasciavano come cauzione per il lavoro del figlio parte della liquidazione. In carbosulcis poi non parliamone, dove chi veniva assunto o era un militante di partito o era un figlio di qualcuno in vista. In realtà la situazione attuale è dovuta a un immobilismo generale della classe politica ma anche a una concussione della popolazione. Ora il governo non ha interessi politici per rimediare voti alle prossime elezioni, e probabilmente i tanto attesi aiuti di stato non arriveranno. Che sia la volta buona che ci si dia una mossa per cambiare?

  9. Ma dei vari referendum sul nucleare poi vogliamo parlare? Perché il costo dell’energia elettrica per le industrie come ce l’abbiamo in Italia non è certo colpa di Alcoa.
    Ce lo siamo fatto noi con le nostre mani.

  10. nicola says:

    Proposta provocatoria. I lavoratori della Carbosulcis e di Alcoa sono 1500, indotto compreso. Con Eurallumina arriviamo a 2000. Dando 100mila euro a testa ad ogni lavoratore si spendono 200 milioni di euro. Molto meno del progetto di stoccaggio della CO2 che di euro ne costa un miliardo e mezzo. E con quei soldi ciascun lavoratore potrebbe aprire un’azienda o potrebbero associarsi per creare cooperative o consorzi. Qualcuno fallirà certo, ma altri ce la faranno e andranno avanti, con ricadute su tutto il territorio. E niente politici e sindacalisti di mezzo.

    • Assistenzialismo diffuso, insomma! Invece che concentrato verso un’ipotetica azienda lo si spalma su una popolazione! E cosa cambia così? Niente! Ci vogliono politiche serie e meno chiacchiere!

  11. nicola says:

    Io penso che l’unico modello di economia che in Sardegna può funzionare è quello di Arborea. In questi anni hanno dimostrato di essere solidi e relativamente indifferenti alle varie bizze dei mercati e delle crisi. La Sardegna ha delle caretteristiche pedoclimatiche particolari grazie alle quali è possibile eccellere nell’agroalimentare e questo è l’unico settore nel quale valga la pena investire. L’industria sarda dovrebbe essere esclusivamente quella della trasformazione dei prodotti agroalimentari del territorio (sullo stile della food valley dell’Emilia Romagna), inutile continuare a investire nel tessile sintetico ad Ottana o nell’alluminio a Portovesme. Attorno al settore produttivo si sviluperebbe anche il terziario (marketing e commercializzazione dei prodotti) che chiuderebbe il cerchio. La Sardegna diventerebbe un polo produttivo di eccellenza non eguagliabile perché le condizioni che permettono certi allevamenti e colture non sono ripetibili dappertutto.
    Le iniziative come quelle del parco geominerario sono sicuramente positive, ma i settori della cultura e del turismo non possono da soli essere dei poli trainanti dell’economia, anche se possono essere sicuramente complementari. Avere un’economia dipendente soprattutto dalle presenze turistiche è molto pericoloso perché il turismo è un comparto che risente moltissimo dei periodi di crisi, come quest’anno e quelli a venire. Ciò è valido soprattutto in un isola come la nostra dove arrivare ha un costo decisamente elevato.

    • MammaTigre says:

      Sono pienamente d’accordo. Ma siamo sicuri che i signori della sala dei bottoni vogliano davvero che la Sardegna rifiorisca in tutto il suo potenziale splendore? A me sembra che le martoriazioni subìte siano volute per annientarci. Sarà anche una teoria complottista, ma…
      Dobbiamo volerlo fortemente, tutti quanti, anche vedo che non sono pochi quelli che si stanno svegliando. (A questo proposito suggerisco la visione di questo video amatoriale che che la dice lunga su quello che si stiamo facendo fare dalla grande distribuzione, raccontato in chiave satirica da un artista nostrano… http://www.youtube.com/watch?v=qJyI4ExEDTc )

      • Si si, certo! La colpa è sempre di qualcun altro, magari venuto da fuori, vero?
        Lasciamo perdere! E prendiamoci le nostre responsabilità una volta per tutte, così magari si può riuscire a fare finalmente qualcosa di buono!

      • randompunk2011 says:

        Hai ragione! Dev’essere senz’altro un complotto ben congeniato da parte di… dei…sì, bhè, di qualcuno!
        E sono sicuro che la tirrenia ha aumentato i costi dei traghetti per danneggiare il turismo in Sardegna a favore di quello campano.
        Senza parlare poi di tutte le scie chimiche di questi giorni.

        • Marco Antonio says:

          Il bello è che certi Eheh e randompunk si credono sarcastici, intelligenti e fanno i saccenti. Che tristezza….

    • Gianluca says:

      Pienamente d’accordo.

    • Da quando in qua il buon senso si chiama “provocazione”?

  12. Anonimo says:

    la co2 non si deve catturare, la co2 non deve essere prodotta…

  13. andrew says:

    Ottimo post Biolchini, condivido ogni singola sillaba.

  14. Amsicora70 says:

    Vito permettimi di farti i complimenti. Un’analisi semplice, lucida e chiara di cosa sia oggi il Sulcis con le sue drammatiche vertenze. Non aggiungo altro.

  15. E’ triste immaginare il Sulcis una terra di povertà e disperazione. Ma ha ragione Antioco Floris. Nessuno verrà a riaprire industrie. L’unico futuro possibile per la nostra terra sono l’ambiente e la cultura.

    • Hanno ragione entrambi i Floris: Antioco a parlare di “accanimento terapeutico”, Gianluca a dire “l’unico futuro possibile per la nostra terra sono l’ambiente e la cultura”. Li quoto entrambi

      • Sempre i soliti sogni da intellettuali da salotto…. La cultura e l’ambiente (che poi cosa voglia dire nel concreto ambiente non si è mai capito), ripetuti come un mantra…. Magari declinati come si conviene in frasi tipo “rilancio di percorsi enogastronomici e di valorizzazione socio culturale della nostra terra”…. Chiaro, sono concetti fondamentali, chi lo nega, ma non si può pensare di fondarci un’economia di un territorio… Tanto più in Italia dove cultura vuol direi posto al museo e ambiente posto da forestale… Poi vedete voi…

  16. MammaTigre says:

    La scorsa estate abbiamo visitato la miniera di Porto Flavia e ci siamo soffermati a parlare con una guida, ex-minatore. Ci descrisse perfettamente questa situazione: disse che anche loro, una volta divenuti dipendenti della Regione, si sono adagiati e tirato avanti così senza fare (o poter fare niente) di più. Se ne stava ad osservare con rammarico la lenta agonia di questo territorio e per il figlio sedicenne non vedeva possibilità di futuro…

  17. E’ forte la solidarietà umana ma il carbone Sulcis ,così come la filiera dell’ alluminio, non serve a nessuno, se non all’ Enel unico cliente Carbosulcis.Quel carbone non può essere venduto perchè per legge intrasportabile.Non può essere utilizzato nell’ industria sempre per legge statale che peraltro ne vieta l’ uso in tutta la Nazione tranne che in Sardegna dove è impiegato dalle centrali elettriche che servono ad alimentare le stesse industrie.Un ciclo chiuso insomma che è fuori dalle logiche di qualsiasi mercato. Il carbone Sulcis ha avuto “un senso” nelle dinamiche del regime di autarchia a marchio fascista in cui l’ unico committente era la Marina Militare…quando le navi andavano a carbone!! Ha avuto un senso mantenere in vita la produzione per tenere buoni i poveri dannati che hanno perso vite e salute in cambio di una tranqullità economica per le loro famiglie. Ma il costo è stato alto e lo si paga tutto insieme adesso. Il progetto CO2 non è una baggianata: la UE ha solo espresso parere negativo perchè gli incentivi e le risorse da sbloccare sono “aiuti di Stato” a tutti gli effetti. Quasi a dirci ” e il solito giochetto che ci riproponete da lustri”. Le due facce della medaglia sono imbarazzanti. Ci sono uomini dietro tutte queste vicende. Ma anche troppi lacchè,una politica di omissioni e rapezzamenti reiterati, un sindacato legato a doppio filo con la stessa politica, i baroni e baronetti che ieri elargivano a spese nostre e oggi …..oggi ti danno una pacca sulla spalla di comodo.Quando c’era il potere di fare qualcosa non lo si è fatto e ora si deve lottare nuovamente ma solo per dignità…da questa lotta non si ricaverà nulla che cambi lo stato delle cose.

  18. Io ormai sono diventato lo zimbello di tutti a furia di ripetere la stessa cosa. La ridico qui perché non mi stanco: l’unico futuro possibile per la nostra terra sono l’ambiente e la cultura. Investire sui prodotti della nostra natura, sulla biodiversità della terra sarda, sulla nostra storia, sulle testimonianze, sulla nostra capacità di essere laboratorio di confronto per tutti. Queste le uniche risorse sulle quali dobbiamo puntare e investire perché non ne abbiamo altre. Cultura e ambiente.
    Nessuno verrà qui ad aprire industrie, sappiatelo. Sono due anni che la SARAS è in vendita e che nessuno se la compra. E quando la compreranno sarà per farne la stessa cosa di tutte le altre aziende sarde: acquisirne i clienti e le quote di mercato e poi chiudere per portare la produzione industriale altrove. Dove conviene. Nessun futuro ci sarà mai per l’industria pesante nella nostra isola. Non è ancora abbastanza chiaro?
    Continuare a tagliare sulla tutela ambientale e sulla cultura, come fanno tutti i nostri amministratori di qualsiasi parte politica, è una scelta idiota. È da imbecilli.
    Ho detto.

    • E già… Ma investire sulla cultura significa investire sull’intelligenza e sul senso critico delle persone, sul continuo mettersi in gioco e sull’accettare le critiche… Mi sa che la politica con elettori così proprio non vuole avere nulla a che fare, anzi, li teme come la peste…

    • francu says:

      sono in tanti ad essere zimbelli. perché di cultura e ambiente si riempiono la bocca in tanti poi vai a vedere meglio e scopri che ambiente per qualcuno vuol dire “armonizzare uomo e territorio” (=altro cemento) e cultura dare soldi al festival de su sulittu (=soldi a cazzo all’associazione amica).

  19. Apu biu immoi-immoi unu servitziu de CNN a pitzus de s’ocupatzioni. S’unica cosa chi si bidíat fiat sa faci de Mauro Pili. Su paisanu miu immoi est famosu in totu su mundu: forsis s’at a agatai una femina chi si ddu cojat. .. Prus de cussu is minadoris non ant a tenni. Batallas perdias. Batallas sballiadas.

  20. Francu says:

    speriamo almeno che sia la volta buona volta che finisca tutto. Così i poveri operai forse apriranno gli occhi e smetteranno di credere ai politici sulcitani. Nel dramma ci libereremo forse anche dei vari oppi, pili, cabras anche se quella è gente che cade sempre in piedi. Condivido tutto quello che dici vito e ci aggiungo anche una incapacità del popolo sulcitano a prendere in mano il proprio destino

  21. Anonimo says:

    anche dove funzionano i parchi minerari producono un reddito marginale, belle cose ma non risolvono nessun problema occupazionale.

  22. riccardo says:

    le bonifiche oltre al turismo serio potrebbero portare lavoro…l’assistenzialismo pagato dalle nostre tasse per attività in perdita sono una presa per il c….

    • Radio Londra (nonostante Er Ciccio) says:

      Già.
      Ma l’impressione però è che ormai chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto… e che ora, volenti o nolenti, non ce n’è più di tanto.
      Vi rendete conto anche di quanti soldi ci vorrebbero per risanare l’Iglesiente e la sua infinita ragnatela di gallerie dei veleni sotterranee e a cielo aperto? Cosa è stato fatto se non sciacquarsi bene la bocca?
      Rimane comunque e tuttavia il fatto che in quei luoghi i nostri nonni e i nostri padri si sono spaccati le ossa in mezzo alla polvere e all’umidità, si presero la silicosi, la pneuconiosi, fibrosi polmonari e quant’altro e che si stanno rivoltando nella tomba nel vedere come è stato trattato, ricordato e valorizzato il loro duro lavoro.
      Quelle bellissime cunette fatte a mano con le pietre posate ad una ad una…. che pensare di realizzarle oggi sarebbe pura follia.
      Quelle bellissime fotografie d’epoca in cui si vedevano le file degli operai trasportare il materiale a spalla lungo i costoni………
      Per non parlare poi del meticoloso e dignitosissimo lavoro delle cernitrici che potremo assimilare a quello delle mondine.
      Sarebbe bastato e basterebbe anche solo preparare delle presentazioni multimediali, valorizzare i macchinari, i reperti e le gallerie, per farle rivivere a nuova vita, come d’altronde hanno fatto e molto bene in Belgio.
      Altro che rincorrere i mulini a vento e raccontarsi barzellette.
      Bisogna farsi un accurato esame di coscienza.
      Si sta rivendicando un lavoro che produce ricchezza o si sta rivendicando l’assistenzialismo?
      Non per altro ma perchè, in fondo, tutto qui sta il problema.

  23. Massimo says:

    Ajo, passiamo alle proposte. La mia: dal Carbone alla Canapa. E non sto scherzando. http://youtu.be/62VWXqqATcc

  24. Personlamente il grosso della colpa sta nella popolazione.
    Dagl’anni 80 ad oggi sono passati 30anni.. in questo lasso di tempo fai in tempo a riconvertire l’economia di un intera isola 2 volte, qualcuno ha provato a parlare di turismo nel sulcis ma le sirene degl’amici russi fischiavano forte in quelli che poi si sarebbero dati appuntamento in strada con gli striscioni a difendere un tipo di lavoro che non esiste.Perchè invece non paralre di eolico ed altre fonti energetiche alternative?perchè non parlare di un progetto di almeno 10 anni che coinvolga tutt i settori dall’ingegneria alle maestranze?perchè il sulcis è la terra promessa del politico(tutta la sardegna ormai lo è) dove non serve uno straccio di progetto o programma credibile basato sulla realtà per candidarsi e vincere..ma vincere cosa? governare sulla fame? son cose..

  25. Radio Londra says:

    Ha detto bene Antioco Floris quando parla di accanimento terapeutico.
    Ha detto bene Vito Biolchini quando parla di colpe dei sindacati e dei politici anche perchè, sinceramente davvero e con grande rispetto per gli operai, tutto si può dire meno che, dai secoli dei secoli, il Sulcis sia stato trascurato…. anzi… ma la colpa principale di sindacati e di politici locali è stata proprio questa: far finta di niente e convincere la povera gente che, nonostante il mercato chieda altro, serve come il pane il carbone.
    Davanti a questa legenda metropolitana o sulcitana, il Sulcis non ha esitato nè lndetregiato davanti a nulla e, da terra sinistrosa che più sinistrosa non si può (si ricordano ad esempio i vari e potentissimi esponenti socialisti che, guarda caso, più erano potenti più erano del Sulcis) sono passati alla venerazione del Dio Oppi.
    Il discorso però è che era tutta una illusione e che la benzina era finita.
    Ma che il Sulcis fosse terra marginalizzata in Sardegna a livello di finanziamenti non lo si può proprio dire…….. peccato che quei finanziamenti abbiano avuto spesso e volentieri l’effetto contrario: quello di far credere alla gente che tutto fosse dovuto, con la lotta dura e senza paura e con il capopopolo di turno, purchè si pronunciasse la parola Sulcis ma non è così che gira il mondo e l’umanità.
    Insomma, dopo Antioco Floris e Vito Biolchini aveva ragione anche Luigi Cogodi quando disse, a proposito di Parco Minerario che forse era il caso di dare il nome giusto all’ EMS e chiamarlo ENTE MINERARIO SARDO e non, come si stava verificando, ENTE MINERARIO SULCIS.
    Anche perchè poi, in fondo, con quel modo di operare, al Sulcis sono rimasti i grandi stipendi dei manager ma……….. zeru tituli anche per loro.
    Dove sono le bonifiche ambientali e la valorizzazione dei siti che, va bene anche se diventano turistici, ma andrebbe ancora meglio se fossero diventati e diventassero siti culturali della memoria e della cultura meteriale.
    E, quando un sito diventa culturale, valorizza il fare quotidiano, la memoria storica e la cultura materiale non c’è bisogno d’altro perchè diventa necessariamente e per forza di cose anche attrazione turistica.
    In definitiva, grandissimo rispetto per gli operai ma, in effetti, da che mondo è mondo, con l’accanimento terapeutico, checchè ne dicano Buttiglione, Gasparri e tanti altri, non ha mai portato a nessuna guarigione e a nessun risveglio,
    Forse sarebbe il caso, pertanto, di non illudere le persone in buona fede e pensare davvero ad altro.
    E, se gestito bene e non in maniera clientelare, il Parco Minerario poteva davvero essere una bella cosa.
    Se fosse capitata una fortuna del genere in Francia ad esempio, dove basta un’orma di Napoleone per farne un museo, forse sarebbe stata tutta un’altra musica o forse se anche fosse capitato in Toscana o in Umbria.

  26. Reblogged this on misentopop.

  27. Supresidenti says:

    il Sulcis è in guerra. Con se stesso.

  28. Anonimo says:

    Vito, ti leggo dall’Olanda e mi vien da piangere per la sorte amara capitata alla nostra Sardegna. Che gente indegna ci ha governato e ci governerà ancora…
    Un caro saluto, Valentina (Oma Isa).

  29. Scusi Biolchini, dimentica che i sindacati non governano: richiedono, espongono il punto di vista dei lavoratori ma non decidono, D’altra parte le promesse dei politici in campagna elettorale fanno la differenza. Nessuna classe politica di qualunque schieramento, ha voluto, per convenienza immediata, “non promettere l’impossibile”. I sindacati semmai avranno richiesto l’impossibile che era stato loro promesso.
    .

    • alessandro alfonso says:

      Quindi i sindacati stavano scherzando? Hanno giocato, dicevano cose a cui non credevano?
      Suggerisci di prendere le parole dei sindacati per quello che sono, per poi prendere altre decisioni? O c’e’ la speranza di un sindacato che sappia leggere lo sviluppo del mondo e dell’economia mondiale e si assuma le proprie responsabilità, laddove l’alternativa è inevitabilmente quella a cui ora assistiamo?
      Le riflessioni di Vito, a mio parere forse troppo moderate, perchè dentro come responsabilità ci avrei messo non solo gli amministratori ma anche gli amministrati, che in cambio letteralmente di un piatto di minestra per 40 anni hanno dato il potere in mano a gente che ancora oggi decide tutto ciò che si può decidere in Sardegna, e parliamo di nomi e cognomi fatti in questo articolo. Il Sulcis è un modello coloniale perfetto realizzato al centro dell’Europa. Appena se ne scappano i buoi rimangono solo miseria, povertà, frustazione e purtroppo spesso violenza. Il momento è arrivato. E chi sono quelli che ora si barriccano insieme ai minatori per sostenere le sacrosante istanze? Sempre loro. Straordinari, semplicemente straordinari.

  30. Sasuke says:

    Con 200 milioni di euro si rendono decenti almeno 20.000 abitazioni nelle quali fare ospitalità diffusa. Di questo dobbiamo vivere, non di industria tenuta viva con il polmone d’acciaio!

  31. Antioco Floris says:

    Scusa Vito, dire che la “la stagione delle miniere di carbone nel Sulcis è finita negli anni ’80” mi sembra francamente un eufemismo. I primi segni della crisi carbonifera risalgono al dopoguerra e già nei primi anni sessanta (il documentario di Fiorenzo Serra L’ultimo pugno di terra del1965 lo mostra in maniera struggente) l’azione di smantellamento era in stato avanzato. Da allora si è continuato a mantenere l’illusione di un rilancio, quasi un accanimento terapeutico che politici e sindacati coltivavano – forse anche in buona fede – per dare una prospettiva alle famiglie dei minatori. Se da subito ci si fosse attivati per convertire l’industria mineraria probabilmente oggi ci troveremmo in un’altra condizione.
    La solidarietà agli operai in lotta è totale, capisco la loro rabbia e disperazione, ma fino a che punto si deve cercare di recuperare situazioni irrecuperabili e non sforzarsi per trovare nuove strategie di sviluppo di tutta la regione?

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