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Come si finanzia la cultura? E perché? E chi decide? E come? Sull’onda dello stop a Marina Café Noir, otto risposte a Gabriele Ainis

Quello che mi colpisce maggiormente della vicenda legata allo stop del festival Marina Café Noir è la regressione del livello del dibattito. Invece che stigmatizzare le istituzioni che tagliano i fondi alla cultura e erogano quelli a disposizione con ritardi inammissibili, se la si prende con le associazioni culturali e di spettacolo, invitandole ad arrangiarsi. Come se in questi anni non si fossero già arrangiate a sufficienza! E come se, insomma, questa situazione un po’ se la fossero cercata.

Qualcuno dice all’associazione Chourmo: “Vabbé, avete 35 mila euro, fateci vedere cosa sapete fare con questi soldi!”. Affermazione ridicola e ignorante: i 35 mila euro sono arrivati per garantire un progetto da 100 mila euro, non da 35 mila!

Altri dicono: “Vabbé, avete iniziato autofinanziandovi, adesso tornate alle origini”. L’attività culturale quindi ha le stesse regole del Monopoli, che a seconda della casella in cui cadi ti toccano le probabilità o gli imprevisti: “A Cagliari ha vinto il centrosinistra e l’assessore allo spettacolo è Enrica Puggioni: torna indietro di dieci anni”. È chiaro che non può essere così.

Però fa bene l’amico Gabriele Ainis a porre domande semplici semplici. Chi è che fa cultura? E come deve essere sostenuto? Queste sono le mie risposte alle sue otto domande.

***

1 – Da dove prendiamo i soldi per la cultura se deve diventare il motore primo di Cagliari?
Dalla fiscalità generale, così come si prendono per qualunque altra cosa che la politica e la collettività ritengono importante. Da una amministrazione di centrosinistra mi aspetto che la percentuale di risorse destinate sul bilancio alla cultura siano superiori a quelle percentualmente destinate da un’amministrazione di centrodestra.

2 – Come facciamo ad assegnare i fondi?
Attraverso le leggi che già esistono e che regolano il settore.

3 – Come si garantisce la libertà d’espressione?
Applicando la leggi esistenti che regolano il settore e che la libertà di espressione l’hanno sempre ampiamente garantita.

4 – Perché la giunta Zedda (cui va riconosciuto il diritto di avere un po’ di tempo per mostrare che le cose stanno cambiando) non ha continuato sul binario precedente per un anno per poi introdurre la regola dei bandi (che a lei non piacciono e a me sì)?

Lei confonde pere con mele: i bandi regolano l’utilizzo e la gestione di spazi comunali (spazi fisici: Exma’, Castello di San Michele, Ghetto, Lazzaretto, ecc); i fondi consentono invece l’attività culturale e di spettacolo in generale.

5 – Marina Café Noir ha il diritto o no di prendere i soldi e andare avanti così come sta facendo da dieci anni?
Sì, ha diritto. Ha presentato per tempo un progetto, corredato da tutta la documentazione contabile e artistica. La Regione ha stanziato per la manifestazione 35 mila euro (a fronte di una richiesta di 60 mila), il Comune non ha neanche dato una risposta.

6 – Perché dobbiamo dare i soldi a MCN?
La domanda è mal posta. Sono le istituzioni che hanno ricevuto una domanda da parte di MCN che devono decidere se la proposta avanzata dall’associazione Chourmo rispetta i criteri stabiliti dalla legge. Più in generale, posso dire che possiamo dare soldi a MCN perché c’è un assessorato allo spettacolo e alla cultura, e ci sono delle leggi che sostengono proprio attività come questa.

7 – Se MCN non si fa più è davvero una iattura o no?
De gustibus non est disputandum. Politicamente però sì che è una iattura. Perché è un segnale dato alle associazioni e alle imprese culturali, e il segnale è il seguente: la città è allo sbando. Il Comune pretende che le associazioni presentino i loro programmi per l’anno successivo ad ottobre ma a fine luglio non ha ancora deciso come ripartire le risorse! E questa è la discontinuità che ci si attendeva dall’amministrazione Zedda? Direi di no. Il problema della cultura non sono (solo) le risorse: sono soprattutto i tempi di risposta che la pubblica amministrazione dilata fino a rendere impossibile l’attività dei gruppi. Che infatti alla fine mollano.

8 – Cos’è che si deve sovvenzionare e cosa no? Chi lo decide e sul quale base? Chi è che «fa cultura» e chi no?
Domanda insidiosa, perché si può fare cultura anche senza sostegno pubblico. Detto questo, sono le leggi e la politica a decidere chi, tra coloro che producono cultura, risponde a quei criteri oggettivi che consentono ai soggetti privati di poter usufruire del sostegno pubblico. Le leggi stabiliscono precisamente metodi e modi attraverso cui soggetti qualificati (da curriculum, progetto artistico e piano economico) possono avere soldi pubblici.

Poi ogni amministrazione può avere un suo piano culturale che può favorire (sulla base di una scelta che si ritiene sensata e politicamente condivisa) un tipo di espressione artistica o culturale. L’assessore Pellegrini ad un certo punto aveva deciso che Cagliari doveva occuparsi soprattutto di arte nel 900. A Quartu invece il budget se ne va soprattutto per sostenere le tradizioni popolari. Sono scelte politiche che però calano su di una griglia molto precisa, stabilita dalle leggi. Oggi a Cagliari non esiste un piano culturale (se non relativo all’utilizzo degli spazi fisici di proprietà del Comune, e nemmeno tutti) e i tempi di erogazione dei contributi sono troppo lunghi e mettono in difficoltà estrema gli operatori. A fronte di meno risorse per la cultura, biognerebbe migliorare l’efficienza della macchina politica e amministrativa. Invece a Cagliari ad oggi le risorse non sono aumentate e la macchina politica e amministrativa forse è più inefficiente di prima.

Post scriptum
E comunque se volete approfondire il tema della cultura a Cagliari, ascoltate le puntate tematiche che Radio X ha dedicato all’argomento: http://www.radiox.it/content/radiografie-della-citta

 

44 Commenti

  1. nicola says:

    Gentile Biolchini,
    vorrei fare una richiesta relativamente al finanziamento delle iniziative culturali come MCN. In linea di principio sono a favore, però vorrei che i soldi elargiti venissero ben spesi e giustificati. Come giustamente lei dice ci sono le leggi che regolano queste procedure, si presenta un progetto, lo si valuta, si eroga ecc. Però ahimè le leggi sono applicate da uomini che nella fattispecie sono il personale e i politici dei vari assessorati comunali e regionali. Da cittadino ho imparato a non fidarmi di queste istituzioni, perché come possiamo vedere dalle abbondanti cronache nazionali e regionali i politici sono spesso o incompetenti, o disonesti, o tutte e due le cose assieme. Gradirei pertanto poter leggere il bilancio dettagliato di una tale manifestazione e se qualcuno potesse indicarmi un link dove trovarlo gliene sarei grato. Non per essere malfidato, ma 100mila euro sono una bella cifra sopratutto in tempi di vacche magre come questi, e poiché sono soldi che in una pur piccolissima parte ho messo di tasca mia attraverso le tasse, ritengo di avere tutto il diritto di sapere come vengano spesi, fino all’ultima fattura.
    Saluti

  2. New Entry says:

    L’artista non deve produrre per il mercato, ma è fondamentale formare un pubblico capace di fruire dell’arte. Se poi la qualità è anche quantità ben venga, comunque secondo me questa è una priorità negli investimenti per la Cultura. Aggiungo che personalmente detesto la “mania statistica” che imperversa relativa alle frequenze di utenti e visitatori di siti della Cultura o eventi artistici, perchè inverte questo punto di vista. E’ solo un parametro, non il parametro.

  3. Gentile Biolchini,
    sa che alla fine ci troviamo in sintonia? La penso esattamente come lei (senza alcuna ironia).
    «… la sinistra non riesce più a distinguere e a spiegare»
    Esatto! È il motivo per il quale rompo il cazzo, solo che lei se la prende con Zedda, io con gli intellettuali (di sinistra!). Però non è vero che il dibattito stia regredendo, il fatto è che non c’è dibattito, perché gli intellettuali sono diventati talmente autoreferenziali che non si preoccupano più di capire se ciò che fanno è cultura, fino a che punto lo sia e se le persone che li ascoltano capiscano davvero ciò che intendono dire e quanto!
    Attualmente, gli intellettuali producono per altri intellettuali e tutti assieme lavorano per il mercato (e basta!). In linea di principio non è una novità, ma non con questa intensità né con questa pervicace indifferenza verso la realtà: oggi gli intellettuali non cercano di leggerla, ciascuno racconta la propria sapendo di appartenere ad un circuito incaricato di validarla, quindi non si confronta con la realtà ma con i validatori. Da cui i Murgia, Fois, Todde, Sirigu&C, che parlano l’uno dell’altro. Sarebbe come dire che per capire la Sicilia ci rivolgiamo alle avventure di Montalbano e per capire la Sardegna (posto che abbia senso farlo) a Fois! Cosa che in effetti avviene, perché le interviste a Camilleri sulla Mafia si sprecano (e dice delle vere e proprie enormità, ma soprattutto si pretende di capire il mafioso dai racconti di Montalbano!) e Fois interviene nelle problematiche politiche isolane (sic!).
    Se ho usato «happening» per MCN (e meno male che qualcuno si è incazzato!) non l’ho fatto a caso; una delle domande che dovremmo farci è: cosa cercano di dire gli intellettuali in occasioni come queste e cosa percepiscono i «fruitori»? Siamo sicuri che siano in possesso degli strumenti sufficienti, oppure siamo in presenza di persone che «ci vanno perché c’è e c’è andato anche il mio amico ed erano tutti là?». Se la risposta è che queste sono domande sciocche, allora sì, a sinistra c’è un problema grosso nell’espressione della cultura e non dipende dai finanziamenti che arrivano o non arrivano (problema che comunque c’è ed è enorme), dipende dal fatto che bisognerebbe capire che la cultura, come la democrazia, non la si impara una volta per tutte, la si conquista giorno per giorno e chi fa cultura (così come chi agisce nelle istituzioni) deve interrogarsi continuamente sul senso di ciò che fa in relazione ai «fruitori».
    Per dirla in poche parole: che senso avrebbe se Floris allestisse un capolavoro che poi capirebbe solo lui e i cugini primi (salvo fare un pienone)? Ci stiamo chiedendo se per caso non accada o siamo sicuri che non sia necessario domandarsi se i baretti fanno cultura?
    Cordialmente,

    • No guardi, secondo me sta succedendo esattamente il contrario: gli intellettuali si preoccupano troppo del fatto che le persone che li ascoltano, li capiscano esattamente e intendano tutto quello che loro vogliono dire! Il problema non è l’autoreferenzialità ma l’abbassamento del livello delle argomentazioni, della preparazione, del linguaggio. Gli intellettuali non producono per gli intellettuali (almeno fosse! Ci risparmieremmo qualche pessima opera e avremmo qualche capolavoro in più) ma solo per il mercato. Non tutti, per carità, fanno così. Ma molti sì, ed è un andazzo non solo sardo.
      Poi, lei dice che senso avrebbe se Floris allestisse un capolavoro che poi capirebbe solo lui e i cugini primi? E mi dice niente? Ma si rende conto di quante opere d’arte, capite solo dai cugini primi, sono diventate capolavori a distanza di anni?? Mi perdoni, ma mi sa che lei conosce bene i baretti ma non le dinamiche più semplici della produzione e della fruizione culturale. Per favore, guardi che si sta attorcigliando in un ragionamento di cui non padroneggia bene i concetti fondamentali. Se poi lei vuole continuare a chiedersi se i baretti fanno cultura, è libero di farlo. Ma io non la seguo più.
      Con la solita cordialità

      • Gentile Biolchini,
        e lei ha idea (ma davvero) di quante porcherie sono state incensate dagli intellettuali e sono invece cadute nel dimenticatoio (la stragrande maggioranza)? Sarà pur vero che non capisco un accidente di cultura (effettivamente non sono un intellettuale) ma lei ha un idea della cultura che è davvero pazzesca! Mi piacerebbe sentire il parere di Floris, ma davvero!
        Io, al contrario (e purtroppo) la seguo benissimo: ci sarà un motivo se lamento un distacco tra cittadini e cultura (che lei conferma, ma non lo prenda come un’offesa, la consideri una cazzata detta da uno che ne mastica poco)!
        Cordialmente (ma sul serio, però),

  4. Gentile Ainis,mi voluto dare attenzione al punto da rispondermi, ma evidentemente non ha riflettuto sufficientemente su quanto ho scritto per trarne le logiche conseguenze. Le ho mostrato con l’esempio del malato di attacchi di panico che la sanità lungi dall’essere un mero costo di cui la comunità ha diritto di usufruire, anche perchè come lei sostiene “fa star bene la gente” e da un”beneficio”,può essere considerata, se ben funzionante, una modalità indiretta di generazione di reddito, sia intesa come prevenzione primaria che nella qualità di intervento clinico. Ovviamente in questa prospettiva è anche motore di sviluppo sociale, in quanto capace di ripristinare la funzionalità perduta nei singoli individui generatori di reddito.Il terzo mondo rimane tale per motivi di natura politica ed economica locale e globale,ma se la salute della popolazione peggiora senza interventi in particolare di medicina preventiva, si verifica la diminizione dellaproduttività e un aumento dei costi.Determinati individui che non avrebbero mai lavorato possono essere messi in grado di farlo grazie a interventi sanitari. Spero abbia compreso che non si può ragionare da contabili con questioni così complesse, le cui interrelazioni anche con le capacità economiche di un Paese(in quanto generatore di reddito) si estendono molto più lontano di quanto solitamente si immagini o le convenienze della politica vogliano far credere. Tutto qui.

    • Scusate, ma non vi avevo forse avvertito che il dibattito sulla cultura a Cagliari stava regredendo paurosamente? Eccovi accontentati. E non dico altro, perché so bene che Cuccurus Cottus è cultura popolare e che va sostenuta. Ma è cosa diversa dal MCN, dal Teatro Lirico e dai baretti del Poetto. La destra fa un minestrone di tutto, la sinistra non riesce più a distinguere e a spiegare. Auguri!

      • New Entry says:

        Ma il punto è proprio questo: svincolare il concetto di cultura da sovrastrutture pretestuose (che portano inevitabilmente ad analogie imbarazzanti). Non si possono tenere i piedi in due staffe: o la cultura è soggetta al mercato ( e allora valgono tutte le regole di esso, e gli “aiuti di stato” non possono essere ammessi) oppure è totalmente da svincolare da esso, e il discorso deve ripartire senza questa zavorra.

  5. New Entry says:

    Se si fa un discorso meramente economico trovo molto pertinente il parallelo con i “baretti”. Comunque non è sufficiente il “movimento” prodotto da un evento culturale (in termini di introiti a singoli privati) per riempire quelle casse pubbliche che tali eventi dovrebbero finanziare. Perciò capisco il discorso di chi si domanda da dove tali soldi dovrebbero arrivare, che è poi come chiedersi come si riempiono davvero le casse di uno stato.

  6. Su una cosa è bene essere chiari (risposta 4):
    Lei confonde pere con mele: i bandi regolano l’utilizzo e la gestione di spazi comunali (spazi fisici: Exma’, Castello di San Michele, Ghetto, Lazzaretto, ecc); i fondi consentono invece l’attività culturale e di spettacolo in generale.
    No, può essere che mi sia espresso male: intendo dire che rappresentano un valore (monetario) come servizi e che sono dell’opinione che debbano essere assegnati con i bandi (per assimilarli al resto, da assegnare con meccanismo simile). Di recente ho sollevato lo stesso problema con l’aula magna di un istituto universitario sassarese domandando con quali criteri se ne assegni l’uso per le conferenze. Non avendo avuto risposta, ho depositato (non da solo) un esposto alla Corte dei Conti sollevando la possibilità di un uso improprio (senza indirizzi chiari) e pertanto un possibile danno erariale (salvo altre irregolarità). Sono «soldi> anch’essi!
    Sulla «conoscenza» è esattamente lo stesso: è un costo (da tradurre in beneficio) e non è assolutamente vero che genera reddito (altrimenti gli Stati Uniti non avrebebro cancellato il progetto di un acceleratore più grande del CERN, ne avrebbero costruito dieci!)
    In totale, trovo che lei abbia le idee confuse (però le battute le sa far bene)
    Però, mi scusi, ma ha evitato la domanda più importante, e non è uno scherzo: i baretti fanno meno cultura di MCN? E se sì, perché? (Se dipende dai frequentatori, come dice lei: « Mi risulta invece che ai festival (e nello specifico a MCN) vada un sacco di gente.» allora chiuda subito MCN!)
    Ah, scusi, dimenticavo che «certe domande non le fa nessuno»… è una cosa che dicono i fascisti, i preti e gli stupidi…
    @Floris
    Sì gli intellettuali come lei hanno di sicuro delle colpe e sa perché? Perché non leggono bene le domande altrui o forse perché non le capiscono! Lei, due righe, ha mostrato gran parte dei limiti degli intellettuali italiani, cosa non da poco: bravo!
    @Ale Sestu
    «Ma se l’indotto deriva da persone del posto, lo stato non si arricchisce economicamente, ma culturalmente. Ed è comunque importante; è per questo che sono d’accordo con Vito in linea di principio.>
    No, guardi, Biolchini fa solo una gran confusione tra reddito e beneficio. Sul beneficio siamo d’accordo tutti, ma che si “viva di cultura” è una solenne puttanata! Lei non dice ciò che dice Biolchini. Pui la può chiamare come vuole, conoscenza, cultura o prugna, però è sempre un costo e non produce reddito (ah, Crozza e la sua Prugna!)
    @Orrù
    «se un festival può quadruplicare, in termini di indotto, l’esborso pubblico; significa che c’è un guadagno sostanzioso,»
    La prossima volta che scrive, verifichi il significato di “esborso”, altrimenti batte Biolchini con le battute.
    @Sovjet
    Sì, in genere non mi reputano un qualunquista, però cerco di discutere con chi legge ciò che scrivo (e non pretende di salire in cattedra a dare lezioni di Kultura senza prendersi la briga di capire ciò che dicono gli altri.)
    Tuttavia, in tutto ciò, c’è un errore clamoroso di cui gli intellettuali non tengono mai conto: le atrocità di Biolchini e Floris (ma non solo loro, sia chiaro, li cito perché stiamo discutendo tra noi) sono un danno enorme proprio per la cultura ( e dimostrano a che livello siamo arrivati!). Uno che dice che MCN ha tanti frequentatori, quindi ha senso lasciarlo vivere, si espone all’ovvia domanda: e se i baretti del Poetto hanno più frequentatori, perché i soldi non li diamo a loro?
    Poi arriva Floris e non capisce, ed è per questo che al nostra cultura fa schifo!
    Cordialmente,

    • Gentile Ainis,
      il principio rispetto al quale mi trovo d’accordo con Vito, riguarda la sua idea che, a parità di gettito, devono essere stanziati più fondo per il settore della conoscenza. Il principio mi piace. Però bisogna tenere conto del fatto che il gettito sta diminuendo costantemente, quindi bisogna tenerne conto, perché sennò finiamo per ragionare ab absurdo.
      Poi secondo me, la differenza che c’è tra i baretti del Poetto e una iniziativa della Don Chisciotte, sta nel fatto che la seconda è senza scopo di lucro. Quindi la Don Chisciotte può avere un sostegno pubblico, i baretti invece devono sapersi arrangiare.

      • Gentile Ale Sestu,
        ma cosa dice? E’ il contrario: i baretti sono costretti ad arrangiarsi perché nessuno dà loro i contributi, e non li ottengono perché si conviene che non facciano cultura, altrimenti li avrebbero anche loro. Il cinema è cultura sì o no? Eppure le sale cinematografiche non prendono contributi (e lei paga i biglietto) mentre i contributi li prendono coloro che fanno i film (spesso perché non vengano proiettati neppure una volta… e lei paga il biglietto ugualmente)!
        In realtà, i contributi pubblici li prendono coloro che operano con scopo di lucro e chi opera senza scopo di lucro… e viceversa (c’è chi opera senza scopo di lucro e non prende un quattrino!)
        Ma i baretti fanno cultura o no? Questo è il punto che sollevo: Don Chisciotte fa cultura? E il baretto no? (Non è una domanda oziosa, tant’è che c’è un commento –serio – che afferma come anche i bar facciano cultura!).
        Mi piacerebbe che Floris, in una pausa del suo èpreziosissimo lavoro, ci riflettesse (sul commento, non sui baretti).
        Cordialmente,

        • Gentile Ainis,
          forse non ci stiamo capendo. Io parlo di come dovrebbe essere, secondo me. Non parlo di com’è adesso la situazione. Poi la risposta alla sua domanda, è difficile che trovi voce unanime, perché è diverso il concetto di cultura nelle persone.
          Io forse, per parte mia, non sono stato chiaro (per cui adesso brevemente mi riepilogo), però anche lei potrebbe darci la sua risposta, e magari ci capiamo meglio.

          Allora: i baretti fanno meno cultura di MCN?
          Risposta: Dipende.
          Se il baretto porta una birra in un tavolo e un tizio se la beve, paga e se ne va, allora il baretto fa meno cultura di MNC.
          Se il baretto organizza un reading letterario, poi musica dal vivo, poi dibattito, poi faccia lei, allora fa cultura come MCN.
          Altra domanda: è giusto dare al baretto un contributo pubblico (almeno nel secondo caso) per quello che organizza?
          Risposta: NO (tutto rosso e sottolineato). Perché è un’attività commerciale e il contributo pubblico (secondo me; è una scelta politica, la mia) va dato alle iniziative senza scopo di lucro.

          La stessa cosa per il cinema, per i giornali, per quello che vuole. I soldi accantonati per la cultura, il Comune li deve utilizzare direttamente per organizzare eventi, oppure può farsi aiutare da associazioni senza scopo di lucro. Ma non si possono dare soldi ad un privato per lo stesso motivo.

          Il rimando ai giornali mi ha fatto venire in mente un’altra cosa: va eliminato il finanziamento pubblico ai giornali, però si può dare un contributo iniziale (una tantum, da restituire con comodo e senza interessi) per sostenere la nascita di un’attività, se questa rispetta particolari regole (che evitano un abuso del contributo) e se da questa attività ne deriva un beneficio per la collettività. Questo per i giornali ma il discorso credo che si possa estendere ad altri campi.

          • Gentile Ale Sestu,
            ho come l’impressione che lei abbia un’idea molto vaga di cosa si intenda per “senza scopo di lucro”. Gli attori che recitano in una commedia li deve pagare o no? Gli interpreti del melodramma (Quelli che a parma fanno bella figura decurtandosi il compenso da 18.000 a 13.000 euro)?
            Non confonda il volontariato con i «lavoratori della cultura» (Pavarotti faceva cultura o no? Vuole fare cultura dando a Pavarotti mille euro al mese?).
            E allora se alla fine di un esercizio un baretto va in pareggio è senza scopo di lucro o no? Oppure vuole una cultura fatta di volontariato (che non è “Senza scopo di lucro neppure questo”, tanto per intendersi!).
            La demarcazione sovvenzione si/no associata a con/senza scopo di lucro è priva di senso.

            Cordialmente,

            PS – legga con attenzione i due commenti di New Entry: interessanti.

            • Gentile Ainis,
              credo di sapere abbastanza bene cos’è un’organizzazione no-profit. Però non capisco cosa centrano gli attori della commedia. Per lei chi li dovrebbe pagare? Il Comune? Pavarotti non era mica stipendiato dallo stato. Quando cantava c’era un biglietto da pagare per sentirlo. Poi il baretto, secondo lei se va in pareggio una sera, diventa no-profit?

              Io non voglio una cultura fatta di volontariato; lei sta parlando anche di come si sovvenziona la cultura o sbaglio? Io sto dicendo un’altra cosa. Anche per ricollegarmi a quello che dice New entry:

              “Non si possono tenere i piedi in due staffe: o la cultura è soggetta al mercato ( e allora valgono tutte le regole di esso, e gli “aiuti di stato” non possono essere ammessi) oppure è totalmente da svincolare da esso, e il discorso deve ripartire senza questa zavorra.”

              Non sono d’accordo: chiunque può decidere di fare cultura. Un privato può fare cultura, ma se decide di trasformarla in impresa, con un guadagno personale, non può avere finanziamenti pubblici. I soldi pubblici devono essere destinati esclusivamente ad iniziative che partono dal pubblico, o che hanno collaborazioni no-profit. Nello stesso modo in cui i soldi pubblici non devono andare alla scuola privata, o alla sanità privata.

              Questa è la mia risposta. Semplicistica ? Può darsi…
              Però vorrei sapere qual’è la sua risposta, perché sa, son qui per imparare, e se lei mi propone una soluzione migliore, la sposo volentieri (sposo lei, non la soluzione, cos’aveva capito?).

  7. PROVO A DIVIDERLA
    Gentili tutti,
    @Biolchini
    1 – Da dove prendiamo i soldi per la cultura se deve diventare il motore primo di Cagliari?
    Dalla fiscalità generale, così come si prendono per qualunque altra cosa che la politica e la collettività ritengono importante. Da una amministrazione di centrosinistra mi aspetto che la percentuale di risorse destinate sul bilancio alla cultura siano superiori a quelle percentualmente destinate da un’amministrazione di centrodestra.
    Intendiamoci, lei può anche pensare che la realtà si interpreti con le battute, ma è come se io le dicessi: “Vuoi prendere i soldi dal pero?” e lei rispondesse: “No, dall’albero di frutta che produce le pere!” Le traduco la domanda (ma guardi che in un’occasione precedente l’ho anche spiegato, quindi faccio in copia incolla: «Lei dice che poiché a Cagliari non ci sono più aziende (corretto, immagino intenda quelle manifatturiere) la cultura/spettacolo dovrebbe diventare preminente e guidare lo sviluppo. (Se non ho capito cancelli tutto e passi al prossimo commento).
    Ora, poiché tale attività sarebbe finanziata dal pubblico, cioè dalle tasse, la domanda è: da dove si prendono i soldi se non ci sono attività produttive?
    Guardi che non è una domanda provocatoria, vorrei capirlo e le sarei grato se lo spiegasse, perché realmente non ci arrivo e ho l’impressione che parecchi operatori dello spettacolo (magari non lei, per questo le pongo la domanda) non abbiano presente il problema (ricordo uno scambio di battute a proposito del lirico).
    A mio parere, il discorso dovrebbe essere invertito (ne ho scritto in proposito da tempo, ma non è rilevante) e precisamente: poiché la cultura è come l’assistenza medica (cioè un diritto, e dev’essere finanziata dallo stato) allora bisogna domandarsi come fare ad ottenere un gettito fiscale sufficiente a darle supporto.»

    Lei sa rispondere o no? Oppure ripete il mantra che: «la cultura dà da mangiare?» (come fa quando si incasina e confonde reddito e benefici?)
    Il punto è che lei commette un errore logico di fondo, perché da una parte ammette che la cultura non genera reddito e quindi la vuole finanziare col pubblico (corretto), dall’altra parla genericamente di «benefici» che è tutt’altro dal reddito (magari lo capirebbe anche Floris, chissà…). Certo che la cultura è come la sanità e allora? Mica genera reddito: è un costo! Ma anche un diritto (come vado ripetendo da tempo, anche se lei pare ignorarlo) e un beneficio: capisce la differenza? La cultura costa, come la sanità che infatti è tutt’altro che un motore di sviluppo, altrimenti i paesi del terzo mondo potrebbero coprirsi di ospedali!!
    Quindi, o la cultura genera reddito (e non è così, salvo che lei dimostri il contrario, come le chiedo e non è in grado di farlo, come non potrebbe con la sanità) oppure si finanzia perché pur essendo un costo è un diritto ed è un diritto perché fa stare meglio le persone (come la sanità!). Adesso ceh af mi risponde che genera il gettito fiscale con le tasse?
    Raccolgo queste domande/risposte assieme
    2 – Come facciamo ad assegnare i fondi?
    Attraverso le leggi che già esistono e che regolano il settore.
    3 – Come si garantisce la libertà d’espressione?
    Applicando la leggi esistenti che regolano il settore e che la libertà di espressione l’hanno sempre ampiamente garantita.
    5 – Marina Café Noir ha il diritto o no di prendere i soldi e andare avanti così come sta facendo da dieci anni?
    Sì, ha diritto. Ha presentato per tempo un progetto, corredato da tutta la documentazione contabile e artistica. La Regione ha stanziato per la manifestazione 35 mila euro (a fronte di una richiesta di 60 mila), il Comune non ha neanche dato una risposta. 6 – Perché dobbiamo dare i soldi a MCN?
    La domanda è mal posta. Sono le istituzioni che hanno ricevuto una domanda da parte di MCN che devono decidere se la proposta avanzata dall’associazione Chourmo rispetta i criteri stabiliti dalla legge. Più in generale, posso dire che possiamo dare soldi a MCN perché c’è un assessorato allo spettacolo e alla cultura, e ci sono delle leggi che sostengono proprio attività come questa.

    Benissimo, allora di che si lamenta? Ci sono le leggi: punto! Se nel caso di MCN sono state violate allora che ricorrano e si facciano dare i danni, oppure facciano altro! Di che parliamo?
    Ma si rende conto della sciocchezza che dice? Sono curioso di sapere cosa avrebbe risposto se Zedda avesse usato gli stessi argomenti. Lo so anch’io che ci sono le leggi: ma stiamo discutendo di questo? Si guardi qualche altro commento e vedrà che c’è chi (incredibilmente, visto che l’ho detto io), ha perfino capito le mie domande. Queste sue risposte fanno il paio con quella che mi diede una volta: che la cultura è quella cosa di cui si occupa l’assessorato alla cultura!
    7 – Se MCN non si fa più è davvero una iattura o no?
    De gustibus non est disputandum. Politicamente però sì che è una iattura. Perché è un segnale dato alle associazioni e alle imprese culturali, e il segnale è il seguente: la città è allo sbando. Il Comune pretende che le associazioni presentino i loro programmi per l’anno successivo ad ottobre ma a fine luglio non ha ancora deciso come ripartire le risorse! E questa è la discontinuità che ci si attendeva dall’amministrazione Zedda? Direi di no. Il problema della cultura non sono (solo) le risorse: sono soprattutto i tempi di risposta che la pubblica amministrazione dilata fino a rendere impossibile l’attività dei gruppi. Che infatti alla fine mollano.
    Su questo (è l’unica risposta sensata che ha dato) se ne può parlare e infatti ho detto che Zedda ha scelto di pagare un prezzo per le cose che sta facendo. Lei (come sineddoche) si incazza e gli dà addosso prevedendo che il conto sarà salato. È una sua opinione che si verificherà alle prossime elezioni: i pezzi politici si valutano così.
    (SEGUE)

    • Gentile Ainis, ho un appunto da farle sulla sua risposta n.1 a Vito, relativamente al paragone cultura -sanità.Trovo veramente miope da parte sua definire la sanità esclusivamente un costo, con una valutazione tranciante che non coglie la complessità degli effetti proattivi di un buon funzionamento del sistema sanitario pubblico.Le faccio un esempio: se lo stato paga oggi il costo dei servizi di salute mentale preposti alla cura farmacologica e psicoterapica di un paziente con attacchi di panico, domani la comunità avrà anche quella persona tra i soggetti capaci di produrre reddito, piuttosto che
      sobbarcarsi una cura ben più impegnativa di un disturbo cronicizzato e complicato. Se consideriamo la sanità solo un costo, come amano valutarla gli ultraliberisti che ci governano, possiamo chiudere il servizio o ridurre i finanziamenti e quella persona con attacchi di panico non potrà più essere
      curata. Non lavorerà e a causa degli scompensi relazionali che cronicizzeranno nell’ambito familiare, si avranno esiti negativi a catena, intragenerazionali e
      intergenerazionali, come ad esempio separazioni tra coniugi con i relativi costi
      per il sistema giudiziario, indebolimento delle condizioni economiche dell’altro
      coniuge che potrebbe non riuscire a sostenersi autonomamente,certamente trasmissione di disturbi psichici ai figli,ecc. Come vede, non si può mutilare un sistema complesso senza effetti retroattivi sulle altre parti del sistema. Non sono in grado di valutare i benefici a lungo termine della produzione culturale, non me ne
      intendo, ma potrebbe rifletterci sopra

      • Scusate il messaggio monco, ho avuto qualche problema nel maneggiare questa diabolica invenzione che è lo smartphone. Per chiudere mi chiedevo se non fosse il caso di analizzare i benefici a lungo termine della produzione culturale, che si è un costo, ma forse in senso lato può tramutarsi anche in guadagno per la società, anche se non monetario. Detto umilmente.

      • Gentile Gabri,
        abbia pazienza, ma non posso ripetere le stesse cose tre o quattro volte. Le sono immensamente grato perché legge ciò che scrivo, però provi anche a capirlo (devo averlo detto anche a qualcun altro che continua a prendermi per il culo, magari a ragione!). Ho detto tutt’altro.
        Cordialmente,

  8. nono, il mio ultimo commento riguarda la situazione come è adesso. Non quello che dovrebbe essere. Cerchiamo di intenderci.

    La soluzione è investire di più, non solo in cultura, ma in turismo culturale.
    Senza però sottrarre soldi al settore produttivo, che deve essere incentivato prima di tutto (usando i pochi soldi che abbiamo in modo intelligente).

    Se poi la ricaduta economica locale fosse tanto positiva, noi non staremmo qui a chiederci come fare per sopravvivere.

  9. Ironico Sardo says:

    Come faremo senza Marina Cafè Noir e i suoi interessantissimi reading? Come faremo senza il civile struscio tra piazzetta savoia e piazza dettori passando per piazza san sepolcro? Come si addormenteranno i residenti del quartiere senza la musica a palla, le urla e gli schiamazzi fino alle quattro del mattino? E come sarà triste il risveglio senza quel piacevole odore di plin plin rilasciata dalle vesciche dei civilissimi frequentatori di Marina Cafè Noir? E che ne sarà dei caddaioni fintirasta con pulci al seguito e bottiglione di parteolla che così bene rappresentano la cultura di questa città? Sindaco provveda! 🙂

  10. Provo a rispondere alla domanda numero 8 di Ainis, perché mi sembra la più interessante.

    Cos’è che si deve sovvenzionare e cosa no? Chi lo decide e sul quale base? Chi è che «fa cultura» e chi no?

    Quello che deve essere sovvenzionato lo decide l’amministrazione comunale, sulla base di una scelta politica.
    Non esiste un parametro oggettivo a cui aggrapparsi, per stabilire quello che chiede. E’ per questo che la questione si dice “politica”. Per questo si vota un’amministrazione invece che un’altra. Io ho votato questa amministrazione perché la ritengo più vicina alla parte più povera della nostra società. La povertà economica è strettamente imparentata a quella culturale.
    Quindi (secondo me) il grosso della spesa deve essere dedicato al recupero culturale di tutte le persone che si sono allontanate di più, dalla cultura. Si deve partire dal basso, con progetti che puntano più al coinvolgimento generale, piuttosto che all’eccellenza. Poi si arriva anche all’eccellenza, ma andando per gradi. Se si parte dall’eccellenza, questa sarà apprezzata solo da una ristretta élite culturale, ma tutt’attorno resterà il degrado.
    Io mi aspetto questo, da questa amministrazione.
    La terza parte della domanda equivale a chiedere “cos’è la cultura?”.
    Per me è cultura il confronto, l’aggregazione, lo scambio di idee, la partecipazione. Tutti quelli che promuovono queste cose per me fanno cultura e meritano un sostegno economico pubblico.

  11. francu says:

    Baricco a suo tempo scrisse un provocatorio articolo su Repubblica . http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/spettacoli_e_cultura/spettacolo-baricco/spettacolo-baricco/spettacolo-baricco.html
    Il tema è interessante e la sostanza io la traduco così. Ha senso finanziare MCN se a scuola non si insegna il gusto della lettura e della letteratura e se in tivù (anche a causa della trappola dell’auditel) non esistono o quasi programmi che promuovono la lettura (mi viene in mente solo il bellissimo per un pugno di libri)?

    • Vito Biolchini says:

      Se il ragionamento di Baricco fosse giusto, allora gli appuntamenti culturali e di spettacolo dovrebbero essere tutti senza pubblico e senza spettatori. Mi risulta invece che ai festival (e nello specifico a MCN) vada un sacco di gente. Grazie a dio, in tanti si fanno un gusto nonostante la tv e nonostante le sterili provocazioni di Baricco. Uno scrittore che io, per esempio, non leggerei neanche sotto tortura.

      • francu says:

        A scorrere le classifiche di vendita dei libri un gusto di merda però….Comunque secondo me il tema è interessante perfino lanciato da Baricco, che sicuramente fa la televisione meglio dei libri (figurarì). Ad esempio da noi manca completamente la cultura filantropica degli Stati Uniti. Da noi i ricchi investono in culi più che in cultura

    • ZunkBuster says:

      Baricco è famoso anche per le emerite fesserie che spara per farsi notare …

  12. Gianluca Floris says:

    Sono ammirato di come l’ottimo Vito abbia la pazienza di ribattere punto su punto alle domande incredibili di Ainis. E la volontà di spiegazione coerente e eticamente pregevole del nostro postatore “padrone di casa” mi ha fatto pensare una cosa: il fatto che in Italia esistano persone che fanno le domande di Ainis, domande che mettono in discussione tutto quello che il nostro vivere civile ha saputo creare in questi secoli, è la spia che noi che viviamo a vario titolo solo di cultura abbiamo la colpa più grande.
    La colpa che abbiamo è non aver saputo testimoniare che la cultura è un diritto dei cittadini, molto più che degli operatori o artisti che dir si voglia. Abbiamo dato per scontato che tutti comprendessero quello che Vito ha spiegato con dovizia con queste risposte, ma nulla è più scontato. Il fatto che MCN, e le analoghe manifestazioni, sia una ricchezza per tutti, appare a noi splendidamente evidente ma così non è mai. Esisterà sempre un popolo di Ainis che si chiede che male c’è a smettere di produrre confronto e letture del presente artistiche e problematiche. Perché questo fanno i festival letterari, i teatri, gli esecutori, gli artisti, i registi, gli attori, gli insegnanti, i documentalisti e quant’altro: offrire strumenti di lettura della realtà. Il fatto che esistano persone che la pensano come Ainis è un nostro fallimento al quale non dobbiamo stancarci di rispondere con maggior impegno.

    • Vito Biolchini says:

      Ringraziamo l’amico Gianluca Floris, che ci scrive tra una prova e l’altra dell’opera lirica che sta provando a Pesaro e che debutterà al Rossini Opera Festival.

      • Gianluca Floris says:

        Il quale Rossini Opera Festival di Pesaro, a fronte di un costo di pubblici denari di sei milioni di euro, genera un indotto sul territorio della provincia di 25 milioni di euro (fonte Università di Urbino su dati fino al 2011). Giusto per dire.

    • Sovjet says:

      Non per difendere Gabriele Ainis…ma sulla cultura lui dice altro. Dice che la cultura da sola non si regge e che deve essere finanziata dallo Stato perché è un diritto come dovrebbe esserlo la sanità e l’istruzione. E reputa pericoloso far passare l’idea che la produzione culturale possa esistere senza un sistema economico attorno tale da garantire con la fiscalità anche la cultura.
      Non dubito che possa essere anche irritante per qualcuno, ma a Cesare quel che è di Cesare…

      • Gianluca Floris says:

        Certo che la cultura DEVE essere sostenuta dallo Stato. L’ho detto infatti. Io parlavo delle domande che fa Ainis. Le ha messe Vito qui in grassetto e le ha postate Ainis stesso nel post precedente. Quelle domande parlano da sole. Giusto per dare a Cesare….

      • Vito Biolchini says:

        Come tanti altri settori, la cultura può reggersi da sola, ma anche no. Dipende da tanti fattori e dalla capacità della politica di comprendere i meccanismi del settore. La cultura è sullo stesso piano degli altri diritti fondamentali (salute, istruzione, difesa, ecc) quindi per me l’obiezione di Ainis neanche non si pone. Ogni investimento è proporzionato al gettito fiscale, ma che la cultura debba essere sostenuta dalla fiscalità generale non ci piove. Qualcuno chiede alla sanità di reggersi da sola? E alla scuola? E all’istruzione? Non direi. eppure è evidente che gli investimenti in questi settori comportano ricadute positive. La cultura genera un sistema economico. Basta volerlo e anche saperlo fare.

        • Sovjet says:

          Beh, qualcuno sta privatizzando scuola, sanità e istruzione e da anni, demolendo ogni presidio pubblico, riducendo finanziamenti e investimenti e ricostruendo una società fortemente classista. Una società dove chi ha può usufruire delle migliori scuole e della migliore istruzione e delle cure più adeguate e chi non ha dovrà accontetarsi delle macerie del welfare pubblico.
          Perché la cultura possa reggersi da sola ci deve essere qualcuno che è in grado di pagare i biglietti e qualcuno che è in grado di pagare le tasse che copra quello che i biglietti non riescono a coprire. In una situazione come la nostra diventa problematico e la cultura non sarà un diritto, ma un privilegio di pochi. D’altra parte, la cultura al popolo è una conquista recente e non è detto che duri per sempre.
          @Gianluca: come si dice, “chiedere è lecito, rispondere è cortesia”. Ainis ha posto le domande che porrebbe un “uomo della strada” o una “casalinga di Voghera”, ma l’ha fatto apposta così, perché tutto è tranno un qualunquista…

    • Caro Gianluca, i miei studi sono stati di tipo tecnico, infatti sono laureata in ingegneria e ammetto assoluta ignoranza in molte materie e quindi ritengo che le domande di Ainis, che sono le stesse che farei io, non sono da definire un fallimento, ma delle semplici domande poste da parte gente che ha competenze diverse e cerca di farsi un’idea. Credo però, e mi spiace moltissimo questo, che solo pochi di quelli che scrivono in questo blog abbiano effettivamente idea di cosa sono stati i tagli agli enti locali nell’ultimo anno, del perchè al fronte di 60000 sono stati destinati 35000, e i veri motivi del silenzio della giunta Zedda.

  13. Riguardo il primo punto, credo che Ainis intenda dire che non si può pensare al settore cultura, come motore primo, di Cagliari (così come di nessun altro luogo).
    Semplicemente perché la cultura deve essere finanziata dallo Stato (come gli altri servizi ai cittadino), con soldi presi dalle tasse. Si deve presumere quindi un gettito fiscale a cui attingere.
    Quindi il settore cultura dipende dal gettito fiscale. Se il gettito fiscale crolla, perché crolla il settore industriale, allora inevitabilmente crolla anche il settore culturale (e gli altri servizi).

    Allora se si vuole operare in modo strutturale, bisogna aggredire il problema alla radice, intervenendo sul sistema produttivo, in modo tale da garantire la sopravvivenza dei servizi al cittadino.

    • Vito Biolchini says:

      Parlo di cultura, ma in realtà mi riferisco al settore più ampio della conoscenza. A parità di gettito fiscale, secondo me le risorse devono essere orientate in maniera diversa, vincolando una percentuale consistente del bilancio comunale (tra il 5 e il 10 per cento) al settore della conoscenza. In tutto l’occidente avanzato il settore della conoscenza non dissipa risorse ma produce ricchezza.

      • A Cagliari sarebbe tra i 17 e i 35 milioni di euro. Sarebbero davvero molti.
        Si è già fatta molta economia e si sono tagliati tanti sprechi per far fronte ai tagli agli enti locali. Bisogna vedere quali possono essere le spese a cui rinunciare, per dedicare questi soldi al settore della conoscenza.

        Comunque in linea di principio sono d’accordo.

        • paolo orrù says:

          Ponendola ancora in questo modo, nonostante tu sia d’accordo con le argomentazioni di Biolchini, è evidente come anche chi in linea di principio sostiene la conoscenza non riesca a cogliere il fatto che non siano soldi “regalati” o lasciati per strada, che producono sì tante belle cose, ma di fatto siano una sorta di spesa senza reali ricadute anche economiche.

          Questo non è vero, se, come ha detto Gianluca Floris, un festival può quadruplicare, in termini di indotto, l’esborso pubblico; significa che c’è un guadagno sostanzioso, prima di tutto nell’economia cittadina e in seconda battuta sono soldi che rientrano successivamente, almeno in parte, nelle casse comunali attraverso la fiscalità,

          Le scelte, come sempre. sono strategiche.

          • Dipende.
            Il punto di osservazione è fondamentale.
            Dobbiamo guardare la situazione dal punto di vista cittadino ? O dobbiamo estenderlo a livello regionale ? O addirittura a livello nazionale ?
            Il ragionamento cambia di parecchio, se cambia il punto di vista.

            Restando a livello regionale (ché è più semplice), bisogna considerare il fatto che una manifestazione come MCN, non crea ricchezza economica: sposta soldi da un posto ad un altro (da una tasca ad un’altra), ma non ne crea nuovi (i soldi partono dalla Sardegna e rimangono in Sardegna). Perché si crei ricchezza i soldi devono arrivare da fuori Sardegna, e qui rimanere e circolare.

            Quindi, rispetto a quello che ha detto Gianluca Floris: se l’indotto del Rossini Opera Festival di Pesaro fosse dovuto interamente a turisti francesi o tedeschi o americani, allora si che sarebbe evidente la ricaduta anche economica. Ma se l’indotto deriva da persone del posto, lo stato non si arricchisce economicamente, ma culturalmente. Ed è comunque importante; è per questo che sono d’accordo con Vito in linea di principio.

            • paolo orrù says:

              Assolutamente in disaccordo.
              Per prima cosa se anche i soldi partono dalla sardegna e in sardegna rimangono, l’effetto positivo è che si siano messi in moto da una mano all’altra.
              E in seconda battuta il punto è proprio questo: se non si finanzia adeguatamente le attività, queste non potranno mai diventare veramente competitive e attrarre la ricchezza di cui tu parli.
              E’ abbastanza scontata la cosa, se un operatore non è messo in condizione di programmare un’attività a lungo termine, quest’attività non potrà mai crescere e attirare nuova utenza.

              La soluzione quindi quale sarebbe, continuiamo così, i festival non si fanno e non girano nemmeno quelle due lire che la gente ha in tasca.

              • nono, il mio ultimo commento riguarda la situazione come è adesso. Non quello che dovrebbe essere. Cerchiamo di intenderci.
                La soluzione è investire di più, non solo in cultura, ma in turismo culturale.
                Senza però sottrarre soldi al settore produttivo, che deve essere incentivato prima di tutto (usando i pochi soldi che abbiamo in modo intelligente).
                Se poi la ricaduta economica locale fosse tanto positiva, noi non staremmo qui a chiederci come fare per sopravvivere.

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